Trascrizione del video
Amici di Urania TV, è Paolo Bocchetti, dagli Utopia Studios di Roma, per una nuova puntata de L'Economista: il nostro appuntamento settimanale di approfondimento sui temi dell'economia. Oggi approfondiamo il tema dell'agricoltura. È stata la settimana della grande kermesse a Roma, Fieragricola, e ne abbiamo colto lo spunto. Quindi l'inserto che trovate oggi in edicola del Riformista è interamente dedicato alla filiera dell'agroalimentare.
È una filiera importantissima per il nostro paese. Ve lo ricordo: vale il 15% del nostro PIL, stiamo parlando di 580 miliardi di euro, e soprattutto 3,7 milioni di addetti. Quindi un settore altamente strategico per il paese. Approfondiremo tutto questo con i nostri graditi ospiti.
Abbiamo qui in studio il presidente della Commissione Agricoltura, Industria, Turismo e Produzione Agroalimentare, il senatore Luca De Carlo. Ben trovato.
Grazie, buongiorno, grazie dell'invito.
Accanto a lui c'è la direttrice generale di ISPRA, Maria Siclari. Bentrovata.
Grazie.
E collegato con noi, come da tradizione, c'è il direttore del Riformista, Claudio Velardi. Bentrovato, Claudio.
Bene. È stata una settimana molto interessante. Andiamo a ripercorrerla non solo sul tema agricolo, ma sulle notizie generali dell'economia, con le quali aggiorniamo i nostri telespettatori di Urania TV.
La prima notizia riguarda questo settore, perché riguarda i dazi: si parla moltissimo di dazi. Ne avevamo parlato anche qui a L'Economista. Il blocco delle spedizioni dei vini italiani negli Stati Uniti ci sta costando 6 milioni al giorno. Questa è già diciamo il contro che è partito in vista degli eventuali dazi sull'agroalimentare dell'amministrazione Trump.
C'è un dato invece positivo sul lavoro: a dicembre sono state registrate — 180.750 — le assunzioni nel settore privato, dato uscito proprio ieri dall'ISTAT. In totale nel 2024 le assunzioni a tempo determinato sono aumentate di 315.000 unità.
Buona notizia: perché ha un mutuo acceso o un prestito acceso? Perché è stato ulteriormente abbassato in settimana il costo del denaro dalla BCE. Siamo scesi a un tasso di interesse in una forbice tra il 2,5% e il 2,9%. Queste le principali notizie della settimana.
Adesso ci concentriamo sul tema di questo numero. Vado subito da Claudio Velardi, direttore del Riformista. È un numero, come dire, denso di contenuti, perché è stata un po' la settimana chiave dell'ultimo periodo per quel che riguarda agricoltura e agroalimentare. Molti gli interventi interessanti nel numero de L'Economista: c'è Confartigianato Agricoltura, c'è ISPRA, c'è EGAS che parla appunto di agricoltura satellitare, c'è anche il Consorzio del Pinot Grigio — alcune delle realtà presenti in questo numero.
Claudio, l'agroalimentare — te la dico in inglese come quelli bravi — il "Food & Agri sector", cioè il settore del momento. E da molto tempo, però diciamo la verità: non è di questi giorni, perché noi in Italia con le nostre produzioni garantiamo una grandissima qualità. E quindi metto molto l'accento su questo. La progressiva crescita, l'esplosione di questo pezzo di mercato, corrisponde a una leadership che noi abbiamo in moltissimi segmenti di tutta la filiera agroalimentare.
Naturalmente il risvolto della medaglia — o meglio, una componente di tutto questo — deriva dal fatto che ci si può accanire con i dazi contro questi nostri prodotti. E proprio perché sono di qualità, noi possiamo andare avanti: i nostri prodotti piacciono, li portiamo fuori, li portiamo all'estero, a partire naturalmente dagli Stati Uniti. Ed è chiaro che le misure che possono arrivare da Trump ci possono colpire.
A me — e Paolo con i gentilissimi ospiti — i dazi non piacciono. Non piacciono proprio in generale. Nel senso: noi siamo per un'economia liberale, per il libero commercio, per lo spostamento di merci che sia quanto più facile e possibile. Naturalmente dobbiamo però fare i conti con la realtà. Quindi dobbiamo sapere rispondere a queste minacce. Perché in buona misura per ora sono minacce: attenzione, sono annunci, non sono ancora cose concrete. Quindi non dobbiamo metterla in maniera così drammatica. Però naturalmente nel momento in cui questi dazi ci saranno, quello che avremmo è rispondere di conseguenza con una nostra controffensiva. E naturalmente tutta la filiera dell'agroalimentare — che poi, diciamolo con un altro nome che comprende anche cose diverse — è una buona e importante parte del Made in Italy, naturalmente.
E poi fatto di tante altre cose meravigliose: è evidente che la componente agroalimentare è cruciale per questo, diciamo, che chiaramente ci andrebbe dedicato non un numero de L'Economista ogni tanto, ma dovrebbe essere diciamo un'offensiva continua che lanciamo su questo. E non è escluso che lo faremo.
Infatti probabilmente ci torneremo perché sono temi davvero strategici — non fosse altro che il settore, la filiera è detto "settore primario": ci sarà anche un motivo economico per questo.
Presidente De Carlo, torniamo all'agricoltura. È stato un successo clamoroso — lo dicevamo prima fuori onda — 100.000 visitatori in pochi giorni, 12.000 studenti. La premier Meloni ha dichiarato: "Bisogna far conoscere i nostri prodotti, siamo straordinari con i nostri prodotti." Vorrei un suo commento su questo, sulla sfida di ridare dignità e questa forza.
Bisogna ridare dignità e centralità all'agricoltura e agli agricoltori. Come si fa?
Ma si fa innanzitutto cambiando una narrazione che in questi anni ha visto l'agricoltura messa in contrapposizione con l'ambiente: è un dato di fatto oggettivo. Per troppo tempo, un'ideologia pseudo-ambientalista ha creduto che l'agricoltura fosse depauper ante per l'ambiente. Quando in realtà gli agricoltori sono i primi ecologisti, sono i primi custodi del territorio.
Tutto questo lo abbiamo raccontato appunto a Fieragricola, dove abbiamo raccontato non solo a noi stessi — altrimenti sarebbe come parlarsi addosso — anche agli operatori, ma anche ai tanti ragazzi delle scuole — sia agrarie, sia alberghiere — che si sono seguite nelle giornate. Lo abbiamo fatto attraverso tutti i ministri, attraverso il commissario europeo per l'agricoltura, grazie all'intervento anche del Presidente della Repubblica, che proprio come diceva lei ha ridato centralità nel suo intervento al settore primario. Perché vedete: non esiste un'attività che si possa svolgere senza prima aver attinto ai prodotti del settore primario. Non c'è energia se non c'è il si mangia. E in Italia il mangiare assume un valore ulteriore: mentre gli altri paesi si cibano, noi mangiamo. Cioè nel mangiare c'è qualcosa che va oltre. E perché va oltre? Lo testimoniano i dati: abbiamo il record mondiale di DOP e IGP, quindi di prodotti con alto valore aggiunto. Ed è questo — anche in un momento in cui sono paventati i dazi, che ci preoccupano — ma dall'altra parte non ci mette in concorrenza con i dazi, con la produzione di altre parti del mondo. Perché noi sappiamo benissimo che per quanto spaventati dal prezzo — e quindi toccherà fare delle politiche sia per gli importatori sia per i nostri esportatori — tra l'altro segnalo che il vino lo scorso anno ha raggiunto un export di 8 miliardi e 100 milioni; che negli ultimi due mesi c'è stata una corsa all'approvvigionamento da parte degli operatori degli Stati Uniti. Quindi oggi c'è un blocco, però è altrettanto vero che i magazzini degli Stati Uniti oggi sono pieni dei nostri prodotti, proprio perché c'era questa paura dei dazi.
Però è altrettanto vero che noi, facendo valore aggiunto, il nostro prodotto è ricercato a prescindere dal prezzo, perché è già in una fascia medio-alta. Non me lo vedo un americano a scegliere un vino americano piuttosto che un Amarone. Non me lo vedo a scegliere un vino americano piuttosto che un Barolo. E credo che però non tutta la nostra produzione sia Barolo e Amarone, e quindi credo che là dove i dazi potrebbero — usiamo sempre il condizionale — colpire il nostro settore, bisogna essere bravi non solo con una politica nazionale, ma anche con una politica europea che preveda delle forme di, diciamo così, ristoro per questi settori. Che poi — neanche io come il direttore — non piacciono i dazi, perché sono il contrario del libero mercato.
Una nazione votata all'esportazione come la nostra — che ha raggiunto mai picchi di esportazione crescente che ormai sfiorano gli 800 miliardi — non può pensare a politiche di dazi e contro-dazi. Però il contrario di dazi si chiama accordi. Credo che Trump utilizzi i dazi come strumento per sedersi a un tavolo e ragionare e mediare un accordo, favorendo anche aspetti politici. Sapendo che la loro bilancia commerciale è particolarmente esposta: da dove lo abbiamo capito? Nel momento in cui l'Europa ha paventato la possibilità di mettere dei dazi o di non rinnovare dei dazi sull'acciaio e sui prodotti americani, Trump ha detto: "Allora metto il 200% sui prodotti vinicoli dell'Europa." E credo che i dazi non facciano bene neanche a Trump, per l'inflazione, e nemmeno ai suoi cittadini: perché comunque a nessuno piace pagare l'Amarone magari il 20% in più.
Però credo che tutto questo si faccia attraverso la politica. La politica europea, perché noi oggi abbiamo dato la delega all'Europa su questo tema. E credo che quindi anche i buoni rapporti che noi possiamo avere con gli Stati Uniti — nostro alleato storico — e che noi abbiamo scelto di stare dalla parte dell'Occidente del mondo, debbano tener conto e noi dobbiamo mettere a disposizione i nostri buoni rapporti, anche di quelle nazioni che magari con Trump vanno meno d'accordo. Perché si sono esposte molto in campagna elettorale per il candidato del partito democratico. E questo è innegabile. E Trump non è uno che dimentica facilmente; a volte usa anche questi strumenti per forme di ritorsione. Chiaro che le guerre commerciali non servono né a noi né ai nostri alleati europei, né a Trump. Quindi mi auguro che la politica vinca su questi argomenti economici.
È assolutamente una trattativa aperta. Lo abbiamo affrontato tante volte questo tema, questo stop and go, questo accumulo di beni italiani stockati negli Stati Uniti — è un clima di attesa, si attende cosa succederà.
Però, ragionando come diceva prima il direttore Velardi: sta di fatto che invece, se parliamo di successi, la settimana di Fieragricola è stato davvero un successo. E lei ha parlato, presidente De Carlo, di una piccola ma importante ribalta — di una nuova considerazione per l'agricoltura nazionale. In pillole: cosa ha generato questa nuova considerazione, secondo lei?
Innanzitutto, ripeto, la considerazione dell'importanza del settore primario: vedere nel comune più agricolo d'Europa — Roma, che pochi lo sanno, proprio perché è mancata la narrazione — così tanto interesse rispetto al settore primario è già il primo elemento che fa capire come sia cambiata la percezione.
Penso alle due parole che ha avuto anche l'Europa: "Sovranità Alimentare." Quando il ministro ha deciso di rinominare il ministero "dell'Agricoltura, della Sovranità Alimentare, delle Foreste", si è scatenata l'ilarità da una parte. L'Europa, poi, grazie all'attività del governo italiano in Europa — che ha spiegato che non si va da nessuna parte con le foglie del Green Deal, ma che bisogna essere pragmatici, e che soprattutto la ricetta per affrontare anche il cambiamento climatico e la siccità di cui sappiamo benissimo — non è smettere di produrre, ma è adattarsi meglio al cambiamento attraverso la ricerca tecnica. Allora questa parte — iniziativa che è partita nella Commissione Agricoltura del Senato, che poi è stata esportata dal ministro ed altri stati che ne hanno capito l'importanza — oggi è patrimonio di tutta l'Europa nel discorso di von der Leyen 2. C'è un chiaro accento sulla funzione non solo di dire "ci sono" in Europa, ma anche, e mi torna come devo avere il nome, la funzione di mantenimento del territorio.
C'è un bellissimo modello fatto dai Carabinieri della Tutela Agroalimentare proprio a Fieragricola che faceva vedere il territorio quando è manutenato e il territorio quando non lo è. C'è il rischio idrogeologico quanto cresce. E io credo che far capire e far apprendere — acquistare la consapevolezza dell'importanza di quel 2,5% che oggi in Italia si occupa di agricoltura, che da solo non avrebbe voce per difendere i propri interessi — qui ci vuole una grande alleanza tra governo, Europa, agricoltori e consumatori. Perché: il mangiare è un atto agricolo. Noi quando andiamo a fare la spesa, scegliamo quale tipo di agricoltura sostenere.
Siamo fortunati in Italia, siamo anche copiati — non si copia da quelli scarsi. Abbiamo un record di cibi copiati: oltre 120 miliardi. Anche su questo dovremmo stare attenti, perché con i dazi tenderanno le nazioni — nelle quali c'è magari il dazio su determinati prodotti — ad avere mercati interni o operatori interni che copieranno, come è accaduto con il "parmesan", i nostri prodotti. Anche lì dovremo lavorare, e solo su accordi internazionali che prevedano la tutela dei marchi. Ma lo stiamo già facendo. Lo abbiamo fatto anche con una revisione europea, su spinta dell'Italia, grazie al lavoro dell'ex parlamentare europeo Paolo De Castro — già ministro dell'Agricoltura — che ha elaborato e portato avanti un regolamento di DOP e IGP che oggi consente anche a quelle DOP e IGP che non sono organizzate in consorzi di avere una tutela, e quindi di tutelare non solo la straordinaria qualità, ma anche chi c'è dietro quella qualità: cioè gli agricoltori.
Assolutamente. Fare agricoltura oggi in Italia significa anche fare ricerca: non esiste agricoltura e agroalimentare senza un'adeguata ricerca e un'attenzione all'innovazione. Lo ha rimarcato proprio il presidente di ISPRA, il dottor Stefano La Porta, nel suo intervento su L'Economista di oggi — vi consiglio di andare ad acquistare il Riformista oggi perché è un numero davvero di alta qualità. Per mettere da parte l'autoreferenzialità: la direttrice Siclari, 147 ricercatori di ISPRA lavorano su questo. Quali sono i settori dell'agroalimentare e dell'agricoltura in generale su quali è concentrato il vostro lavoro? Per spiegare a casa cosa fanno i ricercatori su questo.
Allora, sì, io partirei proprio da quello che ha detto il presidente prima, perché noi dobbiamo avere questa cura del territorio. Questo territorio e il suolo devono essere sani per l'agricoltura, e devono essere sani anche per la conservazione della biodiversità. Sì, dove non parlo di un'istituzione: questo dovere di mettere a disposizione informazione e conoscenza che servano ai decisori per le politiche di mitigazione del rischio. Ma sono informazioni che servono anche per lo sviluppo economico di questo paese: servono anche per le progettazioni, per il dimensionamento delle infrastrutture. Serviranno anche a chi deve gestire l'emergenza del rischio idrogeologico.
Qual è la narrazione di questo paese? Intanto noi lo sappiamo: siamo un paese vulnerabile sotto il profilo dei cambiamenti climatici. Lo siamo per le sue caratteristiche geologiche, geomorfologiche. Ma ricordiamo che l'Italia è nel cuore dell'"hot spot" dei cambiamenti climatici, e allora questo significa che noi siamo più vulnerabili. Dobbiamo un po' affrontare questi venti meteorologici estremi.
L'ultimo rapporto ISPRA sul rischio idrogeologico ci dice che il 94% dei comuni è collocato in aree a rischio frane e alluvioni. Abbiamo il 18,4% del territorio nazionale a rischio frane e alluvioni e dell'erosione costiera. Abbiamo 1,3 milioni di abitanti che vivono in aree a rischio frane, e il 18%, a rischio alluvioni, più gli edifici e le aziende. Allora tutta questa conoscenza non può essere sottovalutata. Noi abbiamo anche fatto un inventario dei fenomeni franosi: abbiamo 620.000 fenomeni franosi inventariati, che sono i due terzi — più dei due terzi — di tutto quello che viene registrato in Europa. Quindi capiamo la fragilità del nostro territorio.
Dobbiamo affrontarla: per poterla affrontare ISPRA ha realizzato una piattaforma che si chiama IdroGEO, sulla quale si possono scaricare e consultare tutte le mappe di pericolosità per frane e alluvioni, gli indicatori di pericolosità. Ed è una mappa che serve a tutti: ai cittadini, ai decisori e ai professionisti. Perché è importante? Perché effettivamente se io voglio realizzare un'azienda, mi interessa sapere in quale area di pericolosità si troverà la mia azienda. Ma anche se sono un cittadino e voglio comprare una casa. Ma soprattutto per mettere in essere tutti i provvedimenti che ci servono per proteggere la produzione agricola, ma anche la nostra sicurezza sul territorio nazionale.
E in questo devo dire che è importante questa conoscenza, in un momento in cui sappiamo che continuiamo a consumare suolo, anche suolo fertile sottratto all'agricoltura nel nostro paese. Perché l'ultimo rapporto ISPRA ci dice che abbiamo consumato nel 2023 circa 250 ettari di terreno al giorno, soprattutto in un momento in cui c'è il tema del degrado, della desertificazione, che significa perdita dei servizi ecosistemici. Quindi: prevenzione, prevenzione, prevenzione. Come diceva il presidente De Carlo, e come dico anche io: fare prevenzione, informare, per capire dove vogliamo fare un'impresa, dove vogliamo costruire. Ma pianificare il territorio nel modo giusto.
Velardi, torniamo al concetto di sovranità alimentare. È una linea che ha adottato l'Italia, e l'Europa ha seguito: ce lo spiegava il presidente De Carlo. È una linea che può essere una linea guida anche per l'Europa in altri settori e in altre politiche? Penso, insomma, per esempio a politiche di difesa — quella è la più ovvia — ma anche in altri settori: la sovranità europea su certi discorsi ha un senso.
Devo dire con sincerità che quando sentii parlare agli inizi dell'esperienza del governo Meloni di "sovranità alimentare" qualche dubbio mi venne. Perché, come siamo stati detto anche prima: la mia visione delle cose è molto liberale, molto orientata al libero commercio, all'apertura dei mercati. E quindi la parola un po' spaventava. Però poi in realtà, se declinata bene il concetto di sovranità — cioè se declinato nell'ambito di un mondo che noi comunque sappiamo essere globale — la sovranità può significare presidiare il proprio pezzo di territorio, fare marketing e mettere in conto le qualità e i valori che si hanno nel proprio territorio. Tra questi naturalmente la filiera agroalimentare, come dicevamo prima, è cruciale.
Quindi diciamo: è un concetto da prendere sempre un po' con attenzione, con le molle, per non farlo scivolare. Però prezioso. Io non so se possa valere in ambito europeo — certo, per esempio su piani diversi, come quello della difesa — qualche forma di integrazione, di sovranità europea dovrà esserci.
Poi voglio dire una cosa: noi, in questi mesi di questo governo — noi siamo riformisti, siamo un po' "sì ma" — però voglio dire: i discorsi fatti da De Carlo non solamente a proposito appunto di sovranità alimentare, ma per esempio a proposito del rapporto tra agricoltura e ambiente, di come evitare gli scivolamenti green che sono una cosa aberrante. Gli stessi discorsi fatti su scienza e ricerca — perché l'agricoltura si deve nutrire del contributo essenziale della scienza e della ricerca — così come i discorsi fatti da entrambi gli ospiti sulla cura del suolo e del sottosuolo, quindi sulla manutenzione del suolo, tutti questi discorsi si allontanano da quella visione un po' "pastorale", secondo me un po' passatista, che è un po' bucolica, se volete — che è una visione molto distorta dei Verdi — e che dice: "I territori o si salvano se li si mantiene, ma se invece li lasciamo andare così come vuole la natura." Invece è sbagliato. E allora diciamo che dentro questo concetto di sovranità del territorio noi possiamo mettere un po' tutto. È chiaro: i nostri territori, dove dobbiamo presidiare, difendere e sviluppare — grazie a scienza, ricerca, modernizzazione e così via — e a quel punto, se riusciremo a farlo, la nostra filiera alimentare — con il filo conduttore di De Carlo — è imbattibile. Parliamoci chiaro: perché ognuno di noi, quando sente solamente pronunciare la parola "Parmigiano", vengono i brividi. Intendo brividi di piacere, assolutamente brividi di freddo — come dire...
Presidente De Carlo, molti telespettatori qui su Urania TV seguono L'Economista per essere informati appunto sui temi strettamente economici. Ci chiedono sempre degli investimenti. Io vorrei analizzare gli investimenti, ma dal suo punto di vista, dal punto di vista della politica: cosa state facendo per facilitare gli investimenti di chi vuole intraprendere nel settore agroalimentare in Italia? Non solo i giovani agricoltori, non solo le nuove generazioni, ma intraprendere a 360 gradi in questo settore così prezioso e così italiano. Cosa state facendo?
Guardi, innanzitutto mi lasci fare i complimenti al direttore per aver centrato appieno il tema dell'agricoltura del futuro. Noi oggi riusciamo a perpetuare le nostre tradizioni che non sono nostalgia verso qualcosa che è passato e che non c'è più. Anzi, le nostre tradizioni sono innovazioni che ci siamo fatti. Il cibo che ci abbiamo oggi è totalmente diverso dallo stesso cibo di cent'anni fa, ed è tutto frutto di innovazione.
Cosa serve all'innovazione? Serve ricerca, serve tecnica, serve scienza, serve studio. Serve comprendere che l'agricoltura è un'arte moderna, non è cosa di un tempo, non è zappa e carretto dietro i buoi. Può anche essere un'attività determinata, potrebbe essere anche molto "cool" — detto all'inglese — e fare quel tipo di agricoltura se si lega al turismo, se si lega a particolarità. Ci sono attività agricole in zone montane — più sono belle, come la bellunese — dove non posso pensare di fare la stessa agricoltura che si fa in pianura padana. Però posso pensare a un'agricoltura di nicchia che fa produzioni particolari: penso alle fragole, penso anche a quello che potremmo fare proprio grazie — nel caso mio — al cambiamento climatico. Se c'è una desertificazione nella terra della... diciamo, se c'è un aumento delle temperature al Sud, magari c'è un aumento delle temperature anche in corrispondenza delle Alpi che consente di poter produrre vino. Ma non solo, perché il vino già si fa in quota — ci sono vigneti semi-resistenti a quote alte. Le fragole e i mirtilli stessi, che sono tipi di coltura di montagna, ma anche altri tipi di coltivazione si potranno fare là dove non si fanno. Però si fanno con la ricerca.
Questo è il governo che, per andare a quello che abbiamo non solo fatto — ha messo più risorse in questi due anni: un 10 miliardi e mezzo, che sarebbe il primo governo della storia per risorse, anche senza il PNRR. Anche se con il PNRR abbiamo così tanti obiettivi raggiunti, e in anticipo, che abbiamo avuto risorse aggiuntive da mettere in campo in agricoltura.
Abbiamo anche il governo che ha percorso la linea delle Tecniche di Evoluzione Assistita — cioè quello che sembrava un tabù fino a ieri, perché l'ignoranza le equiparava agli OGM. E che oggi sono una risposta chiara, concreta e seria al cambiamento climatico, alla necessità di ridurre l'uso di agrofarmaci. Li chiamo agrofarmaci, non pesticidi, perché sono medicine che noi diamo alle piante in un momento di difficoltà.
È quella chimica nella quale noi italiani eravamo all'avanguardia sulla chimica verde ai tempi della Ferruzzi. Poi ci siamo persi per varie vicissitudini. Ma che oggi possiamo tornare a essere assolutamente all'avanguardia. E quindi non retroguardia, ma uno spirito proiettato nel futuro, per fare sì che anche quelle aree che oggi sono occupate dal bosco — in Italia lo sappiamo benissimo, quella direzione, il bosco sta aumentando — ma non sta aumentando a scapito del cemento. Noi vogliamo fare in modo che gli agricoltori possano tornare a lavorare quella terra che oggi è appannaggio del bosco, perché il territorio quale esso sia — non ci si può illudere che tutto torni come madre natura ha creato, perché l'attività agricola è l'attività che in assoluto negli anni ha subito i più grandi cambiamenti.
Agricoltura satellitare, intelligenza artificiale, agricoltura di precisione, droni, mappatura del territorio dallo spazio: voglio dire, è un settore in continua evoluzione. Ed è questo che è attrattivo per i giovani. Oggi i giovani ci sono — c'è un record di iscrizioni agli istituti agrari — anche nella mia provincia, Belluno, che fa quasi paura. Perché? Perché capiscono tutti che non sarà più andare a fare il contadino come una volta, ma sarà andare a fare una professione che mette strumenti tecnologici a disposizione. Sa qual è la sfida del futuro? Vedere quanti di quei ragazzi che oggi si sono iscritti alle prime classi riusciranno a trovare un lavoro dignitoso all'interno dell'ambito che hanno scelto. Su quello verranno misurate anche le politiche sull'aggiornamento del governo Meloni.
Sottoscriviamo le vocazioni e le parole della direttrice Siclari, andando su un tema specifico: nella Legge di Bilancio è stata inserita la misura che obbliga le imprese ad assicurarsi per i rischi derivanti da eventi ambientali dannosi. A che punto siamo, direttrice?
Allora, sì, questa legge la guardo con favore, perché finalmente un governo ha avuto questo coraggio di occuparsi della gestione del rischio ambientale. Soprattutto perché, quando si verificano degli eventi catastrofali — l'ultimo rapporto ci ha detto che i cambiamenti climatici negli ultimi 40 anni hanno determinato un costo di 200 miliardi — quanto? 200 miliardi — quanto tutto il PNRR. E di questi, la quota principale è legata a rischi catastrofali. Quando si verifica, un'impresa su quattro — una piccola media impresa su quattro — si trova di fronte al rischio di fallire. Quindi la gestione del rischio va gestita.
In questo caso diciamo che questa Legge di Stabilità prevede l'obbligo per le imprese — ad esclusione di quelle agrarie, per le quali c'è un regime diverso con un decreto adottato dal ministero dell'Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste — ma tutte le imprese si devono assicurare per i rischi catastrofali come le frane e le alluvioni. In questo ISPRA mette a disposizione tutte le piattaforme e le mappe necessarie per poter determinare l'entità del premio.
È logico che la finalità qual è? Quella di dare un supporto agli imprenditori che devono gestire questo rischio. E la contropartita è presentata invece dal fatto che effettivamente bisogna capire quale è l'entità del premio di queste polizze di assicurazione, l'incertezza del ritorno poi della copertura delle polizze, e poi c'è l'incertezza di una nuova normativa — quando viene adottata — quale possa essere la ricaduta.
Nel caso dell'impresa agricola, devo dire che il ministro ha dotato e previsto lo stanziamento di un fondo che prevede una copertura non solamente per frane e alluvioni, ma per tutti i rischi, anche gelo, grandine, e quindi per tutti gli eventi naturali. Però è una svolta.
Allora, a ricordarci dei rischi, io vi ringrazio per essere stati con noi. Correte a prendere il Riformista oggi, perché c'è L'Economista dentro con tutti i pezzi che approfondiscono proprio queste tematiche. Ringrazio i graditi ospiti. Da Paolo Bocchetti, arrivederci alla prossima puntata.