Trascrizione del video
Amici di Urania TV, ben ritrovati da Paolo Bocchetti per una nuova puntata di Largo Chigi, Vista sulla politica: il vostro appuntamento settimanale con l'approfondimento politico, istituzionale e delle imprese, proprio qui da Largo Chigi da Roma.
Oggi affrontiamo un tema di stretta attualità perché si sta parlando molto — a causa della crisi internazionale — di un commercio internazionale che va un po' a singhiozzo, di una supply chain che comunque influisce sul nostro export. Parleremo anche del Made in Italy, di come le nostre imprese si stanno organizzando per restare competitive in Italia e nel mondo. Lo faremo come di consueto con i nostri graditi ospiti. Collegato con noi, c'è il direttore generale di Ambrosoli, Federico Foti. Ben trovato, direttore.
Buongiorno, grazie a tutti.
Collegato dalla redazione del Corriere della Sera di Milano, Valentina Iorio. Ben trovata, Valentina.
Buongiorno, buongiorno a voi.
E da Largo Chigi, ovviamente, accanto a me abbiamo le istituzioni. Partiamo alla mia sinistra: l'onorevole Federica Onori, segretaria della Commissione Esteri alla Camera, Azione. Ben trovata.
Buongiorno, grazie per l'invito.
E alla mia destra, l'onorevole Emanuele Loperfido, fiduciario segretario della Commissione Esteri anche lui, alla Camera, Fratelli d'Italia. Buongiorno, lei e tutti i telespettatori.
Bene. Dopo aver introdotto i nostri ospiti, andiamo dritti al punto con la copertina, curata come sempre da Beatrice Telese.
"Il Made in Italy è uno dei motori della nostra economia: esportiamo qualità, tradizione e creatività. Ma oggi chi porta i nostri prodotti nel mondo deve affrontare ostacoli sempre più complessi. Quasi il 50% delle esportazioni italiane va fuori dall'Unione Europea — un dato che conferma la forza del nostro sistema, ma anche la sua esposizione. Perché dazi, concorrenza sleale, nuove barriere si intrecciano con uno scenario geopolitico sempre più instabile, che mette a rischio rotte, costi e forniture globali. Nel frattempo, dallo Stretto di Hormuz — da cui passa il 20% del petrolio mondiale — arrivano segnali sempre più preoccupanti. Il rischio di un blocco metterebbe sotto pressione energia, logistica e competitività, ricadute tutte pesanti anche per il nostro paese. Di fronte a tutto questo, la domanda è inevitabile: come si difende oggi il Made in Italy? Quali strumenti abbiamo per restare competitivi senza perdere l'anima delle nostre eccellenze?"
Ecco, proprio di questo parleremo: su come ci si difende, ma soprattutto come si attacca. Perché il Made in Italy è già competitivo, vuole restare competitivo, vuole crescere. Lo vediamo anche con Ambrosoli: una realtà internazionale dal punto di vista delle imprese.
Tra l'altro, volevo aggiungere alla copertina della Telese che c'è un attivo commerciale rispetto all'extra-UE che vale nel 2024 65 miliardi di euro: questa è la torta di cui stiamo parlando.
Partiamo dall'istituzione. Partiamo dall'onorevole Loperfido. Abbiamo visto negli ultimi mesi il Made in Italy finito un po' sotto pressione: dazi, con la deadline del 9 luglio — e poi ne parleremo — concorrenza globale sempre più forte, supply chain a singhiozzo condizionata dalla situazione internazionale. Qual è, secondo lei, oggi la vera sfida da affrontare per proteggere e far crescere ancora le nostre eccellenze all'estero?
Ma guardi, innanzitutto, se da intendere bene, questa è una questione del sistema Italia che deve dare supporto all'Italia. Tante nostre aziende sono nate con storie familiari, quindi piccoli artigiani, che poi nel corso del tempo sono diventate, per la loro capacità, aziende in grado di vendere in tutto il mondo. E bene, oggi — come succede anche nel commercio cittadino, quando iniziava il piccolo commerciante poi si specializzava — anche le aziende devono intendere di essere parte di un sistema che non può agire in modo sganciato.
Da questo punto di vista, essere parte di un sistema Italia con un preciso obiettivo, ovvero che il cliente non vuole un prodotto qualunque, vuole quel prodotto. Allora non dobbiamo educare il produttore a fare in modo che possa piazzare quel prodotto: ci vuole un sistema di marketing, ci vuole il sistema ICE, il Ministero del Commercio con l'estero, il sistema di garanzie finanziarie in grado di supportare questi finanziamenti per consentire alle aziende di affacciarsi nel mondo. E fare in modo che ci sia anche una formazione a supporto di queste nuove aziende: quindi un sistema di educazione, un sistema di formazione, con gli ITS, con dei corsi di formazione adeguati per ogni tipologia di prodotto e per ogni grande settore. Per fare in modo che il sistema italiano sia in grado, nonostante i dazi, di affrontare qualsiasi tempesta. Perché non è soltanto con la questione dei dazi: guardate, io prima di essere parlamentare ho fatto vent'anni da export manager. Ricordo benissimo che con il Covid ci siamo accorti che era necessario accorciare la filiera di fornitura dei prodotti, per fare in modo che un raffreddore in Cina non dovesse condizionare la nostra possibilità di vendere in Europa. E coloro che già da quel momento avevano inteso di accorciare la supply chain — era necessario procedere da lungo quel versante — per consentire al Made in Italy di fornire prodotti di qualità ovunque nel mondo.
E con l'onorevole Onori che ha parlato di supply chain: la preoccupazione contingente è l'eventuale decisione dell'Iran di bloccare lo Stretto di Hormuz. Di cosa stiamo parlando? Un barile di petrolio su cinque prodotto nel mondo passa di lì, il 20% del commercio globale passa di lì. È uno stretto di mare, un braccio di mare, di poco più di 30 km, quindi facilmente controllabile da chi eventualmente volesse bloccarlo. La decisione è stata avvertita come creazione di un orientale — nel senso che manca un "okay" formale — però quali sarebbero le conseguenze? Non lo voglio, onorevole Onori: questo spettro significherebbe un prezzo del petrolio a 85-90 dollari e un rallentamento del commercio mondiale. Quindi quel singhiozzo sarebbe un nuovo singulto. Qual è invece la vostra visione, la visione di azione per sostenere le imprese in questa fase di grande incertezza?
Fermomondo è stato detto — quello che diceva prima il collega Loperfido è assolutamente condivisibile — però bisogna fare attenzione: non diciamo "attraverso quello che è una filiera corta" con l'accorciamento della supply chain è una filiera povera al minimo. Attenzione: che l'accorciamento della filiera non procuri una diminuzione della vastità dei mercati di esportazione. Perché questo è un'ulteriore sottolineatura fondamentale: per noi sono importanti i simili accordi commerciali che l'Unione Europea va a finalizzare con molti paesi, alcuni dei quali non sono vicini a noi, ma sono indispensabili. Perché sono grandi, perché consumano italiano, perché hanno anche una vicinanza culturale con il nostro paese. E quindi più facilmente le nostre aziende, che già esportano in questi paesi molto importanti — il Brasile, l'Argentina, l'Uruguay, il Paraguay — possono continuare a farlo e trovare in questo blocco commerciale, in questo mercato, sollievo rispetto a tutto ciò che deriva da instabilità geopolitica. Abbiamo appunto parlato dello Stretto di Hormuz, dei dazi di Trump: ci muoviamo in acque molto ondose. Quello che dobbiamo fare — tre cose: diversificare, diversificare, diversificare.
Direttore Federico Foti, Ambrosoli: senza dubbio ha diversificato, è una realtà che esporta in tutto il mondo. Cosa vi preoccupa e come vi state organizzando al momento?
Sicuramente la situazione geopolitica ci preoccupa come preoccupa tutti un po'. Ci preoccupa l'instabilità e anche l'incertezza, perché lo sappiamo tutti: l'incertezza non crea situazioni ideali per il business.
Come stiamo cercando di reagire noi? Continuando a lavorare come facciamo da cent'anni: lavorando sulla qualità, sulla differenziazione di prodotto, cercando sempre l'innovazione — che è una delle chiavi per tutti, sicuramente per noi — mantenendo sempre ferma la barra dei valori che ci contraddistinguono da quando siamo nati. E penso che questo valga per tutte le aziende.
Direttore, Ambrosoli nell'immaginario di tutti è il miele o pure le caramelle. Voi esportate anche molto altro nel mondo: cosa e dove?
Allora sicuramente il nostro prodotto di punta nell'esportazione sono le caramelle. Noi siamo nati con le caramelle al miele: siamo legati al miele in Italia, siamo category leader — possiamo dire — per quanto riguarda questa categoria di prodotto. Ma abbiamo lanciato recentemente anche una linea di integratori basati sul miele, perché va a raccontare una storia ancora più ampia, ed è uno dei settori su cui stiamo puntando per quanto riguarda la nostra crescita e i nostri obiettivi di espansione.
Il nostro mercato principale sono proprio gli Stati Uniti, in cui realizziamo circa il 25% del nostro fatturato complessivo da azienda. Quindi sì, siamo preoccupati per la situazione attuale che riguarda i dazi, e speriamo che possa essere trovata rapidamente una soluzione coerente con gli obiettivi di tutti. Poi alla fine, che la situazione di rottura non credo che convenga a nessuno. Certo, se si protraesse a lungo nel tempo, questo potrebbe essere un problema: non solo per i dazi in sé, ma per l'instabilità economica che ne può derivare, e quindi per l'effetto che può avere sui consumatori finali.
Noi, come top-brand, stiamo lavorando molto sull'innovazione, sull'estensione di gamma, perché pensiamo che questo sia un driver fondamentale a prescindere dalla situazione contingente. Certo, considerando quello che sta accadendo in questo momento, diventa ancora più importante per avere degli strumenti nuovi per riuscire anche ad andare in altri mercati. Abbiamo vari progetti in Europa e fuori dall'Europa — in particolare in Far East e in Medio Oriente — ma la situazione di incertezza ha riguardato un po' tutto il mondo di conseguenza, e quindi potrebbe essere un problema. Un problema serio anche quando si fa innovazione. Quindi ribadisco: speriamo che possa essere trovata una situazione di soluzione a livello globale che possa consentire di avere delle relazioni più normalizzate.
L'altro giro dei dazi segna il tick, è nuovo di zecca, dopodomani. Quella è la deadline fissata al momento, perché l'amministrazione Trump cambia spesso idea, per i dazi al 50% per tutte le merci dell'Unione Europea che viaggiano verso gli Stati Uniti. La trattativa è in corso: Bruxelles fa dichiarazioni quasi quotidiane. Detto questo, non molla soprattutto a livello legislativo, si regge rispetto alla filiera legislativa dell'Unione Europea.
Valentina Iorio, Corriere della Sera: il polso della vostra testata. Il 9 luglio scade questo ultimatum. Dal tuo punto di vista, tutti si occupano molto dei dazi. È solo una minaccia, o potrebbe essere anche un'opportunità?
Era difficile, soprattutto se il dazio fosse del 50%, dire che è un'opportunità — tenuto anche conto della difficoltà che c'è nel sostituire un mercato come quello statunitense. Certamente, però c'è lo ha insegnato di fatto le imprese che hanno saputo reagire già a moltissime crisi — penso al Covid — e a un'incertezza che ormai è quasi una costante del nostro tempo. In qualche modo le imprese italiane, in questo, sono particolarmente brave. Direi che nella tendenza siamo più bravi nelle situazioni di difficoltà e crisi, che ci portano ad avere quelle intuizioni che ci consentono di ripartire o comunque di reggere l'urto. Talvolta invece siamo meno bravi nell'ordinaria amministrazione rispetto ad altri paesi europei. Quindi questo sicuramente può essere un punto di forza delle imprese italiane, e lo è già stato.
È chiaro che molto dipenderà dall'entità del dazio, perché un dazio del 50% avrebbe comunque un impatto molto pesante. Lo dicono le imprese. E poi dipende anche dalle singole imprese, perché l'Italia ha un tema molto importante di dimensione d'impresa. È un paese prevalentemente di piccole e in alcuni casi addirittura di micro imprese, e chiaramente queste sono quelle che fanno più fatica a reagire. Perché investono meno in innovazione — che è fondamentale, come veniva ricordato prima anche dal direttore Foti — e sono quelle che hanno anche un po' più di difficoltà a diversificare, perché talvolta non hanno gli strumenti, le conoscenze per capire quali sono le opportunità con cui altri mercati si possono sondare. Quindi sono quelle che hanno bisogno di essere un po' più aiutate. Quello che si può fare — perché è chiaro che si può lavorare sulla dimensione, ma non è una cosa che si fa dall'oggi al domani — è lavorare a livello di filiera, per fare in modo che anche le imprese più piccole possano essere aiutate in questa transizione.
Tra l'altro, ricordiamo: le imprese sotto i 10 addetti in Italia sono il 95% del totale. Siamo un paese di piccoli artigiani, che sanno molto fare bene il loro mestiere, ad alto livello imprenditoriale. Questo vale la pena sempre di ricordarlo.
Veniamo però all'attualità. Torniamo, la tua attualità: torniamo alla crisi internazionale. Si sta discutendo all'Aja in Olanda, c'è il vertice NATO, si sta discutendo di portare le spese per la difesa dei paesi alleati NATO al 5%. Per l'Italia sarebbero uno sforzo grandissimo. La premier Meloni sta trattando per un eventuale target rivisto al 2029, una sorta di tagliando. Per chi ce la farebbe e chi non ce la farebbe: noi sicuramente qualche difficoltà l'avremmo. Onorevole Onori, da un punto di vista un po' diverso, con l'azione che non fa parte del governo: spesa per la difesa al 5% — obiettivo realizzabile, fattibile — qual è la vostra posizione su questo?
Il 5% va distinto tra un 3% e un 5% di spesa effettivamente materialmente impegnabile nella difesa, e un 1,5% per la parte più infrastrutturale di innovazione tecnologica, cybersicurezza, eccetera. Quindi questa è già una prima distinzione molto importante. Ovviamente è una grande sfida e non sarà semplice. Questo diciamo dobbiamo dirci fin dall'inizio. Sarebbe necessario rivedere in qualche modo la complessità delle nostre spese — facendo quello che si dice molto bene: che la difesa è una spesa importante, è una delle nostre priorità. Il contesto internazionale lo dimostra ogni giorno questa condizione. Quindi io credo sarà importante fare un discorso molto chiaro, molto trasparente, il più dialogico possibile e con i piedi per terra. È chiaro che ci saranno probabilmente dei tagli importanti su capitoli di spesa legati al welfare. Questo va affrontato però ancora una volta andando innanzitutto ad agire sugli sprechi, su quello che è ridondante. Quindi un efficientamento innanzitutto.
Poi vedremo quanto bene riusciremo, in maniera chirurgica, ad operare in questa direzione. La situazione non è semplice, è chiaro: non dipende esclusivamente da noi. Noi però possiamo fare molto. Si può ad esempio intervenire sulla dimensione delle imprese per renderle più resilienti, e fare in modo che i vari shock internazionali esogeni abbiano conseguenze il meno possibile. Si può agire sulle infrastrutture — voglio ribadirlo — sugli accordi commerciali, perché questo dà stabilità, questo rende le acque meno ondose, là dove ci sono dei trend che invece alzano i flutti.
Onorevole Loperfido: la Finlandia è diventata forse l'alleato più affidabile degli Stati Uniti, dal punto di vista dell'interlocuzione. Quanto temiamo l'imprevedibilità dell'amministrazione Trump, e quanto invece ci fidiamo e ci affidiamo — in un contesto NATO — del presidente degli Stati Uniti?
Guardi, l'esemplificazione plastica di quello che è accaduto è il tavolo di ieri. Il tavolo all'Aja, dove c'erano i reali d'Olanda insieme al presidente degli Stati Uniti, e accanto c'era Giorgia Meloni — quindi al tavolo principale, come fosse una riunione in un consiglio, non al tavolo degli osservatori. E poi immaginatelo: in questo senso diciamo c'era il suo. E questo fa capire che quando qualcuno diceva, a quell'incontro — una partecipata alla Meloni — dove c'era Francia, Germania, al tavolo principale NATO c'era Giorgia Meloni, c'era l'Italia. E questa è una cosa importante, perché l'Italia è diventata l'interlocutore intanto proprio perché è il paese più stabile politicamente, ha una visione di lungo termine che ha sempre detto: "Noi siamo atlantisti, fermamente atlantisti, fermamente a fianco dell'Ucraina." E siamo consapevoli che l'Europa deve fare la sua parte per quanto riguarda le spese di difesa.
E lo dico, collegandomi a quanto detto dall'imprenditore di Ambrosoli, ovvero: in stabilità, in sicurezza si possono contrastare con la deterrenza che solamente la difesa può mettere in campo. Quindi investendo in difesa — che non è solamente le armi, la tecnologia, ma tant'altro: sono infrastrutture. Guardi, la settimana scorsa ero andato in Polonia dove, tranquillamente, dicono che la spesa di difesa è anche costruire i parcheggi sotterranei, che possono essere adibiti eventualmente, in caso di rischio, a bunker per mettere in sicurezza la popolazione. Quindi la spesa di difesa è tutto ciò che può servire per rendere un paese sicuro, un continente stabile, per consentire ai nostri imprenditori di guardare con fiducia al futuro, continuare a investire, a generare posti di lavoro e a generare sviluppo per il paese.
Ci rassicuri: l'asticella del 5% è un'asticella che possiamo superare? Ci possiamo arrivare? Speriamo invece in qualche sconto cammin facendo. Qual è il polso?
Io credo che sia una questione di onore: ovvero, se si firma un accordo — come fece il Presidente del Consiglio, qualche anno fa — poi bisogna rispettarlo. E faremo di tutto per onorare questo accordo. E lo faremo magari cercando di fare in modo che le nostre aziende del settore difesa ricevano questi acquisti di merci, per fare in modo che sia la nostra economia a beneficiare, per fare in modo che il sistema Italia progredisca anche sotto questo aspetto.
C'è un 3% più 2%, quell'asticella che noi ci proviamo a onorare, nonostante ci sia questa necessità di fare una sorta di controllo a metà percorso, per vedere se è ancora necessario continuare a mantenere lo stesso livello o se sarà necessario vedere magari un ribasso. Ma noi intanto in questo momento diciamo: 3% più un 2% per fare in modo che il 5% si possa rispettare, nell'interesse di tutti.
Abbiamo parlato di asticelle. Torniamo da Ambrosoli, torniamo da Foti. Volevo sciogliere questa mia curiosità: c'è un'asticella tollerabile, direttore Foti? A livello di dazi — abbiamo parlato del 50%, e tra di noi ci siamo detti: forte, 50% è davvero troppo. Un'asticella tollerabile che voi considerate nei vostri piani aziendali — tollerabile, che vi dà modo comunque di programmare per i prossimi anni — quale sarebbe, se c'è un male minore?
Il male minore: il 10%. Il 10% consentirebbe — per quanto riguarda i nostri costi — per tutti, non so se c'è una buona strategia di full costing come credo la maggior parte dell'Italia che fa export: il 10% potrebbe essere una soglia tollerabile per noi, per i costi, per portare il prodotto poi sul mercato statunitense. Noi facciamo mass consumer: quindi poi arriva al consumatore finale, e ovviamente bisogna vedere come si traduce sul consumatore finale in termini di prezzo di posizionamento.
Noi crediamo che quella soglia sia una soglia tollerabile. Oltre quella soglia possono insorgere dei problemi molto importanti. Ribadisco: un tema sono i dazi, un altro tema è la stabilità. Nel momento in cui l'instabilità dovesse proseguire per diverse ragioni — una delle quali possono essere i dazi stessi — questo potrebbe causare, nel lungo andare, problematiche sullo scenario economico mondiale. In conclusione, direi che anche questo trend che sta portando verso più chiusure che apertura è sicuramente un problema per quanto riguarda un mercato ad alta vocazione all'export come il nostro. E questo potrebbe essere un problema sistemico per la transazione.
Vorrei collegare l'ago e, fattualmente, chiudere il cassetto dei dazi. Poniamo che non ci siano dazi, che quindi non arriveranno tariffe nei prossimi anni. Spesso le aziende, la mentalità — non le aziende italiane — citano i costi energetici troppo elevati come primo dei problemi. E così anche per Ambrosoli? O ci sono altri ordini di problemi da considerare meglio anche con le istituzioni?
I costi energetici è sicuramente una delle problematiche più importanti. Abbiamo sicuramente un gap nei confronti, se ci confrontiamo con altri partner europei, veramente significativo. Purtroppo le aziende si sono dovute abituare in questi anni a lavorare in queste condizioni. Non sono le condizioni ottimali, e nel lungo periodo creano dei problemi di competitività.
Sicuramente questo è uno dei problemi. Io credo che un altro spunto che possa essere condiviso con le istituzioni sia il tema del lavorare in squadra, lavorare in squadra in maniera sistemica, soprattutto per le aziende che affrontano dei nuovi mercati, che magari non hanno delle situazioni consolidate. Penso in particolare alle PMI, ma non solo. Penso che possa essere un elemento molto importante per riuscire a sfruttare quelle che sono le capacità che di fatto il nostro paese sa esprimere.
Ha parlato appunto di mettere in comune, lavorare in squadra. Passo all'onorevole Onori, e mi torna questa curiosità. Ieri, alla camera, la premier Meloni ha detto: "È tempo di ragionare insieme." E su alcuni dossier Azione sta appoggiando il governo. Fate cherry picking o sarà una tendenza più consolidata?
Cherry picking nel senso che chiaramente, in base al tema, si capisce se c'è spazio di collaborazione. E forse "appoggiare" è forse il termine. Noi siamo sempre pronti a collaborare, ma questo io credo che debba essere un atteggiamento proprio di tutte le forze politiche: rappresenta necessità, è sintomo di responsabilità e di voler lavorare per il bene comune. Sui dazi sono tematiche su cui c'è una vicinanza maggiore. Su altre c'è una distanza visibile. Sicuramente la politica estera è un campo dove siamo chiamati ad essere particolarmente responsabili. Perché abbiamo detto fino alla fine di questa mattina quali e quante sono le conseguenze sulle imprese, sulle persone, di una posizione di politica estera del nostro paese.
Ecco quanto spirito di collaborazione c'è in Commissione Esteri oggi, in queste settimane, e quanto si sta davvero lavorando insieme, governo e opposizione.
Sì, sì. Allora, in Commissione Esteri abbiamo diversi dossier che sono stati aperti da diverso tempo. Abbiamo una riflessione in corso sul Piano Mattei, una riflessione in corso sul Mercosur. Devo dire: non sempre abbiamo completa vicinanza. Per esempio sul Mercosur, torno a ribadirlo, noi vorremmo che il nostro paese fosse più proattivo, più assertivo rispetto alla necessità di andare a finalizzare questo accordo commerciale. Vediamo degli esitamenti invece nei partiti di maggioranza, su cui stiamo cercando di lavorare anche con un'audizione ascoltando gli esperti. Perché chiaramente sono tutte decisioni che vanno prese basandoci sui dati, su ciò che è un elemento di realtà — ripeto — non su posizioni ideologiche.
Sulla crisi ultima iranica ci sono delle differenze, ovviamente. L'attacco di Netanyahu all'Iran non è visto da tutte le forze politiche alla stessa maniera. C'è comunque — anche non avendo tutte le informazioni, in effetti, per poter capire se questa situazione rientra a tutti gli effetti in un caso di legittima difesa del singolo stato preventiva — dovremo aspettare, forse, di avere qualche dato in più.
Valentina Iorio, Corriere della Sera: senza essere maghi, insomma — reggerà questa quale è la sensazione — reggerà questa tregua? Israel-Iran. E soprattutto torneremo a parlare con insistenza di Gaza e di Kiev, perché già si parla di "guerra dei 12 giorni finita" — e quindi automaticamente poi lateralmente si tornerà a parlare di dossier molto aperti e ennui che sono appunto Kiev e Gaza.
È difficile dire se durerà. È interessante la reazione che hanno avuto i mercati, perché non è stata una reazione — per certi versi — meno preoccupata di quella che forse ci si poteva aspettare. E anche sulle ragioni di questa reazione gli esperti hanno punti di vista diversi. Un'ipotesi è appunto che la minaccia più volte evocata dello Stretto di Hormuz punti a non sia di fatto realizzabile, e anche per l'Iran rappresenterebbe un problema e metterebbe l'economia iraniana ancora più in difficoltà. Quindi anche il fatto che i mercati siano prudenti ci porta secondo me a dire che è ancora tutto possibile, anche evitare un'ulteriore escalation.
Dopo di che, la stessa reazione di Trump — perché sembrano contraddittorie, c'è un continuo cambio di posizione — di fatto poi in qualche modo ieri Trump sembrava avanzare il merito di questo presunto accordo. Però allo stesso tempo quella reazione su Truth, in cui minacciava anche poi dell'attacco vero e proprio — da una parte l'Iran, dall'altra Israele, invitando in Trump le forze a fermarsi — ci dice che forse l'apparente vittoria non era così isolata, perché nel frattempo le operazioni militari andavano avanti. Quindi è anche difficile capire quanto Trump abbia effettivamente in mano le redini di questa situazione, o speri di averle.
Abbiamo passato in rassegna, consapevolmente, forse una serie di meriti di Trump che vorrebbe tributarsi sul 5% delle spese per la difesa NATO. C'è il famoso messaggio di Vance a Trump stesso: "È merito tuo sulla pace" — sulla tregua più che la pace tra Israele e Iran. Si continua appunto a discutere se fosse merito o no dell'amministrazione Trump. A parte molti atteggiamenti daziosi, appunto queste dichiarazioni, compare l'Achille per come dire prendere in... i burattini che non lo seguono — per i burattini intendo Israele piuttosto che qualche altro alleato. Intanto una qualificazione: Trump sta scendendo a compromessi, e mi sembra che stia scendendo a compromessi anche come effetti "come dire" i broker americani — il dire cose produttive dal suo punto di vista, perché sia giusto sia sbagliato — restano gli osservatori.
Onorevole Loperfido, torniamo in Commissione Esteri e torniamo al governo italiano. La posizione del governo italiano, molto appunto al centro del Mediterraneo, appoggiando l'Ucraina quindi con delle direttrici molto chiare, come diceva lei prima. Su cosa concentrerete e sosterrete il lavoro in Commissione Esteri in questa fase? Quali sono le urgenze?
Ma guardi, prima di rispondere a questa domanda, ci tengo su tanto che non è da poco: da questo punto, i dazi purtroppo — o per fortuna — non possono essere discussi da un singolo stato membro. E quindi sarà un tema che dovrà affrontare la Commissione Europea. Noi, dal nostro canto, cercheremo di dare sempre più forza alle nostre aziende che producono quei prodotti che altrove non si trovano, e quindi diventano il prodotto che il cliente vuole acquistare, che sia a New York.
Detto questo, per quanto riguarda la Commissione Esteri, i temi sono tre. Innanzitutto grande soddisfazione per il fatto che ci sia un commissario europeo per la difesa: dimostrazione che finalmente la difesa è diventato un tema dell'Unione Europea. E questo ci consentirà di affrontare, con maggiore serietà, le instabilità che ci sono lungo l'asse del Mediterraneo — passando dalla Libia per arrivare fino al Medio Oriente — affrontare la questione dell'allargamento dell'Unione Europea nei Balcani, ovviamente puntare ad una pace lunga e duratura in Ucraina.
Questo ci consentirà di avere stabilizzazione nelle nostre aree circostanti, fare in modo che anche con il Piano Mattei ci possa essere quello sviluppo che garantisca prosperità. Quell'instabilità tale per cui una persona nata in un paese africano non si deve vedere costretta ad emigrare, ma anzi contribuirà allo sviluppo di quel paese e anche a uno sviluppo delle relazioni privilegiate tra i paesi africani e l'Italia, che possono consentire uno sviluppo roseo anche di questa cooperazione.
E quindi questi sono i tre punti principali sui quali continueremo a lavorare in Commissione Esteri.
In chiusura, una curiosità, onorevole Loperfido. Restiamo per un secondo sull'Ucraina. Il 10 luglio — cioè tra praticamente una settimana o poco più — Conferenza sulla ricostruzione dell'Ucraina qui a Roma. Fa capire a chi ci segue da casa: come fa ad esserci già una conferenza sulla ricostruzione quando non c'è ancora la pace?
Non è sempre pensare a una ricostruzione, però è necessario pensare che mentre c'è un paese in guerra — e guardate: la guerra in questo momento in Ucraina è fino quasi al confine con la Polonia. Potete guardare anche un'app che si può scaricare tranquillamente, che annuncia le allerte aeree che arrivano costantemente sul territorio ucraino, costantemente, tutte le notti: sono allerte aeree che arrivano quasi fino al confine con la Polonia. Però non dobbiamo pensare che dal momento in cui questa guerra finirà — e finirà — dovremo sostenerla all'Ucraina per una rapida ricostruzione: per fare in modo che possa essere un paese stabile e sicuro, per fare in modo di non aver più paura del fronte con i confini con la Russia. E magari, con questa ricostruzione, potrebbe dire anche che le nostre aziende siano in grado di essere di supporto, per garantire di essere protagoniste di questa ricostruzione. E tutto questo — anche il ministro Urso ha già dichiarato — come il porto di Trieste sarà il porto della ricostruzione dell'Ucraina. Quindi anche tutti quegli assi con le infrastrutture che porteranno fino a Kiev, magari passando anche per la Polonia, per fare in modo che dai prodotti dall'Italia si possa dare spinta a questa ricostruzione per l'Ucraina, al momento in cui questa guerra finirà.
Onorevole Onori: il suo punto di vista, dal punto di vista dell'opposizione. Siete allineati con la maggioranza su questo percorso delineato dall'onorevole Loperfido, della ricostruzione dell'Ucraina e della messa in sicurezza dell'Ucraina stessa? Dal punto di vista politico, oppure avete una posizione diversa?
Azione sostiene la causa ucraina dal giorno 1 e nella maniera più forte e più convinta possibile. È importantissimo parlare di ricostruzione: e ben fa il governo a pensarci in anticipo, quindi va preparata per tempo, va congeniata con i paesi alleati che stanno supportando la difesa ucraina. Ed è, in sé, anche io credo un segnale di pace, di volontà di superare questa fase.
Oltre al fatto che chiaramente si fa anche intendere come un aspetto pacifico di ricostruzione possa convenire al maggior numero di stati. Quindi dovrebbe anche contribuire a convincere tutti di quanto è importante continuare a difendere l'Ucraina, a supportare l'Ucraina nel suo diritto all'autodifesa. C'è chi menziona l'articolo 11 della Costituzione: in realtà supportare l'Ucraina è totalmente costituzionale a livello italiano e in linea con il diritto internazionale. Parliamo dell'articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, che prevede l'autodifesa individuale e collettiva. Quello che noi stiamo facendo è l'autodifesa collettiva verso un paese aggredito. La ricostruzione è parte integrante di questo pacchetto.
Valentina Iorio: il polso del Corriere della Sera sulla situazione in Ucraina e sulla eventuale auspicabile ricostruzione.
Ovviamente è una situazione ancora molto, molto complessa e in evoluzione. Ricordo anche una richiesta molto forte da parte dell'Ucraina di entrare nell'Unione Europea, che in qualche modo è alimentata da un'apertura da parte dell'Unione Europea, e che sarebbe in un'ottica auspicabile di un percorso di ricostruzione. Chiaramente i tempi saranno lunghi, serviranno ulteriori risorse comunitarie per aiutare appunto a favorire questa ricostruzione. E quindi l'impegno — perché ricordiamo che le risorse comunitarie significano impegno dei singoli stati — su questo immagino, visto anche la complessità della situazione, possa esserci una discussione. Però è indispensabile che l'Europa faccia quello che in parte ha già fatto, cioè preveda un ulteriore pacchetto per aiutare la ricostruzione dell'Ucraina.
Bene: il nostro tempo tiranno sta per finire. Io ringrazio i nostri ospiti per essere intervenuti qui a Largo Chigi. Abbiamo avuto le imprese — Ambrosoli — le istituzioni: i due segretari della Commissione Esteri della Camera. Abbiamo affrontato e toccato numerosi punti sull'attualità internazionale, questa crisi internazionale che purtroppo non ci lascia.
Prima di lasciarvi, vi ricordo che potete scaricare l'app di Urania TV: la trovate su tutti i vostri device, di qualsiasi tipo e modello. Potete andare a rivedere, scegliendo le puntate e i temi che più vi interessano. Vi ricordo in chiusura che siamo anche su Samsung TV Plus, il che significa che nella homepage del vostro televisore Samsung troverete nei canali news Urania News, cioè Urania TV, perché Samsung ci ha promosso a canale interessante per tutti voi.
Da Paolo Bocchetti, un ringraziamento alla regia, un ringraziamento ancora ai nostri ospiti. A rivederci alla prossima puntata.