Trascrizione del video
— [Voce fuori campo, aperto in un apiario] —
Siamo in una pianura sperimentale, in mezzo al bosco, vicino alle case delle api. Qui assisteremo alla fabbricazione del miele.
Non ho mai conosciuto un giovane apicoltore che sentissi così appassionato, ma che avesse anche quello spirito creativo che è proprio caratteristico dell'imprenditore, di chi fa impresa: capace di creare un'idea vincente e di svilupparla.
Benvenuti. L'azienda aveva già la piccola apicultura, ma erano una quantità piccola, non le arnie. In Italia, in questi anni, si è accentuata di più, proprio per sfruttare meglio il fiorire della montagna, dell'alta montagna, che sono zone dove è impossibile raccogliere dal campo coltivato. Con il portare gli animali in alpeggio, anche noi con le api le portiamo in alpeggio, in questo caso a fare il millefiori e il tiglio.
Seguiamo la stagione: le api, secondo la stagione — e la persona che le accudisce sa di inverno, novembre-febbraio, il lavoro riguarda il laboratorio, la preparazione e la lavorazione del materiale. Poi, fine febbraio-marzo, si ricomincia a visitare gli alveari, seguire il loro sviluppo. Non è monotono, e scelto bene, è la vita.
La vita dell'ape è fondamentale per l'uomo, per i prodotti che mangiamo. Fare apicoltura vuol dire conservare le api, dar loro vita, e avere anche cibo poi per l'umanità.
Io non ho mai avuto paura delle api. Quando ero ancora piccola, nel cortile della cascina c'erano tantissime api. Mi ricordo che c'erano momenti della giornata in cui, probabilmente proprio quando si aprivano i fusti di miele, c'era più profumo nell'aria, e queste nuvole di api... una certa familiarità, si può dire, ci sono cresciuta vicino.
— [Memoria familiare] —
Facendo le cose per 25 anni, e un altro ancora, c'era un momento, papà era sempre a fare qualcosa per tutti nel paese. Qui, trovavo tutto sulla strada, e ho avuto la fortuna di vedere tutte queste cose. Non mi ricordo benissimo: nel '25, mi sembra, arrivò la lettera di accettazione — probabilmente non me l'aveva detto — ma mi chiese di associarsi alla Camera di Commercio, e ci ho delegato l'esame tutto, perché, all'inizio, nel mio uniforme — forse come tenuta agricola, come invece lui voleva fare per la sua dieta — e se è disegnato il proprio vasetto, con sopra la sua dicitura.
— [Costantino Ambrosoli, fondatore] —
Il miele era già pronto per essere consumato: dopo la filtrazione, veniva messo in plotoni di vasetti, che colmati con aggraziata precisione da un meccanismo si riempivano di miele uno dopo l'altro, senza una pausa d'arresto.
Mio zio Costantino era già anziano, e me lo ricordo bene. Un uomo molto elegante, molto affascinante — veramente un uomo, un imprenditore creativo, molto simpatico. Lui aveva già detto: "Guarda, perché tu mi vieni a vedere, ti mando a fare un viaggio, ti mando in America per un anno, a lavorare da un apicoltore." Ma poi è andato avanti, ha fatto tante cose. Tornato dall'America, l'idea era: cosa facciamo? Un prodotto a base di miele. Quasi quasi i tascabili al miele.
La prima pubblicità nel '34 — la vera era già stata fatta nel '33 — fu un evento che destò l'attenzione di tutti i fattorini. Mandato in giro dalla stazione di Milano, perché aveva visto in America qualcosa di questo genere.
— [I fratelli Ambrosoli] —
Quando Costantino si ritirò, Francesco e Carlo — uno e l'altro di differenza d'un anno — naturalmente presero il loro posto. I due non vanno mai insieme, dentro uno solo. Uno fa l'acquirente, l'altro lo aiuta. Tracisco era molto bravo in matematica, appassionato, suonava il violoncello, lui faceva come il violoncellista.
Il giro a Siena, nel '37-'38, era arrivato al top: partire nel bello del ciclo, la cera, la paglietta di ferro per i metalli, la cera per i parquet, le vernici per le pentole, la chimica in Italia, un'incredibile stabilità. Poi arrivò la guerra, e tornò con Costantino. E i due fratelli decisero, nel '47, di andare avanti. Nel '47, Costantino disse: "Poi vedete, Francesco, l'altro, non viene; ho deciso di emigrare. Ho fatto tanta esperienza, mi piace farla per conto mio. Tu prenderai il mio posto."
Sono tutti e tre diversi l'uno dall'altro. Li ho frequentati tutti. Il primo lo ho visto bene, perché era quello che viveva in Sudamerica, ma le poche volte che sono andata lì, viveva con grande accoglienza — una persona incredibile. Poi ho avuto modo di sentire le storie di mio papà, di leggere il libro di quello che aveva fatto: era veramente uno scatenato, perché aveva preso la famiglia con due figli di 8-10 anni e si era trasferito in un Paese che non aveva mai visto.
Francesco lo ricordo molto bene, perché inizialmente lavoravamo nello stesso palazzo a Milano: quando collaboravo qui da giovane, lui era il presidente dell'azienda. Me lo ricordo come un uomo dalla personalità forte, che incuteva anche un certo timore. Molto simpatico, molto affettuoso, devo dire. Lui era responsabile della parte amministrativa. Quando arrivavo da piccola e lui era lì, mi nascondevo sotto le scrivanie o sotto le sedie perché avevo paura che, se mi vedeva a ficcare il naso, si sarebbe arrabbiato. Ovviamente perché lo distraevo.
Mio zio Carlo era il mio preferito. Lo ricordo fino alla fine, e ce lo ricordiamo per il suo pessimismo, che era quasi un umorismo macabro.
Quando ho iniziato a lavorare qui, così si frequentava la famiglia Ambrosoli: due volte la settimana nel reparto produzione. A un certo punto c'era zio Carlo, e poi ho avuto un contatto stretto stretto con zio Paolo, per tanti anni. Era quello che si passava tutto il pomeriggio qui, girava per i reparti: c'era la manutenzione, c'era il reparto produzione, c'era tutto lui. Me lo ricordo, quando ero piccola e crescevo a Ronago, vedendolo sempre vicino all'azienda. Mio nonno è stato un po' un faro. Quando ero piccolino, crescendo a Ronago, vedevo sempre l'azienda vicino, vedevo mio nonno tutti i giorni. Si occupava di tutto quello che erano gli impianti, la manutenzione, dello stabilimento, delle macchine. Con il laboratorio c'era molto da fare.
Una volta, ma chi l'avrebbe immaginato, lo vidi salire sul tetto — aveva quasi 90 anni. Lì lo devi accompagnare sul tetto dove era presente, per vedere con i propri occhi dove era il problema. Lui è morto il primo di settembre. Io sono entrato in azienda il 5 settembre, quindi ormai sono altri anni che lavoro in azienda. Un po' una continuazione: era stato lui e poi lo ho preso io. Lo vedo un po' come il passaggio di consegne.
C'era una partecipazione paritetica, a livello di consiglio di quattro fratelli, che hanno sempre deciso insieme, operato in condivisione, per tutti gli anni della loro vita professionale. E questo ha avuto, secondo me, anche una ragione di questo successo, perché non è facile andare d'accordo e rispettarsi così, bene, per così tanti anni. È stato proprio l'elemento educativo e formativo che loro hanno ricevuto in famiglia dai genitori.
Francesco aveva in mano tutta l'amministrazione, Paolo sempre nella parte commerciale, Carlo era nella parte delle vendite e dei contratti. Io ero un lavoratore a soli, un po' nella pubblicità, però sempre in interscambio. C'era la mamma, alle otto del mattino, tutta la mattina col colonnello. La colazione, poi uscire all'ora di pranzo, tornare, fare il giro dei 5.000 metri. Noi non abbiamo fatto il primo spot nel '67.
Quando c'è stato quello che è stato uno dei discorsi più fronti: costava, sei trasmissioni, sei volte ogni due settimane. Solo la Rai costava più di 40 milioni all'anno. Una cosa è così, è una cosa che non avevo mai fatto prima. Poi avevo visto esempi di marchi cresciuti, che ho seguito. C'è, ma, l'altra cosa al martedì: sentivo che sulle funivie di montagna, la gente cantava la canzone. Ha fatto un boom completo.
"Ambrosoli, miele e caramelle, presenta dolci delizie..."
— [Il Carosello e il brand] —
Non ricordo, quando c'è stato lo sviluppo del brand, attraverso le prime iniziative pubblicitarie, che allora erano un qualcosa di distinto, come il Carosello — che tutti abbiamo guardato e che hanno lasciato un ricordo, anche familiare, anche di abitudini familiari, mie come quelle di tantissime famiglie.
"Per un dolce pensiero, i dolci prodotti Ambrosoli. Caramelle al miele, Ambrosoli, dentro c'è proprio il miele."
La sirena è un tratto distintivo, quasi del paese, perché scandisce i ritmi del lavoro, della pausa. Quattro volte al giorno: la mattina alle otto, mezzogiorno, la ripresa all'una e mezza. La sirena si sente. Io me la ricordo da bambino, che da casa mia la sentivo — penso che, a mia memoria, ci sia sempre stata.
— [Ricordi e produzione] —
L'azienda, soprattutto negli anni lontani, ha sempre sostenuto e sponsorizzato iniziative sportive anche di notevole rilevanza e importanza. Secondo me il miele è un prodotto che risponde perfettamente a questo tipo di esigenza.
Sono arrivato in questa azienda perché il papà mio lavorava qui, e ci ha messo una buona parola, ha parlato con il padrone — sono venuto per un colloquio e non sono più uscito.
Ho sempre lavorato dal primo all'ultimo giorno nel reparto produzione e nelle caramelle. Caramelle mou, toffee, c'erano non solo le caramelle con la marmellata, le caramelle miele e la caramella al miele, la più famosa. Le caramelle frizzanti, che per la maggior parte vengono esportate negli Stati Uniti.
Sicuramente il mercato americano è molto grande, molto più grande del nostro, cambia in continuazione. Gli americani sono un po' più statici, più legati alle vecchie tradizioni, agli stampi, alle ricette di caramelle storiche. Quelle devono rimanere invariate. Invece il mercato europeo sperimenta tanto: in questi anni abbiamo fatto e prodotto tante nuove caramelle. Diverse non hanno avuto molto richiamo nel mercato. Quando vedo le confezioni, sento ancora i profumi, perché certe caramelle non ci sono più. Rivedendo anche gli archivi dei vecchi prodotti, mi ricordo quali erano le caramelle che da bambino mi piacevano moltissimo — ad esempio quelle con il ripieno di marmellata, con una forma rettangolare allungata bellissima, che oggi difficilmente si trova anche per ragioni pratiche. Le mie preferite. Non sempre quelle al miele.
"La caramella al latte e miele, la mappa per eccellenza."
"La tè-miele mi ferma perché è una gran caramella. Quando si fa la catena di lavorazione, c'è veramente... è una cosa che rende felici."
Abbiamo provato con le marmellate, per esempio. La marmellata fatta con il miele invece dello zucchero: non è andata. Sa, in fiera abbiamo sbagliato linea — c'erano troppe marmellate sul mercato, già sovrasaturo. Magari il prodotto non era bello, magari il mercato non era pronto; bisogna essere pronti a riprenderlo dopo, rivederlo in un'altra maniera, modificarlo, renderlo diverso.
Una volta, nelle caramelle alla liquirizia, in reparto si sbagliò la dose: doppia dose di liquirizia. Il caporeparto disperato: "Ho sbagliato la ricetta!" Ma quelle caramelle erano buonissime! Allora abbiamo guardato i costi, calcolato che cosa si guadagnava — non era che ci si rimettesse. Invece ci si guadagnava, ed è diventata la formulazione definitiva.
— [Padre Giuseppe Ambrosoli] —
Cosa di famiglia. Venivamo in piccola parte delle vacanze: quando ci trasferivamo in montagna, c'era un'isola sola, con l'acqua di Como. Venivamo dal 20 agosto fino all'inizio delle scuole, che una volta iniziavano a ottobre, quindi era tutto il mese di settembre.
Venivamo qui con i miei fratelli e i genitori. Per me era stare quasi in un parco dei divertimenti: vivere nel centro di una fabbrica di caramelle, dove c'era tutta la produzione, la confezione, le caramelle. C'era tutta la parte del giardino, l'orto, le galline, noi con i nostri giochi, la parte degli uffici. Andare a chiedere la cancelleria a un impiegato — per una bambina di 8 anni, questo era un paradiso.
La nonna era un po' la capostipite, la guida. Questi lunghi periodi di vacanza che trascorrevo qui — mio padre lavorava e ci portavano qui in vacanza, a casa della nonna — hanno lasciato moltissimi ricordi: di quando scappavo nel fico, di quando cercavo di lavorare alla scrivania dei vari impiegati, di quando di nascosto la sera facevo i giri nei reparti, nel magazzino delle caramelle. Tutti questi ricordi di giochi, ma anche di profumi — sentire questi profumi familiari, di casa. Un sistema di grande famiglia, una cosa che mi sono portata sempre dietro.
Dello zio speciale, Giuseppe, me lo ricordo molto bene da bambina. Me lo ricordo anche l'ultima volta che lo vidi, un anno prima che morisse: era a casa mia a Milano, io stavo studiando per l'università. Me lo ricordo bene questo fugace incontro, questo dialogo — una cosa che mi è rimasta molto impressa.
La cosa che mi colpisce di più, e che mi piace moltissimo, è che lui ha voluto unire la professione di medico — che per definizione è dedicata alla cura delle persone — con la sua scelta, molto radicale e molto forte. Perché adesso diamo tutto per scontato: ma alla fine degli anni '50, decidere di lasciare — oggi la chiameremmo con formula — delle prospettive sicure e certe, per andare in mezzo alla giungla, dove non c'erano i sistemi e i mezzi di comunicazione che ci sono oggi, con serenità, con tanto coraggio, con tanta solitudine che ha vissuto. Lui arrivò nel 1956: c'era un piccolo dispensario per la maternità, gestito dai Padri Comboniani e dalle suore comboniane, e avevano bisogno di un medico. Lui arrivò da giovane missionario comboniano e cominciò a dare vita a quello che era il sogno di sviluppo di quel dispensario. Quando morì, lasciò quello che era diventato un ospedale perfettamente funzionante, con trecento posti letto, nel mezzo del nulla.
Quello che mi ha colpito fin da giovane è che lui ebbe subito una visione molto chiara, molto definita del suo sogno, e si adoperò per realizzarla.
Noi, in fondazione, parliamo sempre del sogno di Padre Giuseppe, perché vogliamo portarlo avanti.
Il 29 novembre 2020, è stato beatificato in Uganda. È stato un processo molto lungo, perché la causa fu aperta nel 1996 dall'Arcidiocesi di Gulu. E una cosa che ricordo con grande gioia è il 2019, quando arrivò la proclamazione ufficiale da parte di Papa Francesco della futura beatificazione. Era a Kalungu.
— [Chiusura] —
Oltre ai sei già nominati, ma anche il primo, Francesco. Sono rimasti in tre, però c'era la sua famiglia. Suo figlio era come me, il giorno, nessun medico. Guarda, uno non aveva precedenti — gli altri due erano Scarlett e Occolo, uno con dieci anni più di me, l'altro con dieci anni più di me. Ha cominciato a fare televisione sin dall'inizio, e ci è rimasto fino ad adesso. Adesso finisce proprio, e questo perché tutto il limite, senza fare qualcosa nel mezzo, prima di avere una firma in video.