Trascrizione del video
Amici di Urania, ben ritrovati da Paolo Bozacchi. Una nuova puntata di Largo Chigi, la vostra finestra sulla politica. Amici del Made in Italy dovrei dire questa mattina, perché ci focalizzeremo moltissimo su realtà imprenditoriali. Si è tenuta la seconda Giornata Nazionale del Made in Italy.
Ne discutiamo insieme ai nostri graditi ospiti. Alessandro Marinella, Direttore Generale di Marinella. Bentrovato.
>> Buongiorno, buongiorno a tutti.
>> Luigi Simonetti, CEO di Commodore Industries. Bentrovato.
>> Grazie, buongiorno.
>> Victoria Carli, Presidente di AISED. Buongiorno.
>> Buongiorno a tutti.
>> Partiamo dalla copertina curata da Beatrice Telesi.
Si è celebrata la seconda edizione della Giornata Nazionale del Made in Italy — un appuntamento sempre più centrale per raccontare e proteggere l'identità produttiva italiana. Nel 2024 l'Italia ha esportato beni per oltre 623 miliardi di euro, con settori che continuano a mostrare una forza sorprendente, come l'agroalimentare che ha superato i 57 miliardi di export. Ora la sfida è più ambiziosa: raggiungere 700 miliardi di export entro il 2027, un obiettivo fissato dal governo. Ma è possibile crescere ancora senza mettere a rischio quella qualità che ha reso il Made in Italy un'eccellenza riconosciuta in tutto il mondo?
L'export vale il 30% del nostro PIL — 623 miliardi e mezzo di euro, cifre importantissime che determinano la vita e le scelte delle nostre imprese. Dal Sole 24 Ore: "Obiettivo export 700 miliardi — il Premio Leonardo a Ferrero". La premier Giorgia Meloni, intervenendo al Premio Leonardo, ha detto: "Lo abbiamo superato, stati o gli ostacoli peggiori, ne supereremo anche di peggiori. Bisogna solamente ricordare che quando un prodotto italiano viene esportato, la gran parte della ricchezza non la produciamo in Italia — la produciamo dove viene esportato. Quindi anche noi, con questo nostro lavoro legato all'export, produciamo ricchezza anche per gli altri."
Victoria Carli, Presidente di AISED: l'associazione che rappresenta il settore del software e dell'ICT. In un settore come il digitale, qual è la considerazione internazionale del nostro Made in Italy?
>> Grazie della domanda molto stimolante. Le aziende che producono software in Italia producono prodotti — non servizi astratti. Si collegano poi a una serie di servizi che fanno "volare" il Made in Italy nel mondo. Ci sono tantissime piccole e medie imprese, come la nostra, che si occupano di grandi sistemi — nel nostro caso sistemi di emergenza sanitaria. Siamo un'azienda che conta cinquant'anni di storia, una delle poche importanti aziende che in 50 anni continua a essere presente sul mercato.
Queste grandi eccellenze di sistemi informativi italiani sono importanti perché accompagnano, in un'ottica di filiera, anche le grandi aziende manifatturiere all'estero. Spesso ce ne dimentichiamo, ma anche il settore IT è parte integrante del Made in Italy.
E la torta dell'export Made in Italy 2024 ce lo conferma: la moda ha una fetta del 30%, ma tecnologia e innovazione hanno una fetta del 25%, l'agroalimentare il 20%, l'arredamento il 10%, e l'automotive il 10%. È una torta molto più ricca e diversificata di quanto si pensi.
>> Luigi Simonetti, Commodore Industries. Avete riportato in vita il marchio Commodore — il leggendario Commodore 64 con cui giocavamo noi bambini degli anni '80 — e producete laptop interamente Made in Italy. Come riuscite a competere con i big tech americani e cinesi? E quanto l'italianità del prodotto sta pagando?
>> Abbiamo iniziato questo percorso proprio per riportare in piedi questo marchio — che fa bene a un sacco di persone della nostra età, ma anche alle nuove generazioni. Abbiamo riportato la filosofia Commodore nel nostro paese, e il prodotto torna ad essere accessibile a tutti, come è stato 40-50 anni fa con il Commodore 64.
In questo momento abbiamo iniziato a sviluppare il nostro laptop prima in Germania, e poi abbiamo riportato a casa la produzione. Abbiamo colto l'opportunità di portare dei SoC (System on a Chip) di ultima generazione — in particolare un processore ARM completamente assemblato con il nostro "Made in Italy" — soprattutto per far crescere un settore che manca da troppo tempo nel nostro paese. Abbiamo bisogno di competere con il resto del mondo partendo dalla cultura.
La cosa fondamentale è mantenere il rapporto con i clienti, non uscire sui grandi canali di distribuzione. Avere l'opportunità di portare il cliente da noi, nel nostro ufficio a Roma — questo è probabilmente il nostro punto di forza nel mercato attuale.
>> Alessandro Marinella, Marinella è uno dei fiori all'occhiello del Made in Italy — la cravatta più famosa del mondo. Qual è il percepito del Made in Italy nel mondo in questo momento?
>> Diciamo che nella mia vita ho avuto la fortuna di viaggiare molto, e quando vado all'estero sento sempre dire "Italians Do It Better" — gli italiani lo fanno meglio. L'Italia non è un paese ricco di materie prime, non abbiamo giacimenti petroliferi. Cosa sappiamo fare? Sappiamo fare bene le cose. Il nostro know-how, il sapere fare con le mani — questo è ciò che ci ha contraddistinto per tutti questi anni.
Sono cresciuto in un'azienda di famiglia — la maggior parte delle aziende italiane sono piccole e medie, a conduzione familiare. Sono cresciuto in un ambiente artigianale dove per 90 dei 101 anni dell'azienda della mia famiglia siamo stati un negozio di 20 metri quadri a Napoli. Il fil rouge di tutti questi anni è stata la manifattura.
Come diceva la premier Meloni ieri al Premio Leonardo: il vero valore aggiunto, quando viene esportato, viene portato nel paese di esportazione. Un po' come con la Fuga di Cervelli: quando un giovane italiano finiti gli studi va all'estero, anche un prodotto Made in Italy esportato porta il suo valore altrove. Quindi c'è bisogno di una nuova visione.
Se continuiamo a fare artigianato in un determinato modo, a portare avanti il lavoro delle mani, sono sicuro che supereremo questi momenti difficili.
>> Dobbiamo anche pensare a non solo fare le cose meglio, ma al meglio. La premier Meloni ha detto: "Dobbiamo convincerci a superare i nostri limiti — spesso ce li auto-imponiamo." C'è bisogno del sostegno delle istituzioni e delle associazioni imprenditoriali.
>> Victoria Carli, AISED compie 50 anni in un settore come il digitale che in questi 50 anni ha affrontato almeno 10 trasformazioni fondamentali. Come si rimane sul mercato?
>> Una sfida continua, e le sfide bisogna affrontarle ogni giorno. Il tessuto imprenditoriale italiano è formato al 98% da piccole e medie imprese — e Confindustria, l'associazione che le rappresenta, si batte affinché la nostra italianità sia fortemente sostenuta.
Oggi abbiamo la grande sfida dell'intelligenza artificiale. Come italiani, come europei, dovremo pensare molto alla sovranità dei nostri dati — che sono ormai il petrolio delle nostre aziende — e capire in che modo questi dati possono essere da noi utilizzati, recuperati e trattenuti in un sistema facilmente interpretabile.
Il Lazio è la prima regione italiana per export di sistemi ICT — questo ci dice che guardiamo molto all'estero. Credo che dobbiamo essere un grandissimo paese di business per le imprese straniere, ma dobbiamo anche fare altrettanto la nostra creatività, la nostra capacità di innovazione nelle piccole e medie imprese. Non a caso, nel meeting di Macron sull'intelligenza artificiale, alcune piccole e medie imprese italiane sono state invitate.
>> Sull'intelligenza artificiale: iniziano a uscire i primi studi su se l'AI toglierà o darà più lavoro. Uno studio Gartner uscito questa settimana dice che l'AI garantirà più lavoro di quanto "distruggerà". Ogni rivoluzione tecnologica ha dato più lavoro.
>> Esatto. Ed ora ci raggiunge Roberto Santori, founder di Made in Italy Community.
>> Buongiorno a tutti.
>> Roberto, raccontaci del vostro progetto. Si parla di questo obiettivo 700 miliardi di export entro il 2027 — molto ambizioso. Come lo si raggiunge?
>> La Community nasce con l'intento di creare un sistema e aiutare le nostre imprese a fare squadra con le istituzioni, le associazioni e tutto il sistema-paese. L'obiettivo è supportarle per difendere il mercato — anche quello degli Stati Uniti, dove già oggi assistiamo a "dazi nascosti": dall'arrivo di Trump il valore del dollaro è sceso del 10%, e questo significa un 10% in più che chi vuole comprare italiano o europeo deve pagare.
Ma la Community nasce anche per andare a conquistare nuovi mercati. Non c'è solo l'America — ci sono mercati a grandissima crescita, a doppia cifra, che richiedono Made in Italy ogni giorno. Dalla Turchia al Vietnam, all'Arabia Saudita. Oggi siamo qui negli Emirati Arabi, dove il Made in Italy è richiestissimo. Nordafrica, Sudafrica, paesi balcanici, Far East, Sudamerica — tutti richiedono il Made in Italy a tutti i livelli.
L'Italia ha un asset importantissimo spesso sottovalutato: è prima in Europa e seconda al mondo per numero di settori merceologici rappresentati. I nostri prodotti sono nelle prime cinque posizioni in quasi tutti i settori. Serve fare uno sforzo in più per conquistare un più 15% — cioè 25 miliardi in più di export rispetto ai 600 attuali — per arrivare a 700.
Cosa chiedono le aziende? La prima cosa: semplificazione dei processi burocratici. I dazi di Trump sono stati dichiarati e applicati nel giro di poche settimane. Se noi per ottenere un finanziamento agevolato con SIMEST, come piccola e media impresa, dobbiamo farci aiutare da società terze e aspettare anche un anno — questo è un problema. Chiedono un sistema che li aiuti a essere veloci, a supportare i cambiamenti velocemente.
>> Alessandro Marinella, cosa chiede un'impresa come la vostra alle istituzioni e al governo in questa fase?
>> Noi abbiamo una richiesta molto semplice che condividiamo con tanti: maggiore supporto nella formazione delle nuove generazioni. Sono un millennial, classe 1985, e tutti i ragazzi hanno sempre studiato per diventare CEO, figure apicali nelle aziende. Non sento nessuno dire "voglio diventare un sarto, un cuoco, voglio diventare ciò che ha reso grande l'Italia."
Il Made in Italy è un valore aggiunto solo se dopo c'è "Italy." "Made in China" porta connotazioni negative. "Made in qualsiasi altro paese" non porta alcun beneficio, solo "Made in Italy" lo fa. E questo lo sappiamo noi italiani e lo sanno le persone all'estero.
Allora, il futuro del Made in Italy dipende da giovani che vogliano continuare ciò che ha reso grande l'Italia. Chiediamo alle istituzioni: maggiore formazione, essere vicini alle piccole e medie imprese affinché il passaggio generazionale avvenga bene. La resilienza è fondamentale per attraversare tutti questi periodi difficili — innovazione, digitalizzazione, intelligenza artificiale, sostenibilità. Le aziende italiane non sono ancora pronte — e qui le istituzioni devono guidare come una bussola.
>> Roberto Santori, c'è un filo rosso che lega le storie di eccellenza che avete raccontato nel vostro libro?
>> Il filo rosso è la passione e la qualità. Questi sono i fattori che uniscono tutte queste realtà — la passione per il prodotto, per il territorio, per le generazioni che ci sono dietro. Ma soprattutto la storia che è stata trasformata in valore, in opportunità — non come zavorra, perché sappiamo che tante storie bellissime di aziende sono scomparse quando la tradizione diventa un peso. Invece, collegata all'innovazione, alla ricerca continua di nuovi mercati, la tradizione diventa una forza.
Quello che mi porto da questa trasferta negli Emirati Arabi è che qui c'è un pensiero strategico di medio-lungo termine e di grandi dimensioni. Noi dobbiamo toglierci i limiti mentali — come ha detto la premier Meloni — e pensare in grande. Significa venire fisicamente in questi mercati, vederli, conoscerli. L'agenda italiana più grande è una delle più piccole al mondo in un paese come questo.
Fare squadra tra le nostre aziende — essere insieme più forti. Stiamo già partendo con la nuova edizione del libro, presentata il prossimo anno a Confindustria. Abbiamo già fissato la data del 10 aprile 2026. Abbiamo referenti italiani che vivono a Montreal, a Miami, in Sudamerica, in Est Europa — è un movimento spontaneo.
Il messaggio finale: da soli non si arriva da nessuna parte. Quando vieni qui ti senti piccolissimo. Si può fare squadra solo se ci uniamo le forzioni e lasciamo un po' del nostro individualismo a favore della squadra.
>> Alessandro Marinella, dove vanno i vostri capi di eccellenza nel mondo?
>> Principalmente in Europa, esportiamo tanto in Europa. Paradossalmente tanto in Giappone, perché chi è stato alla Pitti è una delle fiere più importanti del mondo dell'abbigliamento che si tiene a Firenze, vede tantissime persone giapponesi. Il Made in Italy è stato anche un po' copiato — ci sono fenomeni come l'"Italian by design" — e chiediamo alle istituzioni di essere più stringenti sulla definizione di "Made in Italy." Per me, il Made in Italy è ciò che nasce, cresce e poi viene messo sul mercato in Italia. Molto spesso tanti prodotti nascono altrove, arrivano in Italia, vengono confezionati e si mette l'etichetta "Made in Italy" — questo è il peggior autogol che possiamo fare.
Noi siamo sempre stati concentrati sull'export in Europa e in Giappone, anche per non snaturare la nostra essenza — il gusto italiano, la napoletanità — e questa strategia ci sta ripagando.
>> Grazie a tutti i nostri ospiti. Largo Chigi torna la prossima settimana con novità importanti che riguarderanno l'intero canale — continuate a seguirci sui social. Da Paolo Bozacchi, un ringraziamento e arrivederci alla prossima puntata.