Trascrizione del video
Amici di Urania TV, ben ritrovati da Paolo Buzzacchi, era una puntata di Largo Chigi, la vista sulla politica. Questo oggi è una vista da vicino sulla politica internazionale, sul conflitto in essere che riguarda non solo l'Iran, non solo il Medio Oriente, ma anche noi europei. Ne parleremo, ne parliamo con i nostri ospiti. Oggi tutti in studio: come partendo dalla mia sinistra, c'è l'onorevole Giovanni Calovini, capogruppo in commissione esteri alla Camera, Fratelli d'Italia, ben trovato. Buongiorno, grazie dell'invito. Alla mia destra, c'è il professor Gabriel De Natalizia, Università La Sapienza di Roma e geopolitica.info, ben trovato professore. Buongiorno, grazie per l'invito. Torniamo alla mia sinistra, c'è l'onorevole Lia Quartapelle, segretaria della commissione esteri alla Camera e anche rappresentante speciale sull'intelligenza artificiale dell'OSCE, ben trovata. Buongiorno. Abbiamo menzionato Azione, il partito di riferimento, ne parliamo. Bene, allora andiamo dritti al punto. Leggete sotto di me: Iran, guerra. La crisi in Medio Oriente. Inquadriamo il tutto nella nostra copertina, curata oggi da Beatrice Telese.
L'Iran torna al centro della crisi mediorientale e il conflitto proprio in queste ore entra in una fase più ampia e rischiosa. Dopo gli attacchi incrociati con Israele e il coinvolgimento diretto degli Stati Uniti, la tensione si è allargata anche al Libano e al Golfo, con milioni di sfollati e possibili ripercussioni anche su energia e mercati finanziari. Ma non è solo uno scontro militare tradizionale, è un confronto ibrido dove intelligence, cyberattacchi e intelligenza artificiale diventano strumenti operativi e pesano sugli equilibri strategici. In questo contesto, il 26 febbraio, il Ministro della Difesa ha presentato la strategia italiana sull'intelligenza artificiale, definendo il quadro per l'utilizzo di queste tecnologie anche in ambito militare. La domanda rimane chiara: Italia ed Europa sono pronte a misurarsi con questa nuova dimensione del confronto?
Un altro livello nella nostra copertina: stiamo parlando di una escalation orizzontale. Il conflitto si è già allargato, siamo al giorno 5 dell'attacco congiunto di Israele e degli Stati Uniti. La risposta dell'Iran ha sorpreso un po' tutti perché l'Iran è andata a colpire anche le monarchie del Golfo, tradizionalmente amiche — penso all'Oman e al Qatar — fino ad arrivare a una base militare britannica a Cipro, quindi in territorio europeo, la base ad Akrotiri. Le ultimissime novità per aggiornarvi: c'è stata, di fatto, una nuova guida suprema dell'Iran; ovviamente è il figlio di Khamenei, si chiama Mojtaba, ha nome 50 anni, ed è rimasto ferito qualche giorno fa nell'attacco che aveva ucciso suo padre. Quindi il regime iraniano dà continuità alla sua guida politica — guida suprema — che viene definita suprema. L'Iran sta giocando davvero un tutto per tutto. Intanto, il presidente Trump ieri sera ha dichiarato che sono state distrutte completamente la marina, l'aviazione e le difese aeree dell'Iran, dicendo, rassicurando tra virgolette, anche tutti gli alleati. Ma l'Iran continua in questa strategia di escalation orizzontale, ad allargare il teatro del conflitto in maniera orizzontale per mettere in difficoltà i propri nemici. Stiamo assistendo a un signaling, cioè missili firmati — missili però che vanno a colpire, questa volta il livello si è davvero alzato — hotel, ambasciate, per un'ambasciata è stata un'evidenza, a Riad, in Arabia Saudita, consolati e molto altro. Il livello dello scontro si è nettamente alzato. Onorevole Calovini, mi partiamo da lei. Il conflitto è già allargato a tutto il Medio Oriente, coinvolge anche l'Europa — lo ricordiamo, a Cipro, con attacchi alla base britannica. La risposta militare, diciamo così: la Francia sta inviando tra l'altro una fregata, sta richiamando il Charles de Gaulle, la grande portaerei nucleare nel Mediterraneo. Insomma, c'è una risposta anche europea. Qual è la posizione del governo italiano e che ruolo soprattutto stiamo giocando in queste ore tra NATO, Unione Europea e alleati del Golfo?
Guardi, la posizione del governo italiano è una posizione che di fatto si sincronizza con quella degli alleati europei. Noi siamo stati avvisati dell'operazione in corso, come tutte le altre capitali, e poi nel contesto europeo. Chiaramente abbiamo una posizione netta di condanna nei confronti del regime iraniano. Riteniamo — abbiamo sempre ritenuto — che un regime di questo tipo, teocratico, con l'ipotesi di dotarsi dell'arma nucleare, e riteniamo che sia inaccettabile che ci sia stato e ci sia ancora un regime che auspica la distruzione totale di un paese e di una democrazia come Israele. E riteniamo allo stesso tempo che l'Iran sia più di una minaccia soltanto nel Mediterraneo, ma sia diventato nel corso degli ultimi anni una minaccia anche per l'Europa, come gli Stati Uniti giustamente hanno anche detto nel corso delle ultime settimane. Dopodiché noi in questo contesto auspichiamo chiaramente una de-escalation, cosa che purtroppo ci pare invece non stia avvenendo, con il coinvolgimento di molti attori. È chiaro che ci siamo messi a disposizione, soprattutto per il nostro ruolo all'interno del Mediterraneo, per cercare di comprendere quale strada sia migliore da seguire per l'interesse di tutti. Ma altrettanto chiaro che fino a quando l'Iran condiziona non soltanto adesso, perché il teatro è lì, ma anche alcuni paesi strategici e alleati nostri come quelli del Golfo, è chiaro che la cosa ci preoccupa particolarmente. Il Presidente del Consiglio e il governo — il governo col Ministro della Difesa e gli esteri — hanno convocato nei giorni scorsi urgentemente una commissione in cui hanno spiegato la situazione, il contesto. Hanno fatto anche un importante punto sulla questione degli italiani nei paesi del Golfo, perché sono tantissimi. È chiaro che il Presidente del Consiglio poi si è interfacciata con altri alleati, come dicevo inizialmente. Vedremo il susseguirsi della situazione e dopodiché saremo anche eventualmente pronti a riferire al Parlamento con le opposizioni, qualora lo chiedessero.
Sì, questo sarà un punto anche politico interno. Ci è stato anche chiesto, onorevole Calovini, da qualche paese del Golfo, un aiuto sia nella logistica che nella risposta militare, quindi stiamo valutando anche questo aspetto?
Esatto. Il Ministro della Difesa lo ha anticipato durante l'audizione, lo ha riferito anche nelle scorse ore: alcuni paesi del Golfo hanno chiesto aiuti militari e, eventualmente, c'è un'interlocuzione in questo momento all'interno del governo. Dopodiché sarà eventualmente un passaggio alle Camere, qualora ci fosse un decreto, ma anche in questo caso non ci troveremmo eventualmente a dialogare e ad aiutare paesi importanti come quelli del Golfo.
Onorevole Quartapelle, l'aspetto ibrido del conflitto, anche per la sua carica di rappresentante speciale sull'intelligenza artificiale dell'OSCE. Ora, sembra, come dire, che l'intelligenza artificiale — qui di difesa, penso ai droni — sia ciò che stanno usando gli iraniani, che hanno un'esperienza che data dal 2015 e che hanno prodotto per anni per Mosca, ricordiamo per la Russia. Quindi sono esperti in questa produzione, gli iraniani, e la stanno usando, ad esempio, in luoghi insospettabili: penso a Dubai, cioè Dubai dove sono tanti nostri connazionali ancora bloccati. Il consolato USA è stato colpito a Dubai, l'ambasciata degli Stati Uniti è stata colpita a Riad. Sembra addirittura che sia stata colpita anche una stazione della CIA a Riad. Quindi tutte le infrastrutture americane nei paesi del Golfo, anche amici — penso anche all'Oman, molto a sud rispetto a tutto questo — rispetto a questo, l'Iran sembra ormai abbia portato a punto questa strategia di droni ovunque. La domanda è questa: anche l'esercito israeliano avrebbe usato Anthropic Claude, come la chiamano i francesi, per gli attacchi diretti all'Iran. In questo quadro, l'Europa è pronta, e soprattutto abbiamo una strategia comune sulla difesa tecnologica? Siamo un po' in ritardo rispetto a Stati Uniti e Cina su questo, perché l'intelligenza artificiale è una leva strategica imprescindibile per elevare il livello di difesa.
Quello è solo quello che noi osserviamo ormai dall'aggressione russa su larga scala dell'Ucraina: è un utilizzo sempre più massivo di droni e quindi una declinazione della guerra in termini diversi da quelli a cui eravamo abituati. Non è più tanto il sistema d'arma che costa milioni e milioni di dollari, quanto piuttosto una strategia che sappia combinare la scalabilità, la modularità e ovviamente anche l'economicità dei sistemi che vengono utilizzati. I droni l'hanno fatta, diciamo, da maestri in questi anni. Molti droni utilizzati dalla Russia venivano prodotti in effetti dall'Iran, motivo per cui chiaramente il nuovo scenario in Iran, l'indebolimento della triade iraniana — ci aspettiamo qualche effetto anche sullo scenario del fianco est europeo. Per quanto riguarda l'integrazione dell'intelligenza artificiale nella nostra strategia di sicurezza nazionale, per quanto riguarda l'Italia, rileviamo un'iniziativa interessante: quella di un report recentemente rilasciato dal Ministero della Difesa, che parla appunto di come viene trattato il tema dell'integrazione dei sistemi di intelligenza artificiale in tutte le aree di azione del Ministero — dalla sorveglianza, l'operatività, la logistica, alla previsione, quindi strumenti di tipo predittivo. Nel leggere questo report c'è però qualcosa che emerge, si fa sentire come la mancanza di un'idea europea di come integrare l'intelligenza artificiale in questo tipo di aspetto. Si parla moltissimo di sovranità tecnologica, di autonomia strategica, che sono assolutamente sacrosante: giustissimo che l'Italia si doti in questi termini di strumenti che diventano sempre più essenziali. Altrettanto essenziale è forse, dal mio punto di vista, concepire questo tipo di strategia dentro una cornice europea, perché la scalabilità sarà per noi la chiave di vittoria: saper integrare le nostre iniziative, i nostri sforzi, con gli sforzi degli altri paesi. Perché torna sempre lo stesso criterio, lo stesso concetto: perché con la Cina, con gli Stati Uniti può competere un'Europa unita, non un singolo paese che altrimenti vedrà necessariamente frantumarsi sul muro della realtà le proprie ambizioni.
Certo, sicuramente. La sensazione è che l'Europa reagisca sempre un po' tardi e un po' in ordine sparso. Mi spiego meglio: abbiamo parlato della reazione francese, ma ci è stato anche chiesto, poche ore fa, l'istituzione di una coalizione internazionale per il ripristino del traffico marittimo. Il traffico marittimo è decisivo: lo Stretto di Hormuz non è stato ancora ufficialmente chiuso, ma la navigazione è quasi impossibile al momento, e il regime iraniano potrebbe pensare di chiuderlo nuovamente, come successo in passato, fino addirittura ad arrivare a minarlo, mettendo cioè delle mine che scoraggino l'eventuale traffico commerciale. Traffici commerciali molto importanti non soltanto per noi che riceviamo, ad esempio, energia o gas in particolare dal Qatar, eccetera, ma soprattutto per la Cina, che è uno dei principali acquirenti e destinatari dei prodotti che transitano da Hormuz.
Per il professor De Natalizia, facciamo e tentiamo di tracciare un po' un quadro da un punto di vista americano, perché molto interessante: Trump ieri ha detto "abbiamo distrutto praticamente tutto" e soprattutto ha tenuto a precisare che l'idea dell'attacco all'Iran è un'idea sua. "Abbiamo attaccato", ha detto Trump, "perché altrimenti saremmo stati attaccati, e ho suggerito io l'operazione, ho spinto io su Israele per attivarci in questo senso." Perché gli Stati Uniti hanno compiuto questa scelta e come si inquadra all'interno della loro cosiddetta Grand Strategy? Non contraddice un po' la promessa elettorale che fece Trump per il secondo mandato, quando disse "faremo meno nella dimensione internazionale in nome dell'America First"?
Allora, leggendo i documenti strategici più recenti degli Stati Uniti — parlo della National Security Strategy o della National Defense Strategy — risulta chiaro che gli Stati Uniti di Trump immaginano il paese impegnato, nel medio-lungo termine, nel confronto con la Repubblica Popolare Cinese. Ma per agire efficacemente in quel contesto, nella fase precedente, cioè nel breve termine, devono eliminare tutti i potenziali elementi di distrazione che potrebbero inficiare la loro efficienza in quel contesto. Elementi di distrazione nell'Emisfero Occidentale — perciò naturalmente Venezuela, Cuba o Panama — ma anche in Medio Oriente, dove appunto l'Iran destabilizza, tanto quanto gli altri stati dell'Emisfero Occidentale, potrebbero in caso di confronto con la Cina agire come proxy della Repubblica Popolare Cinese. Ma vado detto che questa azione che stanno compiendo peraltro si inscrive anche in questo confronto attraverso una prova di forza per quadrangolazione, perché da un lato colpisce l'immagine della Cina — gli stati che sono protetti dalla Repubblica Popolare Cinese non sono effettivamente al sicuro — perché nel momento in cui l'America agisce, la Cina così come la Federazione Russa non può che limitarsi a invocare il rispetto del diritto internazionale, che poi nel caso della Federazione Russa risulta particolarmente surreale. Dall'altro c'è anche un danno economico che la Cina sta subendo, perché i principali fornitori di petrolio a basso costo — il primo caso, ma nel suo essere il secondo caso — potrebbero saltare per un sistema energetico come quello cinese. Questo è un problema importante. E poi naturalmente c'è anche il dato interno: Donald Trump va verso le elezioni di midterm, e visto che non ci sono grandi successi da un punto di vista interno per arrivare alle elezioni, la campagna elettorale con dei grandi successi internazionali — la cattura di Maduro e la decapitazione dei regimi allineati — questo potrebbe portare consenso. Però Donald Trump deve evitare un prolungamento della guerra che potrebbe comportare un aumento dei costi e naturalmente anche un aumento delle vittime da parte americana, che non faciliterebbe la campagna elettorale di successo. Dal punto di vista di metodo ci stanno abituando a una tattica di intervento continuo: si entra nel paese, ma se ne esce immediatamente dopo.
Difatti sembra un po' che la strategia di Trump sia quella di conflitti brevi e poi a casa. Non sembra però, per il professor De Natalizia, che questo sia il caso, in una regione mediorientale che davvero potrebbe incendiarsi tutta.
È vero. Dobbiamo guardare ora, in queste ore, all'atteggiamento dell'Arabia Saudita e degli Emirati Arabi: se entrassero meno direttamente nel conflitto sarebbe davvero il nuovo gradino dell'escalation verticale. Naturalmente abbiamo l'Iran che si interroga sul da farsi. Da un lato c'è la capitolazione, ma mi sembra che il regime iraniano non stia procedendo, almeno per il momento, verso questa direzione. L'altro scenario, uguale, ovviamente la sconfitta a livello americano e israeliano sembra molto peregrina. L'obiettivo che si possono porre gli iraniani oggi quale è? Quello di far costare troppo la vittoria americana e israeliana: come? Infliggendo vittime tra le loro fila, colpendo strutture civili, alberghi, infrastrutture, il traffico e altro, facendo costare troppo e, contestualmente, anche creando un problema di munizionamento. Dall'altro però questo tipo di scelta fa sì che tutti i paesi che potrebbero anche agire da mediatori — prima citavo l'Oman o altri paesi che avevano, in un altro loro problema, Qatar, Emirati Arabi, Arabia Saudita — oggi si ricompattano. Perché, perché? Perché colpiti indiscriminatamente da questi attacchi tramite droni. Sembra proprio uno contro tutti in questa fase: non ci sono più alleati. Citando un esempio esterno, il Pakistan ha fatto sapere all'Iran: "Attenzione, abbiamo preso degli accordi chiari che l'Arabia Saudita — se è continuate a muovervi in questo senso — considerate anche noi nella lista dei vostri nemici." Quindi sembra che la strada imboccata dagli iraniani sia una strada a senso unico: quella di alzare lo scontro.
In questo senso, onorevole Calovini, domanda dopo: un po' c'è da alzare il livello di attenzione rispetto al problema del terrorismo. Potrebbe esserci una recrudescenza in questo senso. Qual è il livello di attenzione del governo?
C'è stata, ieri, una riunione — una riunione anche in questo caso a Palazzo Chigi — proprio sul tema del terrorismo. È chiaro che davanti a un'escalation internazionale di tensioni come quella che stiamo vivendo, è doveroso da parte delle istituzioni concentrarsi e fare in modo che non ci possano essere anche conseguenze all'interno dei nostri confini. Dopodiché mi sento di dire in modo abbastanza sereno e tranquillo che comunque c'è una tensione particolare da parte delle nostre forze dell'ordine, quindi non pensiamo che ci possa essere qualcosa di grave anche all'interno dei confini nazionali. Come detto però è chiaro che davanti a un'escalation di questo tipo è doveroso da parte nostra cercare di controllare qualunque elemento sensibile, e il governo intelligentemente in questo momento sta facendo questo.
Onorevole Quartapelle, ci può rassicurare in commissione esteri: c'è unità, cioè siamo uniti su questi temi? Credo ci sia una trasversalità anche partitica in queste situazioni, parecchia unità e coesione. O è conferma?
Allora no, non direi di tranquillizzarvi. Siamo a metà: c'è una differenza di valutazioni politiche su quello che sta succedendo, e questo diciamo è naturale, forse anche auspicabile. Faccio un esempio: l'operazione di Trump. Abbiamo chiesto al governo di esprimere una valutazione politica di quello che sta succedendo, dell'iniziativa che USA e Israele hanno intrapreso. Questa valutazione al momento non c'è stata. Evidentemente c'è una difficoltà nel mettere che ciò che stiamo osservando valica il diritto internazionale, a cui pure ci appigliamo. Però chiaramente quando parliamo ad esempio di altri scenari, di altre aggressioni — voglio fare riferimento ancora ovviamente a quella della Federazione Russa sull'Ucraina — c'è un tema di coerenza e di credibilità su questo, secondo me una posizione imprescindibile. Il fatto che una teocrazia sanguinaria che soltanto tra fine dicembre e gennaio ha fatto migliaia di vittime nella sua popolazione civile — questo ovviamente è un dato brutto, anche imprescindibile. Quindi come dire: le valutazioni — non ciò che ho ascoltato dal collega Calovini — non è scorretto, credo sia però un po' incompleto. Quindi benissimo la decapitazione di una teocrazia sanguinaria, benissimo la possibilità di poter dare, se questo porta ad avere lo scenario che si sta prospettando davanti a noi, ai giovani iraniani e alla popolazione iraniana, la possibilità di scegliere il loro governo. Difficile però dare credito in anticipo a un'operazione guidata da Trump, se guardiamo ad esempio quello che ha fatto in Venezuela: è rimosso Maduro, ne ha tolto un elemento di un regime, lasciando intatto tutto il resto dell'assetto, e non si vedono all'orizzonte prospettive di elezioni libere in Venezuela. Questo chiaramente non dà incontro alle ambizioni, alle aspirazioni e ai desideri della popolazione. Quindi credo che bisogna stare attenti a non scivolare nell'ipocrisia in questo tipo di conversazioni.
Bene, noi torniamo tra poco a parlare di Iran e a parlare della crisi in Medio Oriente. Intanto vediamo un piccolo consumo, guardate qua.
Ecco, noi non vogliamo essere i primi, ma vogliamo spiegare nel modo più semplice e chiaro possibile i perché. Cerchiamo di capire insieme oggi cosa sta succedendo in Medio Oriente: la risposta dell'Iran all'attacco congiunto di Israele e Stati Uniti, una risposta che ha alzato il livello dell'escalation orizzontale, allargato il teatro del conflitto, allargato anche verso i confini europei. Perciò c'è un focus particolare sull'attenzione su difesa e sicurezza, tanto che lo avete visto anche nella nostra copertina che ci ha seguito dall'inizio: c'è una strategia sull'intelligenza artificiale, sulla difesa applicata alla difesa, da parte del nostro Ministero della Difesa. Su questo, onorevole Calovini: questo documento ci fa stare sul pezzo, ci fa stare tranquilli, ci possiamo sentire sicuri? Qual è la nostra strategia, stavolta italiana prima ancora che europea, su difesa e sicurezza?
Allora, è chiaro che il contesto internazionale negli ultimi anni è cambiato in modo molto importante. Da quando siamo andati al governo nel 2022 abbiamo assistito a una serie anche di crescenti novità che forse non avrei mai aspettato. Cito prima ovviamente l'invasione russa nel confronto con l'Ucraina, portando un conflitto armato come non avveniva anche nel cuore dell'Europa. La situazione mediorientale che stiamo vedendo in questi giorni, prima si parlava del Sud America, un contesto internazionale di crisi sempre presente, ed è doveroso quindi da parte europea e da parte anche italiana alzare il livello di attenzione e di cercare di colmare un gap che ho certamente accettato — non penso che sia colpa di questo governo, né credo di quello precedente. È una decisione italiana che forse deriva da qualche decennio del nostro punto di vista errato di stabilire che la spesa per la difesa non era una delle nostre priorità. Dopodiché invece oggi, anche per impegni internazionali — faccio riferimento ovviamente soprattutto all'Alleanza Atlantica — abbiamo deciso di cercare di raggiungere gli obiettivi stabiliti, dal punto di vista dell'alleanza, obiettivi importanti, come il raggiungimento del 5%. Sappiamo che non è una cosa facile, non si fa nell'arco di un tempo ridotto, però ci stiamo impegnando. Perché lo facciamo? Non perché vogliamo far guerra a qualcuno — questo dobbiamo sempre spiegarlo a chi ci ascolta da casa. L'idea e l'intenzione da parte di questo governo di investire sul tema della difesa non è perché c'è un obiettivo strategico o una volontà di colpire qualcuno. Tutt'altro: perché un contesto che sta cambiando in modo per noi sempre più complicato è doveroso da parte nostra cercare di difendere i confini, difendere i nostri cittadini, difendere anche da minacce che come stato, come tutti prima ho detto, sono anche ibride. Perché la guerra oggi non è più soltanto il missile, il drone che sta arrivando — lo vediamo a qualche centinaio di chilometri da noi — ma non è soltanto quello. La guerra è anche ibrida: la guerra è anche di informazioni, di disinformazione. E quindi davanti a queste nuove minacce, giusto che da parte nostra, per decisione in piena del governo, si faccia in modo che si alzi l'impegno economico proprio per la difesa. Lo vogliamo fare, lo vogliamo fare soprattutto in un contesto internazionale, perché come è stato detto prima siamo perfettamente consapevoli che senza gli alleati non si possono raggiungere certi obiettivi. Però sicuramente l'Italia, che è un paese serio con un governo serio in questo momento, non fa mancare il proprio impegno. Tra l'altro in questo documento c'è anche l'istituzione di un ufficio centrale per l'intelligenza artificiale, che è uno degli strumenti di garanzia della difesa e della sicurezza. Come dicevamo prima, l'intelligenza artificiale è ormai una leva imprescindibile sul tema del settore difesa e sicurezza.
Professor De Natalizia, l'onorevole Calovini ha citato la NATO. Cosa insegna questo conflitto, questo inizio di conflitto e soprattutto questo scenario ai paesi NATO e all'Alleanza Atlantica?
Sì, anzitutto insegna che la promessa americana di sostenere effettivamente quelli che considerano alleati modello — in questo caso lo dicono i documenti strategici americani — Israele, che hanno considerato un alleato modello appunto effettivo. Gli Stati Uniti hanno effettivamente supportato credibilmente Israele sia nell'operazione di giugno sia oggi. Perciò la promessa americana è ancora credibile, ma c'è un distinguo importante su chi sono gli alleati modello e chi non lo sono. Gli alleati modello sono quelli che contribuiscono e significativamente all'acquisire beni di sicurezza, ossia alla difesa dell'assetto internazionale. Ecco, anche in questi giorni Trump però — non nelle ultime ore — ha sollevato un po' le ambiguità sugli alleati che sono stati più aderenti a questa promessa e chi meno. In particolare l'accusa rivolta più volte nei confronti della Spagna, che non ha fornito la disponibilità all'utilizzo delle basi. L'Inghilterra, il Regno Unito, che ha forse fatto non quanto gli Stati Uniti si sarebbero aspettati, e appunto la battuta di Trump su Starmer, che non sarebbe esattamente un buon alleato. Mentre invece altri alleati sono stati più responsabili alla prospettiva americana. Sicuramente le basi europee sono in corso di utilizzo per la logistica, il munizionamento che ha cominciato a scarseggiare in Medio Oriente, per cui necessariamente tutto quello che c'è in Europa può ed deve essere utilizzato. Ma anche probabilmente per la fase di attacco: ricordiamo i caccia, le basi che sono in Medio Oriente sono basi piccole. Le stesse portaerei che si alzano dalle portaerei non hanno autonomia poi così ridotta, perché i caccia da combattimento partono dalle portaerei con poco carburante. Perciò grandi basi in Europa e verosimilmente quelle che hanno stati utilizzate. E poi altri insegnamenti: da un lato evidentemente dobbiamo diversificare il nostro approvvigionamento energetico, perché i colli di bottiglia pesano moltissimo. Già si parla di più di 500 miliardi di euro bruciati in questa fase dall'Europa, ma anche di una prospettiva di crescita dei prezzi del petrolio importanti. Poi dall'altro lato è investire sulla nostra difesa antimissile, antiaerea. Proprio una delle richieste che sono state fatte dagli stati del Golfo all'Italia sarebbe quella delle batterie Samp-T, che probabilmente non potremo dare perché ne abbiamo tagliate per l'Ucraina e quelle che abbiamo servono per la difesa del nostro paese. Appunto un progetto come quello lanciato del "Michelangelo Dome" — dalle uno sguardo — potrebbe essere molto importante in futuro per l'Italia in generale e per l'Europa. Tanti paesi si stanno attrezzando in questo senso: abbiamo visto quanto si è rivelato utile l'Iron Dome per Israele. Gli Stati Uniti parlano di un "Golden Dome". Dobbiamo abituarci all'idea che ci potrebbero essere scenari per cui non c'è un bastione di terra nei confronti dell'Europa, ma degli stati che hanno intenzioni malevole, o che sono ai confini dell'Europa, possono lanciare missili o, ancor di più a basso costo, droni contro le nostre capitali, contro le nostre città, contro le nostre infrastrutture strategiche.
E questa è la preoccupazione di fondo che anima tutti noi in queste ore, in queste giornate. Ha parlato di due aspetti però di storia molto interessante. Il primo è la carenza di munizioni, perché c'è un problema di impiego e utilizzo: il ritmo di utilizzo delle munizioni in questi primi cinque giorni fa sì che la guerra non potrebbe tecnicamente durare, dal lato iraniano, più di qualche settimana, perché l'Iran andrebbe a corto di munizioni. Ovviamente gli Stati Uniti non sono messi molto meglio. Poi ha parlato di basi — basi americane o basi, scusate, di paesi europei da utilizzare per l'esercito americano. C'è l'accordo di ieri sera tra Trump e Friedrich Merz, il leader della Germania: la Germania ha dato questa disponibilità. La Spagna non la dà, ed è per questo che sono arrivati i rimbrotti di Trump e le minacce alla Spagna. Siccome Trump ha avuto sempre un atteggiamento, in quest'ultimo anno e anche un paio d'anni, rispetto agli stati europei del "dividi e impera" — cioè andare direttamente a rimbrottare, fare un tentativo di cancellazione di deal con singoli paesi per avere più capacità relazionale e più capacità di trattativa nei confronti dei singoli alleati.
Veniamo alla deterrenza nucleare. Onorevole Quartapelle, la mossa di Macron che ha rilanciato la deterrenza nucleare — lo ripetiamo, la portaerei nucleare il Charles de Gaulle è richiamata nel Mediterraneo per questo, per tutto questo. È una mossa nucleare a tutti gli effetti. Il rilancio della deterrenza nucleare ha trovato il favore già di 8 paesi, tra cui la Germania. Insomma, quindi un elenco di paesi europei importanti. A tutto questo l'Italia ha detto no. Qual è il suo punto di vista su questo? Posso sentire ma anche Calovini?
Il mio punto di vista è che anche questa è stata una scelta un po' poco lungimirante, dettata probabilmente dalla necessità, dalla convinzione che però si sta scontrando con la realtà. Conserviamo un atteggiamento che si allontana dall'Europa e si avvicina agli Stati Uniti d'America, che può risultare conveniente per il nostro paese. Ora, questo non lo stiamo osservando. Quindi ad un certo punto si spera che anche il governo italiano possa capire e prendere una strada europea in modo più convinto. Quello della deterrenza nucleare a livello europeo sarebbe un elemento molto importante, perché forse non ci piace impostarla in questo senso, ma è vero che per essere forti bisogna dimostrare di poter reagire in caso di necessità, e questa è la deterrenza: il nemico, o il possibile nemico, sa che non siamo privi di difesa del tutto. E ripeto ancora una volta, torno sul punto precedente: la strategia europea, l'idea che l'Europa possa difendersi, rimanendo unita — e viceversa i singoli stati possono soltanto indebolirsi se cominciano ad andare ognuno per conto loro — il "dividi et impera" che sembra essere la convinzione trumpiana dimostra che questa è la strategia che farebbe molto comodo a quello che storicamente era un nostro alleato, ma che da un anno a questa parte si sta rivelando sempre meno affidabile, se noi pensiamo alla buona gestione, per esempio.
L'ora è chiara: è anche la risposta che i paesi europei danno a questa iniziativa americana e israeliana in Medio Oriente non può essere pensata scollegata completamente da quello che abbiamo vissuto per un anno. Voglio fare un esempio: per noi il fianco est europeo è di assoluta priorità. Trump nell'ultimo anno si è completamente sganciato dal sostenere l'Ucraina nella sua resistenza. Secondo quale logica quindi l'Europa dovrebbe intervenire con convinzione per aiutare gli Stati Uniti d'America nella loro strategia di eliminazione di tutti gli ostacoli che poi possono portare a un confronto con la Cina? È chiaro che tutte queste cose si tengono insieme, non possono essere considerate singolarmente. E sarebbe auspicabile dal mio punto di vista che il governo italiano prendesse coscienza della responsabilità che ha in questo momento storico, che è quello di contribuire a una difesa, una sicurezza e anche a una deterrenza, anche nucleare, europea.
Ecco, per completezza di informazioni, andiamo a leggere i paesi che hanno aderito: non c'è solo la Germania. Ci sono il Regno Unito, l'Olanda, il Belgio, la Danimarca, la Svezia, la Grecia e la Polonia.
Il punto, onorevole Calovini, sembra essere questo: l'Italia è al centro della diplomazia occidentale per due ordini di ragioni. Da un lato è comunque un interlocutore europeo e dell'Unione Europea importante. Dall'altro è un alleato considerato dall'amministrazione Trump strategico e affidabile. Come tenere in sintesi queste due cose è la domanda delle domande, insomma.
Allora, guardi, un passo indietro sulla questione della deterrenza nucleare. Non c'è un progetto nucleare europeo qui. C'è un progetto francese: la Francia è l'unico paese dell'Unione Europea dotato di arma nucleare e in un contesto di crisi internazionale, io credo, prodomo francese è l'unico. Bene, siccome io sono più avanzato rispetto a voi, io sono l'unico fondamentalmente che ha la deterrenza nucleare — "cerchiamo di sederci a un tavolo e fare in modo che venga rafforzata con una mia progettualità." Quindi non è che c'è una progettualità che parte da Bruxelles, una progettualità che parte in questo momento da Parigi. Dopodiché io sono fortemente convinto che l'Italia a ogni tavolo costruttivo per gli interessi italiani e per gli interessi europei si è sempre seduta. Quindi se il progetto nucleare di deterrenza non diventa più una cosa francese, ma dove si deve diventare un progetto europeo, sono fortemente convinto che Roma sarà immediatamente al tavolo, contribuendo al progetto e a sedersi e fare un ragionamento con gli alleati.
Secondo punto invece sui rapporti transatlantici: anche qui dobbiamo sfatare qualche mito. Che Donald Trump non sia un soggetto semplice per l'Europa, all'interno della Casa Bianca, questo è chiaro. Dopodiché noi abbiamo sempre cercato di mantenere un dialogo costruttivo con Washington per una serie di dossier — che fossero quello economico-commerciale, che nel bene o nel male ci ha comunque portato a un accordo sul tema dei dazi, che ricordo essere comunque di competenza europea. Rispetto invece a tante altre tematiche, noi abbiamo sempre cercato di mantenere qualcosa di costruttivo perché riteniamo che gli Stati Uniti siano un alleato fondamentale in termini di difesa e in termini di amici commerciali — rappresentano il secondo mercato export, ricordiamolo sempre per le aziende italiane. Dopodiché attenzione: anche qui noi cerchiamo di mantenere, alla luce del sole, questo costante dialogo con Washington. Altri paesi invece, tante volte risulta che facciano la voce grossa e molto attiva nei confronti di Trump e Washington in pubblico — sto facendo riferimento chiaramente alla Francia — dopodiché nei messaggi emerge che qualcuno dice: "ma attenzione, se vi siedete al tavolo io vi apparecchio chi invitare, cosa che successe realmente." Quindi noi credo invece manteniamo la strada pragmatica che sia quella del mantenimento, cosa che mi permetto di dire sta facendo credo in modo intelligente anche Merz, il quale sicuramente nei giorni scorsi non ha mancato di fare critiche nei confronti di Washington, ma nello stesso tempo si è presentato e in questo momento sta facendo un viaggio storico bilaterale proprio tra Germania e Stati Uniti, e come giustamente ha detto nelle scorse ore, ha dato anche la disponibilità di utilizzare le basi in Germania proprio per il conflitto del Medio Oriente.
Chiudiamo, siamo in chiusura. Professor De Natalizia, a quali elementi guardare nelle prossime settimane? Sicuramente un elemento la durata: Trump ha fretta, fretta per diversi motivi, non ultimo — lo faccio io stesso — se la Cina attaccasse Taiwan, le truppe americane non dovrebbero aver esaurito troppe scorte di munizioni. A quali elementi, a quali paesi dobbiamo guardare, a quali leve strategiche guardare con attenzione? Un minuto.
Allora, anzitutto abbiamo detto: l'Iran sta attaccando tutti. Una delle regole ferree della politica internazionale è che "il mio nemico del mio nemico è mio amico", e quindi tutta una serie di paesi che avevano problemi sollevati negli ultimi anni si stanno ricompattando: parlo appunto di Arabia Saudita, Bahrain, Qatar, Emirati Arabi. E questo potrebbe rilanciare il famoso formato degli Accordi di Abramo, da cui gli Stati Uniti fondamentalmente non sono mai usciti, neanche negli anni di Biden. E chi è il naturale alleato di questi paesi nel contenimento dell'Iran è ovviamente Israele. Questo potrebbe rilanciare il più importante degli obiettivi degli Accordi di Abramo, che sarebbe quale? Un accordo tra Arabia Saudita e Israele, la normalizzazione dei rapporti, il mutuo riconoscimento.
Dall'altra parte, deve durare poco l'intervento, ma l'intervento deve essere anche risolutivo. Per quale ragione? Perché se la soluzione al problema iraniano non dovesse venire raggiunta, i paesi dell'area potrebbero vedere minata la credibilità degli Stati Uniti e cominciare nuovamente a rivolgersi ad altri partner esterni — e naturalmente qui parlo di Federazione Russa e di Repubblica Popolare Cinese.
E poi qui finisco: dove si stanno concentrando i bombardamenti di Israele? In questa fase soprattutto nella parte occidentale dell'Iran, quella dove abitano le popolazioni, la minoranza curda. Sono bombardamenti che colpiscono anche le forze di polizia. Non è da escludere che il famoso "opzione bizzarra" di Grand Strategy di cui si parla — anche se appare abbastanza peregrina — faccia sì che l'azione americana non possa essere fatta con le forze del tutto prive: sia con i curdi che si sollevano nei confronti del regime di Teheran. E questo staremo a vedere con attenzione.
Faccio una correzione: l'onorevole Quartapelle è responsabile, rappresentante speciale dell'intelligenza artificiale per l'OSCE e non l'OX. Mi sono sbagliato io. Mea maxima culpa.
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