Trascrizione del video
Nuova puntata dell'Economista da Paolo Bozacchi. Ancora bentrovati. Oggi una puntata dedicata alla geopolitica, lo leggete qui sotto: caos geopolitico, gli effetti sull'economia. Ovviamente ci riferiamo ai conflitti in corso che hanno un impatto diretto e indiretto sul flusso economico dei capitali, sulle catene del valore, sulla supply chain e ovviamente sul mercato energetico di cui abbiamo parlato tante volte anche qui all'Economista. Vi ricordo che oggi è venerdì, quindi correte in edicola a prendere la copia del Riformista dove c'è l'inserto omonimo del nostro format, quest'oggi aperto da un'intervista al senatore Mario Turco, responsabile economico del Movimento 5 Stelle. Ma oggi abbiamo un economista di rango qui all'Economista perché abbiamo il direttore dell'Istituto Affari Internazionali, il professor Marco Simoni. Bentrovato.
>> Buongiorno.
>> Bene, allora professor Simoni, non possiamo non parlare dell'escalation orizzontale che continua in Medio Oriente, non si ferma. Le ultime notizie riguardano un impianto di desalinizzazione colpito in Kuwait. Poi c'è quello che purtroppo è successo alla base UNIFIL italiana in Libano a Shama, che non ha provocato danni fortunatamente. Ecco, professore, quali conseguenze economiche dobbiamo aspettarci, soprattutto in termini di tempi e modi?
>> Gli occhi sono puntati sui tempi e sui modi. Beh, più che sui tempi e sui modi, gli occhi in questo momento sono puntati sullo stretto di Hormuz, perché è una piccola striscia di mare attraverso la quale passa una grandissima parte del petrolio globale, soprattutto diretto verso l'Asia, e una parte significativa anche del gas liquido, quello che poi viene rigassificato dai rigassificatori, ma non soltanto, perché in quella parte di mondo, nel Golfo, ci sono anche delle importanti fabbriche che producono elementi chimici di base come l'alluminio, che serve a fare altre cose. Ci sono dei componenti di semiconduttori. In quella striscia lì passa energia, passano materie prime, diciamo primi semilavorati, che servono ad altre industrie. È veramente uno snodo cruciale. In questo momento è chiuso e quindi come un imbuto chiuso, e l'energia che serve a noi sta aumentando di prezzo. Sta aumentando di prezzo già significativamente. Oggi Giorgetti ha detto giustamente che sono praticamente terminati i soldi per le compensazioni, perché non si può, come dire, all'infinito spendere soldi per compensare un aumento di prezzo globale. Le conseguenze sull'economia saranno molto severe.
>> Eh, quelle che poi affrontiamo qui all'Economista e su Urania News. Leggevo, professore, che la domanda mondiale è di 100 milioni di barili al giorno e l'offerta è di 90 milioni di barili. È questa scompensa, questo sbilanciamento che sta dando un boost pazzesco ai prezzi.
>> Non c'è dubbio, ma non è soltanto un banale problema di domanda-offerta, perché bisogna anche trasportare l'offerta lì dove c'è la domanda. Uno potrebbe dire: "Vabbè, aumentiamo l'offerta degli Stati Uniti che hanno grandi riserve e grandi possibilità, o da altri luoghi." Innanzitutto non è così automatico, ci vuole tempo. Se domani aumenta di colpo la domanda di tavoli, le fabbriche di tavoli non possono immediatamente soddisfarla, no? Quindi il problema dei tempi a cui si riferiva lei prima è quello che causa l'inflazione, non semplicemente che non ce n'è abbastanza. Il petrolio nel mondo ce n'è tantissimo, ma bisogna poi trasportarlo, bisogna raffinarlo. Non tutti i petroli sono uguali, quindi quello che va in alcune raffinerie non può andare in altre raffinerie. È un'industria estremamente complessa, quindi se si rompe un ingranaggio così importante — e ovviamente l'ingranaggio a cui puntavo è l'Iran come contrattacco reale — beh, si blocca tutto.
>> E mi pare tutto abbastanza bloccato. Poi ci sono diversi tipi di petrolio, quello più ricco di zolfo, meno ricco di zolfo, con diversi usi. Ecco, l'incognita è sempre l'amministrazione Trump. In che senso? La volatilità di tutto il sistema. Le ultime dichiarazioni di Trump: ha detto "Colpiremo i porti e colpiremo i ponti e le centrali elettriche." Dichiarazione di ieri sera. Quindi la mia domanda sui tempi era: se il conflitto finisse, come dice Trump, tra qualche settimana, quanto tempo ci vorrebbe per rimettere in moto l'economia di cui lei parlava poco fa? Secondo lei?
>> Allora, una cosa ci ha insegnato tra le tante il Covid: che l'economia globale è estremamente rapida, riesce a fare delle cose con una velocità che gli stessi operatori difficilmente possono predire. Quindi se per magia domani finisse tutto, in un tempo relativamente rapido le cose potrebbero tornare come prima. Però innanzitutto alcune conseguenze rimarrebbero con noi. L'incertezza: se io fossi una compagnia assicurativa, terrei i premi alti perché è chiaro che il rischio è aumentato tantissimo. Io però vorrei aggiungere un commento molto breve sulle frasi di Trump, perché è evidente che noi — non so se si ricorda — c'era un vecchio consigliere di Trump, non lo è più da un po' di anni, che si chiama Steve Bannon.
>> Come no? Mi è capitato anche di conoscerlo tanti anni fa, quando servivo il governo; ci siamo trovati in un incontro insieme, c'era anche lui. Adesso non è più un consigliere di Trump, ma i suoi istinti e le sue idee continuano ad essere usati, in particolare quella dell'inondazione. Trump inonda continuamente i media con dichiarazioni: un giorno strampalate, un giorno terribili, un giorno parla male di una persona morta, come è successo qualche giorno fa a proposito di un ex capo dell'FBI, a volte semplicemente buffe. Ecco, tutto ciò fa sì che noi perdiamo di vista quale sia il punto, perdiamo di vista cosa sta succedendo. Quindi io, più che concentrarmi su cosa è successo ieri, più che altro cosa ha detto ieri Trump, cercherei di capire quello che sta facendo. Allora, quello che lui sta facendo in questo momento è che sta cercando di portarci in guerra anche a noi. È proprio trasparente questa cosa, dicendo: "La NATO e i paesi europei devono venire ad aprire lo stretto di Hormuz." Cosa significa? Significa che dobbiamo schierare le navi da guerra, iniziare anche noi a ingaggiare gli iraniani, e quindi entrare pienamente in guerra per ragioni puramente economiche, cioè di avere il passaggio dell'energia. Ora, posto il fatto che se noi entrassimo anche in guerra lì, dubito che dal giorno dopo si riuscirebbero a passare le petroliere, perché non sono navi da guerra. Quindi l'obiettivo sarebbe un altro. È chiaro che il tentativo qui è quello di aumentare il livello di caos, aumentare il livello di scontro. In questo momento abbiamo tre fronti dietro casa, abbastanza vicini, incandescenti, no? Perché abbiamo la guerra della Russia in Ucraina che non si è certo fermata — ogni giorno ci sono bombe russe sui civili ucraini — quello che sta avvenendo attorno a Israele, in questo momento in Libano, e quello che sta accadendo nel Golfo. E l'idea di Trump è che noi dovremmo ingaggiare anche noi tutto ciò, quindi aumentare il livello di conflitto. Io credo che questo non sia negli interessi europei. Noi dobbiamo concentrarci sui nostri interessi in questo momento. Dobbiamo difenderci. La prima cosa da fare quando si vuole difendersi è capire qual è il mio interesse, cosa devo difendere.
>> Eh, questo poi ne parleremo dell'Europa. Parliamo della tigre di carta, cioè la NATO definita la tigre di carta, perché l'ultima minaccia è: "Uscirò dalla NATO, la pagherete perché non mi avete aiutato." Queste sono le dichiarazioni di Trump. Quanto questa minaccia, secondo lei che dirige lo IAI, quindi è un grande esperto, è credibile e cosa può fare l'Unione Europea per restare competitiva in questa fase? Competitiva a livello geopolitico?
>> Proviamo a — io cerco di resistere all'inondazione, quindi più che la dichiarazione, vediamo cosa sta facendo rispetto alla NATO.
>> Esatto.
>> Quello che sta facendo rispetto alla NATO è una politica molto più indipendente dal dialogo con gli alleati. Il fatto che lui abbia compiuto un atto così dirompente come attaccare un altro paese, l'Iran, senza avvertire — non dico tutti gli alleati della NATO, che sono tanti, ma almeno i quattro o cinque più importanti — non dico il giorno prima, almeno qualche ora prima — "Sta per accadere questa cosa" — e non sia successo, questo in sé è un fatto che ha indebolito la NATO tantissimo. Il fatto che si continui con questo tira e molla rispetto agli interessi russi in Ucraina, e un giorno si sposi retoricamente la retorica russa, il giorno dopo invece si continui a sostenere l'Ucraina — anche questo è un indebolimento dell'alleanza. Quindi guardiamo all'alleanza più che alla technicality della NATO. Dopodiché è evidente che la NATO è un'alleanza difensiva, quindi l'idea che la guerra in Iran sia una guerra difensiva è piuttosto, come dire, stretched, come si dice in inglese — stiracchiata.
>> Un po' stiracchiata.
>> Un po' stiracchiata.
>> Senta, parliamo invece dell'altra via. Esiste un'altra via rispetto ad Hormuz per l'energia? Penso per esempio agli oleodotti Arabia Saudita est-ovest, una via di terra. Ci sono canali diversi? E la seconda domanda sarà sull'altra via rispetto alle dichiarazioni di Trump, cioè i volenterosi. Sono pure le altre vie rispetto all'inondazione dalla quale ci vogliamo tenere lontani. Professore?
>> Le altre vie esistono, naturalmente ci scontriamo con la forza della geografia. Qui è una delle poche volte che la parola "geopolitica" ha un solo senso, diciamo — viene spesso usata a sproposito — nel senso che la geografia lì è veramente importante. Esistono delle potenziali altre vie, ci sono anche altre rotte delle navi in quello stretto, un po' più vicine al Bahrain, però sono cose per le quali ci vuole tempo. Costruire un oleodotto non è una cosa che si fa in 5 minuti, e i camion notoriamente sono più lenti delle navi per fare grandi distanze. Quindi sono cose che possono succedere ma non succedono domani, ci metteranno del tempo. La seconda domanda non me la ricordo.
>> La seconda domanda era sull'altra parte, cioè i volenterosi: questa coalizione di 41 paesi si sono riuniti a Londra per capire se fare, sotto l'egida dell'ONU, una forzatura e riaprire lo stretto dopo l'eventuale cessate il fuoco. È una via percorribile secondo lei?
>> Io non ne vedo così tanti di volenterosi in questo momento, perché credo che ogni paese si stia interrogando sul proprio interesse. Una cosa che mi ha molto sorpreso nelle scorse settimane è stato l'intervento di Bardella, che è il capo del partito, diciamo, di destra, avversario di Macron in Francia, che sarà un candidato alle presidenziali con buona probabilità — considerato sovranista, considerato, come dire, politicamente analogo, se vogliamo, all'enorme galassia in cui c'è anche Trump, molto nazionalista, molto euroscettico, eccetera eccetera, con una tradizione anche diciamo fascista, perché due-tre generazioni fa erano proprio i fascisti francesi — che ha reagito durissimamente in difesa dell'Unione Europea e della sovranità quando Trump fece quelle dichiarazioni sulla Groenlandia. Quindi non stiamo parlando di qualcuno, diciamo, centrista o di sinistra — stiamo parlando di Bardella. Questo perché? Davanti all'esplosione dell'ordine precedente, il nuovo ordine richiede che la prima cosa che si faccia sia chiedersi qual è il mio interesse, io cosa devo difendere, cosa devo proteggere; e quindi si ridisegnano anche le alleanze internazionali, se ne rafforzano alcune e altre si affievoliranno. Non è un caso che nel giro di poche settimane l'Unione Europea ha concluso un accordo col Mercosur, un accordo con l'Indonesia e un accordo con l'India.
>> Tre settimane. Io ieri ero a un bellissimo incontro sull'India e le opportunità sono tantissime. Naturalmente il lavoro da fare — cioè non stiamo parlando di un piccolo stato — sarà enorme. Però è chiaro che così si creano anche nuove amicizie, si creano nuovi rapporti, cambia letteralmente la geografia di dove uno guarda, i voli che uno prende. Magari tra 20 anni, come oggi siamo abituati che i nostri figli o amici vanno negli Stati Uniti, magari andremo più spesso a Delhi o da un'altra parte.
>> Eh, ridisegniamo un po' la geografia. Lei ritiene probabile un ritorno del Regno Unito nell'Unione Europea, perché se ne sta parlando a Londra di nuovo? Quanto probabile? E quanto sarebbe strategico, appunto, rispetto alle cose da difendere geograficamente a livello europeo?
>> Allora, premetto che io sono legatissimo al Regno Unito — i miei due figli sono nati a Londra, ho vissuto tanti anni lì, ho insegnato alla London School of Economics e ho studiato lì per tanti anni. Ritengo la Brexit una delle più grandi sciagure che siano capitate all'Unione Europea, senza alcun dubbio.
>> Siamo d'accordo.
>> Ritengo che sia estremamente improbabile che per una generazione possa ritornare nell'Unione Europea. Il Regno Unito ha una cultura dello status quo che noi fatichiamo a capire, nel senso che l'ordine stabilito, lo status quo, un re o una regina, alcune tradizioni hanno sempre servito bene il Regno Unito. Ci si è trovato bene nel Regno Unito in questa condizione, quindi protegge la situazione in cui si trova; e la situazione in cui è in questo momento è la Brexit, è di essere fuori. Questo non significa che col Regno Unito non dobbiamo invece avere — e io ritengo che sia molto probabile che accada a chiunque sia il governo del Regno Unito — delle politiche di nuova amicizia molto forte che si avvicinino all'essere membro dell'Unione Europea, ma non lo sarà. In molti campi — educazione e università — devono tornare ad abbassare le tasse universitarie come erano prima, in cui studiare da noi o studiare lì doveva costare uguale, mentre invece adesso è diventata un'altra cosa che ha chiuso di fatto il Regno Unito ai giovani d'Europa. La difesa: noi non possiamo pensare a una difesa europea senza il Regno Unito. Il Regno Unito, diciamo, tra di noi è l'unico stato che ha vinto tutte le guerre, sempre. Quindi vogliamo averlo come alleato, no? A parte la battuta, il Regno Unito ha anche una capacità di dialogo con gli Stati Uniti che è maggiore di quella di tutti noi. Ha una grande freddezza nelle relazioni istituzionali, difficilmente si fa prendere dalle emozioni nel prendere decisioni. È una caratteristica del Regno Unito. La forza dell'Unione Europea qual è sempre stata? Che ognuno è più bravo a fare qualcosa, e quindi quando ci mettiamo insieme c'è un po' di divisione del lavoro naturale. Una di quelle del Regno Unito era di parlare un po' di più con gli Stati Uniti — anche noi ci parliamo, ma il Regno Unito un po' di più — ed essere molto freddi nelle loro decisioni, cosa che a volte a noi meridionali riesce meno bene.
>> Molto meno bene. Siamo gente di calore, come dire. Eh, professor Simoni, lei ha usato il termine "sciagura". La politica dei dazi di Trump passerà alla storia come una sciagura per l'America?
>> Guarda, stavo leggendo ieri i dati. Alla fine i dazi sono una cosa abbastanza divertente. Mi rendo conto che qua siamo all'Economista, quindi possiamo fare — diciamo anche gli ascoltatori saranno interessati — una cosa un po' divertente. In che senso?
>> Nel senso che i dazi sono una tassa che Trump ha messo sui propri cittadini.
>> E questo nessuno lo dice mai.
>> È una banalità sconcertante. Cioè lui ha deciso che chi in America vuole comprare la mozzarella — faccio un esempio — anziché pagare €100 di pasta con una tassa di €6, cioè un minimo di tasse esisteva sempre — qualche spiccio anche solo per le spese doganali per pagare il fatto che esista una dogana, sennò come facciamo a pagare gli agenti che stanno alla frontiera? — €6 ogni €100 di pasta, adesso 15. Adesso io se ho un ristorante a New York pago €15 in più per la pasta importata. È chiaro che ha fatto un bel po' di soldi. Tutti quelli che volevano comprare dall'estero pagano una tassa domestica. Siccome nel frattempo lui aveva anche tagliato le tasse ai super ricchi, quello gli ha fatto un po' comodo perché doveva compensare un po' il bilancio federale, e quindi l'ha fatto con questa tassa agli stessi americani che comprano così dall'estero. Il risultato per l'America — diciamo, gli studi più analitici mostrano — che nel medio periodo questo significa di fatto un 1-1,5% di PIL in meno, cioè ha un effetto depressivo. Perché cosa succede? Succede che qualcuno in America, anziché fare non so dei pancake che vende, si mette a fare la pasta perché quella italiana costa di più, ma è meno bravo a fare la pasta. Quindi dal punto di vista del reddito complessivo era meglio se faceva i pancake che era più bravo a fare. C'è uno spostamento di risorse verso cose meno efficienti, meno utili. Però 1-2% l'America se lo può permettere di pagare, non è un grande costo, perché quello che interessava Trump non era l'efficienza, era usare i dazi come arma geopolitica.
>> Come arma di trattativa, chiaramente.
>> Esatto. Senta, questa corsa delle industrie europee e del resto del mondo a piantare gli headquarter in America e produrre lì per evitare i dazi — c'è stata o non c'è stata?
>> Un po' c'è. C'è qualcosina, c'è. C'è tanto da parte delle industrie che esportano andare in altri posti. Certo.
>> Io adesso quando telefono ai miei amici imprenditori ed esportatori non so mai dove stanno, perché non stanno più negli Stati Uniti. "Oggi sto in Indonesia, oggi sto in Brasile" — perché vanno fisicamente. Noi, i nostri italiani, siamo dei grandi esportatori e si va per esportare. Quello che deve succedere, e ancora non sta succedendo abbastanza, è una politica industriale che aiuti i campioni europei. La cosa che inizia a essere disturbante è che su alcune tecnologie noi possiamo soltanto comprare americano. Cioè qualsiasi cosa, non possiamo più vivere senza tecnologie americane — non solo il telefono fisicamente, ma scrivere una e-mail, scrivere un documento di Word. Quello che lei ha scritto è stato scritto con un software americano.
>> Chiaro.
>> E questa cosa deve finire.
>> Ecco, il fantasma economico più grande è proprio quello di un piano di produzione industriale davvero europeo.
>> È il primo step. Quello che manca davvero al mercato unico è la cosa che si dice, ma si spiega poco bene, che è quello del mercato dei capitali. Il mercato dei capitali è una cosa banalissima: se io sono una startup italiana, di fatto non accadrà che un fondo francese mi dia dei soldi. È come se una startup del New Jersey non potesse essere finanziata da un fondo di venture capital della California — è chiaro che si sarebbe in difficoltà per sempre, no? Questo è un esempio banale, ma ce ne sono molti altri che riguardano le assicurazioni, la possibilità di avere prezzi più bassi quando si prende un prestito o quando si fa qualsiasi tipo di avventura imprenditoriale, che ha bisogno di un'assicurazione. Quindi se l'assicurazione è più bassa, ho più soldi per fare l'avventura imprenditoriale. Tutto ciò può avere un effetto in Europa simile a quello che ha avuto sulla nostra industria il mercato unico. Stiamo parlando di 15 punti di PIL, cioè non stiamo parlando di briciole, stiamo parlando di effetto sistemico. Questa è la prima cosa da fare con grande urgenza. Purtroppo vedo che sono lenti, nonostante Draghi, nonostante Letta, nonostante l'unanimità degli economisti lo dica, nonostante anche le imprese lo capiscano perfettamente. Ci sono resistenze perché è una cosa purtroppo difficile da fare — questo è il problema — bisogna andare proprio riga per riga a cambiare regolamenti, a cambiare abitudini, a modificare il modo in cui funzionano banche e assicurazioni per renderli più competitivi. Non è una cosa banale. Ci vuole un po' di tempo, ma ci vuole soprattutto leadership politica, che è quello che manca in questo momento.
>> Forse anche cambiare le regole europee, professor Simoni, in senso verso la cooperazione rafforzata o comunque delle regole dove a maggioranza si possano decidere le cose invece che all'unanimità, sennò saremo sempre fermi.
>> Questo non ci sono dubbi, e oppure trovare vie laterali — trovare modi: per esempio, la Banca Europea degli Investimenti o altri strumenti in cui — ok, siamo incartati su questa cosa — siamo d'accordo Italia, Francia, Germania e Estonia, lo facciamo noi quattro tranquillamente, senza problemi.
>> Andiamo avanti. La via da seguire per colmare questo gap con Stati Uniti e Cina — mi immagino soprattutto con Stati Uniti e Cina, perché l'Europa sennò non sarebbe un player competitivo. Transizione digitale, transizione verde. Siamo ancora in tempo per colmare questo gap su questi due grandi capisaldi della trasformazione economica in atto?
>> Sì, io penso che ci sia un tema di leggere cosa sta succedendo. Il vero gap dal punto di vista della capacità di innovazione non è tanto con gli Stati Uniti e con la Cina — esatto, non c'è ombra di dubbio su questo — e in questo momento gli investimenti, i grandi numeri degli investimenti americani che noi vediamo dipendono tutti dalle aziende che stanno facendo l'intelligenza artificiale, le quali aziende in questo momento, anche per loro stessa dichiarazione, non fanno neanche un euro di profitti e non prevedono di farne. Quindi siamo davanti a una bolla che anche esplicitamente tale — se lo dicono da soli — e quindi a un certo punto scoppierà questa bolla.
>> Outing sulla bolla dell'AI.
>> Se lo dicono da soli. E quindi a un certo punto, se lei toglie queste cinque aziende, la produttività degli Stati Uniti non è superiore a quella europea. Diverso ragionamento per la Cina, dove — al di là della produttività e dei dati, ovviamente è uno stato ancora molto grande con grandi fette di povertà, stiamo parlando di una situazione completamente diversa — però c'è una cosa che non era mai successa nella storia dell'umanità, ovvero che un'autocrazia raggiungesse la frontiera tecnologica in un bene di consumo, ovvero l'auto elettrica. Le auto elettriche — a detta, io non sono un esperto di automobili, ma a detta di esperti di automobili europei e americani — la tecnologia cinese in questo momento è nettamente più avanzata. Le auto cinesi costano di meno, hanno una qualità superiore, hanno da poco annunciato una batteria che si ricarica all'80% in 3-4 minuti, che è il vero game changer.
>> Chiaramente, il vero game changer che aspettiamo da anni.
>> Esatto. Questa cosa è rilevante per quale motivo? Al di là del fatto che dobbiamo ristrutturare la nostra industria dell'automobile — che accadrà, come abbiamo ristrutturato tante altre industrie — questo non è in sé il punto. Il punto è che tipicamente un'autocrazia era capace a fare le cose di massa: a fare l'agricoltura, a fare il cemento, a fare i cannoni, e nel caso della Cina fare grandi fabbriche che costavano poco, con cui magari fabbricavano l'iPhone, però in realtà lo assemblavano — non è che lo progettavano. Le autocrazie lo abbiamo sempre saputo che lo sanno fare, perché è un fatto di ordine, di controllo, di disciplina di popolazioni molto povere che hanno pochi strumenti. Quello che però tipicamente le autocrazie non sapevano fare è l'innovazione per i consumatori, perché l'innovazione per i consumatori ha bisogno di incentivi, di investimenti, ha bisogno di premi alla produzione, ha bisogno di tutta una serie di cose relative alla libertà di mercato — ha bisogno che lei sia un bravo ingegnere e vada a lavorare per un'altra azienda che la paga di più. Tutte cose che un'autocrazia non ha mai saputo fare, e invece i cinesi ci sono riusciti. Questa è la cosa che cambia, perché se loro continuano ad avere questa capacità di grande innovazione — cosa che in questo momento sembra che abbiano — noi con i cinesi dobbiamo trovare un modo di relazionarci in pace, evitando guerre di ogni tipo, ma che sia un modo di scambio economico produttivo e fattivo. Su questo io penso di non avere grandi dubbi. Si vede quello che si vede dai dati. È l'unica strada.
>> Tra l'altro leggevo, professor Simoni, che anche le università cinesi hanno fatto un salto di qualità pazzesco ultimamente. Perché senza università questo non lo crei. Cioè la Silicon Valley — Facebook, Cisco, Google, tutte le grandi — stanno lì non perché gli piace la California e fanno surf, ma perché c'è Stanford. A Milano nel mio piccolo c'è Human Technopole, che è il nuovo grande centro di ricerca, e qualcosa starci ci vuole — il presidente di Human Technopole — adesso fanno i sequenziatori di genoma, c'è AstraZeneca che ha aperto il primo laboratorio di ricerca, eccetera eccetera, tutto attorno.
>> Quindi le università di alto livello, i luoghi di alto livello dal punto di vista della ricerca sono quelli che generano l'innovazione. Non è che arriva per caso: arriva perché lo scienziato si incontra al bar con l'ingegnere, si prendono un cappuccino, gli viene in mente l'applicazione di quell'idea. Così è nata, diciamo, tutta l'innovazione degli ultimi 30-40 anni. Senta, chiudiamo con un discorso sull'Italia. Il nostro made in Italy sta rispondendo nel modo giusto alle richieste del mercato internazionale, ha dimostrato grande flessibilità — questo è un fatto. Di cosa hanno bisogno le imprese italiane in questa fase?
>> Le imprese hanno bisogno, come sempre, di maggiore facilità. Questo è un fallimento storico della politica italiana negli scorsi 30 anni, quindi non ce la prendiamo con nessuno. La famosa deburocratizzazione: tutti l'hanno detta, nessuno l'ha fatta.
>> Esatto.
>> Perché è una cosa difficile da fare: ti devi mettere lì riga per riga, non vai sui giornali, però rimane un tema perché il peso burocratico che hanno le imprese italiane è una cosa che nessuna impresa del mondo ha. Non siamo condannati — se uno facesse un investimento è il contrario — il problema è che è stato affrontato spesso con tagli, ma se tagli a volte togli le persone che riescono a semplificare. Quindi è una cosa complessa. La seconda cosa di cui hanno bisogno non solo quelle italiane, ma anche quelle europee di altri paesi, è che iniziamo anche noi ad applicare quello che fanno gli americani. Cioè il public procurement dovrebbe essere solo su tecnologie italiane — iniziamo a dire che la pubblica amministrazione di tutti i paesi europei, che vale miliardi, compra europeo. "Compra europeo" sarebbe già un buon inizio.
>> Professor Simoni, il nostro tempo è scaduto. Io l'avrei tenuta per ore. Ringrazio voi per averci seguito. L'Economista torna la prossima settimana. Restate con noi, scaricate la nostra app su tutti i vostri device o trovateci ovunque. Urania News è dappertutto. Da Paolo Bozacchi, arrivederci.