Trascrizione del video
Amici di Urania News, ben ritrovati da Paolo Bozacchi. Nuova puntata dell'Economista. Quest'oggi ci occupiamo di geoeconomia, e lo facciamo davvero con uno dei massimi esperti in Italia di geopolitica: Fabio Squillante, il fondatore di Agenzia Nova. Bentrovato.
>> Grazie. Buongiorno.
>> Allora, lo leggete qui sotto: "Chi sta vincendo in Medio Oriente? L'economia." Ne parlavamo fuori onda, Squillante. Questa tregua che messaggio dà all'economia mondiale, e soprattutto agli attori in causa? Trump scenderà a compromessi, secondo lei? Sì, e come? E chi sta vincendo realmente — l'Iran o gli Stati Uniti e Israele?
>> L'Iran chiaramente ha la sua retorica rivoluzionaria ed è molto determinata da un certo punto di vista. Tuttavia è un paese che ormai ha perso interamente la capacità di costruzione di armi strategiche, ha perso le capacità di costruzione di missili. Le fabbriche che servono per la realizzazione dell'uranio arricchito — e quindi un giorno di un'eventuale bomba atomica — sono state tutte distrutte. È un paese devastato con l'economia a pezzi. Quindi dire che abbia vinto è un po' complicato. È un paese che subirà per anni e forse per decenni le conseguenze di questa guerra. Potrebbe certamente recuperare, ma nel caso in cui ci fosse un accordo di pace solido e il paese potesse rientrare all'interno della comunità internazionale, avendo di nuovo accesso ai mercati internazionali per il suo petrolio — cosa che ha perso da decenni — allora sì, si potrebbe tirare in piedi.
Gli Stati Uniti e Israele hanno perso? Sono due cose diverse. Intanto gli israeliani, nel loro modo estremamente muscolare — criticabile sotto tanti punti di vista — hanno dimostrato di essere una superpotenza regionale. Hanno una capacità di utilizzo della forza che nella regione mediorientale non ha nessuno. Hanno distrutto Hamas, stanno infliggendo dei colpi micidiali a Hezbollah in Libano, hanno messo a cuccia gli Houthi con dei colpi durissimi anche nei mesi scorsi, e all'Iran hanno inflitto delle perdite gravissime, in particolare dal punto di vista umano, perché hanno eliminato con omicidi mirati oltre 250 tra i massimi dirigenti del paese, politici, militari e della sicurezza, e hanno distrutto buona parte delle capacità industriali del paese. Quindi sicuramente Israele attualmente non può essere definito un paese perdente.
Gli Stati Uniti di Donald Trump: il discorso è un po' più complicato, nel senso che Donald Trump ha iniziato un conflitto dal quale la via d'uscita non è chiaramente identificabile.
>> Però c'è un però, Squillante, su questo.
>> No, volevo precisare una cosa. Si parla tanto dello stretto di Hormuz, della riapertura dello stretto di Hormuz. Intanto però ci si sta già riorganizzando a livello di infrastrutture. Parlo dei paesi arabi protagonisti: Arabia Saudita, Emirati, Qatar, Bahrain. Come potrebbe essere bypassato lo stretto di Hormuz nel prossimo futuro per evitare sempre questo collo di bottiglia economico?
>> Già da tempo si è progettato un corridoio infrastrutturale multimodale che dall'India dovrebbe portare fino in Italia attraverso la penisola arabica — Arabia Saudita, Israele, e l'Italia, appunto il Mediterraneo. Questo corridoio infrastrutturale è una delle possibilità che vengono oggi discusse, ma soprattutto l'Arabia Saudita ha già un oleodotto est-ovest che porta il petrolio dai giacimenti situati nel Golfo Persico verso il Mar Rosso, bypassando lo stretto di Hormuz. Ma i paesi arabi sicuramente stanno già immaginando e progettando concretamente delle nuove vie infrastrutturali che consentano loro di evitare il rischio Iran. Quindi domani — e non sarà un domani tanto lontano, perché la guerra è storicamente un grande acceleratore di innovazione e di alternative infrastrutturali — sicuramente sarà realizzata una rete di gasdotti e oleodotti che da paesi arabi affacciati sul Golfo Persico — Oman, Bahrain, Emirati Arabi, Arabia Saudita e Kuwait — porterà verso il Mediterraneo più che solo verso il Mar Rosso. Saltando anche il Mar Rosso si salterà anche il pericolo degli Houthi.
In questo senso avremo sicuramente degli oleodotti e dei gasdotti che porteranno verso il Mediterraneo attraverso due possibili vie. Una è quella che passa attraverso l'Iraq, il Kurdistan iracheno, la Turchia, fino al porto turco di Ceyhan nel Mediterraneo orientale. L'altra è quella che porterà attraverso la Giordania in Israele, il che cambierà completamente gli equilibri nel Golfo.
>> Quale sarà la conseguenza di queste nuove infrastrutture? La conseguenza dal punto di vista geoeconomico?
>> L'esportazione sarà garantita e quindi non ci si esporrà più ai rischi che oggi vediamo con la guerra attuale nel Golfo. Ci saranno infrastrutture sicuramente più sicure e forniture più sicure. L'Iran potrà sempre minacciare di colpire le infrastrutture, ma una cosa è minacciare di colpire le infrastrutture, un'altra è chiudere uno stretto, che è una cosa molto più facile, e bloccare centinaia di petroliere come sta avvenendo oggi.
La conseguenza geopolitica principale sarebbe che l'Iran perderebbe la sua capacità di ricatto nei confronti dei paesi del Golfo.
>> Certo, quello stretto è lo stretto del ricatto, chiamiamolo così.
>> Esattamente. Mentre dal punto di vista arabo sarebbe molto rafforzata la posizione dell'Arabia Saudita, perché gli Emirati Arabi e l'Oman dovrebbero passare attraverso il territorio saudita per esportare il proprio petrolio o il proprio gas. Questo darebbe ai sauditi una mano forte anche di influenza politica su questi paesi, in particolare sugli Emirati Arabi, che negli anni recenti hanno svolto una funzione molto particolare, seguendo una linea di politica estera molto spregiudicata, molto spesso in accordo con i russi, e molto spesso anche di destabilizzazione, come è accaduto per esempio in Somalia o nel Sudan, dove è in corso una guerra civile micidiale.
>> Veniamo, Squillante, ai due veri protagonisti dell'economia mondiale, che sono gli Stati Uniti da una parte e la Cina dall'altra. Nei 13 mesi dell'amministrazione Trump 2, quali mosse economiche ha dato contro la Cina?
>> Faccio una piccola premessa. Donald Trump è stato spesso rappresentato come un presidente senza linea politica, senza una strategia chiara, come un improvvisatore incompetente — il che è comprensibile, tenendo presente le sue dichiarazioni molto spesso ondivaghe e le sue decisioni improvvise in un senso o nell'altro. Trump è una persona che spiazza i suoi avversari e i suoi alleati spesso e volentieri. La mia impressione è che lui utilizzi la tecnica dell'imprevedibilità.
>> Alla Maverick.
>> Esatto. Lui è un presidente che fa in modo che i propri avversari non possano prevedere le sue mosse, e questo non significa che lui non abbia una strategia. Io vedo che, appunto, nei 13 mesi trascorsi dal suo insediamento per la seconda volta alla Casa Bianca — se tralasciamo le dichiarazioni e le perplessità che suscitano giustamente in tutti, e andiamo a vedere i fatti: questo dovrebbe fare un analista — noi vediamo che in 13 mesi lui ha strappato il Venezuela alla Cina. È un colpo non da poco, perché il Venezuela era un importante fornitore di petrolio all'industria cinese. Sappiamo quanto è importante l'industria cinese per l'economia del paese: la Cina viene definita la "fabbrica del mondo", e ha un estremo bisogno di materie prime energetiche per il proprio sviluppo e la propria ricchezza. Bene, il Venezuela — essendo sottoposto a sanzioni — vendeva praticamente l'intera produzione di petrolio alla Cina, e la vendeva a prezzi scontatissimi. Quindi i cinesi hanno perso una fonte importante di approvvigionamento petrolifero a prezzo scontato.
>> Succede lo stesso, Squillante, con l'Iran — anche l'Iran è un fornitore per i cinesi e a prezzi scontati. È così?
>> Assolutamente sì. L'Iran vende praticamente tutta la sua produzione petrolifera alla Cina ed è un fornitore di petrolio per la Cina assai più importante che non il Venezuela. Anche l'Iran, essendo sottoposto a sanzioni economiche, vende alla Cina a prezzi molto scontati — nessuno sa a quale prezzo esatto, ma sono prezzi imposti da Pechino.
Aggiungo che, avendo noi occidentali — europei e statunitensi — imposto sanzioni estremamente severe anche alla Russia, oggi anche la Russia vende alla Cina gas e petrolio a prezzo molto scontato, a un prezzo che Pechino è riuscita a imporre perché i russi, non potendo più vendere agli europei, non hanno alternative.
Faccio un piccolo inciso: tutti i gasdotti dall'epoca sovietica fino a pochi anni fa partivano dall'Unione Sovietica e portavano gas e petrolio verso l'Europa. Non c'era neanche un'infrastruttura di trasporto dell'energia che andasse verso la Cina o verso altri paesi — andava tutto verso l'Unione Europea, o comunque verso l'Europa. Attualmente, a causa della guerra in Ucraina e delle decisioni europee sull'azzeramento delle importazioni di gas e petrolio russo — che, se non ricordo male, la Commissione Europea ha deciso di azzerare entro la fine del 2027 — la Russia può rivolgersi solo ad altri attori. L'attore principale e quasi unico è la Cina. Questo consegna alla Cina una fonte energetica sicura — via terra, tra l'altro — e quindi non esposta ai rischi del trasporto marittimo: vediamo oggi quali sono questi rischi. Ricordiamo che per arrivare dall'Asia all'Europa c'è lo stretto di Malacca, che in un'ipotetica guerra potrebbe essere bloccato dalla Marina degli Stati Uniti. Il gas russo, trasportato via terra, arriva in Cina come fonte sicura, affidabile e a prezzo scontato.
>> Su questo però, a proposito di sconti: se il cessate il fuoco e l'accordo dovessero prevedere un accesso dell'Iran, del petrolio iraniano a prezzi di mercato — a prezzo pieno — questo rappresenterebbe, dal lato Trump, un altro colpo inferto a Pechino. È così?
>> È così, perché se la guerra finisse domani con un accordo attraverso il quale gli iraniani potessero tornare a vendere il proprio petrolio sui mercati internazionali — lo venderebbero ai prezzi correnti, e quindi la Cina anche acquistando tutto il petrolio iraniano come fa oggi lo dovrebbe pagare a prezzo pieno, mentre oggi lo paga a prezzo, fra virgolette, politico. Sarebbe un colpo economico significativo.
>> Quindi altro che pazzo — viene da dire. Trump ha una strategia economica ben chiara, che Squillante ci ha illustrato. È una politica anticinese. Tutto questo — il fatto di aver condotto un conflitto a così tanti chilometri di distanza da casa per gli Stati Uniti, oltre 10.000 km — è un ulteriore messaggio a Pechino del tipo: "Occhio a Taiwan, occhio ad allungare le mani su Taiwan." La Cina è sempre lì per le scaramucce e le schermaglie. Gli Stati Uniti hanno dimostrato anche in questa occasione di saper combattere molto lontano da casa. È così?
>> Assolutamente. Diciamo una cosa: la Cina vuole l'unificazione con Taiwan, non solo per motivi politici e nazionalistici. Taiwan si è separata dopo la seconda guerra mondiale, perché, sconfitti nella guerra civile dall'armata maoista, dall'esercito rosso, i nazionalisti di Chiang Kai-shek si spostarono a Taiwan, dove attualmente esiste la Repubblica Taiwanese, una repubblica nazionalista pienamente integrata nel sistema economico occidentale.
Che cosa comporta questo? Voi sapete quanto siano importanti oggi i semiconduttori per tutta la rivoluzione digitale e in particolare per l'intelligenza artificiale. Il 60% dei semiconduttori più performanti — quelli che servono all'intelligenza artificiale, per capirci — sono prodotti a Taiwan, e sono prodotti tutti da un'unica azienda. Il 90% dei semiconduttori più avanzati, quelli che servono per l'intelligenza artificiale, sono prodotti dalla stessa azienda taiwanese.
>> Questo che cosa significa?
>> Che se davvero i cinesi dovessero occupare Taiwan, avrebbero in mano la capacità di controllare il quasi monopolio dei semiconduttori più avanzati al mondo — determinanti per l'intelligenza artificiale. E l'intelligenza artificiale non serve solo per i data center, per Google o Amazon: serve per le armi, serve per la difesa, per l'intelligence, per lo spazio, per l'aerospazio. Quindi chi ha il controllo delle infrastrutture di base dell'intelligenza artificiale ha la supremazia strategica.
Questo è l'altro motivo — forse ancora più importante — per il quale i cinesi vogliono Taiwan. Ed è il motivo per cui gli Stati Uniti, che hanno sempre avuto il predominio nel settore dei chip, non vogliono che i cinesi riescano a conquistare Taiwan.
>> Qui volevo arrivare: li producono a Taiwan, ma la progettazione è americana.
>> Esattamente. La progettazione si fa negli Stati Uniti, e loro hanno quasi il monopolio della progettazione. C'è un altro particolare interessante: l'unico produttore delle macchine che incidono attraverso i laser sui chip di silicio per realizzare i processori — è un'azienda olandese, ed è l'unica fabbrica al mondo che produce le macchine per la produzione dei chip utilizzati per l'intelligenza artificiale.
>> La fermo, Squillante, perché questa è una notizia importantissima. Il fatto della produzione europea olandese — cioè di un alleato degli Stati Uniti — di queste macchine è una buona notizia per il destino della NATO, secondo lei?
>> Io penso che sia una buona notizia. E francamente quelli che pensano che la NATO sia destinata a cadere perché gli Stati Uniti vogliono uscire dicono una cosa che non ha molto senso. Innanzitutto, anche se Donald Trump volesse davvero uscire dalla NATO, non riuscirebbe a farlo, perché serve un voto del Congresso — e il Congresso non gli darà mai il permesso di uscire dalla NATO. È una follia dal punto di vista americano: la NATO è sempre stato il pilastro dell'influenza statunitense in Europa, e gli Stati Uniti non si priveranno dell'Europa come alleato. Credo anche che sia difficile che consentano all'Europa di diventare una potenza geopolitica a loro pari. Penso piuttosto che cercheranno di mantenere la NATO come pilastro della loro influenza nel continente.
Certamente noi siamo completamente integrati nell'economia occidentale, così come lo è il Giappone, la Corea del Sud, Taiwan, il Canada e numerosi altri paesi. Questo è un bene, perché parliamo di paesi democratici, di paesi le cui leadership vengono regolarmente sottoposte al voto degli elettori. Il fatto che l'Occidente possa mantenere la supremazia tecnologica e industriale in questi settori è fondamentale.
>> Lei non ha ancora risposto alla mia domanda: la guerra in Iran è un messaggio verso Pechino?
>> Il fatto che gli Stati Uniti abbiano dimostrato di poter dispiegare una forza devastante a migliaia di chilometri dalle coste del proprio paese — devastando un intero paese grande come l'Iran, che prima della guerra non era disarmato: è un paese dotato di missili strategici capaci di arrivare a 6.000 km di distanza, che hanno tentato di colpire la base di Diego Garcia nell'Oceano Indiano a 6.000 km di distanza dall'Iran, un paese pesantemente armato con capacità missilistiche e nucleari importanti — bene, gli Stati Uniti sono stati capaci in 38 giorni di devastare un paese di questo tipo, vasto e armato.
Questo è qualcosa che i cinesi stanno sicuramente prendendo buona nota. È vero che gli Stati Uniti potrebbero uscire non facilmente dal conflitto in corso. Ma hanno comunque dimostrato due cose. Primo: la capacità di distruggere un paese in maniera pesante in pochi giorni con armi che probabilmente nessuno ha al mondo. Secondo: che quando si toccano i loro interessi nazionali, sono disposti a fare la guerra anche quando l'esito non è necessariamente chiaro sin dall'inizio, come in questo caso. I cinesi questo lo stanno considerando. Io non credo che oggi sia più facile che i cinesi attacchino Taiwan rispetto a 60 giorni fa.
>> Probabilmente è più difficile.
>> Probabilmente è proprio più difficile. Questo è quello che abbiamo cercato di capire insieme con il fondatore di Agenzia Nova, Fabio Squillante, che è davvero un'autorità sulla geopolitica e sulla geoeconomia. Lo ringraziamo per essere stato con noi. L'Economista di oggi finisce qui. Da Paolo Bozacchi, arrivederci.