Trascrizione del video
Buongiorno! La Cleveland del Presidente — è l'89% se non sbaglio — della definale del suo mandato. Mandiamo come da tradizione a salutare i nostri ospiti di Largo Chigi di questa mattina. Partiamo da Stefano Feltri, in collegamento. Ben trovato, Stefano.
Buongiorno, grazie dell'invito.
Altro collegato con noi: Domenico Giordano di Arcadia. Ben trovato, Domenico.
Qualche problema di audio — sei in muto, Domenico. Ma ti abbiamo visto e salutato.
Eccolo! Buongiorno, buongiorno. È stata una lunga notte — capiremo per chi è collegato.
Giampiero Gramaglia, in studio alla mia sinistra — giornalista, esperto di politica internazionale. Buongiorno, Giampiero.
Buongiorno, grazie, si segue.
Alla mia destra, un altro esperto: Ernesto Di Giovanni, vicepresidente dell'Associazione Amerigo. Buongiorno, Ernesto.
Buongiorno, Paolo, buongiorno a tutti.
Bene. Partiamo allora. Lo vedete alla mia spalle: questa è la cartina degli Stati Uniti. Donald Trump ha stravinto in tutti i così detti "swing states" — tutti gli stati in bilico. È stata una vittoria inaspettata nella tempistica: non ci aspettavamo questa mattina di avere già un risultato definitivo, ma così è stato.
Allora andiamo a studiare insieme la cartina degli Stati Uniti. Partendo dalla situazione di Kamala Harris — prima l'ho definita, fuori onda, una vittoria un po' "zuccherata" in termini di stati. Abbiamo la California, abbiamo l'Oregon, lo stato di Washington, D.C. — il Distretto di Columbia — Massachusetts, tutti gli stati, diciamo così, tradizionalmente democratici. Ma nei "swing states", in quelli che contavano di più, Donald Trump ha vinto: ha vinto in Pennsylvania — si è parlato tantissimo in queste settimane della Pennsylvania — ha vinto in Wisconsin, ha vinto nelle Carolinas, cioè Carolina del Sud, Carolina del Nord. Oltre alle sue fortezze: il Texas, la Florida. Ha vinto anche in Georgia — considerato uno swing state — in Tennessee, in Kentucky. Come vedete, tutta l'America di provincia è stata conquistata dai Repubblicani e da Trump.
Gli stati che vedete in un colore più tenue sono ancora da assegnare: ci vorranno dei giorni. Parliamo del Nevada, dell'Arizona, dell'Alaska. Ma in tutti e tre questi stati Trump è avanti. Mentre lo vedete — l'unica eccezione a livello di stati per così dire centrali degli Stati Uniti — il Colorado, conquistato appunto da Kamala Harris.
È stata una vittoria repubblicana schiacciante e inaspettata. I Repubblicani hanno conquistato tra l'altro anche il Senato e vanno verso la conquista della Camera dei Rappresentanti. Sembra una vittoria quella di Trump da "winner takes all" — il vincitore si prende tutto.
Partiamo da Giampiero Gramaglia. Giampiero, che vittoria è stata? Descrivila, enuclea i tre motivi di questa vittoria di Trump.
È stata come detto una vittoria più ampia del previsto, anche più rapida del previsto, nei tempi di assegnazione degli stati. È stata una vittoria che preconizza, per il prossimo biennio, una situazione del tutto anomala per gli Stati Uniti. Rarissima: la concentrazione nelle mani di un solo partito. Ma in questo caso eccezionale: la concentrazione nelle mani di una sola persona. Perché il Partito Repubblicano è ormai il partito di Trump — non ha quasi più nulla a che vedere con il Partito Repubblicano fino alla metà degli anni '10 di questo secolo.
Quindi la Casa Bianca — il potere esecutivo — e il Congresso — il potere legislativo — tutti nelle mani dello stesso partito. Ed è una sola persona: di solito c'è un equilibrio, e il potere almeno in uno dei rami è dell'altro partito. Non è così. E in più, il potere giudiziario è nelle mani della stessa persona. Perché la Corte Suprema è stata plasmata — per motivi occasionali, il crearsi di vacanze — e la Corte Suprema durante il primo mandato di Trump ha potuto nominare dei giudici conservatori. Adesso la Corte Suprema ha una netta maggioranza conservatrice. E lui ha anche aiutato in questa campagna a liberarsi dagli impicci, a dribblare i processi giudiziari.
Quindi abbiamo una situazione in cui il quel l'equilibrio dei poteri — la bilancia dei poteri, che stava tanto a cuore ai padri costituenti — non c'è più. E questa è una situazione anomala e per molti versi pericolosa. Anche perché la persona che ha nelle mani tutto questo potere non brilla per equilibrio, né per, come dire, l'attenzione a certi valori della democrazia e del vivere in quiete con il prossimo.
La prima dichiarazione di Trump a commento della sua vittoria: Trump ha parlato di "Golden Age for America" — si apre un'età dell'oro per il paese, dal suo punto di vista. "Abbiamo vinto il voto popolare", ha sottolineato Trump. Come vedete dalla macchia rossa alle mie spalle: tutti quegli stati sono stati conquistati da Donald Trump. È un'ondata repubblicana in tutta l'America.
Tra l'altro, si parlava di testa a testa fino all'ultimo giorno su questo.
Intanto, vi do dei flash: il dollaro è in forte rialzo sui mercati internazionali. Il Bitcoin era a 75.000 dollari di valore — un valore mai raggiunto prima. Il petrolio è in calo del 2%. Queste sono le reazioni attese dei mercati, la reazione dell'economia.
Ernesto Di Giovanni, Associazione Amerigo — un'associazione che fa da ponte tra Italia e Stati Uniti. Che notizia è la vittoria di Trump per il nostro paese, dal punto di vista politico, prima di concentrarci sugli aspetti internazionali?
È una notizia che in Italia, a parte il tifo apertamente costituzionale, ovviamente abbiamo visto anche i sondaggi degli elettori italiani di giorni scorsi che in realtà mostravano un centrodestra quasi più a favore, come Amerigo. Questo perché ovviamente ci sono stati una serie di passaggi in questi anni, una serie di momenti in cui anche la forza di maggioranza si è dovuta ovviamente confrontare con il presidente Joe Biden che comunque rientra il cambio al 20 gennaio.
Per l'Italia ovviamente è un'elezione che potrebbe portare alcune complicazioni a livello di politica commerciale e per il mondo industriale. Insomma, sappiamo benissimo che Donald Trump vede l'Europa come una struttura che esporta troppo negli Stati Uniti, dove c'è una bilancia commerciale e americana negativa. Su questo l'Italia potrebbe avere ripercussioni, avendo una bilancia commerciale molto positiva nei confronti degli Stati Uniti.
È chiaro che dovremo vedere come si comporterà l'amministrazione Trump: sappiamo che non ama la multilateralità, che tendeva a trattare con il singolo stato europeo. Perché ovviamente la sua visione è quella di un "1 a 1" con tutti — ponendo ovviamente la forza anche a suo vantaggio sul tavolo, non avendo quindi la necessità o la problematica di dover parlare con un'Europa unita.
A livello internazionale, ovviamente adesso il sottema dell'Ucraina e del Medio Oriente. Sappiamo benissimo del rapporto che lega Netanyahu e Donald Trump. Immagino e possiamo supporre che anche questo allungarsi della situazione in Medio Oriente, a Gaza, sia stata figlia di questa debolezza del Partito Democratico e della Casa Bianca nell'ultimo anno, e della sfida ovviamente del 5 novembre e quindi delle elezioni.
Un'altra sicuramente su questo sarà importante: capire quello che succederà. L'altra è stata la prima dichiarazione del governo francese: il portavoce del governo francese ha dichiarato: "Ora l'Europa prenda in mano il proprio destino." Mi sembra paradigmatica di ciò che potrebbe succedere a livello di relazioni internazionali.
Stefano Feltri: Giampiero Gramaglia ha parlato di pericolo — ha descritto Trump come un pericolo oggettivo per la democrazia americana in questa fase. Lo vedi, non lo vedi — la tua su questo?
Non mi sembra che su questo si possano fare delle sintesi semplici. Abbiamo un presidente che ha incitato a un tentativo di colpo di stato — l'assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021 — ha usato la forza. E ricordiamo per esempio durante le proteste di Black Lives Matter quando lui sostanzialmente invocò che si sparasse sui manifestanti. Ricordiamo che era quello che voleva che si impiccasse il vicepresidente, certo? Quindi, non mi sembra che ci sia una cosa che è solo un'esagerazione. Esiste un documento — "Project 2025" — che è la base di una logica programmata e che la prossima amministrazione ha in mente: un piano eversivo di distruzione della democrazia americana come la abbiamo conosciuta. E c'è un presidente che non ha alcuna percezione di cosa sia la democrazia, se non nella dimensione per la quale lui ha vinto e quindi può fare tutto. Questo è il rischio per la democrazia americana e per gli americani.
Io non credo assolutamente che la vittoria di Trump sia un'opportunità per lui alle Europa, non questa storiella che adesso che con Mente l'Europa vuol trovare se stessa, come si vede cercare la sua identità. Non è così: l'Unione Europea ha dei problemi che derivano dalla sua struttura interna e non dal contesto. Non è che adesso cambia tutto. Macron rimane uno che è un presidente dimezzato; Scholz rimane uno che è un disastro elettorale e gestionale. Le destre sapranno di poter contare su una sponda più interessante.
C'è — per esempio — un'analisi inquietante sull'Europa che non si fa spesso: i rischi di una guerra nei Balcani con una vittoria di Donald Trump. Perché quando si parla dei Balcani — cioè non in Medio Oriente, non a Gaza, non in Ucraina — Donald Trump ha apertamente appoggiato il presidente serbo, distruggendo la posizione di Goggin e il lavoro di anni su questo. Questo solo per uno spicchio di mondo — l'effetto Trump quale può essere. Immaginate sul resto. E anche quelli che dicono "è chiaro adesso sì che dobbiamo spendere in armamenti" — il problema è che il modo più efficiente, quindi il più efficiente di aumentare la spesa militare e comprare armi americane — non produrle. Quindi il rischio è che noi aumentiamo la spesa militare — per emanciparci da Trump — comprando le armi di Trump. Quindi ci ho, è molto complicata, e ci ha bisogno di evitare le semplificazioni e gli slogan, perché è una situazione seria. Per non parlare della crisi climatica e tutto il resto su quello che abbiamo fatto vedere in multilaterali nel momento complicato.
Parole che Stefano — che mi hanno colpito — sul podio di Trump, a Mar-a-Lago, da dove ha parlato: il claim era "Trump will fix it" — Trump la aggiusterà. Dipende chiaramente come ha fatto un'analisi su "dipende". Quel "fix" che in americano significa aggiustare meccanicamente "dipende" poi degli strumenti che si utilizzano per aggiustare il paese. Dipende.
In tanto, l'economia americana era in una fase di boom: c'era un po' solo da peggiorare i corsi — è difficile migliorare una cosa che sta andando benissimo. E difatti il fatto che l'economia fosse andata così bene non è stato però un fattore di vittoria dei Democratici. Che potevano portare a casa evidentemente — quando gli analisti parlano non di un effetto economia sull'elettorato americano, ma di un effetto identità.
In fatti, vorrei riavvolgere il nastro e cercare di capire insieme a voi i motivi di questa vittoria di Trump così schiacciante, così immediata — e inaspettata rispetto a quello che ci attendevamo fino a poche ore fa. Vorrei farlo facendo vedere un video: il video simbolo della campagna elettorale di Trump dura un minuto e poi ce lo commenta Domenico Giordano, esperto di campagne elettorali dal punto di vista social.
Allora, innanzitutto diciamo una cosa a proposito di quello che questo video genera. Abbiamo due grandi caratteristiche, due grandi narrazioni. Quella della paura — il video che abbiamo appena visto è la sintesi — siamo del posizionamento: "Forza, paura di Trump" contro la retorica dell'ultimo momento, perché non dimentichiamoci che Kamala era diventata candidata del Partito Democratico ufficialmente ad agosto. Però il passaggio tra lei e Biden è stato il 21 luglio, ufficialmente ad agosto. Quindi ha sposato ovviamente la contro-narrazione — quella della gioia, della speranza.
E quello che vorrei prima di parlare di piattaforme, del peso delle piattaforme — è anche una nostra cosa che Trump in campagna elettorale permanente dal 7 gennaio 2021. Mi scuso: facciamo passare questa data, che per voi come per me ha avuto significato tanto. Il vero esordio della campagna di Trump arriva il 25 agosto del 2023, quando Trump pubblica per la prima volta dopo diversi mesi in cui era stato silenziato — prima della notifica di messa sotto accusa — pubblica sul suo account X la foto segnaletica, dopo il fermo della polizia ad Atlanta per i brogli elettorali del 6 gennaio e la domanda di rinvio a giudizio.
Quindi ha avuto molto più tempo per infondere — e cito questo dato — perché ha avuto molto più tempo per sfruttare la capacità degli algoritmi di convivere, di convivere con l'identità dei cittadini — in questo caso con gli americani. E Trump ha fatto sostanzialmente questo: ha consentito al suo messaggio di convivere giorno dopo giorno, lavorando ovviamente sulla retorica della paura. La paura dell'inflazione, la paura del posto di lavoro, la paura di un'America che non è più nazione leader, non è più il gendarme del mondo occidentale.
Dall'altra parte invece Kamala Harris ha fatto tanto. Ha fatto una campagna di rispetto — in qualche modo questa campagna elettorale non è riuscita, perché non aveva un vero tempo. Poi, giusto se poi abbiamo parlato di algoritmi e poi vi rilascio la parola: Trump ha utilizzato per la prima volta — in maniera univoca — una serie di piattaforme social, da Rumble a TruthSocial — che sono dei social un po' di nicchia, già — ma oltre alla miriade che significa X, Instagram e TikTok.
Ma questa è stata la campagna elettorale di due piattaforme che già nella passata elezione non c'erano, e sulla campagna elettorale di TikTok — questa è stata la campagna elettorale tra Instagram. Non è un dato che a voi è sicuramente noto: entrambi i candidati — come un po' successo nelle elezioni italiane del 2020 — come Kamala si chiedono quando Trump sono approdati a TikTok negli ultimi mesi. Il 13 giugno 2024: l'apertura, quindi circa tre mesi, dell'account TikTok di Donald Trump. Il 5 agosto: l'apertura dell'account TikTok di Kamala. E quindi le piattaforme hanno esercitato questo ruolo sia algoritmicamente sia del tempo, sia in maniera intensiva nell'ultima fase della campagna elettorale, nel compito di amplificare un messaggio.
Ah lì vediamo: i spin doctor. Ci sono due personaggi di cui parleremo assolutamente dopo la nostra breve pausa. Elon Musk, tra l'altro: Trump lo ha definito poco fa parlando in Florida "star is born" — c'è una nuova stella è nata — riferita a Elon, come lo pronuncia lui: "Ilon. I love you", ha detto dal palco a Mar-a-Lago Trump. Un connubio strettissimo. Ma Musk, e quindi anche il ruolo di Elon Musk lo vedremo nei prossimi mesi. Lo chiederemo ai nostri ospiti.
Andiamo in pausa per pochi secondi, torniamo qui e cercheremo di capire ancora di più cosa succederà da domani.
Stiamo parlando delle elezioni del 47° Presidente degli Stati Uniti: Donald Trump è stato rieletto. E stiamo analizzando con i nostri ospiti di Largo Chigi la notizia del giorno e delle prossime settimane.
Per tornare, Ernesto Di Giovanni: con la dichiarazione cinese. La Cina si è già fatta sentire — ha detto: "Puntiamo nel rapporto con Donald Trump alla coesistenza pacifica, il rispetto reciproco e la cooperazione win-win." Tra l'altro curioso l'utilizzo da parte della delegazione cinese dell'espressione "win-win" — vittoria, vittoria. Che cosa ci dobbiamo aspettare da questo punto di vista, Ernesto?
Sicuramente ci dobbiamo aspettare quello che già è stato fatto negli ultimi 8 anni nel rapporto con la Cina da parte di entrambe le ultime due amministrazioni — quella Biden e quella Trump prima. È evidente che il tema cinese è il tema centrale della politica estera internazionale americana. E Donald Trump si concentrerà molto di più sul Pacifico e su quella area geografica rispetto a quelle che possono essere — anche come diceva Stefano Feltri prima — le questioni europee. Che sicuramente la vittoria di Trump non dà un boost in più per iniziare veramente a parlare di autonomia strategica europea, piuttosto che di difesa comune. Concordo sul fatto che comunque i leader europei andranno ognuno per la propria strada. Ricordo — Macron durante la prima presidenza Trump — che dichiarò la NATO "cerebralmente morta": poi abbiamo visto cosa è successo nel tempo.
Sull'escalation con la Cina, ovviamente secondo me Trump cercherà di capire quali sono le aspirazioni cinesi, soprattutto sui due fronti più caldi che ci sono in questo momento in atto. È evidente che il tema ucraino e il tema mediorientale sono centrali. E immagino che all'interno dell'apparato della nuova amministrazione Trump si cercherà in tutti i modi di togliere la Russia dall'abbraccio mortale cinese. Perché l'unico modo che molti analisti americani ritengono per evitare uno scontro veramente molto forte con la Cina — a scala di conflitto — è togliere la Russia dall'abbraccio mortale cinese.
Questo, ovviamente, con Trump che ha dichiarato più volte che avrebbe chiuso la guerra in Ucraina in una telefonata con Zelensky e Putin, vedremo quello che accadrà. Ma il tema centrale rimane proprio questo, e soprattutto capire quale sarà poi il ruolo cinese nello scacchiere mediorientale. Sappiamo benissimo anche i rapporti che la Cina ha costruito con vari paesi nel Golfo, tra cui l'Arabia Saudita — un partner centrale americano. Lo è stato con la prima amministrazione Trump, lo è stato anche un po' con l'amministrazione Biden, nonostante le varie questioni sui diritti umani. E questo gioco delle parti servirà a capire quali potranno essere poi le implicazioni su quello che verrà, Taiwan, che è poi il perno della questione.
La temperatura si sta alzando su Taiwan perché l'impegno militare cinese, soprattutto marittimo nella zona, è in totale aumento.
A proposito di dichiarazioni: nel resto di Giovanni, lo diceva poco fa: Trump, nel suo primo commento sulla politica estera, sui conflitti, ha dichiarato: "Io non inizierò nuove guerre, le farò terminare."
Giampiero Gramaglia: andiamo a sfogliare la pagina della politica estera. In termini di priorità per Trump e per la sua amministrazione — priorità di politica estera, se possiamo mettere in fila le prime due, le prime tre. E perché — se consideriamo la Cina non necessariamente una priorità di politica estera, ma di politica economica — diversiamo un attimo di terra e un campo dalla Cina.
Io direi che, guardando la carta del mondo, vedo due persone particolarmente contente in queste ore: una in Israele, e l'altra in Arabia Saudita. Poi vedo una persona perplessa che si interroga se abbiamo fatto la scelta giusta o meno: il presidente russo Vladimir Putin. E credo che a Mosca non siano né contenti né scontenti, perché le relazioni con gli Stati Uniti sono praticamente inesistenti, grazie al Trump del primo mandato. Però non possono peggiorare semplicemente perché l'utilità è ridotta ai minimi termini.
Se vogliamo, forse c'è un'altra persona contenta perché si immaginerà di fare un viaggio negli Stati Uniti che mai si sarebbe immaginato di fare: che è il presidente nordcoreano, Kim Jong-un, che ha una bomba atomica di cui Trump ha detto che avevano un buon rapporto. Si sono scambiati delle lettere molto affettuose. Trump è andato tre volte a trovarlo, poi non è successo assolutamente niente. Lui ha continuato a fare test atomici. Però c'era questo rapporto di cui Trump sembra mettere ancora all'occhiello quando ne parla.
Il fatto che siano non molto contenti due protagonisti delle vicende mediorientali non è necessariamente positivo. Ci dice che lì ci sarà senz'altro una grande attenzione di Trump — ma anche quella regione guarda con attenzione a Trump. E secondo me, quando lui dice che metterà fine alle guerre — in qualche modo avrà ragione — perché senz'altro nell'intesa che c'è fra lui e Netanyahu, di cui tra l'altro mi sembra abbia dato qualche indicazione il fatto che i messaggi erano "fai quello che vuoi, finisci il lavoro che hai cominciato" — la formula che ha usato spesso. Però al 20 gennaio il quadro deve essere tranquillo. Quando si siede "io, ho finito il tuo lavoro, da quel momento ci prendiamo gli accordi di Abramo, tutte le cose che ti piacciono." E i Sauditi andiamo avanti verso i due stati: non se ne parla di uno, ne parlano gli anni, Trump, non ne aveva mai parlato, quindi quella può essere la direzione.
L'altro problema che mette molti in imbarazzo: si, non è l'Ucraina. Perché far finire la guerra in Ucraina è estremamente semplice, se questo è l'obiettivo di Trump: non do più armi all'Ucraina, non do più soldi, l'Ucraina è costretta a negoziare da una posizione non di forza. Cosa tocca? Che poi ci troviamo un'Europa che si è — come dire — seguendo le indicazioni di Biden, l'America di Biden, comunque accordata su quella linea, si trova ad aver preso impegni che non sarà in grado di sostenere da sola. Perché non ha gli strumenti: sarà chiamata a ricostruire un paese che è stato semplicemente distrutto nelle sue infrastrutture. E magari ad accogliere l'eventuale riunione europea con una candidatura, perché poi è un peso: il paese entra nell'Unione Europea senza... Perché su questo Trump dovrà negoziare qualcosa con i Russi — e senza magari regalare l'allargamento della NATO. E avendo una posizione americana indebolita dalle stesse dichiarazioni di Trump, che in campagna elettorale ha detto: "Se gli europei non pagano, ero pronto a fare di peggio, a dispordi di loro come volevo." Punto.
Tra l'altro, non tocco un documento — sono dichiarazioni. Putin, proprio ieri, diceva: "Noi non solo siamo pronti a negoziare, ma stiamo già negoziando da sempre." Non aveva mai detto prima. Non aveva mai parlato di negoziati. Perché lo fa adesso, proprio nelle giornate delle elezioni americane? E se c'è del vero, secondo te?
Secondo me c'è del vero, nel senso che è chiaro che loro sono pronti a negoziare — a negoziare, però, non da una posizione di debolezza. Non la "pace giusta" che dicevamo noi, ma dal punto di forza: "Negoziamo. Noi siamo qui, abbiamo questo territorio, e non lo lasciamo." Abbiamo anche già annesso — adesso discutiamo del rapporto corretto con l'Ucraina. Quindi loro sono pronti a negoziare.
Ora mi è più chiaro. Grazie.
Voglio andare da Stefano Feltri per parlare invece del campo degli sconfitti. Kamala Harris è la grande sconfitta — ha deciso nelle immediate ore successive alle elezioni di non parlare, di rimanere in silenzio. Non credo — visto il risultato — che ci sarà così spazio come si temeva. Ricordare si, ma senza dubbio, Stefano: c'è un problema nel Partito Democratico. È un problema grosso, perché la sconfitta è bella pesante. Ti voglio chiedere: cosa può cambiare nel Partito Democratico? E se secondo te, Michelle Obama sia l'unica strada.
No, io non credo che Obama sia una strada. C'è stata — secondo me — una questione. Non mi sfugge che Michelle Obama è stata messa come trouvaille giornalistica, ma non è mai stata un'opzione credibile. Io credo che la politica americana abbia le sue regole. Bisogna che il cambiamento funzioni dal basso e non dall'alto. Non sono cose che si costruiscono in laboratorio: c'è una parte sorprendente nella competizione che genera e distrugge personalità.
Una delle fragilità di Kamala Harris, forse quella decisiva, è stato il modo in cui è stata scelta. Ricordiamo cosa è successo: cioè Joe Biden vince le primarie, stravince le primarie con sostegni. Tutta la macchina democratica, tutti i giornalisti — mi ricordo degli editoriali di Ezra Klein che diceva "La cecità di Biden, il suo asset, perché ci serve un presidente vecchio un po' rincitrullito" — poi, cambia tutto di tratto. E a un certo punto Joe Biden viene costretto a ritirarsi da questa macchina che si è stretta intorno a lui, portandolo fino al dibattito con Trump. E a quel punto lui — non sappiamo se per intesa con l'establishment, cioè con Barack Obama, con i segnali degli altri, o di sua iniziativa contro i loro biani — indorsa Kamala Harris insieme al suo ritiro dalla campagna presidenziale. A quel punto chiude tutte quelle opportunità di cui si ricorderete si parlava quella settimana, cioè le primarie aperte, la convention aperta, in cui i delegati — con un mandato prodigatorio — indecisi che si presentavano lì. E tutto questo impedisce la legittimazione di una leadership. E quindi Kamala Harris — insieme al perché Kamala Harris — che se la campagna era in realtà il Partito Democratico: non c'è una ragione per cui si è ritirata dalle primarie — ma il modo — nel 2019, ed è stata ripescata come quota rosa da Biden. E adesso da proletta, ripescata perché — se no — che Biden era una persona apprensiva, ha scelto una vicepresidente che non gli facesse ombra, e che fosse inadatta a succedergli, cosa che certamente si è dimostrata. Non ha avuto lì, si è corretta. E poi è stata imposta di nuovo da logiche di partito. Cosa può cambiare per il Partito Democratico?
Non lo so. Io penso che ci siano davanti due strade, per semplificare. Una è competere sulle estreme, e l'altra è competere al centro. Kamala Harris non ha fatto nessuna delle due cose: nel senso che il suo personaggio — diciamo così radicale, di rottura — che piaceva in teoria al mondo sensibile ai diritti, i giovani, eccetera — ma il suo messaggio politico era centrista. Allora le due cose non hanno funzionato molto bene insieme. Joe Biden era un presidente centrista che proprio in quanto centrista ha potuto fare cose anche radicali — che è un po' la storia del successo dei vari presidenti che poi fanno le riforme.
Quindi secondo me cosa deve fare il Partito Democratico in parole povere? Trarre la lezione: deve lasciare che emergano idee e scelte dal basso. E su questo ragionano i trumpiani: non devono essere candidati di "E" — i giorni dei "diversity and inclusion" eccetera — non è certamente politicamente spendibile.
C'è anche una preoccupazione per JD Vance — il vicepresidente — che doveva servire a vincere la Rust Belt e a contendere voti ai trumpiani. Abbiamo visto una figura attuale, e poi quindi si è rivelato un personaggio che si è dimostrato assolutamente inadeguato al ruolo, già nel dibattito con la vicepresidente uscente. Quindi, diciamo, i cosiddetti "prerequisiti etichettati" secondo me hanno dimostrato che non possono funzionare così.
Quindi, forse, una delle soluzioni — se ci fosse — sarebbe voltare a sinistra. Come dire — in un senso — è una delle strade. È quella scelta che il Partito Democratico aveva davanti nel 2020. Ed era una scelta che ho auspicato — pur non condividendo tutto di quei personaggi — ma che parte del Partito Democratico si è salvata dalla prima presidenza di Trump, e non è grazie a Joe Biden. Non mi sfugge che devo dirlo, ma è grazie a Bernie Sanders, ad Alexandria Ocasio-Cortez, a Cedar, che hanno tenuto vivo il partito. Ma poi hanno vinto le elezioni con Biden, non con Bernie Sanders, o con Elizabeth Warren — pur personaggi validissimi.
E se come questa: la politica americana non è "identity politics", è una politica transazionale — transazionale nel senso del costruire coalizioni attraendo blocchi della società di cui il candidato è un interlocutore credibile come rappresentante degli interessi. Kamala Harris non lo era — per mille ragioni di biografia, di percorso, di scarso seniorità — eccetera. E servono candidati così. Cioè, non è "Alexandria Ocasio-Cortez la risposta": andiamo a cercare il Trump di sinistra. Il Trump di sinistra c'era ed era Bernie Sanders — persona validissima, con idee — diciamo — originali e comprensibili. Non è un passo però. Ma non può funzionare. E le persone servono come ingredienti di un mix, ma poi ci vuole un'altra figura.
C'è un'altra grande domanda adesso, secondo me: diventa "punto JD Vance." Perché JD Vance, che ha la responsabilità — o chi per lui — ha la responsabilità e l'occasione di trasformare un afflato, come si diceva all'inizio, nella nuova versione della Destra americana — trasformarla in una cosa più strutturata, permanente, con una coerenza ideologica che va al di là della biografia di Trump. È una partita aperta — diciamo — questa non è ancora persa. E quindi ci ha bisogno di combattere, però.
Certo. In ogni battaglia vale la pena di combattere con le armi. Quella grinta e quella verve è mancata un po' al Partito Democratico.
Tra l'altro sottolineo: hai citato Barack Obama. Fa capire come la percezione dei potenziali risultati da parte dei Democratici era davvero fuori fuoco. Barack Obama ha detto: "Ci vorranno dei mesi, ci saranno dei ricorsi legali." Non è stato così: la vittoria è stata così schiacciante da parte di Trump.
Io ricordo di aver ascoltato da qualche analista: due sono i fattori dell'America vera dei swing states — "America vera" intesa come l'America della gente — due sono i fattori che condizionano l'andare al voto e decidono per chi votare. Uno: il prezzo della benzina. Due: il prezzo delle uova. Questo per farvi capire come l'americano medio guarda a cose molto, molto concrete.
Abbiamo promesso: torniamo a Ernesto Di Giovanni per cercare di capire meglio cosa farà Elon Musk a questo punto. Lo spin doctor, l'alleato, il tuttofare di Trump. Tra le prime parole, Ernesto, nel suo primo intervento ad descrivere il lancio di una navicella spaziale — l'atterraggio che ha fatto la navicella — ricordate sulla terraferma, le sue braccia come noi teniamo in braccio i nostri piccoli bambini alla sera — cioè ha fatto uno spot clamoroso. Musk, terminando con "Elon, I love you." Cosa significa questo per l'America?
Insomma, abbiamo visto una campagna elettorale dove abbiamo avuto in sostanza due grandi modelli di imprenditoria: da una parte e dall'altra. Da una parte abbiamo avuto Bill Gates, dall'altra parte abbiamo avuto Elon Musk. Di una difficoltà completamente diversa, generazioni diverse, modi di essere, modi di porsi, con aziende anche molto diverse. Quindi — se questo è il punto — potrebbe essere anche uno shift all'interno della visione che questa amministrazione potrebbe avere.
Trump ha promesso più di una volta un posto all'interno dell'amministrazione a Elon Musk. Stiamo cercando di capire quale tipo di attività andrà a fare direttamente Musk. Penso che sia possibile che si fermerà molto sulla ricerca spaziale, sull'innovazione, ma soprattutto anche nel cercare di dare un volto nuovo al Partito Repubblicano. Sono convinto che questo dono al Trump non sia semplicemente un ringraziamento per quanto Musk ha fatto nei confronti del nuovo presidente: intendo in termini di utilizzo di X come piattaforma che ha inondato di messaggi pro-Trump — la piattaforma stessa. Non solo la disponibilità economica e finanziaria che Musk ha messo a disposizione di Donald Trump, anche utilizzando dei modi poco ortodossi. Pensiamo a cosa è successo per un po' di giorni durante la campagna elettorale repubblicana: dove insomma, per ogni elettore indeciso che si dichiarava poter vincere un milione di dollari — insomma, questa è una cosa un po' strana.
Se prendiamo queste cose messe insieme, e se a questo aggiungiamo il genio conclamato di Elon Musk — si è si cosa si possa pensare di lui — io se fossi JD Vance non starei molto tranquillo per i prossimi quattro anni, insomma.
È certo. Perché, insomma, rimane sempre una piccola cosa rassicurante. Si ricordiamo: Elon Musk non può essere eletto Presidente degli Stati Uniti — non è nato in America.
È certo, sono d'accordo. Però tutto possiamo immaginare da questa ruota di innovazione.
Il tempo è tiranno. Chiudo con una battuta di Domenico Giordano. Domenico: qual è la piattaforma dei prossimi quattro anni negli Stati Uniti? Elon Musk e la sua X domineranno a livello di social, o vedete l'attenzione un po' divisa tra TikTok, reggendo, Instagram, il DM? Come la vedi?
Sì, secondo me anche i mesi penso, le... ci sarà una nuova battaglia, un nuovo ambiente. Non trascuriamo il metaverso, non trascuriamo quello che genererà l'intelligenza speciale, le trasformazioni — ancora — nei prossimi repentini passaggi e nelle prossime settimane ci aspettano. Quindi sono sicuro che l'ecosistema ci darà da scoprire nuove piattaforme, un nuovo ambiente digitale — un'intermediario sicuramente. Veramente: nuovi strumenti anche dal punto di vista dei social, novità. Ci aspettiamo delle novità dalle istituzioni del nostro tempo.
Terminiamo qui. Ringrazio i nostri ospiti. Ringrazio Stefano Feltri e Domenico Giordano per essere stati collegati con noi. Giampiero Gramaglia ed Ernesto Di Giovanni, che hanno fatto compagnia in studio: ci hanno aiutato a capire.
Largo Chigi di questa settimana finisce qui. Vi invito a rivederlo: ci saranno anche diversi replay. Oltre a questa diretta da Paolo Bocchetti, un saluto. Ma prima di lasciarvi, volevo invitarvi su TheWatcherPost — la nostra testata — a iscrivervi alla nostra newsletter. Si chiama "Frame", arriva nelle vostre caselle mail ogni sabato. Per capire come, quando e perché riceverla, andate su TheWatcherPost.it — o la nostra versione in inglese TheWatcherPost.eu — dedicata ai temi dell'Unione Europea. Paolo Bocchetti dagli Utopia Studios: Largo Chigi finisce qui. Arrivederci.