Giovanni Cassuti, Presidente di Corepla

Trascrizione del video
Green Deal, Clean Industrial Deal, Circular Economy Act. Sembra uno scioglilingua, quindi oggi proveremo a fare chiarezza con Giovanni Cassuti, presidente di Corepla, il Consorzio nazionale per la raccolta, il riciclo e il recupero degli imballaggi in plastica. Benvenuto. Buongiorno. Grazie. Allora, la visione dell'Europa sul Green Deal è cambiata. Si è passati da un approccio più di forma — decarbonizzazione subito, plug and play — a un approccio più di sostanza e più realista, che tenga conto della competitività e che eviti la deindustrializzazione. È la strada corretta secondo lei? Sì, senz'altro la strada corretta nasce dalla consapevolezza che lo slancio ideale corretto per la costruzione del Green Deal si è tradotto poi in una sostenibilità economica difficile per il sistema industriale europeo e italiano, mettendone in difficoltà la competitività. I tempi non erano esattamente quelli che ci si attendeva. Il plug-in, ahimè, per un sistema così complesso di sostenibilità ambientale, sociale ed economica non era realistico. Siamo stati troppo ottimisti. Siamo stati troppo ottimisti, diciamo così. Lo slancio necessario ed emotivo deve tradursi in azioni un po' più pragmatiche. E quindi adesso, anche tenendo conto del contesto geopolitico — dove i prezzi dell'energia sono schizzati alle stelle — si sta cercando di rivedere questa politica. Infatti, nel secondo mandato di Ursula von der Leyen è stato introdotto il concetto nuovo di Clean Industrial Deal, che prevede a sua volta l'adozione di questo Circular Economy Act per rendere l'Unione Europea leader mondiale dell'economia circolare entro il 2030, una data che ricorre spessissimo. Quale impatto avrà, secondo lei, sul sistema industriale e quali sono le opportunità che ci offrirà questo Circular Economy Act? Allora, il Circular Economy Act è in divenire, è un obiettivo all'interno dell'architrave importante del Green Deal. Le opportunità indubbiamente ci sono: essere promotori e campioni di un modello economico sostenibile che promuove la circolarità significa investire in ricerca, in sviluppo, nel sostenere il mondo del riciclo, nell'avere un vantaggio tecnologico importante rispetto ad altri Paesi. Ma l'importante è che in questo contesto si mantenga la competitività e che questa torta apparecchiata sia a disposizione dei cittadini e delle industrie europee innanzitutto. Si è intravisto il rischio che di questo modello potessero invece avvantaggiarsi altre realtà economiche che non hanno i nostri obiettivi di sostenibilità ambientale ed economica. E invece le criticità? Le criticità sono molte nell'attuazione, come sempre, perché bisogna dare gli strumenti concreti alle aziende per riuscire a raggiungere questi obiettivi. Non è semplice: le aziende italiane, nel mondo del riciclo, della selezione, della raccolta e dello sviluppo di prodotti sostenibili, chiedono di poter giocare ad armi pari. Non chiedono grandi incentivi, ma non vogliono essere messe in competizione con chi ha dei vantaggi in termini di costo dell'energia, di regolamentazioni e di mancato raggiungimento degli obiettivi di decarbonizzazione. Questi fattori a quale Paese la fanno pensare? Ci sono due aspetti da considerare. Innanzitutto il mondo della circolarità è fatto dalla raccolta di materiale che è rifiuto e che viene continuamente prodotto dai Paesi: non si può scegliere se produrlo o meno. È una certezza. È una certezza. Quindi questa filiera — questa miniera di valore — Certo, è effettivamente una miniera di valore. In Italia coinvolge migliaia di imprese e coinvolge tutti noi cittadini nel gesto quotidiano della raccolta differenziata. Lei la fa bene, immagino. Sì, e gli italiani la stanno facendo particolarmente bene. Quello che noi diciamo è che questa miniera non può essere sostituita da scarti prodotti altrove, perché è prodotta qui, non si può non produrla. In qualche modo dev'essere protetta. Dobbiamo essere certi che questo valore sia a disposizione e utilizzato per un'economia che crea posti di lavoro, genera benefici ambientali e riduce l'impatto dell'anidride carbonica nell'atmosfera qui in Europa. La sfida viene quindi da chi importa avendo vantaggi in termini di materie prime e altro, sfidando un modello senza giocare completamente ad armi pari — per usare l'inglese, senza un vero fair play. Esatto. E quindi il tema è che diventi circolare non soltanto l'economia del rifiuto, ma anche quella dell'industria, che deve raggiungere target entro il 2030 sfidanti — non sono obiettivi semplici. Infatti, non a caso li hanno rivisti più volte, aggiustando il tiro. Come è successo nel mondo dell'automotive. Esatto, fa pensare a quello. E veniamo invece al settore del riciclo della plastica, che sta attraversando una crisi a livello europeo e nazionale. Leggo alcuni dati per far capire di cosa stiamo parlando: è un comparto che vale oltre 9 miliardi di euro, ma che nell'ultimo anno ha visto la chiusura di circa 40 impianti in Europa, perdendo 1 milione di tonnellate di capacità produttiva sulle 13 complessive. Oltre alle cause strutturali — calo della domanda, costi energetici, concorrenza delle materie prime vergini — come si può rilanciare questo comparto? Innanzitutto bisogna ribadire che il modello della circolarità — che parte dalla raccolta differenziata e utilizza materiali di scarto — è un modello costruito per non andare in competizione con il materiale vergine: dovrebbero essere due mercati separati. In questo momento invece, proprio per i costi diversi, i due mercati entrano in conflitto. Dobbiamo essere consapevoli che il prodotto finale può essere realizzato identicamente — non per tutte le applicazioni, ma quasi — partendo sia dal materiale riciclato sia da quello vergine. Se vengono messi in competizione e la scelta è una pura scelta di libero mercato, è chiaro che spesso il vergine, quando i prezzi sono particolarmente bassi, diventa più conveniente. Per questo l'Europa ha fissato obiettivi in termini di obbligo di contenuto riciclato. Questi obiettivi devono essere ragionevoli e le aziende devono essere aiutate a sviluppare il mondo del riciclo avendo i giusti vantaggi competitivi. Un aumento della consapevolezza a livello europeo presso le istituzioni può essere un passo importante per garantire a questa industria, che tra l'altro genera un importante moltiplicatore del PIL, la stabilità necessaria. Perdere aziende nel mondo del riciclo, della selezione, del recupero, significa perdere PIL e produttività. Ci spiega brevemente come funziona il ciclo del riciclo della plastica nel nostro Paese? Sì, e qui non siamo fanalino di coda. Direi che i dati certificano l'Italia come un'eccellenza nelle tre R: raccolta, recupero e riciclo dei materiali in plastica. Nel caso specifico parliamo degli imballaggi, che sono il monouso e rappresentano una quantità importantissima di plastica che, se non raccolta, viene dispersa nell'ambiente. Siamo già molto vicini agli obiettivi europei del 50% di riciclo. Vengono coinvolti il 96% dei cittadini, da lì parte la raccolta in accordo con i comuni, poi i materiali vanno nei centri di compattazione, dove vengono selezionati e infine negli impianti di riciclo. I numeri sono rilevanti: siamo vicini ai 2 milioni di tonnellate raccolte sotto la responsabilità di Corepla. Siamo tra i leader europei e non vogliamo perdere questa leadership. Una buona notizia ogni tanto ci sta. Ci sta, sì. E per quanto riguarda la sensibilità dei cittadini? Lei diceva che il 96% della popolazione italiana è coinvolto nel riciclo della plastica. È cresciuta l'attenzione soprattutto nelle nuove generazioni? Hanno funzionato le campagne di comunicazione e sensibilizzazione? Sì, hanno funzionato e fanno parte di un percorso essenziale per il consorzio. La sensibilizzazione passa attraverso l'informazione e le scuole, e i ragazzi sono particolarmente attenti. Stiamo migliorando anche nella percezione della plastica come materiale, che può essere anche oggetto d'arte. Abbiamo realizzato delle iniziative in questo senso: ricordo, per gli appassionati di arte contemporanea, le opere di Burri, meravigliose, che partono dalla plastica. Abbiamo fatto un progetto, Tam Tam, con uno studio importante, presentato sia al Salone del Mobile sia alla Galleria d'Arte Moderna di Roma. Le iniziative si sono moltiplicate: abbiamo voluto rafforzare la consapevolezza non solo di cosa è il consorzio, ma di cosa è la plastica, di cosa se ne può fare, dando al materiale un vestito più culturale e sociale. La seconda vita della plastica, che un tempo si pensava non potesse essere riciclabile, che veniva vista come il male del mondo, e invece può rinascere. Ha questa doppia faccia: non essendo i legami chimici chiusi, resiste per sempre. Può essere un difetto se viene dispersa, ma può essere anche un vantaggio se la si recupera, perché può nascere sotto altra forma. Assolutamente. Tra le esperienze più interessanti che avete promosso, lei prima citava Tam Tam. C'è poi il progetto Redivivus. Di che si tratta? Redivivus è un progetto che ci ha resi tutti piuttosto orgogliosi. Nasce con il patrocinio del Ministero della Giustizia, in Sicilia, una terra a cui siamo particolarmente legati e in cui abbiamo varie iniziative. Coinvolge gli istituti e le carceri minorili siciliane. Redivivus è un termine latino che significa rinascita: il doppio senso, il doppio simbolo, è evidente. Lei ha parlato di seconda vita, quindi seconda opportunità. Ciò che viene gettato, o chi si trova in un momento di difficoltà — in questo caso i ragazzi — può tornare a nuova vita con positività attraverso un percorso. Quale percorso abbiamo fatto con loro? Abbiamo inserito un percorso di formazione e di produzione di opere d'arte attraverso la plastica recuperata, riproducendo opere classiche importanti da Mondrian a Van Gogh, che ha colpito particolarmente i ragazzi. Hanno collaborato insieme, hanno usato la manualità, hanno dovuto fidarsi l'uno dell'altro e hanno creato queste opere partendo da uno scarto che non solo li ha coinvolti, ma ha prodotto risultati bellissimi. Abbiamo portato loro, per quanto compatibile con la carcerazione, a esporre, a far vedere come qualcosa che sembrava non avere valore — come magari in parte percepivano la loro vita — potesse rinascere con un valore addirittura artistico. Una finestra si guarda fuori, si entra e si esce: e l'abbiamo fatto con loro con grande soddisfazione e successo. Una bellissima metafora. Presidente, il suo mandato giunge allo scadere. Qual è l'azione migliore che pensa di aver compiuto e come vorrebbe che la sua presidenza venisse ricordata? Come sempre, il giudizio spetta agli altri, non al protagonista. Quello che mi ha dato maggior soddisfazione è riuscire a cambiare nella continuità. Ho trovato un consorzio cresciuto molto bene in questi 26-27 anni, grazie al management — che rimane ancora in Corepla — e alle precedenti presidenze. Non abbiamo interrotto la crescita: con umiltà mi sono inserito in un percorso già delineato e ho cercato di dare maggiore consapevolezza verso l'esterno, verso le istituzioni e verso il cittadino. Ho puntato molto a dare maggiore visibilità a ciò che il consorzio rappresenta, anche per le nuove generazioni e all'interno delle istituzioni italiane ed europee. Questo è stato il mio focus principale. Affrontare le problematiche operative lo fa il nostro team, molto competente, anche in questi anni difficili. Ho cercato di dare un contributo manageriale rivolto più alla sostenibilità sociale e culturale del consorzio. Si aspetta che i progetti Tam Tam e Redivivus continuino, magari con una seconda, terza, quarta edizione? Sì, mi aspetto che vi siano altri progetti lungo la strada tracciata. Il progetto Redivivus si presta a uscire dal livello regionale e ad approdare a livello nazionale. Dico approdare perché parte dalla Sicilia, quindi c'è di mezzo il mare — per il momento il ponte non c'è ancora. Mi auguro che insieme al Ministero della Giustizia si possa portare questo progetto anche altrove, in altre carceri minorili. Per i progetti come Tam Tam, attendiamo nuove idee dalla prossima presidenza e dal nostro team di comunicazione, ragazzi bravissimi. Guardando al futuro, quali sono le sfide maggiori per il comparto? Le sfide le abbiamo già nominate. Il comparto deve trovare una propria forte identità. Da un lato deve avere l'appoggio concreto del legislatore e dell'Europa. L'Europa ha tanti modelli diversi al proprio interno e deve fare uno sforzo di omogeneità e grande trasparenza per quel che riguarda le importazioni. C'è poi un grande punto interrogativo per tutto ciò che il riciclo meccanico oggi non è in grado di fare: parlo del mondo del contatto alimentare e del packaging alimentare, che difficilmente può essere interamente coperto dal riciclo meccanico, ma per cui esistono obiettivi. L'introduzione di un riciclo chimico significativo e i crediti di decarbonizzazione devono essere considerati in modo serio. Insomma, è una sfida a cui mi appassionerò, anche se non sarò più presidente di Corepla. Le auguro buon lavoro in ogni caso, perché so che avete tante idee e tanti progetti. Grazie mille per essere stato con noi. Grazie a lei, è stato un piacere davvero. Grazie a voi per averci seguito. Radar torna la prossima settimana con nuovi ospiti e nuovi temi.
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