Plastica, filiera del riciclo alla prova del Green Deal

Trascrizione del video
Affezionati amici di Urania, ben ritrovati da Paolo Bozacchi. Una nuova puntata di Largo Chigi, la vostra finestra sulla politica. Oggi sarà una puntata di approfondimento legata ai temi ambientali e soprattutto al riciclo — della plastica in particolare — perché c'è una novità non troppo positiva per tutta la filiera, che sta vivendo un momento di difficoltà dovuto a diversi fattori. Con noi, in collegamento, Dario Borriello, di Green Economy Agenzia. Bentrovato, Dario. Alla mia sinistra, la Senatrice Simona Petrucci, Commissione Ambiente del Senato, Fratelli d'Italia. Bentrovata. Alla mia destra, l'onorevole Alberto Pandolfo, Capogruppo in Commissione Attività Produttive, Partito Democratico. E sempre alla mia sinistra, Andrea Campelli, Direttore Comunicazione e Relazioni Esterne di Corepla. Bentrovato. >> Buongiorno, grazie. Per inquadrare il tema andiamo a guardare insieme la copertina curata da Beatrice Telesi. Il riciclo della plastica in Europa è sotto pressione. Gli impianti faticano a competere con l'importazione a basso costo, e la domanda rallenta. In Italia, nel 2024, sono state avviate al riciclo più di 930.000 tonnellate di imballaggi plastici — un risultato positivo, ma accompagnato da costi di trattamento in crescita. Per questo, il prossimo ottobre, il MASE riunirà le imprese del settore con l'obiettivo di garantire la tenuta del sistema e rispettare i target europei — il 50% di riciclo degli imballaggi già entro il 2025. Sul fronte interno, il ministro Pichetto Fratin ha annunciato un nuovo decreto energia con misure di sostegno alle imprese e alcuni correttivi chiesti dalle categorie. Confermato anche il futuro delle centrali a carbone, che non verranno smantellate subito ma resteranno in stand-by come riserva per le emergenze. Intanto a Bruxelles prosegue il confronto sul Green Deal: nessun accordo al momento sul taglio del 90% delle emissioni al 2040, mentre avanzano i pacchetti di semplificazione per ridurre oneri e burocrazia. Un equilibrio delicato tra sostenibilità e competitività. Il futuro del riciclo e della transizione verde in Europa si giocherà proprio sulla capacità di conciliare obiettivi ambientali e costi per le imprese. Dal Sole 24 Ore di oggi: "Plastica in Europa, frena il riciclo. Il settore vale 9,1 miliardi ma rischia di perdere un milione di tonnellate di capacità entro quest'anno, tra chiusure di impianti, import a basso costo e domanda insufficiente. L'Italia tiene il passo con gli obiettivi, ma è necessario aumentare la qualità della raccolta." >> Dario Borriello, il settore del riciclo sta attraversando un momento di difficoltà inaspettato. Ci sono chiusure di impianti, import a basso costo che abbassa i prezzi, e una domanda diventata insufficiente. Qual è la situazione e a quali soluzioni si sta pensando? >> Partiamo da un numero: 9,9 miliardi di euro — è il valore del settore. Non parliamo soltanto di una questione ambientale, ma di realtà economiche, di aziende, di famiglie che campano con gli stipendi guadagnati in questo settore. Il problema principale è il costo dell'energia, che ha raggiunto livelli troppo elevati. C'è poi la questione dell'importazione da paesi che non rispettano gli stessi standard: nel breve dà un vantaggio, ma nel lungo periodo rischia di avere un impatto molto negativo. C'è una situazione di collasso — non tra qualche anno — adesso. In Italia siamo una superpotenza dell'economia circolare: abbiamo dato un esempio positivo e costruttivo a tutti i nostri partner europei, che in questo periodo non stanno rispettando altrettanto bene il percorso. E ci troviamo a quello che gli addetti della filiera chiamano un vero e proprio collasso del riciclo della plastica. >> Andrea Campelli, Corepla: a ottobre si apre un tavolo al MASE tra imprese e istituzioni per affrontare questi problemi. Cosa porterà al tavolo Corepla? >> La prossima settimana ci sarà questo tavolo di crisi e di confronto tra tutti gli attori di una filiera complessa e articolata, che deve contemperare gli obiettivi di sostenibilità e gli obiettivi di sopravvivenza delle imprese. Parliamo davvero di sopravvivenza di un settore che in questo momento si trova con un enorme collo di bottiglia. Abbiamo creato in 30 anni — con la collaborazione dei consorzi, delle istituzioni, delle amministrazioni locali, dei cittadini — una cultura di economia circolare che parte dalla differenziata e arriva fino al recupero e al riciclo della materia prima, per generare poi materia prima seconda. Tutto il sistema funziona. Il tema è che adesso non c'è la domanda: la domanda di questa materia prima seconda, di materiale riciclato, deve essere opportunamente sostenuta. Questo è il tema forte che porteremo come filiera al tavolo. Gli strumenti possono essere diversi: il tema del costo dell'energia, che è completamente fuori scala rispetto alla Spagna, alla Francia, alla Germania — per non dire rispetto alla Cina. Il tema di un credito d'imposta che potrebbe essere dato alle imprese per l'acquisto e l'utilizzo di materia prima seconda — oggi è quasi irrisorio e potrebbe essere significativamente aumentato. Il tema forte del green public procurement — un obbligo per gli acquisti pubblici di acquistare merci con un contenuto di materiale riciclato. E poi il macro-tema della lentezza amministrativa e autorizzativa, della burocrazia per l'apertura e la gestione degli impianti. Quello che chiediamo non è una misura spot: è una revisione del sistema. Un sistema che ha fatto dell'Italia un esempio da seguire, ma che adesso rischia di essere messo in ginocchio, con centinaia di migliaia di lavoratori e miliardi di euro di fatturato che sono davvero a rischio. >> Senatrice Petrucci, le imprese italiane pagano un prezzo dell'energia dal 20% al 50% più alto rispetto ai competitori in Europa. Il ministro Pichetto Fratin ha annunciato un decreto energia. Cosa possiamo aspettarci? >> Sembra che il governo in questi tre anni abbia dimostrato vicinanza a queste aziende, mettendo in campo circa 60 miliardi con vari interventi, 3 miliardi nell'ultimo decreto bollette per aiutare famiglie — soprattutto le famiglie meno abbienti — e le imprese energivore. Ha messo in campo una serie di meccanismi per dare la possibilità alle imprese di investire in nuove tecnologie che utilizzino fonti non fossili. Quello che non abbiamo fatto è prevedere la fase successiva. Ci siamo vantati di essere il primo paese a fare la raccolta differenziata. Ci siamo fermati a questo, senza prevedere gli impianti per utilizzare la raccolta differenziata. Abbiamo comitati che non permettono la realizzazione degli impianti — non per la burocrazia in sé, ma perché i comitati interrompono l'iter burocratico. Impianti di termovalorizzazione che vengono contestati ideologicamente, mentre sappiamo benissimo che quelli di ultima generazione non inquinano. La mancanza degli impianti comporta automaticamente l'interruzione della filiera, perché lo scarto della plastica — quella che non può essere riciclata — non può essere termovalorizzato. Questo crea una dipendenza dal mercato internazionale. Sulla seconda parte poi parleremo di Green Deal, Commissione Ambiente al Senato, e di quello che sta arrivando da Bruxelles e Strasburgo. Prima, un dato positivo: l'Italia è leader in Europa nel riciclo della plastica degli imballaggi. L'obiettivo europeo è il 55% entro il 2030 — siamo già al 59%. >> Onorevole Pandolfo, qual è il punto di vista dell'opposizione? Si può andare nella stessa direzione su questi temi? >> Credo che si debba trovare una soluzione, perché la transizione, proprio per sua natura, deve essere un percorso che si fa in maniera comune portando l'interesse di chi è attore. Abbiamo sentito un allarme che credo debba essere raccolto e portato a soluzione. Ci sono proposte concrete: ad esempio, il tema del disaccoppiamento del prezzo del gas rispetto all'energia elettrica — questo potrebbe dare un contributo rispetto al caro energia, che è un elemento critico per tutte le realtà energivore. Poi vengo dalla mia esperienza nell'amministrazione comunale: mi rendo conto di quella che è la realtà della gestione degli impianti. Credo che si debba fare cultura rispetto all'approccio che ci deve essere verso gli impianti che insediamo nei centri abitati, affinché non diventino elementi di paura ma di convivenza e di inserimento in un percorso che è obbligato. Il Green Deal non deve diventare una bandiera ideologica — né per chi sostiene la transizione, né per chi in qualche modo la ostacola. Deve essere un percorso in cui ognuno porta il proprio contributo. Il punto che si evidenzia sulla plastica — dove siamo all'avanguardia nel riciclo ma non siamo capaci di utilizzare la materia prima seconda — è un elemento che dobbiamo inserire nel percorso. Possiamo fare dei passi avanti con un sistema di incentivazione e di risorse a supporto di questo settore. >> Dario Borriello, la parola chiave sembra essere "impianti". Cosa potrebbe fare il governo? >> Impianti e sburocratizzare: noi abbiamo una legislazione molto ampia, a volte anche troppo, e alleggerire per chi vuole fare impianti sarebbe utile. Ma c'è ancora poca informazione: un impianto non è per forza pericoloso, non per forza è tossico. Ci sono standard per il nord, per la sicurezza, che vengono ben rispettati. Un impianto per un territorio può essere un plus-valore, non un minus-valore. A volte la paura nasce da chi non conosce a fondo le cose. >> Andrea Campelli, cosa chiedono le imprese della filiera del riciclo per restare sul mercato? >> Bisogno innanzitutto di una riduzione dei costi energetici, come è stato detto e ripetuto. Bisogno di certezze normative, perché un imprenditore per investire nella propria impresa deve avere una certezza di visione a medio e lungo termine. Altrimenti, se c'è rischio di cambiare continuamente normative e obiettivi, l'investimento diventa sempre più rischioso. Qui c'è il tema legato al Green Deal: rischiamo di innamorarci di obiettivi, dati, percentuali — ma nel perseguirli ostinatamente in un contesto di mercato e geopolitico che è drammaticamente cambiato, rischiamo di avere un sistema che funziona ma poi non c'è nessuno che domanda quel prodotto. A volte l'operazione riesce ma il paziente è morto. Uno dei temi fondamentali che limitano l'utilizzo della materia prima seconda è che nel frattempo la materia prima vergine arriva da Indonesia, Filippine, Cina, a costi stracciati. E per un imprenditore, se non c'è un incentivo tra due costi molto diversi, è evidente la scelta. C'è poi il problema che non esiste una vera certificazione sulla materia prima riciclata: mentre le nostre imprese impegnano risorse in ricerca, sviluppo, costi, studi per la certificazione del sistema "plastica seconda vita", nel frattempo arriva dalla Cina materiale non certificato né controllato. L'Europa non può pensare soltanto ai paesi europei e non pensare a quello che arriva dall'estero. È un tema di reciprocità che riguarda l'agricoltura, l'ambiente, l'energia — assolutamente trasversale. >> Nella seconda parte parliamo del Green Deal. All'ultimo Consiglio europeo dell'ambiente si è creata una spaccatura: l'Europa non ha raggiunto l'accordo sull'ipotesi di rinviare gli obiettivi climatici per il 2040 — cioè il taglio delle emissioni del 90%. Onorevole Pandolfo, il Green Deal può e deve essere migliorato, o gli obiettivi devono rimanere gli stessi? >> Sono incompatibili con la realtà e devono essere rivisti — certo che devono essere inseriti in un quadro più ampio. Se ci sono problemi sul tema energetico, il dibattito sugli approvvigionamenti energetici deve rientrare in questo contesto. Bene che si faccia una revisione che vada incontro alla realtà, non una revisione che diventi una bandiera ideologica. Perché fare delle regole, mettere timori, spaventare un mercato che può avere instabilità — non avere chiarezza rispetto alle regole, avere tanta burocrazia, non avere incentivi — può mettere in crisi alcune realtà. Meglio fare i conti su percorsi raggiungibili senza immaginare rinvii continui, purché si arrivi a quell'obiettivo. >> Senatrice Petrucci, il Green Deal così com'è rischia di affossare l'industria italiana? >> Il Green Deal va rivisto, perché così come è stato pensato è stato pensato dai paesi del Nord Europa, che hanno un contesto geografico, demografico e climatico completamente diverso da quello della sponda sud dell'Europa. Noi in Italia abbiamo una grande superficie, 60 milioni di abitanti rispetto ad esempio alla Norvegia che ne ha 5 milioni. Il taglio del 90% per il 2040 è stato stabilito da 15 massimi esperti voluti dall'Unione Europea, di cui un solo italiano. Non conoscono la nostra realtà industriale. Quindi questi limiti devono essere completamente rivisti, spostati in avanti, con norme che tutelino davvero le nostre aziende. Il disaccoppiamento è giusto: l'Europa deve regolamentare questa situazione. E i limiti devono essere posticipati — non si può parlare del 2040 e del 2050 senza dare la possibilità a tutti gli stati europei di arrivare a quegli obiettivi. Altrimenti diventa un'utopia che rischia di distruggere le nostre grandi realtà industriali. >> A novembre ci sarà la COP30 in Brasile. Cosa aspettarci, Dario Borriello? >> Per lo più, credo poco. Il rinvio sulla decisione sembra probabile, visto che l'Europa è spaccata. Il punto centrale è che l'Europa deve decidere quale strada seguire: andare avanti con un modello adattato alle realtà e alle possibilità di ogni paese, o seguire un modello che non sia né quello cinese né quello americano di Trump. La Cina dice che c'è il cambiamento climatico ma non le importa. Gli Stati Uniti con Trump si muovono in un'altra direzione. L'Europa deve scegliere un modello europeo modificato e adattato. >> Pandolfo, Petrucci, in chiusura — un minuto ciascuno. >> Credo che fare obiettivi realistici e raggiungerli sia la via giusta. Non possiamo prendere come modello la Cina né tantomeno Trump. Bisogna adeguare gli obiettivi alla realtà, fare cultura rispetto agli impianti — dare una carta d'identità dell'impianto in modo che chi ci vive vicino sappia cosa fa e cosa gli dà di buono. E fare formazione. Per quanto riguarda il negazionismo di Trump: il cambiamento climatico c'è, non è oggetto di negazionismo. Va analizzato e capito come ovviare a questo problema. E gli eventi calamitosi di oggi sono ormai eventi non più straordinari: tutte le amministrazioni devono fare opere di messa in sicurezza idrogeologica. Toscana ed Emilia-Romagna, le regioni più colpite, hanno speso a malapena il 40% dei soldi stanziati dai governi dal 2016 in avanti. Si può fare molto di più in questo senso. >> Il Green Deal: realismo, fase di transizione, dare la possibilità a tutti gli stati di arrivare agli obiettivi. Non sono la persona giusta per dire che tutto va buttato — dico che tutto va analizzato, cambiato tenendo conto della realtà. Ricordiamoci anche che bisogna fare formazione sugli impianti, e che le regioni sono competenti sulla cessione dei rifiuti. Le amministrazioni devono assolutamente fare formazione e informazione. >> Coreplà, 850 aziende in Europa, più di 30.000 addetti — raccolta e domanda non sono cresciute di pari passo. Grazie a tutti i nostri ospiti. Largo Chigi torna la prossima settimana.