Il piede diabetico: prevenzione, diagnosi e cura

Trascrizione del video
Affezionati amici di Urania, ben ritrovati da Paolo Bozacchi. Una nuova puntata di Largo Chigi, la vostra finestra sulla politica. Oggi affrontiamo un tema che riguarda moltissimi italiani — per la precisione 5 milioni e mezzo. Gli effetti del diabete, e tra questi ci sono coloro che non sanno di averlo. Affrontiamo il tema concentrandoci su una specifica complicanza del diabete: il piede diabetico. Lo facciamo con dei graditi ospiti molto esperti. Salutiamo il Professor Luigi Uccioli, Responsabile del Master Piede Diabetico a Tor Vergata, Direttore dell'Unità di Endocrinologia al Policlinico di Roma 2. Bentrovato. Alla mia sinistra c'è l'onorevole Francesco Saverio Cancita, Commissione Affari Sociali della Camera, Fratelli d'Italia. Buongiorno. E anche l'onorevole Antonella Girelli, Commissione Affari Sociali alla Camera, Partito Democratico. Gli ingredienti ci sono tutti. Abbiamo detto 4 milioni di persone affette da diabete, in totale 5 milioni e mezzo includendo tutti quelli che sono affetti dalla malattia ma non ancora diagnosticati. Un impatto economico di 14 miliardi di euro l'anno, e il diabete impatta sui costi sanitari nazionali per una cifra che varia tra l'8 e il 10%. Perciò c'è anche un impatto economico importante, oltre che sociale. Per parlarne in dettaglio, ascoltiamo insieme la copertina curata da Beatrice Telesi. In Italia, oltre 4 milioni di persone vivono con il diabete, a cui si aggiungono almeno un milione e mezzo di casi non ancora diagnosticati. Una patologia in crescita che costa fino a 14 miliardi di euro l'anno, pari al 15% della spesa sanitaria nazionale. Tra le complicanze più gravi figura il piede diabetico, che interessa fino al 25% dei pazienti — una condizione che può portare a ricoveri, infezioni e nei casi più estremi all'amputazione. Solo nel 2020 sono stati registrati quasi 4.000 ricoveri correlati ad amputazione, con un impatto devastante sulla qualità della vita e un costo di oltre 40 milioni di euro per il sistema sanitario. Di fronte a questi numeri, la sfida è chiara: puntare sulla prevenzione, sulla diagnosi precoce, e sulle migliori tecnologie per garantire che più casi possano essere salvati — ma anche investire nel futuro del nostro sistema sanitario. Il piede diabetico è una complicanza che riguarda migliaia di pazienti ogni anno, e purtroppo migliaia di pazienti devono arrivare a subire un'amputazione. Come prevenirlo, come curarlo: cercheremo di capirlo insieme. Professor Uccioli, perché le complicanze del diabete vanno proprio sul piede? >> Le faccio un piccolo inciso: ho chiesto all'intelligenza artificiale perché le complicanze del diabete vadano sul piede — perché è uno degli organi più lontani dal cuore. E così. Il diabete, quando mal curato, sviluppa le complicanze. Le complicanze tipiche del diabete sono la neuropatia periferica e l'arteriopatia periferica. Come dice la parola "periferica", gli organi più colpiti sono quelli più distali — in particolare il piede. La neuropatia si manifesta con una perdita della sensibilità, per cui il paziente non avverte le situazioni che possono creare problemi — per esempio la sabbia calda in eccesso d'estate, le scarpe troppo strette, il termosifone troppo caldo d'inverno — e quindi va incontro a complicazioni. Dall'altra parte c'è l'arteriopatia: il sangue non arriva in maniera sufficiente e questo comporta delle condizioni di ischemia periferica che si possono paragonare all'infarto del piede. Quello che succede alle arterie coronarie è lo stesso che succede con l'occlusione delle arterie del piede. Sono condizioni che per fortuna sono valutabili: possiamo sapere qual è il rischio del paziente. Lo registriamo e quindi mettiamo in atto delle azioni per contrastare l'evoluzione della malattia. >> Abbiamo parlato di complicanze davvero gravi. Secondo uno studio — "Hospital Burden of Major Amputation for Critical Limb Ischemia in Italy" dei professori Palena, Scortichini e De Manzi — l'amputazione maggiore riguarda ancora una delle conseguenze più gravi e costose del piede diabetico. Nel 2021 sono stati registrati quasi 4.000 ricoveri ospedalieri correlati ad amputazione maggiore — per un totale di oltre 80.000 giornate di degenza e una spesa annua per il Servizio Sanitario Nazionale pari a 46 milioni di euro. La degenza media è di oltre 20 giorni. Il dato più allarmante: oltre 7 su 10 di questi ricoveri finiscono con amputazioni sopra al ginocchio — non si perde solo il piede, ma metà della gamba. Professor Uccioli, c'è un dato che va aggiunto: quello della mortalità. >> Probabilmente ho avuto modo di leggere in anteprima i dati di uno studio su circa 670.000 ulcere — praticamente pazienti con piede diabetico ulcerato. A un anno dalla diagnosi, nel 15% dei casi si verifica una mortalità. Il 2,03% di queste ulcere comporta un'amputazione maggiore. I pazienti amputati: a un anno, nel 30% dei casi vi è mortalità. Quando invece vi è un'amputazione, la mortalità è del 50% entro 8 mesi. Quindi il problema del piede diabetico non è tanto il costo, non è tanto la sofferenza: è l'altissima mortalità. Quando diciamo "salva un piede, salva una vita" è esattamente così. Nella nostra casistica: dove salvavamo un piede, avevamo una mortalità del 30% a 5 anni; quando c'è l'amputazione, la mortalità è del 50% a 8 mesi. Il paziente che va incontro a un'amputazione è un paziente che è su un binario molto difficile. Un paziente amputato spesso non è il paziente più grave dal punto di vista clinico. Ma spesso il fattore scatenante di morte in questi pazienti è la depressione. Il paziente che subisce un'amputazione, dal punto di vista socio-economico, si trova a casa e sente che è la fine — c'è questa mortalità da ansia. Quindi la prevenzione e la cura adeguata sono elementi fondamentali per garantire la riduzione di questa mortalità — che è equivalente a quella del tumore al polmone. Mentre per il tumore al polmone tutta la famiglia si allerta, sull'ulcera diabetica ancora non si capisce la gravità. Bisogna prendere anche le ulcere molto seriamente. >> Onorevole Girelli, promotore dell'intergruppo per investire sulla prevenzione e la riduzione del rischio: quanto è importante una rete sanitaria territoriale diffusa per garantire a questi pazienti un accesso rapido alle cure? >> Indubbiamente credo che investire in prevenzione e riduzione del rischio sia l'unica via del futuro. Se non si fa, oltre che non ottenere una migliore qualità di vita e di salute dei cittadini — che già basterebbe — anche dal punto di vista economico-finanziario diventa sempre più difficile sostenere il Servizio Sanitario Nazionale. Credo sia di fondamentale importanza quello che è una medicina che arriva al cittadino. Molto si parla di territorio — io sinceramente preferisco parlare di prossimità, perché non bastano delle case della comunità, degli ospedali di comunità. Il cittadino va raggiunto in vari modi: dal punto di vista degli stili di vita, dei comportamenti, dell'alimentazione. La vera prevenzione comincia dall'educazione — arrivare nel momento in cui gli si fa comprendere come sottoporsi a visite, controlli, screening. Non è qualcosa di fastidioso che interrompe la quotidianità, ma è qualcosa che previene nel vero senso della parola. Spesso il problema sanitario è accompagnato anche da un problema socio-economico, che spesso è conseguente all'assoluta incapacità di gestire quanto è stato detto da parte del singolo. Quando si parla di piede diabetico c'è un aspetto molto clinico — e qui il professore ci ha dato una visione anche dei numeri su cui riflettere — ma c'è anche un aspetto organizzativo socio-economico. Mi ha fatto molto riflettere il richiamo alla depressione: spesso dimentichiamo che la patologia non è al centro della nostra attenzione, ma è la persona che ha quella patologia. L'accompagnamento psicologico è di fondamentale importanza. Il recupero sociale — non escludere immediatamente dalla vita lavorativa la persona, il tenerla legata a quelle che erano le sue passioni di vita prima dell'insorgere della patologia — è fondamentale. E questo non lo può fare solo il medico. Lo possono fare le associazioni, lo possono fare le reti territoriali. >> Onorevole Cancita, il piede diabetico — dal Parlamento, dalle istituzioni, cosa ci si può aspettare in termini di prevenzione e sensibilizzazione? >> Bisogna educare e formare il paziente. Il paziente va educato, va inserito in un percorso diagnostico, terapeutico, di assistenza e deve passare dallo spedale al territorio. È necessaria un'attività che devono svolgere le associazioni dei pazienti, per raccontare le loro esperienze e far capire dove ti può portare il diabete, che è una patologia con molte complicanze. Il racconto da parte di un paziente che racconta la propria storia clinica serve a motivare gli altri pazienti a inserirsi in una prevenzione secondaria e terziaria, che è fondamentale. Il governo ha la volontà di aumentare la percentuale di spesa sanitaria destinata alla prevenzione, che ancora oggi in Italia è troppo bassa. Investire in prevenzione significa migliorare la qualità di vita dei nostri cittadini e ridurre i costi del sistema sanitario nazionale. E questo è un vero e proprio investimento: come abbiamo visto nel periodo del COVID — senza salute non c'è economia, non c'è cultura, non c'è vita. Voglio aggiungere un elemento: la depressione spesso è collegata al sistema endocrino. Tenere il soggetto vivo, inserito culturalmente e nella vita sociale, consente anche di migliorare la storia clinica del paziente stesso. La cultura sanitaria deve essere trasmessa dal medico al paziente — ma il paziente deve rendersi conto, attraverso attività organizzate localmente o dalle sale di formazione e informazione sulla propria patologia e le complicanze, di quello che sta vivendo. Solo così si riesce a diffondere una vera cultura della prevenzione. >> Prendiamo una breve pausa e torniamo a parlare di complicanze del diabete. Restate con noi. Stiamo parlando di piede diabetico, una complicanza grave del diabete. Ne sono affetti in totale — tra diagnosticati e non — 5 milioni e mezzo di italiani: quasi il 10% della nostra popolazione, neonati e anziani compresi. Il professor Uccioli ci stava spiegando l'approccio multidisciplinare, l'approccio di team da parte dei professionisti che si occupano della cura del diabete. Onorevole Girelli, il piede diabetico riguarda ancora un lavoro di squadra tra ospedale e territorio. C'è il Decreto Ministeriale 77 che definisce modelli e standard per lo sviluppo dell'assistenza sul territorio. Cosa può cambiare con questo regolamento? >> Il cambiamento è quello prefigurato anche dal professor Uccioli: il tema del multidisciplinare e dell'équipe, ma riguarda anche il superare quello stacco che si è verificato nel tempo tra la medicina ospedaliera e la medicina territoriale, con la complicazione del venir meno della rete della medicina di base. Il COVID ha manifestato cosa questo significhi in un momento di emergenza — ma è un problema che esiste anche nella normalità. Le norme prevedono dei modelli ottimali: condivisibili, ma bisogna fare i conti con la realtà. Abbiamo una carenza di personale — medici e infermieri — dove il numero assoluto non è così basso, ma la distribuzione non è quella che servirebbe. Abbiamo una drammatica carenza di personale infermieristico e una crescente difficoltà di raggiungere puntualmente i cittadini attraverso messaggi e informazioni. Credo che dobbiamo avere la forza di dare concretezza a queste indicazioni. Faccio un esempio semplice: molto spesso si discute del fatto che siamo in ritardo nell'apertura delle case della comunità previste. Io mi chiedo: se non riusciamo a far partire quelle che abbiamo già perché mancano le persone, costruendo altre sedi non risolgiamo il problema. Dobbiamo affrontare il tema delle risorse umane: investire nel riconoscimento economico del personale sanitario, intervenire sui corsi di formazione, favorire il lavoro in équipe, rendere più agevolabile l'organizzazione sui territori utilizzando la telemedicina e le innovazioni tecnologiche disponibili. Il Parlamento sta portando avanti iniziative per andare incontro a quello che anche il ministro Schillaci ha più volte richiesto: fare in modo che tutto quello che viene speso in prevenzione venga escluso dal calcolo del Patto di Stabilità — perché non è un costo ma un investimento vero e proprio. Questo permetterebbe di spendere di più nell'immediato ma risparmiare tantissimo in futuro. >> Professor Uccioli, dove siamo arrivati con l'innovazione tecnologica a supporto delle cure del diabete e in particolare del piede diabetico? >> Vorrei prima completare quanto detto prima: il concetto fondamentale è che non esistono ulcere banali nel piede diabetico. Quando c'è un'ulcera di qualsiasi dimensione nel piede di un paziente diabetico, deve essere visitata da uno specialista. Non esiste "un'ulceretta che si cura con la cremetta". La presenza di un'ulcera è indicatrice di una condizione di alto rischio che deve essere affrontata. Il secondo punto: per quanto riguarda il piede diabetico, abbiamo l'espressione massima del percorso che si vuole fare con il DM77. Nelle linee guida per il Ministero della Salute che stiamo per concludere, al primo punto c'è l'importanza della gestione multidisciplinare del paziente. Qualsiasi struttura sanitaria che ha a cuore questo tipo di problema deve organizzarsi attorno a un team. Non ci può essere, anche il più bravo diabetologo, il più bravo chirurgo vascolare, il dermatologo, l'ortopedico, che lo faccia da solo. Qualsiasi specialista che approccia il piede diabetico deve sapere che non può farlo da solo. Quello che vogliamo è che la rete funzioni: il paziente possa — come diciamo — salire di livello a seconda delle sue necessità. Non abbiamo bisogno di un centro multidisciplinare grande in ogni ospedale. Bastano uno, due per regione — l'importante è organizzare il sistema per cui il paziente con un problema si possa spostare di livello a seconda della gravità della situazione. Per quanto riguarda l'innovazione tecnologica nel diabete in generale: oggi abbiamo i sistemi per il controllo della glicemia e per la somministrazione dell'insulina che vanno quasi completamente in automatico. Abbiamo la possibilità di gestire i pazienti con farmaci innovativi che sono protettivi a livello cardiovascolare e renale. Per il piede diabetico esistono tutta una serie di nuove opzioni — dalla rivascolarizzazione distale alla terapia cellulare. E voglio sottolineare un dato importante: dall'analisi dei dati, l'Italia è uno dei migliori sistemi al mondo per i pazienti diabetici. I pazienti in altri paesi devono pagare l'insulina. Questa protezione dei pazienti diabetici è un fiore all'occhiello che dobbiamo difendere. E dall'altra parte, voglio sottolineare il progresso dato alla ricerca in questo ambito — l'Italia è all'avanguardia nel mondo. >> Scopriamo insieme che l'Italia è un'eccellenza anche da questo punto di vista — dal punto di vista della ricerca e dal punto di vista della cura e dell'innovazione tecnologica a supporto del miglioramento della qualità della vita dei pazienti. Onorevole Girelli, come si potrebbe valorizzare questa tecnologia e questa innovazione a supporto delle migliori cure dei pazienti a livello istituzionale? >> Bella domanda. Il ruolo delle istituzioni, il ruolo della politica — inizia dall'avere bene in testa la distinzione tra quel ruolo e quello della scienza. Spesso si verifica un'invasione di campo, nel senso che la politica a volte è chiamata a prendere decisioni in materie dove sono le scelte che dovrebbero essere consegnate alla scienza e all'autorevolezza della scienza stessa. La visione è diversa: a mio parere, noi dovremmo avere sempre l'obiettivo che vogliamo darci — la qualità della salute dei cittadini. Fisso l'obiettivo, stabilisco che sia omogeneo su tutto il territorio nazionale, e trovo le risorse per farlo. Il vero problema fondamentale è l'aggiornamento dei LEA — i Livelli Essenziali di Assistenza. L'ultima volta sono stati aggiornati due anni fa, ma l'aggiornamento precedente risaliva a quasi 25 anni fa. Con la scienza che cammina velocemente — nuovi esami clinici, di laboratorio, radiografici — è inammissibile che tutto questo non venga aggiornato in tempi rapidi. Qualsiasi nuovo esame di laboratorio valido dovrebbe essere inserito nei LEA immediatamente da parte del Ministero della Salute, che — con il supporto scientifico — può e deve intervenire velocemente. Il MEF può sapere, può essere portato a conoscenza, ma non può entrare nel merito specifico. Perché sono certo che qualsiasi nuovo esame inserito, se appropriato, porterà a una riduzione dei costi del sistema sanitario nazionale e — cosa ancor più importante — a un miglioramento della qualità di vita dei nostri pazienti. >> Speriamo in questa cura dell'eccesso di burocrazia. Continueremo a informarvi sulle complicanze del diabete e su altre patologie qui su Urania News. Restate sintonizzati — Largo Chigi torna la prossima settimana. Ringrazio i miei ospiti, la regia, e vi do appuntamento alla prossima puntata.
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