Libere Professioni: grandi responsabilità, piccoli onorari

Trascrizione del video
Amici di Urania TV, ben ritrovati da Paolo Bocchetti per una nuova puntata di Largo Chigi, Vista sulla politica — e non solo, perché oggi daremo uno sguardo alle libere professioni. Un motore dell'economia italiana: pensate, i liberi professionisti in Italia sono quasi un milione e mezzo di persone e muovono un giro d'affari da oltre 200 miliardi. Danno lavoro a quasi mezzo milione di addetti. Sono un po' un segreto del genio italiano, quello che va così forte in Italia e nel mondo. E rappresentano davvero un bacino di potenza altamente strategico. Parleremo di tutto questo a Largo Chigi con i nostri ospiti. Collegato con noi c'è il presidente del Consiglio Nazionale Forense, Francesco Greco. Ben trovato. Buongiorno, buongiorno, grazie e buongiorno a tutti, grazie per questo invito. E sempre collegato con noi c'è il giornalista di Italia Oggi, Michele Damiani. Michele, buongiorno. Buongiorno, grazie a tutti, dell'invito. Alla mia destra in studio abbiamo il piacere di ospitare il Vice Ministro della Giustizia, Francesco Paolo Sisto. Ben trovato. Buongiorno, buongiorno a tutti, ottima giornata. Dall'altra parte dello studio c'è il presidente di Fondazione Inarcassa, Andrea De Maio. Buongiorno a tutti e grazie dell'invito. Bene. Come al solito, per inquadrare e far capire meglio a tutti voi che ci seguite da casa di cosa stiamo parlando e cosa approfondiremo quest'oggi a Largo Chigi, andiamo a goderci la nostra copertina di Beatrice Telese. "In Italia ci sono oltre un milione e 300.000 liberi professionisti: avvocati, architetti, medici, ingegneri e consulenti — figure centrali per il funzionamento della giustizia, dell'economia e della sanità del nostro paese. Eppure troppo spesso questi professionisti lavorano in difficoltà: tra responsabilità crescenti, compensi insufficienti e una burocrazia che rallenta e complica il settore. Una situazione che, almeno la legge sull'equo compenso, in vigore dal 2023, è riuscita finora solo parzialmente a risolvere. Ruoli cruciali come quello dei Consulenti Tecnici d'Ufficio registrano in fatti un calo drastico di adesioni, penalizzati da compensi fermi da oltre vent'anni. Cosa sta cambiando quindi davvero nel mondo delle professioni, e cosa serve per restituire valore, tutela e futuro a chi ogni giorno sostiene il paese?" Ecco, questo il tema di oggi: libere professioni. Li abbiamo chiamati Consulenti Tecnici d'Ufficio, ma in realtà sono architetti, ingegneri, avvocati al servizio del sistema giustizia. Vice Ministro Sisto, partiamo da lei. Come si sta muovendo il ministero su questo vulnus, su questi compensi fermi ormai anche da 10 anni in alcuni casi? Ho in cuore dell'invito, perché in qualità di delegato alle professioni — diciamo — sono nel mio mondo, nel mio liquido amniotico. Dico subito che il Ministero ha dato anzitutto ottima prova di sé proprio con l'equo compenso, che è una rivoluzione copernicana e che restituisce dignità ai rapporti fra professionisti e clienti. Questi, in virtù di posizioni di forza, stipulavano patti e pattuizioni che impedivano al professionista di avere la giusta retribuzione. A questo abbiamo posto rimedio con un importante intervento. Ci sono osservatori sull'equo compenso che costantemente ne monitorano la situazione. Sono gli ordini a livello nazionale che sono autorizzati a stipulare convenzioni inderogabili, sempre a vantaggio dei professionisti. Insomma, c'è una nuova attenzione per i professionisti che si manifesta anche in tanti altri provvedimenti: la composizione negoziata della crisi, in cui l'esperto — il professionista — svolge un ruolo fondamentale, quasi di carattere pubblico-economico, perché contribuisce a rimettere sul mercato imprese in difficoltà. Insomma, c'è una grande attenzione per il mondo delle professioni, degli onorari e delle tariffe. È stata istituita una commissione nel dicembre 2023, che ha ultimato i propri lavori. E io posso annunciarlo con molto orgoglio, subito, quello che interessa di più dopo tutti i guasti di Bersani e soci — e tutto quello che voleva fare del mondo delle professioni un mondo secondario, calpestato da questo tipo di statalismo assolutamente inaccettabile. Rivalutiamo di circa il 61% i compensi dei Consulenti Tecnici d'Ufficio. Stilandiamo un update del rapporto fra consulente e prestazioni, indicando criteri specifici per materia, per "vacazioni" — ma anche per orari, per esempio. C'è una grande novità: le tariffe notturne rispetto a quelle diurne, c'è una grande attenzione alla carta millimetrata della prestazione professionale. Il Consulente Tecnico d'Ufficio diventa un professionista a tutti gli effetti, non un professionista mortificato. Abbiamo approfittato anche degli interventi della Corte Costituzionale: recentissimi, del 2025 e del 2022, in cui si dice chiaramente — per esempio — la differenza fra la prima "vacazione" e le successive. Non c'è una differenza? Colmiamo questa differenza. Insomma, restituiamo al professionista al servizio della giustizia quella dignità che al professionista ordinario sul mercato viene ordinariamente riconosciuta. Un decreto che è un grande segno di attenzione: il provvedimento è di prossimo conio. Quindi io posso tranquillizzare tutti — architetti, avvocati, ingegneri, e tutti coloro che collaborano con la giustizia — e posso dire che fra qualche mese raggiungeremo l'obiettivo: finalmente restituire a questa importantissima categoria la dignità che merita. Gli ausiliari del giudice sono quelli che consentono di avere quelle competenze che il giudice non ha — e non si sono giudici onniscienti. Chi pensa di esserlo, sbaglia. I consulenti servono proprio a dare al giudice quelle conoscenze di cui in qualche maniera ha bisogno per poter esercitare solo, con competenze e con dignità. Un'altra parola che mi piace molto — e che in qualche maniera aleggia in questo provvedimento — è: restituire dignità al consulente d'ufficio. Che non è un professionista minore, ma diventa un professionista come tutti gli altri, qualche volta migliore degli altri. E questa è una buona notizia, un'ottima notizia. E quella sulla quale abbiamo iniziato Largo Chigi questa mattina, c'è da sanare — vice ministro — anche un esodo. Nel senso che i Consulenti Tecnici d'Ufficio erano 183.000: pensate, nel 2023 sono già scesi a soli 54.000. Ma non era un motivo di negligenza, era per mancanza di opportunità. Evidentemente, quando la prestazione diventa non conveniente sul piano economico, c'è la fuga dal mercato. Questa è una legge di mercato assolutamente fisiologica. E con questo provvedimento cerchiamo di ricostituire le fila dei professionisti che si dedicano alla giustizia. Sono convinto che questo sarà un ottimo provvedimento che consentirà, per esempio, a tanti giovani di accostarsi a questo mercato delle professioni — "mercato" nel senso più nobile del termine — e di dare anche una spinta — diciamo così — alle vocazioni. Tanto per rimanere in termini un po' vaticani: è vero che si è parlato di patti, ecco qua di vocazioni e di "vacazioni", bene. Noi abbiamo intitolato la puntata di oggi "Libere professioni: grandi responsabilità, piccoli onorari." Sugli onorari ci ha dato un'ottima notizia il vice ministro. Andiamo a parlare anche delle grandi responsabilità. Presidente Greco, presidente del Consiglio Nazionale Forense: in un contesto in cui la responsabilità professionale degli avvocati è in particolare sempre al centro dell'attenzione, come è possibile garantire un equilibrio tra la tutela del cittadino e la protezione del professionista? È una domanda complessa, che mi ha portato sin qui a fare su questo documento. Il termine della garanzia tra la tutela del cittadino e la protezione del professionista è un tema importante. Perché noi — come classe intermedia, soprattutto noi avvocati che siamo incardinati a tutelare i diritti dei cittadini — attraverso i diritti dei cittadini, proiettati al cospetto dello Stato, reggono tutto il percorso del giudiziario. Abbiamo una grande responsabilità. E questo richiede competenza, diligenza e correttezza. Noi siamo molto attenti a questi principi come ordinamento, ma è più un tema di generale. Siamo molto attenti ai principi dell'aggiornamento professionale per mantenere le capacità dei nostri colleghi. Abbiamo di recente ultimato la relazione su un progetto di riforma dell'Ordinamento Forense, uno dei cui pilastri è il sistema di formazione permanente obbligatoria per tutti gli iscritti. Il sistema attuale ha una norma che prevede la formazione permanente per tutti — ma la formazione permanente è un obbligo per tutti gli iscritti. Quindi, per esempio, io sono iscritto già da quasi quarant'anni all'albo degli avvocati, già da 15 anni sono completamente esonerato dagli obblighi di formazione permanente. Ovviamente io seguo questa formazione volontariamente, perché spesso partecipo come relatore ai convegni. Ma ritengo che la foto non sia compatibile con un sistema qual è quello complesso in cui mi ho trovato — dopo appena 25 anni poter essere ancora all'avanguardia della formazione di un cliente. Abbiamo previsto che la poca cosa è: quando si è iscritti all'albo degli avvocati, si debba sempre essere all'aggiornamento obbligato. Perché la correttezza spesso dipende dall'aggiornamento del cliente: siamo convinti che la deontologia è la punta importante della nostra professione. Abbiamo nella nostra proposta di riforma, che mi è stata anche cara, anche sul sistema disciplinare — che è un sistema disciplinare per renderlo più agile, snello, e per lo stesso tempo intensibile alle cariche degli avvocati che vengono accusati di aver violato le regole. Abbiamo chiesto attraverso il disegno di legge di semplificarlo: in un sistema disciplinare, si sappia se l'avvocato è in fronde nel revo... le giuridiche. Molto molto interessante. Stiamo parlando sempre di grandi responsabilità. Abbiamo visto, col presidente Greco, quelle degli avvocati. Passiamo a quelle degli architetti e degli ingegneri, liberi professionisti. Presidente De Maio, presidente di Fondazione Inarcassa: i liberi professionisti in generale sono soggetti a grandi responsabilità. Il presidente Greco ha sottolineato quelle civili, ci sono quelle penali e ci sono anche quelle disciplinari. C'è una sorta di sproporzione tra queste grandi responsabilità e gli onorari che — se pure in via di adeguamento — restano comunque bassi. Come si garantisce, presidente De Maio, un equilibrio tra il ruolo di questa responsabilità e i compensi inferiori alla media europea, lo ricordiamo? Prendiamo un architetto in Italia: ha un reddito medio lordo di 30.000 euro lordi — quindi netto è ben diverso e molto meno. In Germania e Francia siamo quasi a 60.000 euro. Noi di Fondazione Inarcassa — che siamo il punto di riferimento di 175.000 architetti e ingegneri liberi professionisti — riteniamo che attualmente ci sia un forte squilibrio fra quelle che sono le responsabilità — sempre più gravose — e quelli che invece sono gli onorari. C'è uno sbilanciamento in questo momento tra quelle che sono le responsabilità e quelli che sono gli onorari. A nostro avviso, sulle responsabilità bisogna di ragire in quanto la legge sull'equo compenso sicuramente ha fatto degli enormi passi avanti. In particolare, in termini di prescrizione dell'azione di responsabilità: definisce finalmente un termine ben fisso — quello di 10 anni — mentre alcuni giudici stavano estendendo all'infinito questa responsabilità. Però, proprio la legge sull'equo compenso a nostro avviso andrebbe estesa in quelli che sono gli ambiti di applicazione. Bisognerebbe, restando a tutti i tipi di committente, altrimenti abbiamo comunque un principio giuridico validissimo ma che non è applicato a tutti. Quindi un primo passo da fare per bilanciare responsabilità e onorari sarebbe quello di andare a estendere l'ambito d'applicazione della legge sull'equo compenso a tutti i tipi di committente. Il secondo aspetto su cui ci sarebbe da intervenire — ce ne siamo accorti anche perché noi gestiamo anche la convenzione sulla polizza professionale, la polizza professionale per architetti e ingegneri — è il problema della responsabilità solidale: troppo spesso gli architetti e ingegneri italiani sono chiamati a rispondere anche per responsabilità che non sono le loro, ma sono di altri soggetti che intervengono nel processo edilizio. Un progettista può rispondere anche per vizi gravi e rovina dell'opera che sono riferibili alle scelte e all'esecuzione da parte del soggetto qualificato che esegue i lavori — quindi il costruttore. Questo, a nostro avviso, andrebbe in qualche modo regolamentato. Così come riteniamo che potrebbe essere utile — anche per quelle che sono gli interessi pubblici — fare in modo che l'esecutore presenti una polizza decennale postuma, per garantire vizi e difetti dell'opera, e per evitare che vengano scaricate queste responsabilità sul professionista. Che voglio ricordare è l'unico soggetto che risponde in quanto non ha un'autonomia patrimoniale perfetta. Quindi, a differenza dell'impresa — che può fallire — nei 10 anni di esercizio dell'azione di responsabilità, il professionista invece risponde anche con il proprio patrimonio. È capitato di recente, e quindi sono vicende molto sensibili: siamo al tema di un professionista, figlio di un altro professionista, che era recentemente deceduto. E che si è trovato nella condizione di non poter rinvenire la polizza del proprio genitore, perché era stato chiamato, in qualità di erede, a rispondere per dei difetti di un'opera. E loro non erano neanche in grado di risalire alla polizza del proprio genitore. Questo per dire che la responsabilità oggi, a nostro avviso, è troppo sbilanciata. C'è anche un altro aspetto: oggi sempre più spesso i professionisti sono chiamati a essere attestatori, asseveratori, per cui la polizza diventa quasi una cauzione, perché bisogna garantirla per un certo numero di anni. E sono diventate costose, dal punto di vista economico, perché dobbiamo rispondere anche per errori e omissioni che non sono soltanto nostri — perché rispondiamo in solido. Quindi, a nostro avviso, bisogna intervenire proprio sulla responsabilità solidale: andare a rivederla, normarla, fare in modo che vengano attribuite ai professionisti le giuste responsabilità. Ci vuole un bilanciamento. E di fronte a maggiori responsabilità notiamo che invece gli onorari dei professionisti non sono adeguati rispetto ai pari europei. Abbiamo qualche problema sicuramente, perché il decreto ministeriale che fissa i parametri risale ancora al 2016. Ci sono alcune prestazioni che non sono, tra l'altro, previste in quel decreto ministeriale che fissa gli onorari dei professionisti. Mi riferisco in particolare alle prestazioni previste nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, quelle relative ai principi di sostenibilità dell'opera, le relazioni sui CAM. Questo significa che già a priori alcune responsabilità ci vengono attribuite, ma la pubblica amministrazione non ce le paga. Quindi è necessario un aggiornamento del decreto parametri — ci auguriamo quanto prima — integrandolo con quelle prestazioni che oggi mancano, per le quali oggi noi lavoriamo, rispondiamo nel rispetto delle responsabilità di legge, ma non ci vengono pagate. Michele Damiani, da Italia Oggi: segue la vita dei liberi professionisti molto da vicino in quel giornale, molto letto dai liberi professionisti. Ti volevo chiedere: da quando, secondo te, le responsabilità dei liberi professionisti hanno iniziato a superare di molto — forse di troppo — i loro onorari? E qual è il tuo polso della situazione sulla base di quello che ascolti? Diciamo che quando si parla di compensi professionali si parte sempre dal processo di liberalizzazioni, citato anche dal vice ministro. Parlo del 2006 — le famose "lenzuolate" di Bersani — e poi più tardi del 2012, con Monti, che in estrema sintesi hanno eliminato il sistema delle tariffe professionali. Il sistema delle tariffe professionali indicava quanto doveva essere pagato il professionista — veniva ingaggiato sulla base di quella tariffa. Ora questa è una semplificazione estrema, anche quel sistema aveva le sue incongruenze e i suoi problemi. Però le categorie indicano non di rado questo come l'inizio della fine per quanto riguarda le tutele dei compensi dei professionisti. Ovviamente l'Italia sta vivendo un periodo di stagnazione per quanto riguarda la crescita dei salari, la produttività, e questo non ha aiutato ovviamente a garantire compensi elevati. I compensi dei professionisti si stanno riducendo rispetto al resto dell'Italia. Ma si possono trovare anche tante altre motivazioni. Una può essere il cambiamento del ruolo di alcune professioni nell'ottica della sussidiarietà — un concetto che spesso le categorie hanno avanzato, per cui loro, i loro iscritti, dovrebbero svolgere alcuni ruoli e funzioni in capo allo Stato. Però, seguendo il dettato costituzionale e il dettato normativo, ecco che si sta delineando una sussidiarietà in cui i professionisti vanno solo oneri e non onori. Vi faccio l'esempio legato ai commercialisti. Negli ultimi anni i commercialisti hanno operato quasi come se fossero dello Stato: spesso intermediari nella trasmissione di dichiarazioni fiscali, spesso si sono trovati a sbrigare attività proprio dello Stato, dell'Agenzia delle Entrate. E queste attività sono difficilmente remunerabili e comportano una grande responsabilità per il professionista. Ultimamente abbiamo avuto il concordato preventivo biennale: è un accordo che il commercialista deve fare — molto complicato, richiede molti calcoli. E vi dico, per esperienza personale, ho parlato con molti commercialisti: è difficile già farsi pagare il lavoro per il concordato, perché il cliente pensa che sia dovuto, che il commercialista coi soldi che già gli paga avrebbe già altri servizi. Quindi immaginate quanto sia difficile prepararsi alla responsabilità di un lavoro del genere. Ed è praticamente impossibile. Sì. Come ha già fatto il presidente De Maio, si può fare il cenno ai sindaci revisori. Credo che abbiano una grande responsabilità anche la pubblica amministrazione. Questo è molto importante. Vi dico un esempio paradigmatico della situazione: ricevere un euro si può dare tanta immagine, ma comporta delle responsabilità molto serie. Continueremo a parlare di questi temi tra poco dopo questa breve pausa. Ecco, di nuovo a Largo Chigi: stiamo parlando di libere professioni — "grandi responsabilità, piccoli onorari": il titolo della trasmissione di oggi. Torniamo dal presidente Greco, Consiglio Nazionale Forense. Presidente Greco: voi avete come Consiglio elaborato delle proposte di riforma dell'Ordinamento Forense per legare i compensi degli avvocati al raggiungimento degli obiettivi. Ci spiega la proposta? E soprattutto — la mia curiosità è — come riuscire a misurare il raggiungimento dell'obiettivo? Vedete, noi nella proposta di riforma dell'Ordinamento Forense abbiamo pensato di intervenire anche su questo tema. Devo fare un brevissimo passaggio, una premessa. La prestazione professionale dell'avvocato è di mezzi e non di risultato. L'avvocato non può garantire il risultato. Pensiamo a un imputato nel processo penale: l'avvocato non può garantire l'assoluzione. Nel processo ci sono due parti che si misurano, e l'avvocato non può garantire la vittoria della causa, perché poi sarà il giudice — sulla scorta della valutazione delle produzioni di fatto, con le prove che il processo gli fornisce — ad indicare chi ha torto e chi ha ragione. Quindi l'avvocato non può più ancorare il proprio compenso al risultato. Il compenso deve invece corrispondere al massimo impegno, alla massima applicazione, alla diligenza, alla competenza, al rispetto dei termini, al rispetto delle regole. A questo riguardo, a volte si discuteva del "patto di quota lite" — lo chiamavano così. Era sostanzialmente un accordo per cui l'avvocato faceva dipendere il proprio compenso dal risultato ottenuto dal cliente. Le tariffe prevedevano un minimo, proprio perché l'avvocato era sempre obbligato a fare il meglio di sé. Ma anche durante le tariffe fisse — spesso anche in ambiti molto avanzati, nelle discussioni — vi ho avanzato un sistema in cui il compenso dell'avvocato veniva ancorato a ciò che la parte otteneva all'esito del giudizio. Il cosiddetto "patto di quota lite" è un fatto per il quale l'avvocato poteva — essendo coinvolto in relazione a ciò che la parte otteneva all'esito del giudizio — avere un interesse nel raggiungimento dell'obiettivo. Questo noi avvocati l'abbiamo sempre visto con una grande diffidenza, perché noi riteniamo che abbiamo un dovere — che non può essere inquinato da un interesse dell'avvocato al rendimento dell'obiettivo. Perché l'avvocato nella sua prestazione ha il dovere di rispettare la legge, di avere rispetto per l'onorabilità, di rispettare i principi ontologicamente corretti. E prevedere che l'avvocato possa essere cointestatario della parte nel rendimento di un obiettivo, mette a rischio tutto questo. Per questo l'avvocato ha sempre visto con favore la possibilità del patto di "quota lite" che c'è stata, inattuale. Oggi ci troviamo ad avere questa possibilità — e allora non abbiamo potuto non intervenire. Ma mantenendo questa possibilità del patto di quota lite — perché noi avvocati non vogliamo vederla prevalere — prevedendo che il compenso che l'avvocato può chiedere, con misura commisurata all'interesse della parte della causa, deve essere sempre anche ancorato ai parametri. Oggi abbiamo dei parametri per remunerare la qualità della prestazione prevista. Noi abbiamo previsto che il compenso aggiuntivo che l'avvocato può chiedere come patto di quota lite non può superare il 20% del massimo del parametro. Quindi abbiamo posto un limite totale al patto di quota lite. Se io stipulo con un mio assistito che se vincerà la causa sarò retribuito con un compenso aggiuntivo rispetto a quello ordinario, il compenso aggiuntivo che io potrò contrattare con l'assistito non potrà mai superare il 20% del massimo. Quindi se il massimo è mille, io non potrò chiedere più di 1.200, per esempio. Vediamo che sia un punto di equilibrio tra la possibilità di compensare un po' il fatto di quota lite — un compenso aggiuntivo — e il condizionato raggiungimento dell'obiettivo — che è l'interesse, la tutela del cittadino. È sempre in un modello nel rispetto delle norme, ma oltre ogni altra cosa che può avere una netta implicazione sempre in un modello nel quale la legalità è il riferimento principale. Vice ministro, si storna su questo? Anzitutto, complimenti appassionante Greco, perché l'interlocuzione che noi abbiamo con gli Ordini Nazionali ci mette nelle condizioni di poter lavorare in stereofonia. Le esigenze delle categorie trovano eco nelle stanze del Ministero, e quindi si riesce in tempi brevi — anche con rapporti personali molto semplici — a raggiungere insieme gli obiettivi. E questo è un nuovo modo di lavorare che privilegia le persone al di là degli informalismi burocratici che molto spesso sono ostacolo al raggiungimento degli obiettivi. E in questa sinergia devo dire che, proprio al Senato, c'è un disegno di legge per quanto riguarda gli avvocati che prevede un'individuazione, un focus sulla responsabilità limitata al dolo e alla colpa grave. E addirittura con una norma che dovrebbe riprendere quella che vale per i magistrati, che impedisce una responsabilità per una interpretazione della legge. Cioè: un'interpretazione condivisa o non condivisa — questo non può mai essere fonte di responsabilità. Questo perché, come accaduto per i sindaci revisori recentemente — lamentavano l'eccesso di responsabilità con riferimento a quelli che fossero gli oneri societari, c'è la società va incontro a difficoltà, tutti i cui danni vengono catapultati sui sindaci. Siamo intervenuti anche su questo, limitando ragionevolmente le forme di responsabilità. La parola "onorari" a me sembra che correttamente sia stata invocata dal presidente Greco, come parametro anche per la responsabilità. Dovremmo pensare a un sistema in cui il professionista — indipendentemente dalle categorie — abbia nell'onorario i limiti anche della propria responsabilità. Cioè diventa difficile pensare a una responsabilità eccedente a quello che può essere il compenso del professionista. Questa è una linea, una pensata che va a mio avviso sviluppata e che dovrebbe portare comunque, analogamente — un po' come accade per la responsabilità civile per i veicoli — a un obbligo. Probabilmente ci dovremo pensare — anche normativo — per tutti i professionisti, di munirsi di una polizza di assicurazione. Cioè la polizza di assicurazione dovrebbe essere una sorta di "biglietto di accesso" alle professioni, perché questo ovviamente tranquillizza il professionista ma tranquillizza l'utenza. Sapere che c'è un professionista assicurato, obbligatoriamente assicurato, può essere sicuramente un ottimo veicolo — scusate il paradosso — per dare sicurezza al mercato, rafforzare la presenza di professionisti, tranquillizzare l'utenza. E con lui da questo punto di vista siamo molto attenti. Per esempio, interverremo anche per quanto riguarda ingegneri e architetti, per quanto riguarda le tariffe professionali. C'è un importante disegno di legge che dovrebbe essere di prossima proposta governativa per quanto riguarda i commercialisti. Cioè c'è un grande movimento nella consapevolezza — come si diceva all'inizio — che le professioni sono un volano per l'economia assolutamente importante. Chiudo con una considerazione che mi sta molto a cuore: il professionista che rispetta le regole diventa una sorta di garanzia di raggiungimento — non di finalità private, ma pubbliche. Pubblico e privato devono perdere quella caratteristica un po' propria di certi statalisti: "pubblico buono, privato sospetto, comunque cattivo." Pubblico e privato devono andare insieme, con la necessità che il privato rispetti le regole. Il privato che rispetta le regole acquisisce titolo ad andare a braccetto col pubblico, per finalità che sono comuni. E questa nuova lettura del fenomeno pubblico-privato — con al mezzo i professionisti garanti del rispetto delle regole — mi piace come posizione molto interessante per restituire ai professionisti qualità e dignità, ai cittadini sicurezza. Presidente De Maio, musica per le sue orecchie? Assolutamente, spossiamo in pieno tutto quello che ha detto il vice ministro. Siamo felici degli obiettivi che ci sono stati preannunciati, sia in termini di onorari dei CTU e dei professionisti con l'aggiornamento del decreto parametri. E aggiungo a quello che diceva il vice ministro: tra l'altro il nostro ruolo sulla sussidiarietà. Cioè, il discorso: "Quello che può fare il privato meglio dello Stato, deve essere lasciato al privato." Perché vale appunto anche alla Costituzione. Siamo dei soggetti autonomi, portatori di interessi legittimi, ma concorriamo al bene comune. Era uno dei principi della dottrina costituzionale che Degasperi, lo insegnano. Poco tempo fa abbiamo avuto un evento proprio durante il quale abbiamo riletto quel ruolo sussidiario che Degasperi, i padri costituenti, volevano dare alle libere professioni. Abbiamo un ruolo sociale molto importante, ed è necessario che veniamo valorizzati. Quindi, al carico di responsabilità deve corrispondere un giusto onorario. E come diceva il vice ministro, concordiamo perfettamente: non può eccedere la responsabilità quello che è l'onorario. Mi piacerebbe — visto che i commercialisti hanno raggiunto già un primo risultato sugli aspetti della responsabilità, che ricollego ai sindaci revisori, e c'è un disegno di legge relativo appunto alle responsabilità degli avvocati — che ci sia una visione comune, perché riguarda tutto il mondo delle libere professioni, il tema della responsabilità. E mi lasci anche dire: a nostro avviso, la libera professione è rimasta probabilmente uno degli ultimi ascensori sociali in questo paese. Un giovane, un ragazzo, anche figlio di genitori umili, attraverso la libera professione può crescere dal punto di vista economico e riscattare il proprio ruolo all'interno della società. Quindi, secondo noi, è molto importante che si punti sulle libere professioni anche per questo aspetto. Perché se non si valorizzano le libere professioni si rischia che tanti giovani abbandonino le libere professioni — e soprattutto vadano all'estero — portando quel know-how che le università italiane, che sono eccellenze nel mondo, hanno loro trasferito. Quindi noi formiamo tanti giovani, ma poi li perdiamo a favore di altre economie estere, che non hanno quella concorrenza. Michele Damiani, a te. Per parlare da un punto di vista diverso che mi piace sottolineare un po': noi abbiamo la legge che da poco ha compiuto due anni — la legge 49 del 2023. Ma in realtà l'equo compenso in Italia esiste dalla fine del 2017, perché fu approvato alla fine del 2017 con il pacchetto della legge di bilancio, della manovra. Solo che appena approvato è stato un po' discusso e contestato, perché era troppo leggero, non preciso, e quindi è stata necessaria questa integrazione con la legge 49. Solo che anche la legge 49 presenta una serie di problematiche. Abbiamo avuto grandi problemi soprattutto negli appalti — lo saprà bene il presidente De Maio, della famosa delibera — non vorrei sbagliare il numero di modo, forse la 101 di fine febbraio — che in sostanza dice che l'equo compenso non si applica agli appalti. C'era una problematica di combinato disposto fra la legge e il Codice degli Appalti. Tantissime polemiche, tantissime discussioni. Ora è stata trovata una soluzione con un compromesso che ha calmato le acque, ha permesso di applicare l'equo compenso anche negli appalti pubblici. Anche se, come vedete, la norma presenta una serie di difficoltà interpretative, anche di inserimento in norme, in codici di ontologie. E c'è poi un altro tema che io sottolineo — è una mia opinione — che forse i più spiriti non saranno d'accordo. Io penso che l'equo compenso possa essere efficace fino a un certo punto. Cioè, se la crescita è stagnante — la produttività è stagnante — non c'è un aumento del valore aggiunto, dell'apossibilità di crescita dei compensi dato dal mercato. È difficile che una norma dello Stato possa garantire compensi alti. Questa è la mia opinione. Si può cercare di tornare a un sistema simile a quello delle tariffe, per un riferimento e per i parametri. Però mi sembra che si abbia un sistema un po' logorato, che adesso non permetta di garantire veramente compensi buoni. E di qui come vedete la norma stessa... Però ripeto, questa è la mia posizione — anche un po' criticata. Ma questo mi chiara di fare rispondere il vice ministro Sisto in diretta. Mi fa molto piacere che sia stato sollevato il tema dell'applicabilità dell'equo compenso nei confronti degli appalti pubblici. Perché come si saprà, c'è stato un ginepraio giurisprudenziale davanti alla giustizia amministrativa molto defatigante. Poi il buon senso, un tavolo, un accordo, parlarsi, è servito a risolvere i problemi. Cioè voglio tranquillizzare: i problemi si risolvono parlandosi. Ci siamo seduti intorno a un tavolo, il problema è stato risolto in modo condiviso. Ed è ai massimi livelli fra professioni, Ministero e governo. La deontologia — la deontologia è fondamentale — per l'equo compenso. Ed è uno strumento di difesa del professionista. Cioè stabilire delle sanzioni nei confronti del professionista che violi l'equo compenso serve a difenderlo: serve a fargli dire "Mi dispiace, io non posso violare le regole dell'equo compenso, se no vado incontro a sanzioni disciplinari." Questa è la ragione forte. Perché poi, parliamoci chiaro, le situazioni economiche indeboliscono il professionista rispetto ai grandi clienti. Questo è il difetto a cui noi abbiamo cercato di porre rimedio. Quindi, mi sembra che il dire che l'equo compenso non sia un grande passo avanti sia impossibile. Ed è un autologico dire che si tratti di un enorme passo avanti — soprattutto per i professionisti più giovani, che hanno nessuna arma da spendere nei confronti, soprattutto dei clienti pubblici. Perché molto spesso non è proprio la pubblica amministrazione a profittare di questa situazione di squilibrio fra prestazione e controprestazione. Io credo che i passi avanti siano stati tanti. Poi si può fare di meglio: c'è l'Osservatorio, e tutto un sistema di avanzamento. È evidente che nessuno ha la bacchetta magica per tutti i problemi. Però diciamo: una terapia di prevenzione, una terapia che consente di evitare i guasti cui si andava incontro negli ultimi anni — in cui addirittura neanche le spese venivano anticipate nei confronti dei professionisti. Abbiamo avuto professionisti che hanno dovuto anticipare le spese, perché non era prevista la possibilità. Non sono un miracolo — non è questo. Abbiamo apposto rimedio. E capisco che si possa anche trovare la pagliuzza, ma abbiamo tolto la trave dall'occhio delle libere professioni. E poi ci ha dato una notizia, vice ministro: questo aumento di oltre il 60% per i compensi. Per essere precisi, sui Consulenti Tecnici d'Ufficio: noi siamo in chiusura. Però a voi accade dare tre informazioni. Abbiamo appena annunciato: la prima è che Urania News trova sulla sezione Samsung fast channel — che significa: se avete un televisore Samsung, accendete alla sezione News, cercate nella sezione News, troverete Urania News al fianco di colossi come CNN, Al Jazeera, France 24, tanti altri. Quindi un canale all-news disponibile già dalla homepage dei vostri televisori. Siamo disponibili anche via app: potete scaricare l'app di Urania TV su qualsiasi tipologia di telefono. E poi consentitemi un saluto speciale, perché c'è un gruppo di ascolto della zona della Brianza — Monza-Brianza — che ci ha contattato. Maura, Paola, una signora di 90 e 3 anni, con le amiche, seguono Urania TV e si tiene informata. Un caro saluto da me, con affetto. Sono gli ascoltatori più grati — quelli che si riuniscono addirittura per guardare le nostre trasmissioni. Io vi ringrazio, e ringrazio i nostri ospiti. E ringrazio la regia. Vi do appuntamento alla prossima settimana: Largo Chigi torna a sette giorni.
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