Empowerment femminile: come colmare il gender gap

Trascrizione del video
Benvenuti dagli studi di Roma. Paolo Bocchetti, con voi per una nuova puntata di Largo Chigi, Vista sulla politica. Questo oggi ci occuperemo di empowerment femminile e di Gender Gap. Mandiamo come di consueto un saluto ai nostri graditi ospiti. La prima, in collegamento da Milano, è la giornalista de Il Post, Maria Sole Lisciandro. Ben trovata, Maria Sole. Buongiorno e grazie. Alla mia sinistra, la senatrice Paola Mancini, Commissione Affari Sociali del Senato, Fratelli d'Italia. Ben trovata. Buongiorno, grazie per l'invito. Alla mia destra, Vinci Energies Italia, direttrice delle Risorse Umane, Michela Giampietro. Buongiorno a tutti. Torniamo alla mia sinistra: l'onorevole Elena Bonetti, capogruppo di Azione in Commissione Affari Sociali alla Camera. Buongiorno. Buongiorno. Bene. Cominciamo. Lo vedete alle mie spalle, cioè la prima pagina del Corriere della Sera: Largo Chigi comincia con la rassegna stampa. Andiamo a vedere quali sono le notizie più fresche di oggi. "Consulta, voto a vuoto: le elezioni" — questo il titolo principale del Corriere della Sera. "L'opposizione ferma il voto su Marini, consigliere di Palazzo Chigi: la maggioranza non ha i numeri e sceglie la scheda bianca, polemiche e assenze sospette." Così il Corriere della Sera. Si spalma il fondo di Massimo Gaggi dedicato alla corsa alla Casa Bianca: ormai mancano poche settimane alle elezioni del nuovo presidente degli Stati Uniti. Recita così il fondo di Gaggi: "Kamala Harris ha fatto un gran lavoro per recuperare rispetto a Joe Biden, le cui prospettive presidenziali a luglio erano precipitate in un pozzo. Ma come previsto, dopo l'ondata di ottimismo e vigore per la scelta di una candidata più giovane e dinamica, l'incoronazione della convention e la vittoria della Harris nel dibattito presidenziale contro Trump, è venuto per i democratici il momento di confrontare l'ottimismo della volontà con il pessimismo della ragione." Così Massimo Gaggi nel suo editoriale per il Corriere della Sera. Voltiamo pagina, andiamo a vedere un altro giornale: La Repubblica. "Bonus casa, arriva la tassa: il ministro Giorgetti, in audizione alla Camera, non esclude l'allineamento dei valori catastali per chi ha usufruito di incentivi." Poi ammette: "Dopo la revisione dell'ISTAT, sarà difficile raggiungere l'obiettivo del più 1% di PIL nel 2024." Sulla Consulta: "Fallisce il blitz di Meloni, la maggioranza vota scheda bianca." Il commento di Stefano Cappellini, intitolato "Le forze istituzionali". Cappellini scrive quanto segue: "Giorgia Meloni si risente molto quando arriva a sentirsi rimproverare la modesta cultura istituzionale del partito che presiede e la sua difficoltà nel vedere bene la differenza tra guidare una forza politica e il governo di tutti. Convinta, per educazione sentimentale, che la capacità di leadership si misuri sulla scala Richter della prepotenza, e che ogni ostacolo politico debba essere spianato a qualunque costo, come del resto già pensava il suo amico-nemico, Matteo Salvini." Così Stefano Cappellini su Repubblica. Mandiamo ad approfondire: andiamo a vedere il primo approfondimento dedicato appunto a ciò che è successo in Parlamento, ieri riunito in seduta comune per la votazione del giudice della Consulta. Massimo Franco, la nota: "Un autogol sul metodo che alimenta la spaccatura. C'è solo da sperare che la maggioranza capisca — così Massimo Franco — quando si tratta di istituzioni di garanzia come la Corte Costituzionale, il metodo è sostanza. E il tentativo di imporre un proprio candidato senza coinvolgere le opposizioni può diventare un boomerang, e non solo quando non riesce come ieri. Lo è anche quando tende a piegare all'ottica di governo organi come la Consulta, legittimati dal fatto di essere percepiti come neutrali. Si può poi discutere sull'opportunità di scegliere di non partecipare alla votazione come hanno fatto le opposizioni, probabilmente sulla decisione pesando anche il timore di trovarsi sul voto segreto." Bene, su questa notizia io chiedo il commento dei nostri ospiti. Partiamo dalla maggioranza: senatrice Mancini, cosa è successo e cosa potrà accadere per colmare questo vuoto del giudice della Corte Costituzionale, che tra l'altro verrà ampliato, visto che ci sono altre tre giudici in scadenza a dicembre? Dice: "Vacante un posto importante, oggi da colmare." Un buco che aumenterà perché a dicembre sono in scadenza altri due giudici. Sorrido perché c'è sia l'inopportunità da parte della minoranza di scegliere di non andare in aula, sia l'inopportunità della maggioranza di indicare un nome ben definito. Tante polemiche. Io l'ho visto veramente come un giallo per qualcuno che si è costruito un film. Anche quello della famosa chat dove ci invitavano a essere presenti — praticamente tutte le settimane veniamo invitati a essere presenti. Ed è stato che questa volta di rinunciare alle missioni da parte di chi aveva già missioni programmate. Perché sappiamo che nelle forze di maggioranza sono presenti anche ministri sottosegretari che per lo più non partecipano al voto in aula. E quindi questa "forza dura" — io non la leggo così male — aveva un invito assolutamente a essere presenti. Perché è chiaro che per andare a votare aveva la necessità — anzi, per eleggere aveva la necessità — di avere i numeri: i tre quinti. E quindi era importante essere tutti presenti. È un'inopportunità che dovrebbe avere però lo stesso giudizio, sia quello che riguarda la minoranza che la maggioranza. E sembra un altro: e questo è l'opportunità di aprire una fase di dialogo. Perché è andato deserto l'ottavo tentativo di eleggere il giudice, e non ci si è usciti di fatto. Quindi maggioranza e opposizione sono chiamate a una fase di dialogo. Onorevole Bonetti, qual è il suo punto di vista? Dove si collocano le responsabilità in questa fase di dialogo? Qual è l'obiettivo anche delle opposizioni? L'obiettivo dovrebbe essere quello che la stessa procedura per l'elezione del giudice in qualche modo induce e prevede, cioè un dialogo ampio a livello parlamentare. Perché ovviamente per eleggere un giudice della Consulta ci serve una maggioranza ampia, quindi i numeri dell'attuale maggioranza non servono. Il fatto che i numeri non bastino impone alla maggioranza per prima di farsi carico di una sintesi, che è doveroso che ci sia anche nell'indicazione dei nomi. La maggioranza deve fare un'indicazione che faccia sintesi delle diverse e trasversali sensibilità a livello parlamentare. Questo dialogo non è stato promosso in modo significativo per otto volte — perché non è che da domani mattina si realizza — quindi è quello che doveva avvenire dall'inizio. Io auspico che finalmente questo possa accadere proprio perché si sta parlando non della tutela di una parte, ma della tutela nel merito di una figura che possa garantire nel miglior modo possibile il rispetto dei principi costituzionali, anche della deroga — lo che giustamente alla Consulta è quello che viene assegnato. Noi ieri non abbiamo partecipato al voto anche per una coerenza rispetto al dialogo con le altre opposizioni. Però non riteniamo che si possa continuare a fare così — anche un po' di processi democratici, in questa fase, nelle istituzioni. Quindi siamo in attesa del passo della maggioranza, ma anche di una assunzione di responsabilità che noi stessi per primi richiamiamo ad avere e a mettere in campo. Abbiamo ascoltato le parole dell'onorevole Bonetti. Anche perché il buco di cui si parlava tenderà come dicevo ad allargarsi: saranno altri tre i giudici in scadenza di fatto poco più di due mesi. Quindi c'è una corsa contro il tempo anche da questo punto di vista. Torniamo alla nostra rassegna di oggi. Perché dal punto di vista del governo c'è un pezzo, un retroscena di Francesco Verderami, che è titolato così: "Il mistero della protesta di Crosetto, che diserta il Consiglio dei Ministri. Amarezza e rabbia della premier: 'Tutti hanno il dovere di esserci', ma il governo non si ferma." "Che il titolare della Difesa abbia deciso una sorta di protesta silenziosa, lo hanno capito anche i ministri alleati. Le assenze del collega, infatti, sono diventate così tante che non potevano più essere frutto solo di coincidenza. Al punto che c'è chi si è spinto a chiedere lumi a Meloni, ricevendo una risposta che ha confermato il problema: 'Per i ministri, venire in Consiglio è un dovere. Dopo di che si va avanti lo stesso, il governo non si ferma perché qualcuno fa le bizze.'" Ma oltre le parole ha colpito lo sguardo della premier, il senso di voto che in quel frangente non è riuscita a nascondere. Come evolverà diciamo questo mini caso che attiene al ministro della Difesa? Voltiamo nettamente pagine. Parliamo di sociale, di sanità. Questo è un pezzo de La Stampa: è un'analisi di Nino Cartabella. "Con l'assenza della sanità, pagano le famiglie: quattro milioni e mezzo di italiani rinunciano a curarsi." È il report della Fondazione GIMBE. La spesa dei cittadini per la salute è salita del 10,3% nel giro di un anno. Aumenta il divario fra regioni del Nord e del Sud, mentre calano drammaticamente gli infermieri. Una bellissima analisi che vi consiglio di leggere, di approfondire in dettaglio. Il tema — nettamente sociale — è quello della rinuncia alle cure: è proprio un tema sociale molto importante. Come l'empowerment femminile di cui ci occupiamo questa mattina a Largo Chigi: empowerment femminile, gender gap, gender pay gap. Il divario tra i generi, purtroppo in Italia, non è in via di miglioramento. Non lo diciamo noi: lo dice il Global Gender Gap Index del 2024, che vede il nostro paese — pensate — all'87° posto nel mondo, ma soprattutto 30° su 40 paesi in Europa. Peggio di noi fanno solo Turchia, Ungheria e Repubblica Ceca. Con un gender gap pari al 30%: un divario di genere troppo importante, e soprattutto con delle conseguenze molto importanti non solo dal punto di vista sociale, ma anche economico e di sviluppo del nostro paese. Partirei da Maria Sole Lisciandro. Maria Sole, qual è la situazione? Soprattutto cosa e come possiamo migliorare? Questa è una bella domanda. Partirei con la parte più facile, che è: qual è la situazione. Come dicevi tu, il gender gap in Italia è pari al 30%. E questo 30% è fatto di tante cose che si concatenano tra di loro e poi alla fine portano le donne a guadagnare meno degli uomini. In sostanza ci sono essenzialmente quattro motivi per cui questo avviene. Innanzitutto le donne lavorano mediamente di meno — ma non nel senso proprio che si impegnino di meno: ce ne sono tantissime — però lavorano meno in termini di tempo. Quindi accade, per esempio, nel caso della maternità e dei congedi familiari: spesso fanno più ricorso al part time degli uomini, e quindi complessivamente si ritrovano ad avere stipendi minori rispetto ai colleghi uomini. Poi ci sono i fenomeni di segregazione orizzontale, per cui tendenzialmente le donne sono concentrate nel settore in cui si guadagna meno. Nell'Unione Europea quasi la totalità del lavoro di cura è affidata alle donne, e questo avviene anche in Italia. Quindi in questi settori le paghe sono strutturalmente basse, e le donne arrivano in questi settori un po' per questi oneri culturali — perché alle donne tendenzialmente è stato demandato da sempre il lavoro di cura della famiglia, molto più che agli uomini — e soprattutto perché non riescono ad avvicinarsi molto alle materie STEM, cioè le materie scientifiche, che poi danno prospettive di carriera migliori e quindi poi dàno anni di guadagni migliori. E poi c'è tutta la parte per cui le donne hanno mediamente accesso a opportunità di carriera inferiori. Si pensi che in Italia il 58% delle posizioni in entrata è occupato da donne, ma solamente il 21% delle posizioni dirigenziali è occupato da donne. E questo è un dato che deve assolutamente far riflettere, perché è come se le donne fossero intrappolate sotto un soffitto di vetro, che non riescono a sfondare. Quindi sono tendenzialmente condannate a una carriera che rimane a metà, quando le cose diciamo già vanno abbastanza bene. E infine c'è quella cosa che i ricercatori descrivono come la discriminazione retributiva: il dato che c'è che c'è la tendenza da parte dei datori di lavoro di pagare meno a donne rispetto ai colleghi uomini, a parità di competenze e mansioni. Questo è ovviamente una cosa che ancora succede — difficile da misurare, ma è una parte che ancora c'è, che la ricerca ha evidenziato. E il dato, Maria Sole, è che la situazione è abbastanza drammatica. Pensate: per recuperare, per raggiungere l'effettiva parità di genere in Europa, serviranno almeno tre generazioni, mentre in Italia ne serviranno ben cinque. Quindi c'è un caso tutto italiano di gender gap su cui lavorare. A proposito di questo, senatrice Mancini, cosa sta facendo il governo? Visto che comunque abbiamo perso 24 posizioni in questa classifica. Ma credo che l'analisi che ha fatto la collega precedentemente mostri che c'è veramente un pregiudizio importante, comunque una cultura nostra in Italia che ancora oggi va a discriminare molto la donna rispetto all'uomo quando parliamo di ambiente lavorativo. Questo è quindi la priorità: affidando il compito di gestire quella che è la famiglia — che oggi non va più solo dalla gestione dei figli, ma anche di questi genitori anziani, perché noi abbiamo anche un'altra parte: una generazione che invecchia molto e che oggi necessita di una assistenza continua. Il governo credo che si sia davvero impegnato molto per cercare di dare quelle risorse, per cominciare a introdurre quelle risorse per far sì che ci siano più strumenti per consentire alla donna di equilibrare quella famosa conciliazione vita-lavoro che oggi è necessaria e determinante. Il fatto anche di promuovere — e questo mi interessa molto — la promozione di questo codice etico e disciplinare diciamo nelle aziende, dove si cerca di solidarizzare questi tre obiettivi, ovvero di prevedere che non vi sia un impedimento di carriera in caso di maternità. E lo leggevamo anche dai titoli: puntare molto sulla sanità e sulla prevenzione, che di prevenzione e cura si ha molto nell'ambito femminile. E oltretutto provvedere a tutte quelle flessibilità a livello lavorativo che sono fondamentali. Si è spinto molto sulla certificazione di parità di genere, un altro strumento importantissimo. E questo perché mette in discussione le aziende anche sul loro stato, perché a volte c'è anche l'inconsapevolezza da parte delle aziende di come effettivamente vengono vissuti i loro ambienti di lavoro. Dall'altra parte si è spinto su decontribuzioni delle donne con figli, si è potenziato il congedo di maternità. Ma tutti questi strumenti — che avvicinano — io credo che però nel futuro bisognerà puntare veramente molto anche sui servizi. E i servizi non solo offerti dal pubblico, ma anche cercare di fare strategia e squadra molto di più con le aziende, con le imprese. Perché noi abbiamo oggi una tipologia di lavoro che negli anni è cambiata radicalmente: per vedere che l'impegno lavorativo sia a 24 ore, talvolta 7 giorni su 7. E quindi noi abbiamo bisogno di servizi capillari, servizi precisi, puntuali — e non delle assistenze a cui siamo abituati, perché arrivano da un retaggio che oggi non possiamo più interpretare. Onorevole Bonetti, lei da ministro per le Pari Opportunità si è battuta molto e ha promosso proprio la certificazione di parità di genere, qui applaudita anche dalla senatrice Mancini come iniziativa. Bisogna continuare su quella strada. Stiamo andando nella direzione giusta? E come accelerare rispetto al colmare il gap che è quanto mai un bisogno? Guardi, uso le parole che recentemente ha ripreso il presidente Draghi: bisogna continuare a insistere sulla rimozione del gap di genere del nostro paese. Per quanto è già stato detto, è un fenomeno che sta assumendo tratti strutturali — non certo come un'emergenza improvvisa. E quindi necessita di interventi che siano di per sé multidimensionali: quindi non solo uno strumento, ma più strumenti che però facciano parte di una strategia di insieme, correlata, verificabile, concreta, e che abbia una dinamica strutturale, cioè di continuità temporale. Questo è quello che abbiamo fatto al governo, iniziando ad attuare come azioni concrete la certificazione per la parità di genere. Ma per essere efficace, questo piano deve essere portato avanti in modo continuativo, insistente e con una leva che è quella non solo del pubblico — è già stato detto — ma anche del mondo del privato, in tutte le dimensioni e i livelli sociali. Per questo mi permetto invece uno sguardo severo: perché a fronte di un approccio che abbiamo portato avanti, vi parto tanto che le misure di cui abbiamo parlato non c'è una misura che è stata contestata o dismessa dal cambio di governo, dal cambio di maggioranza, proprio perché erano misure che erano state costruite anche con una sensibilità condivisa. Altrettanto oggi non vedo di fatto questa continuità strategica. La strategia per la parità di genere che prevedeva — e prevedeva essere misure — in questo momento io onestamente non ne sto vedendo la continuazione. Il fatto che i congedi di paternità obbligatori da due anni sono fermi è uno degli indici che ha fatto arretrare il nostro paese nella graduatoria. Il fatto che non si siano implementate ulteriormente rispetto alla certificazione — che è un passaggio fondamentale — quelle forme di sostegno e di premialità per le aziende per la ridefinizione di incentivi di welfare a sostegno, per esempio, della genitorialità. Non solo della maternità, ma della genitorialità, è credo un rallentamento che in qualche modo stia impedendo un ulteriore passo avanti. Dopodiché condivido quanto diceva la collega sulla necessità di rafforzare questi strumenti. Chi è attiva sulla parità di genere non è lo strumento che risolve tutto i problemi: sicuramente ha permesso un cambio di passo nelle imprese del nostro paese, anche con una capacità di inserirsi nella dinamica organizzativa delle piccole imprese. Oggi credo che una sfida che potremmo raccogliere insieme — su questo anche dall'opposizione ovviamente siamo disponibili a lavorare in modo cooperativo e collaborativo con la maggioranza — è costruire dei processi di filiere virtuose. La grande impresa, che attraverso tutto l'indotto e la filiera che fa riferimento anche delle piccole e medie, in qualche modo incentivi non solo l'utilizzo della certificazione — che dà vantaggi contributivi, vantaggi negli appalti pubblici — ma anche in qualche modo sostenga le piccole e medie imprese sia sul livello della formazione che su quello dei servizi. Faccio un esempio molto concreto: servizi per i figli, per gli asili nido. La prevenzione del welfare di una piccola azienda di 20 dipendenti non se lo può autogestire. La piccola azienda ha impiegate donne e uomini. La grande azienda può in qualche modo costruire una rete di servizi che va in alleanza anche col pubblico a portare un risultato. Un ultimo tema — e mi fermo perché mi sono dilungata — cioè il costo del lavoro femminile: oggi assumere una donna costa di più che assumere un uomo. Su questo avevamo previsto con un piano molto puntuale: farla insieme. Anche il servizio sulle banche dati per rimuovere questo costo aggiuntivo — che è una parte dell'indennità di maternità che deve essere coperta al 100% dallo Stato, ma anche ulteriori sconti soprattutto per le medie aziende per la sostituzione della maternità e per dare una continuità di carriera alla donna, per evitare quello che si diceva all'inizio, quel gap di quantità di ore lavorate. E questo è un'altra sfida che metto sul tavolo come passo successivo da fare. Le istituzioni quindi richiamano al ruolo decisivo delle imprese e delle aziende per colmare questo gap. Quindi non solo lo sforzo pubblico e istituzionale, ma anche quello delle aziende. Lo vedremo tra poco, dopo questa breve pausa. Proprio perché con dedizione il nostro scopo è quello di raccontarvi il perché — e non essere i primi — abbiamo pensato di invitare questa mattina una realtà aziendale che si occupa di gender gap quotidianamente. Vinci Energies Italia: abbiamo con noi Michela Giampietro, la responsabile delle Risorse Umane. Dottoressa Giampietro, cosa state facendo e come mettete in piano le attività, le azioni e gli strumenti per colmare questo gap? Intanto, grazie dell'invito. Diciamo che a livello di gruppo, Vinci Energies è una multinazionale — come si parlava anche della dimensione delle realtà — però avbiamo degli obiettivi anche sfidanti in termini di aumento del numero di donne all'interno del gruppo, e soprattutto nelle posizioni manageriali. Per questo motivo dobbiamo affrontarli in modo strategico: quindi con progetti a medio e a lungo termine che vadano ad impattare azioni come la selezione, l'attraction, la sensibilizzazione — quindi anche con un impatto dal punto di vista più sociale, a livello culturale — e allo stesso tempo anche di sviluppo e formazione. Quindi una delle azioni che mi sento di promuovere, che viene sviluppata all'interno del gruppo e riguarda proprio la formazione: noi abbiamo un'academy all'interno della nostra realtà, a livello Italia. E attraverso delle sinergie anche con società di consulenza che ci seguono negli assessment delle potenzialità, abbiamo disegnato dei percorsi non solo di formazione ma di sensibilizzazione. Faccio un esempio: un gruppo di 30 donne che potevano essere manager naturalmente, e anche i loro responsabili — che sappiamo per numeri e probabilità che sono per la maggior parte uomini — hanno fatto questo percorso dove il focus era proprio quello di prendere consapevolezza di quelli che possono essere i pregiudizi. I bias cognitivi che portano a imitare naturalmente le scelte che vengono fatte a livello lavorativo. Non solo delle donne, ma anche degli uomini. Quindi una presa di consapevolezza di stili differenti: non abbiamo parlato di uomini e donne, ma di stili più maschili e più femminili. Quindi sono delle azioni che sono proprio mirate a cambiare l'approccio culturale, per costruire insieme ai responsabili un ambiente che tenga conto di queste diversità e che le vada a valorizzare. Questo porta beneficio sia a livello lavorativo che a livello personale, perché poi comprendendo quelle che sono le esigenze si vanno a definire degli interventi anche lavorativi. Ad esempio, un esempio concreto è l'utilizzo dello smart working, che è una flessibilità oraria soprattutto agevolando chi deve andare in maternità, che rientra. Ai padri e alle madri, quindi in modo naturalmente molto più agile. E abbiamo parlato appunto di benessere in azienda e abbiamo parlato di bias cognitivi. Proprio sui bias cognitivi: sono questi bias cognitivi che producono degli effetti negativi. Tra questi c'è l'effetto negativo che porta le ragazze a non scegliere le discipline STEM — science, technology, engineering, mathematics — tutte materie che danno molto lavoro. C'è molta richiesta soprattutto dal privato di figure professionali di quel tipo, ma attualmente le ragazze che scelgono queste discipline sono solamente il 41% del totale di chi studia queste materie. Onorevole Bonetti, lei è una accademica che ha tra l'altro del settore e da sempre si occupa di avvicinare le ragazze alle materie scientifiche. Un messaggio per le ragazze, e uno magari per i genitori o gli educatori — figure molto importanti in questo senso. Ma sicuramente la nostra impresa oggi paga, ma questo è il dover chiamare una saldo negativo sulle competenze scientifiche delle ragazze. Pensiamo che siamo ultimi, anzi primi per differenza di competenze, quindi ultimi da un punto di vista della qualità della formazione delle competenze tra le ragazze e i ragazzi in matematica nella media OCSE. E poi lo ho detto più volte anche in questo studio: non è vero che le ragazze italiane capiscono meno la matematica rispetto alle ragazze europee degli altri paesi OCSE. C'è un problema di fondo, che è un problema culturale. Mi permetto di dire che è un problema di insegnamento. E quindi il fatto che nel processo del PNRR che il governo sta portando avanti — di valorizzazione della formazione STEM a partire dalla scuola primaria — mi permetto di dire ancora dalla scuola dell'infanzia — è un atto necessario. Dobbiamo cambiare il modo in cui insegniamo la matematica, perché evidentemente è un modo che discrimina rispetto a quelle capacità e qualità tipiche del femminile che venivano richiamate. Quello che io vorrei dire oggi alle ragazze in questo senso è: la matematica, la scienza, è un modo che può essere interpretato molto come un modo al femminile, di creatività, di generatività. Sono materie che vengono percepite come più difficili. Spesso questo è un grande ostacolo. Sì, come più difficile — non è una cosa personale. Il vero grande messaggio da dare alle famiglie e alle ragazze è che le cose difficili sono invece cose che le donne possono affrontare con capacità, con incisività, con coraggio. E anche un po' di usare anche gli errori. Questo è un altro elemento grande: nel nostro sistema anche di valutazione, l'errore è sempre visto come il timbro finale del "non sei adeguata". No, questo è come dire anche il sentimento inconscio di dover essere sempre perfetti. E a una ragazza oggi: non devi essere perfetta, devi essere migliore di ciò che sai di poter essere. Il mondo della matematica e della scienza ti può aiutare. Dopodiché c'è anche ovviamente un indirizzo di role model, di mentori e di storie che possono raccontare quanto la scienza possa essere invece una carriera del tutto adeguata al femminile. E credo che questo sia un lavoro grande che insieme, a chi si occupa di comunicazione, al mondo delle imprese, al mondo della politica e dell'educazione possiamo fare. Maria Sole Lisciandro, voi de Il Post avete indagato il fenomeno STEM. Allora sì, il fenomeno STEM è ampiamente studiato, peraltro anche dalla letteratura scientifica in materia economica. Quindi ci sono i dati: siamo intorno al 30-40% le donne che sono iscritte in università in queste discipline. Una percentuale che scende molto se si guarda invece le materie informatiche — anche quelle che insieme alle discipline STEM garantiscono buone opportunità di carriera. In questo caso ci sono solamente il 15% di donne iscritte nelle materie informatiche, contro la media europea del 19%. Mentre a livello STEM, l'Italia è abbastanza in media con quello che avviene negli altri paesi. Come diceva l'onorevole Bonetti, gran parte di questo problema deriva da una funzione di stereotipi che partono dalle scuole e dai propri primi anni di formazione, sia per come è impostato l'insegnamento, ma anche per come si pensa che le ragazze possano recepire quello che viene loro insegnato. E questo si vede poi nel mercato del lavoro perché le ricerche hanno mostrato che in contesti lavorativi certi datori di lavoro sono più reticenti ad affidare alle donne questioni matematiche e complesse. E questo è una grande determinante delle donne che non scelgono di studiare le materie STEM, perché alla fine pensano di trovarsi in un ambiente prettamente maschile, un ambiente in cui non saranno valorizzate, e in cui anzi saranno tenute indietro rispetto ai colleghi maschi, perché magari le questioni più complesse non saranno loro affidate. E questa è una componente strettamente quasi solo culturale, perché non c'è alcuna evidenza che le donne capiscano meno di matematica. Cioè questa è una cosa assolutamente culturale che ci siamo messi nella testa, ma che non è fondata. Tra l'altro, non è così — volevo ricordare che ieri si sono tenute le celebrazioni dell'Ada Lovelace Day. Cos'è l'Ada Lovelace Day? Il secondo martedì di ottobre si celebra la figlia di Lord Byron — pensate — che è stata la prima programmatrice al mondo. E quindi viene celebrato in tutto il mondo dal 2019 questa giornata. Una giornata che invece precede di qualche settimana il 15 novembre, quando si terrà l'Equal Pay Day. Perché c'è un problema di gender pay gap: le ragazze e le donne sono pagate all'incirca il 10% in meno rispetto ai colleghi uomini. Questo è un altro dato molto importante. E questo crea un danno alle aziende: pensate che parlavamo di inattività femminile — la maggiore inattività femminile in Europa crea un danno al PIL pari al 3%. Quindi è un numero enorme anche in termini di impatto economico. Si fanno tante iniziative. Una di queste, senatrice Mancini, è la Settimana delle STEM, che è stata istituita credo lo scorso anno. Siamo appunto alla seconda edizione. Come sta andando? Che progetti ci sono per questa seconda edizione? Sicuramente siamo proprio ancora all'inizio — una start-up, e una start-up deve prendere il volo. Perché è già stato molto detto qua: è un cambiamento culturale davvero importante su cui bisogna lavorare. Bisogna lavorare non solo sulle scuole, ma anche credo veramente sulla famiglia, che all'origine spinge la donna ad approcciare determinati istituti, determinate scuole, proprio anche in una logica di lavoro futuro. Ma il lavoro insieme alle famiglie e alle scuole è da fare anche con le imprese, e con questo vero unità di intenti dove la donna deve essere centrale. Anche perché poi i dati dimostrano che quando la donna assume ruoli manageriali, i risultati sono eccellenti. Ma anche proprio per la capacità di organizzazione che ha visto nella sua quotidianità: il fatto che interfaccia tutto il giorno la necessità di gestire la famiglia, il lavoro, la propria persona. E quindi la sua capacità di fare anche squadra, di sintesi, con una sensibilità che effettivamente è diversa rispetto a quella dell'uomo: una sensibilità molto più intensa. E questo non vuol dire essere stereotipatamente, perché la donna può essere molto determinata e molto risoluta. Quindi è davvero un concetto difficile. Io vorrei puntare sulle scuole molto in una logica di meritocrazia. Perché come l'onorevole Bonetti diceva: le ragazze non sanno meno la matematica — anzi, quando la affrontano con un approccio veramente eccellente. E se noi facciamo emergere la consapevolezza della meritocrazia — che vale sia nell'ambito scolastico ma successivamente nell'ambito lavorativo, soprattutto nel pubblico — perché là dove la meritocrazia viene accantonata io credo che potrebbe essere veramente una svolta: dove la centralità delle capacità, e quindi l'essere umano con le sue peculiarità, riesce ad emergere. E il gender gap allora viene meno, perché le capacità sono centrali rispetto al fatto che tu sia uomo o donna. Quindi da parte del governo ci sarà molta, molta attenzione proprio in questo senso, sia della promozione delle STEM sia della promozione della meritocrazia. Perché è la valvola per far venire meno queste barriere. Torniamo al nostro caso aziendale di oggi, Vinci Energies: parliamo di meritocrazia. So che avete anche un programma proprio basato su questo concetto. Sì, un intervento che abbiamo realizzato proprio per avvicinarci a due focus che potevano essere la sensibilizzazione e la parte naturalmente di attraction all'interno del gruppo. Mi ricolleo molto al discorso che si faceva prima: sull'incontrarci con delle ragazze dagli istituti superiori — licei scientifici, ma anche tecnici e informatici — dove le stesse si pongono dei limiti. Nel senso che con il programma "doer" noi abbiamo realizzato — grazie alle competenze di ACCENTURE, di nostri tutor-trainer, di Axians che è una delle aziende del gruppo in ambito IT — abbiamo realizzato, è alla seconda edizione, un programma in cui vengono formate ma fanno anche molti esercizi, molta pratica. E la maggiore sorpresa, la maggiore soddisfazione è che queste ragazze escono dicendo: "Non avrei mai pensato che questi argomenti mi fossero così vicini, che fossero così gestibili, che non fossero così lontani e difficili" — proprio come si diceva prima. Quindi noi lavoriamo e vogliamo lavorare ancora di più rispetto a questi progetti. Adesso due ragazze sono entrate all'interno di un nostro programma di talenti: quindi ancora più orgogliosi, perché entrano nel programma di talenti e voglio poi poter accelerare all'interno della nostra azienda. Qualcuna di queste ragazze finisce in azienda, finisce da voi? Direi proprio di sì. E voglio proprio utilizzare questo per dare naturalmente una visione a queste ragazze e alle loro famiglie. Perché come si diceva prima, sicuramente un gap grossissimo c'è fin dalla partenza con la famiglia. Perché molto spesso si sente dire — anche adesso, da figure giovani — "Ma la femmina è più portata su questo piuttosto che su quest'altro." E qui vuol dire che siamo ancora molto lontani, e dobbiamo lavorare come aziende, come settore naturalmente, pubblico e privato, in dialogo anche in un settore che è strategico per il paese. Perché comunque colmare il gender gap — lo abbiamo visto con i numeri — significherebbe dare più sviluppo e più crescita al paese. Io ringrazio le nostre ospiti intervenute questa mattina: Maria Sole Lisciandro, la senatrice Mancini, l'onorevole Bonetti, la dottoressa Michela Giampietro di Vinci Energies Italia. State con noi. Ricordo agli spettatori due cose. Primo: i nostri siti TheWatcherPost.it, anche TheWatcherPost.eu per gli appassionati di tematiche europee. C'è anche una newsletter settimanale che riceverete il sabato — basta iscrivervi su TheWatcherPost.it. Si chiama "Frame" e fa un po' il polso delle notizie settimanali più importanti dal punto di vista dell'attualità istituzionale, politica ed economica, quello di cui ci occupiamo tutti i giorni qui. Da Paolo Bocchetti, un caro saluto. A rivederci alla prossima settimana.