Trascrizione del video
Amici di Urania TV, ben ritrovati da Paolo Bocchetti per questa nuova puntata di Largo Chigi, Vista sulla politica. Questo oggi daremo uno sguardo approfondito ai temi dell'energia, che sono temi di grande attualità. Pensate: la Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha sentito oggi Donald Trump, dicendogli: "Dobbiamo accelerare sullo stop all'energia russa." Intanto il Fondo Monetario Internazionale ha applaudito l'Italia, definita come resiliente dal punto di vista economico. E per rimanere sul prezzo dell'energia: i prezzi pagati dalle imprese e le bollette pagate da tutti i consumatori sono troppo alti per essere davvero competitivi in Europa e nel mondo. Il nostro paese non è ancora autonomo a livello energetico. Ne parleremo di tutti questi temi con i nostri graditi ospiti di oggi.
Cominciamo da Alessandro Beulke, Presidente del Festival dell'Energia. Ben trovato.
Grazie, buongiorno a tutti.
Alla mia sinistra c'è Chicote, Presidente del Comitato d'Onore del Festival dell'Energia, ma anche Presidente di FISE Assoambiente. Ben trovato, Chicote.
Buongiorno.
Bene. Allora, per inquadrare bene i temi della puntata di Largo Chigi di oggi, andiamo a gostarci la copertina di questa puntata nel servizio di Beatrice Telese.
"Negli ultimi due anni, l'Italia ha ridisegnato la propria mappa energetica. Se prima quasi la metà del nostro gas arrivava dalla Russia, oggi quella quota è scesa a meno del 10%. L'obiettivo europeo: azzerarla entro il 2027. Per garantire circa 60 miliardi di metri cubi che consumiamo ogni anno, abbiamo puntato su nuove rotte come Algeria, Azerbaijan, e gli Stati Uniti. Sul fronte interno, le rinnovabili hanno invece fatto passi avanti: nel 2024 hanno coperto il 41% della domanda elettrica, superando per alcuni mesi le fossili. A maggio si è toccato un picco del 56%: un progresso. Ma per arrivare al 63% al 2030, servono reti e sistemi di accumulo più solidi. E proprio di indipendenza, sostenibilità e innovazione si parlerà al Festival delle Energie del prossimo maggio: giorni di confronto tra istituzioni, imprese ed esperti di settore. Un vero workshop per immaginare il futuro energetico del paese, tra le esigenze immediate e le prospettive di lungo periodo."
E tra l'altro, vediamo un'anticipazione: questo Festival si farà a Lecce. Ne parleremo più avanti, ci spiegheranno anche il perché di questa location.
Partiamo dai numeri. Faccio mie le parole di Mario Draghi, nella strigliata che ha fatto ieri all'Unione Europea: "L'inazione, cioè la mancata azione, minaccia la nostra sovranità." Facciamo nostra questa parola, dal punto di vista energetico. Presidente Beulke, non facendo nulla, come dire, la nostra sovranità energetica se ne va sempre di più.
Allora, la sovranità energetica è già un concetto abbastanza particolare, perché noi la sovranità energetica non l'abbiamo mai vista particolarmente. Siamo stati sempre dipendenti dalle fonti dall'estero. È stato detto bene nel servizio prima: una quota molto rilevante — il 40% — di quello che ci alimentava veniva dalla Russia. Questo 40% oggi è quasi azzerato, o meglio, è intorno al 10%, però dipendiamo comunque sempre dall'estero. Perché siamo attaccati ai tubi da una parte — l'Azerbaijan da un lato, e da tre parti sostanzialmente — dal Nord Africa: Libia e Algeria, dove importiamo quote rilevanti di gas, e ancora qualcosa che arrivava dalla Norvegia, quindi da Nord.
Il resto lo prendiamo in giro nel mercato tramite navi cisterna, quindi GNL. Tra l'altro, pagando dei costi che non sono per niente indifferenti, da una parte. Dall'altra, abbiamo anche il gas dell'Azerbaijan, che arriva dalla TAP — la TAP che ricordo è stata un'infrastruttura molto molto osteggiata, vittima della sindrome NIMBY. Anche di questo parleremo molto al Festival dell'Energia: è un argomento che merita, che merita davvero.
In sommaria: per arrivare a una vera indipendenza energetica, bisogna fare passi da gigante. Non solo magari riducendo la quota del gas, ma anche — come diceva Draghi ieri — la necessità di acquisti collettivi di gas, per andare a pagare ovviamente di meno. È esattamente quello che fa la Cina: pagando meno, grandi quantità di gas, prendendoli in assoluta concorrenza con noi, con l'Europa.
Quindi, il nostro mix energetico attuale com'è composto e come dovrebbe viaggiare, secondo il suo punto di vista?
Questa è una bella domanda, perché come viaggia... ovviamente su due piloni: da una parte la decarbonizzazione, dall'altra un costo che sia sostenibile. Quindi: l'aumento della quota rinnovabile — ma ne parlerà il collega che sicuramente è più ferrato di me su questo — e quindi l'aumento della quota rinnovabile, la diminuzione del gas con acquisti collettivi a un prezzo più basso rispetto a quello che paghiamo adesso. E poi c'è la grande incognita delle energie nucleari: c'è una grande incognita, non incognita solo in Italia, ma la stessa Cina — giusto un cenno, prima di venire qui, la Cina — ha qualcosa come 30 centrali nucleari in costruzione, già è dotata di non sbaglio circa 50 centrali nucleari. È chiaro che il costo dell'energia diventa un po' diverso, se non sei così attaccato ai tubi come lo siamo noi oggi.
Tra l'altro, importare gas all'Italia costa 60 miliardi di euro l'anno. 60 miliardi di euro l'anno — per dare un'idea di grandezza — sono quasi tre leggi di bilancio.
Chicote, la situazione questa: il nodo da sciogliere più urgente è proprio quello del costo del gas — è la prima cosa, la priorità — o c'è dell'altro secondo te?
No, c'è molto altro. Perché noi non parliamo molto di gas — il gas determina alla fine il prezzo dell'elettricità — ma la nostra dipendenza energetica non riguarda solo il gas. C'è un'altra cosa molto importante: il petrolio. E se la nostra dipendenza energetica complessiva è di circa l'80% sul totale dei nostri consumi, del gas è una piccola quota. E non si è ridotta quasi per nulla, perché poi se noi parliamo di rinnovabili, certo, le rinnovabili sono importanti, possono far diminuire il rapporto di gas. Ma le rinnovabili servono per fare elettricità, e l'elettricità è il 25% dei nostri consumi energetici. L'altro 75% è petrolio, gasolio, sono i carburanti per i trasporti, un po' di carbone, eccetera eccetera.
Quindi la situazione è complicata. Tra l'altro è un problema che è emerso già negli anni '70, in maniera fortissima, quando l'aumento dei prezzi del petrolio dovuto alle due crisi energetiche e alla formazione dell'OPEC ha fatto schizzare il prezzo del petrolio. E allora l'Europa si inventò un programma per cercare di ridurre la dipendenza, che era fondamentalmente basato sulle centrali nucleari. Ma l'unico paese che ha diciamo messo a terra in maniera consistente quel programma è stata la Francia, che di fatto è il paese che meno dipende dal gas, eccetera.
Oggi è tornata d'attualità perché noi negli anni '80, '90, ci eravamo dimenticati di quel problema — anche più avanti — perché eravamo stati drogati dal gas russo. Era chiaro: costava poco, arrivava facilmente. Ricordo che un attimo prima che noi decretassimo l'embargo nei confronti del gas russo — storicamente, un attimo prima — noi stavamo prendendo — diciamo la Germania stava prendendo — gas diretto, come no? Dal Nord Stream 2, dai russi. Quindi abbiamo dovuto fare un'inversione a U nel giro di pochissimo tempo.
Quindi: cosa fare? C'è poco da fare. Le cose che le tube che vanno benissimo e dobbiamo riprendere, secondo me, anche un programma nucleare. Eh i tedeschi hanno fatto un errore — tra l'altro, prima la storia del gas, fidarsi completamente dei russi, etc. Poi l'invenzione del Green Deal in quei termini estremi per cui sono andati a chiudere le centrali nucleari che già funzionavano, e da cui veniva l'elettricità a basso costo. Sostituendola poi peraltro con carbone e lignite.
Adesso stanno cominciando a fare una serie di autocritiche. Una tra l'altre di ieri: il ministro verde verde ha detto: "Attenzione, non è che le rinnovabili non costino niente: costano un sacco, perché poi bisogna fare le reti di trasmissione, le batterie, etc., etc." E i popolari europei — che sono in gran parte guidati dai popolari tedeschi — hanno un testo che presenteranno: una proposta parlamentare europea per togliere il divieto di acquisto di auto a motore termico dopo il 2035.
E questo è un grande capitolo. Attenzione: se puntiamo solo sull'auto elettrica, ci troviamo pieni di auto cinesi che costano la metà di quelle europee. Non ce la facciamo, perché non abbiamo i punti di ricarica sufficienti, per esempio, e tante altre cose. L'idea che una tecnologia possa essere imposta per legge, al di là delle preferenze dei consumatori, e al di là di quello che era un principio del diritto europeo — la cosiddetta neutralità tecnologica — vuol dire: non importa quale tecnologia usi, perché hai già preso il topo. "Non mi interessa con il gatto perché ha preso il topo." Il topo era ridurre le emissioni.
Invece, in maniera dirigista — quasi sovietica — si è deciso non solo di ridurre le emissioni, che va benissimo, ma di dire come fare questa cosa, imponendo la tecnologia. Insomma, ci siamo messi in un gran pasticcio che adesso Draghi sta cercando — e chiunque se non me — lo direi di rimettere in moto.
E in un certo senso la prima sterzata sembra che stia andando un po', l'Europa. Sì, senza il motore che si sente entrare con la cosa su cui si sta adesso: le singole misure. Che è quella della Governance dell'Europa. Perché qualsiasi decisione deve essere presa con meccanismi che inevitabilmente comportano sacche di tempo, inevitabilmente portano dei compromessi. Questo è un vecchio tema, quello della maggioranza qualificata, o una maggioranza — sempre c'è la cooperazione rinforzata — fuori trova una forma.
Non solo: guarda lui, per esempio, dei fondi che l'Europa sta mettendo a disposizione. Di dice che l'America punta su due-tre programmi e butta fondi enormi. Noi, con i fondi europei, dobbiamo distribuire tre tipi di fondi stati e poi ho notato c'è attante con piccole consorterie. Alla fine facciamo dei progetti che non vanno da nessuna parte rispetto, infatti, al Giappone. Il Giappone fa già e presto: non in mesi, sostanzialmente su uno o due progettualità. In Europa noi siamo oltre le cinquanta misure. Nel rivolo, infatti, Draghi sottolinea come la necessità numero uno è finanziare in maniera decente gli investimenti. E proprio il blocco — come dire — a monte del finanziamento di questi investimenti fa sì che poi il fiume come dire si divida in tanti rivoli e alla fine arrivano gocce. Questo in senso stretto.
Restiamo sul petrolio, Chicote. Perché il decreto ambiente di dicembre 2024 ha vietato nuovi permessi di ricerche ed estrazione in Italia. E questo è un tema. Le raffinerie italiane intanto si sono riconvertite ad accogliere il petrolio che era anche russo, e quindi il greggio azerbaigiano, quello dell'Arabia Saudita, degli Stati Uniti sono i nostri fornitori di greggio, e noi lo raffiniamo. Ma che direzione stiamo andando sul petrolio?
Allora, di tanto in tanto — se guardiamo le cose — potremmo anche in Italia servirsi bene in un modo sano. Una delle revisioni in corso — a cui pare che avesse anche l'Agenzia delle Entrate — è la relazione sul cosiddetto picco del petrolio. Non c'è dagli anni '70 che io senta di uno sciopero nei consumi o del suo picco nella produzione, perché gli studi degli anni '70 che venivano da Roma dicevano: "Guardate che il petrolio finirà."
Allora: uno, il petrolio non finisce. Anzi, ogni anno si trovano giacimenti sempre più grandi e importanti. Due: i consumi di petrolio stanno continuando a crescere. Perché crescono? Ma molto semplicemente perché sono quattro miliardi di persone che hanno consumi energetici insufficienti, ovvero che fanno energia come riescono, come possono — compreso il petrolio. L'Italia ha deciso di non usare quel poco petrolio che ha, quindi dobbiamo importarlo per forza da altre parti. Vedo che importiamo il 95% — quasi il 100% — del petrolio che usiamo.
E però quello che dici tu è molto importante perché stiamo anche demolendo e abbandonando la nostra capacità di raffinazione. Questo è il pericolo che c'è nel confronto con l'industria chimica e per assurdi motivi. Per cui alla fine finirà che non importeremo solo il petrolio ma anche i prodotti raffinati.
Guardate: quando si parla della Cina, si parla dei cosiddetti materiali critici o delle Terre Rare. È vero che la Cina ha sviluppato una politica di rapporto con i paesi africani per cui controlla anche alcune miniere. Ma soprattutto la Cina raffina la maggior parte delle materie prime che servono per queste cose. Perché non è che se lo prendi dalla miniera lo usi direttamente. Per alcuni materiali, leggevo essere arrivata a raffinare dirittura il 100%: se vuoi — per certi materiali fondamentali — la Cina raffina più del 60-70%. Per cui se vuoi devi comprarlo da loro.
E la raffinazione del petrolio è una di queste cose. Anche per cui questo è un'altra grande debolezza.
Ed è un tema esatto. Perché parliamo un po' di autonomia energetica. No, sul petrolio c'è una cosa da dire. Mi ricordo, per il 2012, in Italia non sappiamo bene quanto petrolio abbiamo sotto le nostre coste, perché non è mai stata fatta un'indagine seria. Perché il fenomeno NIMBY non era solamente sulla capacità o sulla possibilità di prendere il petrolio, ma anche sulla possibilità di andare a esplorarlo. Nel senso: la sindrome NIMBY ha colpito anche tecnologie banali, come quella delle esplosioni — cioè una nave che sostanzialmente fa una sorta di ecografia di quelle che si chiamano le campane geologiche. Io ho una vecchia o non ricordo come si chiamano — un'ecografia. Non c'è chi più mi faccia una testa così su questi argomenti. Le campane geologiche sono delle formazioni dove si pensa ci possa essere del petrolio. Questa nave bisogna farla andare a fare questa sorta di ecografia, perché poi effettivamente è un umano, è una ricerca. Neanche quello siamo riusciti a fare, perché poi venivano fuori comitati del no e non si poteva fare questa esplorazione. Quindi oggi in Italia abbiamo lasciato da parte il tema: non sappiamo nemmeno effettivamente quanto ne abbiamo intorno alle nostre coste.
La domanda nella domanda: quello che volevo intendere è: non è che tutta questa ossessione per la transizione va a danneggiare poi tutti questi altri cluster che compongono la nostra autonomia?
Ma c'è, perché adesso quando si parla di transizione tutti dicono che deve essere realistica e pragmatica. Il che mi fa pensare che prima invece stavamo sulle nuvole. Perché c'è. Ma come: realizzando? No, non conosco processi possibili se non sono pragmatici all'inizio e realistici. Cosa vuol dire? No, devono essere illusori — non c'è dubbio. Ma ti invito: tutti in nostri settori, fate una cosa. Questo sembra una edeggioologica farsa. Ma fino a 2 anni fa, prima che ci fosse il problema geopolitico in creazione... Di cosa discutevamo in Europa? Vi ricordate la legislatura precedente? No, si parlava solo ossessivamente di auto elettrica, di ristrutturazioni, di Green Deal, e non ci siamo resi conto che nel frattempo si accumulavano sui nostri confini una crisi geopolitica enorme. L'industria europea stava affondando, ci stava arrivando un signore negli Stati Uniti di nome Trump che ci stava caricando con i dazi. Adesso la nostra agenda è completamente e inevitabilmente cambiata.
Volevo dire una cosa sul valore delle riserve nazionali. Ci sono alcuni esperti che sostengono che sotto le nostre — nel nostro mare in particolare, nell'Adriatico e nell'Ionio — ci potrebbe essere anche centinaia di miliardi di metri cubi di gas. Non a caso è stato trovato gas in Israele, è stato trovato gas a Cipro. Però c'è una zona molto, molto vicina. Sono cambiate completamente le tecniche di esplorazione, oggi ci sono i supercalcolatori e tutto il resto. Solo che se non andiamo a vedere se c'è o non c'è, non lo sapremo mai. Quindi potrebbe esserci sotto terra o in mare un tesoro. Ed è veramente importante.
E tra l'altro, parlavamo di dare e togliere. Mentre noi ci stiamo discutendo — e vorrei ricordarlo e rispettare — la Cina continua a comprare petrolio russo: 2 milioni di barili al giorno, quasi. Quindi voglio dire: si sta drogando il mercato da un altro punto di vista. Noi abbiamo azzerato le importazioni di petrolio russo, intanto i cinesi continuano a comprare a prezzi bassi. Questa è la motivazione della telefonata di von der Leyen a Trump di oggi per: "Guarda, acceleriamo per stoppare l'energia russa."
Noi ci fermiamo solo per 60 secondi, perché tra poco continueremo a parlare di energia con i nostri ospiti. Restate qui a Largo Chigi.
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Presidente Beulke, riprendiamo. Stiamo parlando di energia. Vorrei farle una domanda sulle imprese. Le imprese italiane pagano il doppio del prezzo del gas rispetto ai competitor europei, e tre, quattro volte il prezzo rispetto ai competitor americani, per esempio. Come bisogna aiutarle — se bisogna aiutarle, la dico volutamente — oppure come supportarle? In qualche modo dobbiamo fare per restare competitivi.
Certo che sì. Nel senso: se l'Italia riesce a fare quello che fa con una bolletta energetica alta come quella che ha, rispetto al resto del mondo, soprattutto al resto europeo rispetto alla Francia... E non parliamo di altri prezzi. È chiaro che vuol dire che la nostra classe imprenditoriale probabilmente si è rimboccata le maniche per bene. Come fanno, lo sto dicendo, lo sto dicendo prima. È chiaro che bisogna, come dire, cambiare il mix energetico, abbassare la bolletta in tutti i modi. Per farlo, ci sono davvero tante strategie. Quando si parla delle rotte del gas e quindi di andare a comprare gas a prezzi inferiori — lo ha detto Draghi, lo ho detto prima, e lo voglio ripetere — l'idea di fare acquisti collettivi è sicuramente un'idea avvincente, in cui l'Italia si pone come mercato. Ma è un mercato piccolo, risicato rispetto alla Cina: quando va a trattare, siamo perdenti rispetto a un colosso come la Cina, che se non sbaglio viaggia sui 480 miliardi di metri cubi di consumi, mentre noi ne abbiamo circa 60. Sono assolutamente un gigante.
Quindi, acquisti collettivi per abbassare il prezzo della materia prima e quindi di conseguenza abbassare il prezzo dell'energia. E poi, oltre quello, le imprese vogliono un quadro regolatorio certo: un quadro regolatorio certo, e magari la possibilità di dotarsi di infrastrutture energetiche.
Sì, in questo, questo — la sindrome NIMBY mi rimbomba — a 8, è un discorso intellettuale. Regolare il che è la teoria minima di produzione. NIMBY — "Not In My Backyard" — cioè non vicino a me. E poi invece c'è la sindrome PIMBY: "Please In My Backyard", per favore vicino a me. Faccio un esempio sulla TAP, per esempio. La TAP che oggi importa se non sbaglio una dozzina di miliardi di metri cubi di gas. La TAP è stata osteggiata tantissimo, nel senso che ha avuto dei tempi di realizzazione che hanno significativamente allungato rispetto a quelli che dovevano essere. È stato per motivi politici? È esattamente per motivazioni politiche, che fanno come dire stridere completamente rispetto al senso del pragmatismo — come diceva chi — comprensibile, ma questa cosa non ha nessun senso.
La stessa TAP oggi potrebbe importare più gas, senza dover minimamente toccare l'infrastruttura. Perché l'infrastruttura è pronta per raddoppiare la quota di gas che andiamo a importare dall'Azerbaijan. O fare delle piccole cose: fare dei compressori, fare dei test, ecco. Solamente questa procedura — cioè non tanto rifare nuovi tubi, perché non ce n'è bisogno — abbasserebbe anche il prezzo, o per lo meno potremmo importare quote rilevanti da un altro paese.
Vi si dà largo a queste idee, anche per la politica, per chi come dire la legislazione e la fa. Non ho idea operativa per prendere a incidere davvero sulle bollette.
Chicote, io dico una cosa. No, voglio dire una cosa. Promuovere gli investimenti esteri. Una grande parte del prezzo che paghiamo è dovuta a oneri fiscali, propri — oneri fiscali diretti, oneri fiscali impropri — come il sostegno a questo, a quello, a quello e a quest'altro, perché siamo persone che hanno i TV in bolletta. Allora, una pulizia che andrebbe fatta è quella di defiscalizzare una parte di questo. E, per esempio, così gli oneri di sistema potrebbero essere portati alla fiscalità generale, liberando le bollette.
Ma anche l'Europa: cioè il 30% del costo dell'energia oggi è dovuto alle tasse europee sulle emissioni. Allora, l'ETS — Emission Trading System — è una tassa ambientale. Una tassa ambientale ha senso se una sostanza pericolosa dal punto di vista dell'ambiente costa poco: allora ci mettono una tassa, la fanno diventare più cara, in questo modo riducono il consumo. Ma quindi, il gas costa già, e si radica nell'ETS. Se già costa così tanto, che bisogno c'è di metterci sopra circa il 30% del prezzo per effetto delle ETS?
E proprio di questo leggo, ed esistendo un decreto energia — per ora fermo, molto probabilmente andrà in manovra di bilancio — e, leggo: nel mitigare la volatilità del prezzo del gas, operando proprio al prezzo alla fonte, con il rilancio del GARO. Il GARO — il relancio del prezzo — e a proposito di ETS: una delle strade era quella di disaccoppiare il prezzo del gas da quello delle rinnovabili. È una strada corretta, Chicote?
Allora, è una questione molto tecnica. Viene usata questa parola "disaccoppiamento", ma funziona effettivamente poco in realtà. Noi un disaccoppiamento ce l'abbiamo già. Perché, per esempio, le rinnovabili oggi vengono pagate sulla base di un prezzo fisso che deriva da una gara che viene fatta. E questo prezzo fisso non è influenzato dall'andamento di borsa. Diciamo che se la borsa premia di più le rinnovabili rispetto a quello che è il prezzo fisso stabilito — i produttori devono restituire la differenza. Se invece è di meno, i produttori hanno diritto a percepire una compensazione.
Ma l'informazione su questo è che il prezzo della gara in Italia è più alto di quello della borsa di Amsterdam. Questo è il livello su cui il ministro Picchetto dovrà lavorare. E potrebbe le imprese restituire dei costi che comunque sopportano per l'ETS delle emissioni CO2. Così ho capito bene, che...
È una cosa un pochino diversa. Perché quando si parla di disaccoppiamento, si intende dire: come mai il prezzo dell'elettricità in borsa lo fa il gas? E alcune fonti costano molto di meno. Allora, si dice: perché chi produce con il solare deve prendere lo stesso prezzo di chi produce con il gas? In realtà c'è una ragione che ha a che fare con i meccanismi di borsa, che sono meccanismi complessi.
Sto semplicemente dicendo che però già noi un disaccoppiamento lo facciamo, lo facciamo sul collegato con le rinnovabili. Quindi non vanno a prendere un prezzo preso direttamente da quello della borsa. Probabilmente l'intenzione del governo è di allargare questo meccanismo. Sì, si è parlato molto, per esempio, di allargarlo all'idroelettrico. In questo modo mettendo a disposizione delle imprese e dei consumatori un certo consistente costo di energia elettrica che potrebbe andare a un prezzo fisso — che è 80 euro contro magari 100-120 che oggi prende in borsa.
Poi c'è invece quell'altra questione che citavi tu: però non ho capito anche lì come intendono fare, cercare di stabilizzare il prezzo del gas, che in Italia risulta un po' più alto rispetto alla media dei prezzi. Esatto, un sovraprezzo. Non ho capito bene come funzionerebbe, quindi non mi ci addentro. La forza però — chi insenza ad entrarci — questo è uno dei motivi che lo blocca. Nel senso che proprio questa differenza di prezzo non consente di essere precisi, fra di indi. Ed è per questo che la misura finirà in manovra di bilancio. E in zona da un punto di vista tecnico mi viene da dire "auguriamoci", perché la manovra di bilancio è sempre molto, molto complicata e complessa.
Ora vorrei dedicare la parte finale di Largo Chigi di oggi proprio al Festival dell'Energia. Lo abbiamo annunciato nell'incipit di questa puntata: ci sarà un Festival dell'Energia. Sarà probabilmente a maggio, me lo conferma il Presidente Beulke? E sarà a Lecce. Vogliamo sapere perché proprio a Lecce, come prima domanda.
Diciamo che è un ritorno alle origini. Nel senso: il Festival dell'Energia ha fatto tre edizioni ed è nato a Lecce nel 2008. Lecce è rimasta Lecce per 4 anni; dopo di che ha un po' girovagato. Forse quello stato mentale nel senso che i festival devono essere realizzati in una città, in una regione, in un territorio: lì rimanerci. Ci sono tanti festival importanti — come il Festival dell'Economia per dire — che hanno una partnership fissa con un territorio. Come il Festival di Lecce.
Poi siamo stati a Roma per agosto, a Firenze, inizi, Milano, eccetera. E poi in pandemia la mia mente è molto ottusa. In pandemia ci siamo dedicati ad altro. Ma poi siamo tornati l'anno scorso di nuovo a Lecce: quindi ritorno alle origini per delle ragioni che erano valide allora e sono valide ancora adesso. Al di là del fatto che Lecce è una splendida città — e il dimensionamento è assolutamente perfetto per fare un festival come il Festival dell'Energia — con 300.000 abitanti, un centro storico che ha un salotto meraviglioso per tutta la città.
Ma in più: stiamo parlando di Lecce, della Puglia. E la Puglia, come sappiamo perfettamente, cosa vuol dire nel dibattito energetico non solo nazionale. Un punto naturale nel Mediterraneo, quindi un punto di dialogo anche, e sede di impianti importanti, di impianti importantissimi. C'era l'Aleduca, insomma, c'era l'impiantistica carbonifera allora. Ci sono, ci sono: c'è la sede finale della TAP, c'è l'ILVA di Taranto, ci sono tante iniziative. C'è l'eolico, c'è tanto eolico, impianti e progettualità assolutamente importanti. Il vettore energetico nazionale: la Puglia fa moltissimo, e dice molto rispetto alle altre regioni.
Quindi questo è stato il motivo per cui la scelta è caduta lì. Ed è il motivo per cui, se ci tornate, oggi è per farla a Lecce con la promessa poi di rimaner impiantati, stabili. E questo è questa, questa, questa scelta.
A Largo Chigi abbiamo fatto la prima anticipazione. È un messaggio per tutti i nostri amici leccesi: sappiate che avrete l'opportunità di ospitare questo festival per molti altri anni.
Qualche insight: chi ci sarà, di cosa si parlerà, Presidente Beulke? Ci dà qualche anticipazione.
Allora, le anticipazioni — con così tanto largo — lo so, siamo un po' stati fatti fare troppo per niente. Non è facile, perché dobbiamo ancora riunire: è una macchina molto complessa, perché il Festival dell'Energia — così come devono essere i grandi festival — è una testa che funziona da una parte. Abbiamo la volontà di rappresentare sempre più una sorta di stati generali del settore energetico, dall'altra siamo e vogliamo continuare ad essere la maggiore manifestazione di divulgazione popolare sul tema. Perché abbiamo visto prima quanto c'è bisogno di fare informazione su questo tema, perché poi i cittadini sono chiamati — ai referendum, ne è fatto due sul nucleare — si fanno referendum consultivi qualunque volta in una regione bisogna realizzare una qualsivoglia infrastruttura. Quindi elevare il livello culturale di conoscenza dei cittadini — non solo dei lecchesi, perché è una manifestazione nazionale, non è una manifestazione locale — è un po' la nostra missione.
I temi: chiaro che un grande festival è una sorta di — diciamo — seguiamo un piano editoriale. Come fosse una testata — in fondo siamo una testata — che per tre giorni o quattro giorni di dibattiti, incontri, talk, presentazioni di libri, fa il punto della situazione seguendo la cronaca del momento. Quindi quale sarà la cronaca del momento allora? Ancora non lo sappiamo. Sappiamo che avremo industria, istituzioni e mondo ambientalista tutti insieme, e senza. Possibilmente per lo stesso obiettivo. E poi non ci compromettiamo sul fatto che televisori o politici ci sarà una coda.
Ho detto che per un paese che importa l'80% del suo fabbisogno energetico, guardare la situazione europea — ricordando anche che portiamo una grande quantità di elettricità dalla Francia — è un coro: non siamo autonomi. Da questa un po' di dati. Ma i processi potrebbero anche precipitare — come dice la signora — così come la dice la cavola. E magari parliamo perché la nostra cosa abbiamo — ma questo vedremo con quali ambasciate, perché ci piace l'idea di allargare. Ovviamente, con chi e con chi interlocuire. Comunque ci sono due comitati: un comitato d'onore e un comitato scientifico.
Il comitato non è ancora precisato tutto da chi è composto. E anche lo scientifico? Anche quello scientifico. Costituito tutto. Bisognerà lavorare, insomma, fare qualche riunione. Perché aprire già da ora quali sono gli argomenti che portare.
A me incuriosisce il fatto appunto di mettere insieme il mondo ambientalista con quello delle imprese, che sembra non parlarsi. Secondo me, l'obiettivo come dire di advocacy del festival sarà quello. È possibile?
Certamente. È una delle cose che abbiamo già fatto. Penso che in questi mesi che ci separano dal festival cambieranno ancora molte cose. E dovremo essere pronti a cogliere le novità. Penso a cosa succede negli Stati Uniti, cosa succede sul fronte... Se ci fosse un qualche cosa vi ricordate quando il minimo accenno di crisi nel Medio Oriente faceva schizzare i prezzi? Che sarebbe? Non mi sembra lo faccia più tanto. Ed è una guerra che coinvolge uno dei maggiori produttori di petrolio che è la Russia. Certo.
Un casino in Medio Oriente... Sai, il prezzo del petrolio. Certo. Ma il prezzo è uno dei grandi misteri. È un miracolo dell'OPEC. Certo, è la prevalenza. L'OPEC taglia la produzione... Prima avevi parlato della Cina: grande acquirente, grande raffinatore. Menzioniamo anche l'Arabia Saudita, che è la regina dello shipping. Certo, ma penso che soprattutto credo che la causa profonda sia che la quantità di petrolio disponibile è enorme e tale dimensionalmente continua ad aumentare.
Che è la cosa che più inquieta, no? Hai scelto il continuo di molto bella. Però la cosa da dire è che quello che inquieta di più è che tanto se ne scopre, che gentilmente si continua a consumarne di più. E questo nonostante — tra virgolette — la crescita esponenziale delle rinnovabili. Sia in termini di produzione, sia in termini di consumo, sia in termini di mix energetico che cambia nei vari paesi, diciamo, tra virgolette costretti ad andare verso il green. Eppure il petrolio continua la sua marcia.
Varrebbe la pena tenerlo nella giusta considerazione perché nella torta, nella torta energetica italiana, con ancora parecchi anni? Eva, certo, ma se le navi hanno petrolio — oggi le navi vanno a petrolio — l'industria chimica si basa sul petrolio, la plastica si fa col petrolio. Ci sono un miliardo di automobili nel mondo. Pensiamo di poter sostituire tutte con le automobili elettriche? E sono poi sicure? Sono ancora poche.
Io frequento un po' l'Africa. In Africa, la scala dei bisogni è questa: primo, la bicicletta — primo modo per muoversi. Secondo, il telefono. Terzo: appena cominciano ad avere un po' di ricchezza, un'automobile — non elettrica — e il condizionatore. Quindi il bisogno dell'Africa... è così. Solo da me, inutile, oppure costruire delle stazioni di ricarica? Aprite le funivie! Nel senso che le persone andavano a caricare le funivie... Persone che pedalano 50, 60, 70 km, si muovono a piedi o in bicicletta per andare a caricare. Perché non l'elettricità? Se la ho, ma non la ho. Non torniamo a casa, sono chiari le attività di Draghi: vedremo fare delle scelte. Ed entra in gioco, non lo ha tolto.
La costruzione — con il tempo, come diciamo prima — dell'autonomia energetica. Io ringrazio — non si può non farlo — il Presidente Beulke del Festival delle Energie. Di coro: a maggio, a Lecce. Ma ne sentiremo parlare molto qui da Urania TV.
Ringrazio il Presidente Chicote per essere stato con noi questo oggi. Vi do appuntamento alla prossima settimana. Prima, però — mi raccomando — scaricate l'app di Urania TV, che la trovate su tutti i vostri device, che siano Android o iPhone: non c'è problema, siamo su tutti i device. E lì potete scegliere il contenuto che preferite, perché magari siete degli appassionati di energia, o magari siete appassionati di qualsiasi altro settore, qualsiasi altra filiera: andate a trovare la puntata che gradite di più. Da Paolo Bocchetti, ringrazio il team e la regia. Largo Chigi, Vista sulla politica. Torna la settimana prossima.