Trascrizione del video
Buongiorno e benvenuti a una nuova puntata di Largo Chigi, la nostra rubrica sulla politica, sempre da Utopia Studios di Roma. Oggi ci occupiamo di diritto di autore, una regola molto importante nelle filiere dell'industria creativa. Come sapete — e lo facciamo — perché negli ultimi tempi sono intervenuti una serie di cambiamenti nella normativa che disciplina il diritto di autore: cambiamenti che sicuramente porteranno delle modifiche nei processi di produzione di contenuti intellettuali e contenuti culturali. Oggi il focus lo abbiamo deciso di dedicarlo alla musica e al mercato discografico. Ma cosa anderà a toccare e perché? Lo che abbiamo insieme ai nostri ospiti che vi vado a presentare. Bentornato a Federico Mollicone, Presidente della Commissione Cultura della Camera, Fratelli d'Italia. Alla sua destra, se ci fosse il pubblico lo farei introdurre da un caloroso applauso: il Maestro musicista. Merita una pausa doverosa, se non altro per le pagine di musica contemporanea straordinarie che sta scrivendo. E poi benvenuto anche a David Aateri, CEO di Soundreef. Una pausa anche a lui. Una puntata frizzante, del resto il tema stesso lo richiede — una certa leggerezza. Siamo a un troppo però, perché in realtà i temi di cui ci occupiamo sono temi molto importanti e molto strategici per questo mercato. Ma prima di entrare nel vivo della nostra chiacchierata chiedo alla regia di mandare il consueto servizio di copertina, questa volta a firma di Beatrice Telesi.
Fino a marzo 2024, il tema del diritto di autore in Italia era sintetizzabile in un acronimo: SIAE, la Società Italiana degli Autori ed Editori, raccoglieva i diritti e i compensi in una situazione di sostanziale monopolio. La sentenza della Corte di Giustizia Europea del marzo 2024 sembra aver cambiato le carte in tavola, aprendo le porte a soggetti di gestione indipendenti, il più importante dei quali è Soundreef, che ha iniziato subito a ottenere adesioni anche da alcune delle più celebri pop star italiane, come Gianna Nannini, Gigi D'Alessio e Marco Mengoni. Nel decreto salva-infrazioni di novembre, il governo ha rinforzato questa apertura, consentendo a soggetti già autorizzati a operare sul mercato italiano direttamente a partire da gennaio, senza l'intermediazione di un'associazione di diritto italiano. Ma la fine del monopolio non è un traguardo: è un punto di partenza. La vera domanda è: come si evolverà questo sistema? Le istituzioni saranno in grado di accompagnare questo cambiamento con misure adeguate?
Allora, cosa sta succedendo? Il servizio lo riassume sinteticamente in maniera efficace. Se fino al 2024 — per una lunga disputa giuridica — gli artisti e i creativi italiani erano sostanzialmente quasi obbligati a affidare la gestione del loro diritto di autore alla SIAE, dopo questa pronuncia della Corte di Giustizia Europea le cose sono cambiate. Si è aperto ufficialmente il mercato anche a nuovi soggetti, come Soundreef, che hanno iniziato notevolmente ad ampliare il portfolio degli artisti che affidano la gestione del loro diritto di autore. E questo cambiamento, la norma, è stato perfezionato ulteriormente dal decreto salva-infrazioni di novembre che ha sostanzialmente permesso a questi soggetti di operare in Italia senza l'intermediazione di enti di diritto italiano.
Ora, da Aateri, partiamo con lei. Intanto brevemente, può spiegare che cos'è Soundreef e che cosa fa? E dopo entriamo nel vivo del tema.
Sì, buongiorno a tutti. Soundreef è una società che si occupa di gestire il diritto di autore, quindi il diritto dell'autore-compositore, di raccogliere i compensi per loro conto dagli utilizzatori. Quindi svolge la stessa attività che fa la SIAE. Soundreef nasce nel 2019 in Inghilterra, ha fatto un lungo percorso e oggi siamo la collecting society privata più grande d'Europa, e forse l'unica vera alternativa. Allora, continuando con lei da Aateri, leggo un passaggio di questo articolo di qualche giorno fa: "Soundreef chiude la guerra del diritto di autore. Da gennaio opererà in Italia con la concorrenza più concreta per gli artisti, dopo aver fondato e guidato David Aateri." Nata nel 2019, cresciuta nel tempo fino a contare 43.000 artisti in catalogo, tra cui la gestione italiana dei diritti di artisti come Roger Waters, Bob Dylan, Guns N' Roses, Nirvana e tanti altri a livello internazionale che hanno affidato a Soundreef la raccolta delle royalties di diritto di autore. Tra i quali il catalogo degli artisti italiani di cui parlavamo prima. Allora, le chiedo di spiegare come si sostanzia questa concorrenza in tema di diritto di autore. Cosa cambia?
La liberalizzazione è già avvenuta nel 2017 a livello europeo, e a dicembre-novembre 2017 a livello nazionale. Però era stata recepita la direttiva di liberalizzazione, la direttiva Barnier, in maniera parziale. Cioè era stata recepita nel senso che solo associazioni non profit potevano fare concorrenza al mercato italiano. Quindi concorrenza in astratto sì, ma concorrenza in azienda no. Noi dal 2017 ad oggi abbiamo affidato in Austria una società non profit alla SIAE, che ha gestito i nostri diritti sul territorio italiano utilizzando la nostra tecnologia e gran parte del nostro personale, ma ha gestito i diritti sul territorio italiano e non abbiamo potuto gestirli direttamente. Con la liberalizzazione completa avvenuta a novembre 2024, Soundreef lo farà direttamente. Questo migliorerà ancora di più l'efficienza, migliorerà ancora di più la nostra capacità di portare maggiori guadagni agli autori compositori.
Questa sua è la maggiore guadagnia — è ormai un fatto consolidato. Cioè i detrattori della liberalizzazione, i difensori del monopolio, qualche anno fa difendevano il monopolio dicendo: "Questo era un mercato, se lo facciamo diventare un mercato libero, l'autore compositore guadagnerà di meno nel senso che i prezzi scenderanno e l'autore compositore guadagnerà di meno." Non è così, per una serie di ragioni che erano chiare anche da un punto di vista teorico, ma oggi possiamo verificarlo con i fatti. Il mercato con concorrenza in Italia è un mercato che è cresciuto, ed è cresciuto di più rispetto al resto del mondo. Nell'ultimo anno è cresciuto del 22% grazie alla concorrenza. Noi e la SIAE — non c'è alcun dubbio — l'autore compositore riceve migliori servizi di quando c'era il monopolio, e non c'è alcun dubbio che riceve di più di quando c'era il monopolio, e che ha molto più potere perché può scegliere chi lo rappresenta. Lascia a ciascuno la propria scelta, è la loro decisione.
Del resto, normalmente, storicamente, la concorrenza di solito rivitalizza sempre, anche da un punto di vista economico, i mercati.
Certo. Sulla SIAE c'è stato un cambiamento abissale, in tempi rapidissimi, da quando si è fatta viva Soundreef. È cambiata, proprio da così, completamente. Basta vedere il sito com'era una volta e com'è diventato adesso, basta vedere le sedi com'è diventato il front desk: si è ringiovanita, ha cercato di stare al passo con la concorrenza. E questo ha fatto una differenza enorme. Adesso andare in SIAE viene accolti subito, ti danno risposta, diventa più aperta, lo sportello diventa più agevole. Una volta andare in SIAE era tipo quando si entrava nel film "Fantozzi," no? Sapevi dove entravi ma non sapevi quando uscivi. Questo è una volta. Quando si rompe sostanzialmente un monopolio — perché di questo si trattava, un sostanziale monopolio — diciamo a beneficio della SIAE e, Presidente Mollicone, le istituzioni in che modo possono secondare questo cambiamento?
Allora, intanto siamo giunti recentemente alla abolizione dell'obbligo del bollino SIAE e questo favorisce tutto il settore. Comunque è anche un segnale rispetto a un mercato che, come è stato detto, ormai è un mercato dinamico a livello europeo. La sentenza è stata sicuramente positiva e ha innescato questa dinamica. Sì, la sentenza — brevemente, per un inciso — è un passaggio giudiziario che anticipa quello che si è proseguito con la sentenza della Corte di Giustizia Europea di cui si parla, che ha sancito quindi in diritto, ovviamente, la concorrenza in questo settore.
Adesso ci vorrà ancora del tempo, ma Soundreef è una realtà dinamica e molto presente sul mercato europeo. Ovviamente, perché altri enti su quello italiano devono ovviamente creare un mercato perché realizzare le altre collecting — tutte abbastanza piccole. Quindi su questo siamo veramente favorevoli. Certo è che io, più che la sfida tra SIAE e Soundreef e le altre collecting, vedo la sfida tra queste e le piattaforme. Perché se c'è un tema di cui ci siamo occupati come Commissione Cultura — all'interno di tutta la filiera musicale — è proprio quella di tutta l'area degli artisti italiani e la bassissima retribuzione che viene loro riconosciuta dalle piattaforme per quello che sono i loro diritti. E su questo c'è ancora molto da lavorare, e lo abbiamo fare insieme, perché poi il problema è ovviamente di interesse convergente. Quindi io vedo il Parlamento impegnato soprattutto su questo: da un lato il riconoscimento della creatività degli artisti e musicisti, dall'altro anche il tema dell'elusione fiscale, perché purtroppo ci sono stati sì alcuni segnali positivi da parte di alcune piattaforme, non tutte, ed è ancora un tema strutturale. Perché il tema è molto semplice: se tu fatturi nel mio paese dove sei stato fatturato, devi lasciare il fisco nel mio territorio. Superando il tema del domicilio fiscale fisico, che ancora in qualche modo pervive, che fa parte di un'architettura normativa ottocentesca che va superata. Io ho proposto più volte — già dalla scorsa legislatura quando ero all'opposizione — il tema del domicilio fiscale digitale. Cioè: "Tu piattaforma che operi in Italia, devi dare un'indicazione su quale, nei fatti, anche un IP sul quale avviene il tuo transato, il tuo fatturato." Ovviamente poi i canoni sono quelli che sono — sono piattaforme legali. E in più c'è il tema su cui siamo intervenuti per il Parlamento europeo: la pirateria digitale, che riguarda tutta la filiera dell'audiovisivo e musicale e degli artisti, soprattutto anche alla luce dell'affermarsi dell'intelligenza artificiale. Per questo non abbiamo ancora una procura digitale, però che deve essere sempre nell'area, anche della creatività umana. Perché è un grande tema — anche di filosofia della scienza — ma poi di mercato, che interessa anche le collecting e interessa gli artisti.
Presidente, restando sul tema del diritto di autore ma cambiando un attimo ambito — linguaggio creativo, cioè audiovisivo — se non sbaglio, ha presentato un emendamento in legge di bilancio che riguarda la modifica del tax credit per quanto riguarda il cinema.
Sì, ovviamente è un emendamento concordato con il Sottosegretario Borgonzoni, come sapete alla DLG, e con il Ministero della Cultura. E ovviamente, facendo il presidente della Commissione Cultura, c'è questo gioco di squadra con il Ministero, con il governo. È un emendamento che migliora il tax credit, che comunque è stato — ha portato in maniera innovativa a riordinare i fondi per i selettivi, dando un indirizzo culturale che è quello di favorire la narrazione di storie di persone italiane e di fatti storici italiani, lasciando ovviamente la libertà di espressione. E ha specificato e corretto una parte che era fraintendibile, cioè che sembrava quasi che lo Stato entrasse in società con le produzioni. Questo è stato chiarito meglio: torneranno al fondo dei selettivi e quindi serviranno a finanziare nuove opere prime. Quindi il film di successo dell'audiovisivo finanzierà le nuove scuole, le nuove proposte.
E resto con lei, Presidente, perché volevo commentare un articolo che è uscito un paio di giorni fa sul Sole 24 Ore, appunto a proposito della liberalizzazione del diritto di autore. Scrive Francesco Brisco: "Il piano abbraccia il periodo 2025-2027, un arco di tempo in cui la startup fondata da David Aateri assumerà personale prevalentemente in Italia, portando il numero dagli attuali 60 fino a..." Ecco, quali sono gli effetti economici di questa liberalizzazione?
Vediamo ovviamente che sull'interno era positiva l'apertura di un mercato e gli investimenti soprattutto in questo mercato. Quindi questo è stato positivo, come diceva anche voi prima: la concorrenza spinge al miglioramento dei soggetti in campo e all'innovazione continua dei servizi, e anche siamo ormai in un'era digitale, anche all'innovazione digitale. E questo è ovviamente quello che fa sì che io ne sia favorevole. In più si crea un indotto che prima appunto era limitato, sul tanto un soggetto in un mercato. Chiaramente non ci è solo Soundreef adesso, ci auguriamo che nel mercato del diritto di autore possano operare altre società. Soundreef è la principale alternativa alla SIAE, ma non l'unica. Cosa cambia questa liberalizzazione, dal vostro punto di vista — per la creazione, nel processo di creazione, di diffusione di contenuti culturali e intellettuali, musicali nel suo caso? Cosa può succedere?
Anzitutto succede quello che diceva prima David, perché l'autore immediatamente si è trovato in un mondo completamente diverso. Perché prima c'era il monopolio, per cui tu eri costretto ad andare in quel posto. Quindi quel posto ti trattava come un oggetto, ovviamente. Cambia radicalmente perché adesso inizia una sorta di guerra: come quando ci fu la liberalizzazione delle linee telefoniche, per cui iniziarono ovviamente le offerte. E quindi c'è un'offerta molto migliore per cui l'artista automaticamente inizia a sentirsi considerato da un mercato che lo guarda come un cliente. Mentre prima era una specie di... non so come dire. È un mondo completamente diverso. Sono passati pochissimi anni, ma sembrano passati secoli, perché i cambiamenti sono stati veramente rapidi. Io sono iscritto alla SIAE da quando ero ragazzino — un bambino — quando andavo a fare gli esami. Non avrei immaginato questo cambiamento. Per cui bisogna ringraziare David che ha fatto una battaglia che poi si è trasformata in una scelta — magari era una battaglia ideologica — che poi pian piano si è trasformata in un'impresa enorme che ha creato dei cambiamenti impatto immediati e tangibili sulla vita degli artisti.
Poi quanto questo possa influire proprio sull'opera d'arte, questo bisogna vedere. Perché se l'artista inizierà a ricevere maggiori introiti dal proprio diritto di autore, sicuramente la libertà economica spesso coincide con una libertà artistica. Un artista costretto economicamente ha più fatica a creare. C'è storia perché in già alcune grandi opere d'arte, nel sacrificio e nel dolore. Sono d'accordo, non volevo arrivare a questo. Spesso è un po' il teorema ai miei amici, dico: "Si vorrebbe una guerra per alzare il livello culturale, sennò direi che era una battaglia." No, non ho mai detto — lo dico spesso — che a volte io quando guardo dove siamo arrivati, a volte il livello della musica — in Italia che c'erano, ascoltiamo, più in alto — che purtroppo la musica su tutta la rete a volte si esprime in gondoi, in criteri di fattura proprio veramente bassissimi. Per cui ogni tanto non dico: "Forse se noi proibissimo l'arte per 5 anni, che ne so, proprio un lockdown — non si può fare sicuramente — nasce e si creerebbe un movimento clandestino, sotterraneo, che approverebbe le esigenze di fare l'arte. Quindi in quel momento come successe col teatro di Ionesco in Polonia, sotto il nazismo, nascerebbe lo stesso i più grandi operati delle strutture umane."
Però, tornando al discorso di prima: se è un artista costretto a fare — che ne so — ad accettare alcuni lavori a bassa remunerazione perché non ha un capitale che lo sostiene, è costretto ad accettare alcuni compromessi. Quando invece uno ha le spalle coperte economicamente, può permettersi di dire: "Questa cosa non la faccio perché voglio creare, voglio dedicarmi al tempo alla creazione." Che è una spesa di lusso. E poi parliamo chiaro, Federico: gli artisti poi — quelli che fanno la differenza — voglio dire, quelli che hanno fatto la differenza sono pochi. La maggior parte però deve godere di un sistema di garanzia economica per poter permettere la creazione come gesto naturale di un artista. Soprattutto italiano, perché non ci dimentichiamo che la musica ha avuto un'impennata da noi in Italia. Oggi sembra che la musica sia nata in America, o in Inghilterra. La musica nasce in Italia, proprio qui: qui si dona la rezza, il solfeggio, il pentagramma, diciamo proprio degli archetipi. L'opera lirica nasce qua. E quindi dobbiamo fare sì che anche questi investimenti — come si fa come si dice per un tax credit — cerchiamo di riportare l'Italia leader nel settore della creatività.
Assolutamente. La interrompo, andiamo un minuto in pausa e poi torniamo qui.
Bentornati a Largo Chigi. Continuiamo la nostra discussione interessantissima sulle modifiche che stanno intervenendo, che stanno liberalizzando il mercato del diritto di autore in Italia. Presidente Mollicone, torno da lei: da qui, da questo punto, cosa può cambiare in termini di sfide future? Quali possono essere le prospettive adesso che si è aperto questo mercato, dal punto di vista culturale e di gestione del sistema culturale?
Sicuramente sia il Parlamento sia l'ecosistema artisti come musicisti deve aprirsi, come diceva prima il Maestro, a sostenere di più le nuove proposte. Io la grande sfida che ho accennato prima — d'accordo nel favorire e consolidare il mercato in concorrenza non solo alle collecting in una problematica dell'indotto — però c'è un grande tema che dobbiamo affrontare insieme. E su questo deve essere un'alleanza tra gli artisti, gli operatori del settore e il Parlamento. È il tema delle grandi piattaforme digitali — le grandi nazioni digitali — che hanno le proprie costituzioni, le proprie leggi, e che non rispettano le leggi nazionali europee, non le rispettano nemmeno nella tutela della creatività. Basta vedere quanto paga Spotify per la riproduzione di un artista in termini di diritti: la legge delle piattaforme è invalicabile dell'algoritmo, per cui se tu non sei strimmato non prendi diritti. Se sei strimmato per avere dei diritti che, come i celibi, possono lasciare all'artista la libertà di creare con un suo consolidato, per creare liberamente deve fare un numero di stream — in Italia — che deve essere enorme per poter vivere. Qualcosa in cui è un tema importante: perché le piattaforme — Spotify ovviamente ha rivoluzionato il mercato musicale, favorendo la diffusione, questo sicuramente è vero — per cui artisti che una volta non avremmo potuto conoscere perché erano chiusi in qualche cantina e non avevano la possibilità di farsi sentire, adesso le possibilità ci sono. Io ho seguito per esempio, faccio un esempio, ho un duo di musica indie newyorkese che si esibisce solo nei club newyorkesi — che mi piace perché c'è uno stile particolare — e non avrei modo di conoscerlo se non fosse stato per Spotify. Questa è la parte positiva. Ripeto: non siamo contro le piattaforme in toto. Però ci vuole poi la politica, nel senso i governi, che intervengano. Queste piattaforme devono rispettare i diritti degli artisti, i diritti delle collecting, i diritti di chi vive di questo lavoro. E soprattutto devono rispettare la creatività.
Siamo molto preoccupati dell'affermarsi dell'intelligenza artificiale nella creatività, perché già cominciano a essere diffuse le prime canzoni interamente composte e cantate dall'intelligenza artificiale. E questo — addirittura — c'è un grande tema: quello delle canzoni cantate con la voce clonata di cantanti che non esistono più. Di chi sono i diritti? In quel caso sicuramente degli eredi, ma poi come vengono gestiti? Questo sarà sicuramente un tema. È un'opera originale? C'è Francesco De Gregori che fa una canzone dove descrive la vita dei giorni d'oggi, o fa una canzone d'amore tra due persone — che ai suoi tempi non sarebbe stata pensabile — che cos'è? Una canzone di Francesco De Gregori, o è altro? Questo sarà uno dei temi di cui la politica si dovrà occupare: uno dei tantissimi temi in cui l'intelligenza artificiale sta rivoluzionando molto velocemente, tra l'altro, le regole del gioco.
Mollicone, però si riproponi di produrre. C'è una provocazione che è arrivata un paio di giorni fa dalla Gran Bretagna, che vi leggo — forse ne avete già sentito parlare. L'obiettivo è quello di attivare per gli artisti — agenda di destinatari — una quota dei loro ricavati, a vantaggio del diritto di ricevere le royalties a supporto dell'ambientale tra le startup nei settori. Ci sono Jackson Browne, Michael Stipe, Roger Waters, Peter Gabriel. Perché il concetto è quello di piazze che non rubbino — inetto su quell'enorme flusso di soldi generato dal music business — e di trasferire una parte come riconoscimento al pianeta. Anche questo settore dipende dalla salute del pianeta.
Ora diciamo, è una provocazione, però una cosa che vuole... E questo vale per appunto per quei nomi che sono citati, non per il cantante o l'artista emergente. No, ma l'idea su cui volevo provocarvi: è immaginabile pensare che in Italia, ad esempio, si possa prevedere un sistema per cui una parte dei ricavi dalle royalties si reinvesta magari in un fondo proprio per la creatività, per gli artisti, per l'introduzione di incentivi, per le attrezzature, per la formazione per i giovani creativi?
Guarda, noi in tale trasferimento stiamo studiando per il nuovo codice dello spettacolo, la possibilità di introdurre il tax credit per la musica live, che è un meccanismo molto affine a questa filosofia. C'è una sorta di premialità per quei soggetti che investono e che riescono ad attrarre fondi. E questo di fatto è la realizzazione di quello che è accaduto nel cinema, ma soprattutto è l'applicazione della sussidiarietà agli investimenti musicali. Credo che ci sia stata un'eccellente accettazione tra pubblico e privato. Io non credo che questo debba essere fatto dagli artisti o dalle collecting o dalle produzioni musicali: credo che debba essere fatto dallo Stato. E se mai le produzioni musicali devono appunto attrarre altri contributi dal mercato. E questa capacità di auto-produzione in parte — invece di diminuire l'intervento statale — in sinergia con l'intervento statale è sicuramente virtuosa.
Soundreef opera anche con canali differenti rispetto alla SIAE?
Sì, certamente. Sì, è necessario per fare una vera concorrenza alla SIAE. E quindi se vuoi portare più soldi, vuoi portare più trasparenza, vuoi essere più efficiente e più vero — cioè gli autori compositori comunque, in maniera differente da quello che fa la SIAE devono avere un canale di raccolta a loro diretto — ciò che è stato costruito in questi anni, nel senso che la stragrande maggioranza degli utilizzatori professionali — dalla RAI, al grande organizzatore di concerti, passando per le discoteche, tutte le radio, le TV nazionali — si sono già abituati a un mercato in concorrenza. Si sono già abituati a fare due pagamenti, una parte a un'altra, e ad avere due licenze. Questo è assolutamente necessario.
Volevo tornare per un attimo su alcuni argomenti che credo siano molto importanti. Uno sicuramente è il tema del nostro più grande successo: è stato quello di restituire potere all'autore compositore. Cioè qui si possono avere tante idee su chi è meglio ed è giusto — diciamo — che poi l'autore compositore si faccia un'idea su chi è meglio, sia la SIAE o Soundreef. Questo è dato per scontato. Noi però non c'è dubbio che quello che noi portiamo con grandissima soddisfazione è vedere l'autore al centro: vedere l'autore al centro che ogni anno si siede, la parte di accordo vede bene, "mi sta bene questo, non mi sta bene questo, secondo me questo deve fare meglio, secondo me questo deve fare per giò, voglio questo, voglio quest'altro." Questo credo che sia un grandissimo successo ed è evidente anche negli avanzamenti delle associazioni.
Non vogliamo una SIAE che scompaia, no. Noi vogliamo una SIAE forte. Il meccanismo per rendere la SIAE forte, probabilmente, è un meccanismo concorrenziale. Ora, quello che noi vediamo è una concorrenza a livello europeo. Cioè non vediamo la SIAE e Soundreef come due nemici a livello nazionale. Il mercato a livello europeo ammonta a circa cinque miliardi. Quindi è chiaro che c'è spazio per andare avanti senza cannibalizzarsi l'uno con l'altro.
Da questo punto di vista, vorrei anche ricordare che noi siamo nati in Inghilterra: siamo una storia al contrario. Noi siamo una vera startup: nata non in un garage, nata in cinque metri quadri. Anche se dopo abbiamo raccolto 53 milioni di investimenti e ne faremo altri 30, siamo una delle poche che sono tornate in Italia. Io ho convinto i miei investitori — non è stata un'impresa facile — a tornare in Italia, ho convinto i membri del consiglio a fare tutto il gruppo fisicamente italiano, anche se non ha sede solo in Italia. Il gruppo è fisicamente italiano: paghiamo le tasse in Italia e assumiamo in Italia. A Roma siamo, credo, la terza realtà — oltre ovviamente alla SIAE che assume da qualche anno e continuerà ad assumere — perché purtroppo diciamo la maggior parte se n'è andata da Roma da qualche anno. Quindi questi sono sforzi importanti perché non è facile convincere determinati investitori su certe cose.
E quindi ci aspettiamo diciamo che in qualche maniera ci sia un clima sereno intorno a determinate cose che vanno decise e vanno stabilite. Non c'è niente da fare: questo è un mercato che si è liberalizzato giustamente, ma anche con una grande velocità. E in qualche maniera è giusto che ci siano la politica, lo Stato e le autorità che diano delle determinate indicazioni, dei determinati riferimenti, su come questo mercato debba funzionare. Noi siamo d'accordo su questo, vorremmo essere partecipi del dibattito. Purtroppo ci è stato poco fino adesso di questo dibattito. Credo che si stia accelerando la direzione di qualche maniera, diciamo, intervenire e fare in modo che questa concorrenza sia totalmente positiva.
Ma il volume di questo dibattito è possibile che si possa amplificare tra poche settimane. Perché la notizia musicale del momento — come sapete — è il Festival di Sanremo. Ed è possibile che in un contesto come Sanremo — che, come sappiamo tutti, è un momento di riflessione, di ascolto e di celebrazione della musica italiana — è possibile che anche su media specializzati non solo si parli di questi temi, che comunque da quest'anno sono ufficialmente e radicalmente cambiati nel mercato discografico. Maestro, lei è di casa a Sanremo perché ha fatto quante edizioni? Otto.
Prima di chiedere un commento — che poi vorrei chiedere anche a voi — sulla scaletta e sui partecipanti di Sanremo, vorrei chiedere: in eventi musicali di tale portata, come Sanremo, ma anche più in generale nei concerti, cosa può cambiare dopo questa liberalizzazione del diritto di autore?
Un po' come la risposta di prima, diciamo: quando la liberalizzazione significa, come diceva David, aumentare il vantaggio economico per l'artista, questo significa anche un artista più libero. Certo è che in questi giorni riflettevo anche su un discorso un po' più astratto che è quello della qualità del diritto di autore. Che è una cosa che faccio fatica anche io a comprendere, perché giustamente: se un autore scrive una canzone bruttissima, con un accordo solo, con delle parole idiote che vanno avanti per tutta la canzone su una sola nota, e invece un altro autore scrive un capolavoro — che ne so, al pari dei grandi pezzi del passato — oggi sento una canzone che è un gioiello, ma non la mia che ha preso gli anni. Certo. È giusto che questo diritto sia effettivamente identico? Certamente ormai si è arrivati a una concezione del diritto d'autore proprio. Piano, hai un Mozart, hai un Puccini — Puccini ancora è espressione del diritto d'autore, perché con i libretti di Puccini, morti negli anni '70, abbiamo ancora 30 anni di diritto d'autore da pagare per Puccini. E non voglio fare il nome, ma è una cosa simile per un trapper del momento. Poi si può, può essere che siamo allo stesso punto. E allora, non potrebbe partire dal collecting — non ha da un punto come Soundreef — potrebbe partire, non ha un'obbligo, ma uno che dice: "OK, stabilisco che quest'opera sta influendo effettivamente culturalmente in maniera positiva sul territorio, e quindi la metto in una categoria maggiore di retribuzione. Quella che influisce meno la metto inferiore." A quel punto gli autori sarebbero portati — e anche gli editori — a dire: "Con questo ci guadagno di più, quindi investiamo sulla qualità del prodotto."
È una provocazione, però il tempo è tiranno. Faremo sicuramente una prossima puntata su questo focus. Allora un minuto: a questo punto una piccola replica, poi un parere su Sanremo.
La problematica è già là che se n'è fatta sull'uso. Sì, sottoscrivo. E siamo già usciti nel senso: Sanremo sarà una grande emozione, e siamo sicuri che la RAI accoglierà correttamente i contenuti. Però io non coglierò l'occasione ne per rapper né per trapper. Il problema è quello che lei ha citato. Il problema è quello della qualità artistica. E purtroppo alcuni testi — la maggiolanza sono un'altra parte dei trapper in particolare — sono sessisti, offensivi, maschilisti. E a me fa sorridere che poi sono questi stessi campioni del politicamente corretto, che magari fanno campagne di solidarietà e cose simili, poi hanno dei testi imbarazzanti, che definire musica è anche molto generoso.
Siamo in un momento molto interessante, che è un argomento su cui riflettiamo da anni, devo dire. E su alcune cose, diciamo, forse andiamo ancora di edizione in edizione. Ed è chiaro che poi c'è anche un altro nodo qui: e come è detto anche il Presidente prima, in termini di piattaforme e ANI. Questa cosa nasce e esplode ancora di più con le piattaforme. In primo luogo, diciamo, la piattaforma ANI, la piattaforma ANI — le piattaforme — sono spesso aggressive, arroganti, e molto spesso non pagano quello che è dovuto pagare, soprattutto dalle video on demand, più dei social network rispetto, per esempio, a una società come Spotify. Ma c'è un tema molto importante: bisogna essere insieme compatti per dire a questi signori — e da una parte i dati ci dicono — non c'è dubbio. Da un punto di vista, e cosa è successo? Questo è un po' quello che è successo e un po' di me è andato con me. I brand, rispetto alla qualità della musica, è già complicato.
Però quando diciamo che alcuni brand — per esempio rispetto a certi suoni, cioè quei brand che hanno un sottofondo che metti in un ascensore o in uno yoga — non possono essere pagati come è pagata l'opera lirica, o come è pagato un certo tipo di qualità. Questo lo dobbiamo far nostro. Per farlo noi abbiamo trovato anche degli ostacoli di tipo "proponiamolo agli autori" — degli stessi autori, degli stessi editori, in Italia — che oggi non stanno comprendendo che fare dei prezzi differenti e fare diciamo una proposta francescana su alcune cose fa male alla cultura e fa male agli autori compositori. Questo mi sembra spiegato abbastanza. E abbiamo chi si sbilancia. E questa sicuramente è una promessa che noi facciamo a voi e ai nostri telespettatori, perché continueremo ad occuparci del tema. Ci trovi su Largo Chigi post e anzi, comincio a raccogliere reazioni vostre per la prossima puntata con questo focus. Io ringrazio i miei ospiti: il Maestro, Mollicone, David Aateri. Grazie a voi per averci seguito. Grazie come sempre alla regia e alla prossima puntata.