Gli ultimi dati dal mondo del lavoro tra dazi, fuga dei cervelli e produzione in calo

Trascrizione del video
Amici di Urania TV, ben ritrovati all'Economista, il formato di approfondimento dell'economia che riprende i contenuti di un inserto del Riformista, settimanale in edicola tutti i venerdì — quattro pagine curate dal quotidiano nazionale Il Riformista. Sono Paolo Bozacchi. Avviamo questa puntata che sarà dedicata ai temi del lavoro, perché l'inserto del Riformista L'Economista questa settimana ha come focus il lavoro. Lo faremo, come di consueto, con i nostri graditi ospiti. Accanto a me: il Direttore Generale Politiche del Lavoro del Ministero del Lavoro, Massimo Temussi. Bentrovato. >> Buongiorno a tutti. >> E collegato con noi, come da tradizione, il Direttore del Riformista, Claudio Velardi. Bentrovato, Claudio. Siamo in una settimana in cui le notizie economiche non sono state proprio un granché. Siamo partiti dai dazi americani sull'acciaio e sull'alluminio dell'Unione Europea, siamo passati per i nuovi dati sulla fuga dei cervelli, per poi arrivare a un dato della produzione industriale che da 23 mesi è negativo nel nostro paese. Non così negativo, ma comunque un trend di diminuzione della produzione industriale, con ovvie ripercussioni sulla crescita del nostro paese. Noi vogliamo però focalizzarci sui temi del lavoro. Claudio Velardi, Direttore, perché questa scelta? Perché i temi del lavoro sono la priorità delle priorità in questa fase? >> Diciamo che un po' l'abbiamo "imbrocata", questa scelta, perché naturalmente un inserto richiede qualche giorno in più di preparazione rispetto al lavoro di un quotidiano. A un certo punto però abbiamo colto — partendo da dati di diversi giorni fa — che questo potrebbe essere proprio il tema centrale in questi giorni, perché vediamo arrivare una serie di dati che ci portano a mettere in un quadro più articolato la situazione economica e produttiva del nostro paese. Il dato più significativo che emerge è quello della produzione industriale: ha avuto un crollo del 7% a dicembre su base annua, una caduta del 3 e qualcosa per cento, ed è un dato negativo della crescita industriale da 23 mesi a questa parte. Quando si discute di lavoro non si può non tener conto di questo problema. Finché non si realizza occupazione di qualità in determinati comparti — i servizi e quello che una volta si chiamava il terziario — possiamo anche essere soddisfatti per alcune trimestrali. Ma quando viene meno la produttività nel comparto industriale, ne risente tutto il paese, incluse tutte le cifre del lavoro. Il tema del lavoro è soprattutto un tema di qualificazione, di qualità del lavoro: quando il lavoro è di qualità, sono conquiste che tutti portano a casa e che fanno più ricco il paese. Quando invece il lavoro è di minore qualità, non contribuisce in maniera adeguata alla crescita generale del mercato. Voglio poi sottolineare due aspetti: a livello di produzione industriale, siamo tornati ai livelli di fine 2020, ai livelli pandemici — questo non è un buon dato. Il settore che preoccupa di più è ovviamente l'automotive, che ha segnato un meno 43% della produzione di autoveicoli nel nostro paese — una produzione tornata ai livelli del 1957, Claudio. Siamo tornati prima del boom economico degli anni Sessanta. Direttore Temussi, volevo affrontare un aspetto molto importante: quello del personale specializzato, del personale qualificato, del lavoro qualificato. La mancanza di personale specializzato per le assunzioni delle imprese è il problema numero uno in questa fase? >> Non voglio dire il problema numero uno, però vorrei riprendere un punto d'aggancio. Parliamo di lavoro e quindi dei dati sul lavoro, che sono importanti. Non affrontiamo questa trasmissione senza sapere che c'è una leggera flessione dei dati di occupazione — una leggera flessione, che non succede tutti i giorni. Ma stiamo parlando di dati molto diversi rispetto al resto d'Europa: siamo cresciuti molto più di tanti paesi europei, e questo è un dato positivo. Il dato che il ministro Calderone ha voluto sottolineare — nel numero dell'Economista, in apertura dell'inserto con l'intervista al ministro — è quello di oltre 24 milioni di occupati. Che non succede tutti i giorni in Italia, e soprattutto è un dato molto diverso rispetto al resto d'Europa, che non ha avuto una tendenza altrettanto positiva nell'ultimo periodo, con picchi importanti. Anche il lavoro a tempo indeterminato è ai livelli più alti degli ultimi 35 anni — una trasformazione che è un dato assolutamente importante. Il tema della qualità del lavoro è centrale. Ma il vero problema — che non è solo nazionale, è europeo e globale — è quello del mismatch: crescono i dati di crescita dell'occupazione, ma continuiamo ad avere una difficoltà di reperimento di professionalità. Pensiamo al fatto che siamo al 3% del PIL, ed è un grande peccato. Perché siamo cresciuti tanto ma potremmo crescere ancora molto di più. La difficoltà delle aziende si sente ogni giorno: articoli su base regionale e nazionale di aziende che non riescono a trovare le professionalità. Non è un problema solo italiano, nemmeno europeo, perché sicuramente il digitale ha influito molto. In questo momento siamo penultimi in Europa sull'attivazione delle competenze digitali — un dato incredibile per un paese come l'Italia, che su certi settori dove il digitale è tutto — automotive, manifattura — non può avere un tasso di competenze digitali così basso. Questo è un dato che fa veramente impressione, e su questo stiamo lavorando tantissimo — il ministro Calderone in prima persona. Gli ultimi bandi che abbiamo inserito, come il Fondo Nuove Competenze, vanno in questa direzione. Dobbiamo lavorare fortissimo: il 62-63% delle imprese che cerca profili STEM, digitali o green trova che il sistema universitario e formativo ne produce solo il 18-23% nei casi migliori. Questo gap è incredibile e insostenibile nel lungo periodo. >> Non abbiamo parlato, qualche giorno fa a Largo Chigi, di due aspetti: tra le professioni più richieste dove le imprese non trovano specialisti ci sono data scientist, data analyst, cyber security expert — figure che non ci sono, o quasi. E spesso dobbiamo andare a pescare all'estero. Qui si pone un altro tema, Claudio Velardi — fuga dei cervelli: la notizia di questa settimana è che 100.000 ragazzi ogni anno, nel 2022 e nel 2023, hanno lasciato l'Italia; solo 37.000 sono invece rientrati. Come possiamo riuscire a cauterizzare questa ferita? >> Usando i concetti di Temussi: facendo un lavoro di sistema, perché dev'essere tutto il sistema italiano a farlo — non solo il Ministero del Lavoro. Registriamo con piacere che siamo penultimi invece che ultimi in Europa sulla digitalizzazione, ma vorremmo fare qualche passo avanti ulteriore. E solo attraverso un'azione di sistema — però di lunga lena. Possiamo recuperare sia il gap in termini di digitalizzazione — su cui possiamo fare uno sforzo e recuperare posizioni in tempi sufficientemente brevi, se ci lavoriamo tutti nella stessa direzione — che quello in termini di formazione, dove invece ci vuole più tempo. Bisogna partire dai primi gradini della formazione in Italia, rimasta per troppo tempo ferma a categorie concettuali ormai superate. In tante scuole italiane non si sa neanche cosa voglia dire questo acronimo STEM. Questo problema della formazione è quello che sta alla base del problema della fuga dei cervelli. C'è naturalmente anche l'altra parte: se ci fosse un'offerta di lavoro qualificato e ben pagato, le cose potrebbero cominciare a cambiare anche da subito. Il gap salariale è un problema serio: i nostri giovani bravi, qualificati, ricevono un'offerta dall'estero — e ci vanno. Vorresti rimanere qui, perché sei italiano, ami l'Italia. Ma se dall'altro ti pagano bene, vai all'estero. Quindi c'è anche un problema da parte delle aziende — quello che fanno per tenersi i giovani bravi che abbiamo. >> Tornando all'intervista al ministro Calderone sulle pagine dell'Economista, il ministro ha dichiarato, Temussi: "Abbiamo sostituito l'assistenzialismo con un modello che garantisce formazione e un più efficace incontro con il mondo del lavoro." Che cosa avete fatto e soprattutto — come si dice — era così semplice? >> Come sempre in economia complessa non c'è nulla di semplice, perché la lavorazione è schiacciata fra le dinamiche del mondo produttivo e il sistema educativo. Quello che è stato fatto — sulla formazione — è iniziare ad ascoltare le imprese di più. C'è stato un decreto sulla certificazione che ha spostato la certificazione dei corsi di formazione ascoltando gli intermediari, cioè gli enti bilaterali, in qualche modo eliminando quella formazione inutile che non aveva avuto esiti occupazionali e con un rating basso. Abbiamo introdotto un rating sulla formazione, incluso nel decreto Coesione: vengono riconosciuti e finanziati solo i corsi di formazione che abbiano almeno il 70% di esiti occupazionali. Sembra una banalità, ma è stata effettiva. C'è quindi un'attenzione molto maggiore sulla qualità della formazione, e il Fondo Nuove Competenze — appena partito — va in questa direzione. È un altro strumento che si è elaborato per quattro mesi con le imprese, con i sindacati e i fondi interprofessionali, per targetizzare un obiettivo. Per esempio: come includere anche le piccole e piccolissime imprese? Molto spesso l'efficienza HR ce l'hanno sicuramente le grandi aziende, ma non tutto il tessuto produttivo, che è per il 70% di piccoli e piccolissimi. Con piccole attenzioni e modifiche, si è fatto in modo che tutte le aziende nella filiera di una grande impresa potessero, con un click, aderire al piano formativo di una grande azienda per cui lavorano. Un altro elemento fondamentale: grazie a un investimento forte in un sistema informativo — il SIISL, Sistema Informativo per l'Inclusione Sociale e Lavorativa — oggi abbiamo milioni di dati che ci stanno aiutando a pianificare meglio le politiche. Sino a due anni fa, una persona poteva entrare in un centro per l'impiego e dire "Non ho mai lavorato", e un operatore poteva non sapere se fosse vero. Oggi non è più possibile: sappiamo se ha lavorato, quante volte è entrato e uscito dal mercato del lavoro, se ha fatto un corso di formazione, se si è iscritto a una politica sociale. È l'unico sistema informativo in Europa che in questo momento riunisce all'interno tutti i servizi sociali dei comuni, che parlano per la prima volta insieme al sistema lavoro. >> Facciamo una considerazione sul numero dell'Economista. Il presidente INPS Fava ha dichiarato: "Dobbiamo ingaggiare più giovani possibile. Solo così il sistema sarà sostenibile." Ogni lavoratore nel 2027 dovrà pagare praticamente la pensione di un paio di pensionati. È solo un problema demografico o c'è dell'altro? >> Io ho un punto di vista molto liberale su questo. Noi abbiamo educato le persone a concepire la pensione come una specie di traguardo a cui arrivare e non fare più nulla. Questo è diventato un luogo comune, e abbiamo avuto in passato delle misure devastanti che hanno consentito prepensionamenti sotto la soglia dei 50 anni — misure tragiche. Ma è anche avanzata una cultura della pensione per cui tutti dicono: "Che bello, sto per andare in pensione." Io sinceramente sono contrario: voglio essere attivo il più a lungo possibile, fare tutto quello che posso fare finché me la faccio. Andare in pensione il giorno dopo che fa una persona? Si mette sul divano, guarda Sanremo — non funziona. Non può più funzionare in questo modo. Anche perché abbiamo questa curva demografica che da una parte è tragica — il paese invecchia, non si fanno figli — ma dall'altra abbiamo la conseguenza di scelte dei decenni passati: campiamo tutti più a lungo. Andiamo in pensione a 60-67 anni, ma poi abbiamo da spendere altri 20-25 anni di vita. Evidentemente da una parte non tornano i conti dello Stato, e dall'altro questa spesa in più impedisce l'ingresso sul mercato del lavoro di tanti giovani. È una logica dalla quale dobbiamo uscire — anzitutto sul piano culturale. >> Direttore Temussi, dobbiamo abituarci all'idea di andare in pensione oltre i 70 anni? >> Sono molto d'accordo con quello che ha detto il Direttore Velardi, perché il tema della pensione è un fattore culturale. La nostra cultura ci porta a vedere un traguardo in cui non si fa più nulla, ma in realtà non è quello che succede in tutto il mondo. Ci sono paesi interi che stanno riorientando le loro politiche su questo, perché oggi — rispetto a trent'anni fa — le differenze di salute sono completamente differenti. Però il nostro sistema pensionistico è inclusivo, molto ampio e anche molto costoso. Dobbiamo fare i conti, e l'assetto demografico non ci consente di non farli. Con 1,44 figli per donna — adesso stiamo andando verso una generazione a 0 — la regressione è molto più che proporzionale, quindi i calcoli vanno fatti. È anche vero che è un tema da trattare con prudenza, come più volte il ministro ha detto. Il Cupas — in questo momento, negli ultimi due anni — ha migliorato il flusso nelle casse INPS rispetto ai pensionamenti. Bisogna anche considerare un aspetto: ci sono settantenni con tantissima energia che vogliono contribuire ancora, in forme diverse — anche in forme digitali. Ci sono paesi che stanno applicando da anni politiche di reskilling in tutti i settori e a tutti i livelli. Dobbiamo investire seriamente in questo: il digitale visto solo come ingegnere informatico è un errore grande. Il digitale lo usa anche l'impiegato che fa la formazione digitale per gestire pacchetti; è usato in agricoltura, nei trasporti. Un 70 o 75enne può tranquillamente utilizzarlo con un minimo di upskilling. >> Siamo quasi in chiusura. Direttore Temussi, tornando alle politiche attive del lavoro: su cosa state concentrando i vostri sforzi e quali sono gli obiettivi? >> L'obiettivo è quello di mantenere il sistema dell'occupazione elevato. Il decreto incentivi dell'anno scorso, che sta per varare tre vero pacchetti, mette 5 miliardi di incentivi nel sistema lavorativo italiano — mirati: esoneri contributivi, bonus, zone economiche speciali, in particolare per giovani e donne, sull'aspetto di conciliazione vita-lavoro, che ci può aiutare a recuperare uno dei gap più dolorosi: quello dell'occupazione femminile, soprattutto al Sud. Attivare il lavoro femminile in certe zone d'Italia dove ci sono ancora enormi opportunità non colte è una delle soluzioni possibili. E poi c'è un tema che mi sta molto a cuore: l'auto-imprenditorialità e il microimpiego. Nell'ultimo quinquennio in Italia ci sono stati degli interventi straordinari che stiamo per rimettere sul mercato: con il microcredito — studiato con percentuali molto diverse dal passato, fino a 200 milioni di incentivi — per fare una piccola impresa. L'autoimpiego è una fertilità che si ripete: prima si avvia una piccola impresa, poi si assume qualcun altro. Non è solo lavoro subordinato: la piccola impresa diventa lavoro anche per altri. >> E comunque il cuore di tutto questo sono le imprese: la colonna vertebrale del nostro paese sono le piccole e piccolissime imprese. Farle crescere anche solo di un'unità lavorativa sarebbe un risultato eccezionale. >> Non c'è dubbio. E quello che mi veniva da pensare è che avremo bisogno di tempi medio-lunghi per affrontare queste grandi partite di sistema: quella del lavoro, quella dell'impresa, quella della formazione, quella della demografia — tutte le cose di cui stiamo parlando. Purtroppo però spesso la politica è compresa in tempi brevissimi e si tende a ricominciare da capo a ogni cambio di governo. Questo è sbagliato, perché un paese come il nostro ha bisogno di continuità nelle azioni che come istituzioni e come sistema mettiamo in campo. Spero non si ricada in questo schema — ma siamo pur sempre in Italia, dove tanti bei programmi e progetti sono rimasti tali. Non lo auspico per niente. >> Io ringrazio i nostri ospiti. Siamo veramente in chiusura. Ringrazio Claudio Velardi, Direttore del Riformista, e Massimo Temussi, Direttore Generale Politiche Attive del Lavoro del Ministero del Lavoro. Da Paolo Bozacchi, un ringraziamento a tutti voi — appuntamento alla prossima puntata.
L'Economista - Gli ultimi dati dal mondo del lavoro tra dazi, fuga dei cervelli e produzione in calo | Urania News – Canale 260