Trascrizione del video
Amici di Urania, ben ritrovati a Largo Chigi, la vostra finestra sulla politica. Sono Paolo Bozacchi, dagli studi di Roma, e come di consueto ho con me tre graditi ospiti. Oggi, per un tema di stretta attualità: c'è un luogo dove tutti siamo stati e dove tutti non avremmo voluto entrare — il pronto soccorso ospedaliero, che sta vivendo una vera e propria emergenza. Affrontiamo la dimensione del problema con i nostri ospiti.
Partiamo dal professor Ettore Capoluongo, Direttore di Patologia Clinica dell'Ospedale San Giovanni Addolorata di Roma. Bentrovato.
Alla mia destra, la dottoressa Maria Pia Ruggieri, Direttore del Dipartimento di Urgenza del pronto soccorso dell'Ospedale San Giovanni Addolorata di Roma. Bentrovata.
>> Buongiorno a tutti, grazie.
>> E alla mia sinistra c'è la senatrice Elisa Pirro, capogruppo in Commissione Bilancio, Movimento 5 Stelle. Bentrovata, senatrice.
>> Buongiorno a tutti.
>> Bene. Per capire meglio quale sia l'emergenza che vivono i pronto soccorso e i dipartimenti di medicina di emergenza, andiamo a vedere insieme la nostra copertina di oggi.
I pronto soccorso italiani stanno vivendo una situazione di emergenza senza precedenti. Basti pensare a un dato: nel 2024, si stima un numero record di accessi ai pronto soccorso, che toccheranno quota 29 milioni, facendo segnare un più 2,2% rispetto al 2023. Non solo: secondo i medici di emergenza, circa un accesso su quattro al pronto soccorso sarebbe evitabile, perché non c'è necessità di cure urgenti. Intanto cresce la preoccupazione per la carenza di personale: alle strutture italiane mancano 10.000 infermieri e 4.500 medici. Secondo la primaria di Medicina d'Urgenza, la CADERAI manda un segnale d'allarme anche per il fenomeno del boarding — il tempo eccessivo di stazionamento del paziente e delle barelle al pronto soccorso in attesa di un letto nel reparto dell'ospedale. Con il Giubileo, che porterà in Italia oltre 30 milioni di visitatori, ci si chiede chi raccoglierà il segnale di questo SOS.
Quindi una vera e propria emergenza dalle tante sfaccettature. Il pronto soccorso è il cuore pulsante di ogni ospedale. Abbiamo l'onore di avere con noi delle persone che sono in prima linea, impegnate nella cura di pazienti che arrivano in pronto soccorso sempre più intasati. A fianco al punto di partenza dell'emergenza urgenza c'è il supporto della tecnologia, dell'innovazione, della cosiddetta medicina di laboratorio, che lavora in stretta connessione con i pronto soccorsi di tutta Italia. Un dato, prima di lasciare la parola ai nostri ospiti: poco più di un ospedale su due in Italia — il 43% — è dotato di un dipartimento di emergenza.
Ecco il contesto. Professor Capoluongo — è importante innanzitutto capire la fotografia del contesto in cui ci troviamo a lavorare. Azioni rapide, decisioni rapide, tanti pazienti, come giustamente avete fatto vedere — pazienti in attesa di un posto letto per il ricovero, ma anche pazienti che devono fare un percorso diagnostico per un trattamento adeguato. Come lavorate insieme?
>> La cosa positiva del pronto soccorso è proprio garantire una diagnosi rapida e un trattamento appropriato per la qualità e la sicurezza delle cure in emergenza e urgenza. In questo contesto, il laboratorio di analisi con determinate caratteristiche — dedicato al pronto soccorso, con tempi brevi di refertazione — è uno strumento formidabile, proprio un driver per far sì che in pronto soccorso si possa fare un percorso diagnostico terapeutico con il corretto approccio al paziente.
Sono tanti gli esempi che si possono fare. Pensiamo per esempio a un trauma cranico. Un trauma cranico lieve, se analizziamo correttamente un paziente magari anziano, fragile, con tante malattie, che prende anche delle medicine che rendono il sangue più fluido — il laboratorio di analisi, per esempio, ci può aiutare con dei biomarcatori specifici che ci fanno arrivare a una diagnosi di quel trauma cranico, con la certezza delle cure e la dimissione di quel paziente, molto prima rispetto a tutta un'altra serie di indagini.
Lo stesso vale per malattie molto importanti, come può essere la sepsi, come può essere un trauma grave, un incidente stradale. Il laboratorio può essere davvero di grande utilità per profilare un percorso clinico diagnostico terapeutico appropriato, ma soprattutto di qualità e sicurezza per il malato in emergenza urgenza.
>> Grazie, professor Capoluongo. Dottoressa Ruggieri, torniamo su un aspetto della collaborazione tra i professionisti dei laboratori di medicina di laboratorio e i medici che si occupano dell'urgenza dei pronto soccorso. Quali sono, secondo lei, le priorità organizzative? Perché spesso c'è un problema di organizzazione e sinergia.
>> Assolutamente. Noi abbiamo strutturato, con i colleghi dei reparti — non soltanto della medicina d'urgenza — dei percorsi finalizzati alla appropriatezza prescrittiva. È molto importante che si chiedano le cose giuste per il setting giusto, con cui il paziente viene inquadrato in pronto soccorso. Noi, proprio con la collega del pronto soccorso, abbiamo stabilito dei profili — profili per gruppo di patologie — e questi profili facilitano sostanzialmente anche il medico prescrittore che ha davanti il paziente in emergenza, nel chiedere i test piuttosto che andare alla ricerca di particolari esami. Li abbiamo già configurati e quindi questo permette sia una velocità in termini di iter diagnostico, sia una ottimizzazione dei tempi di richiesta e anche di risposta. Perché molto spesso l'interlocuzione telefonica tra il medico e il laboratorio fa perdere tempo. Quindi abbiamo implementato tutta una serie di profili diagnostici che permettono di facilitare il lavoro.
Nel contempo abbiamo anche portato nel dipartimento di emergenza delle tecnologie che permettono al medico urgentista di fare subito dei test. Per esempio, le emogasanalisi — paradigmatico in questo senso — perché abbiamo degli strumenti che permettono di fare subito delle valutazioni. Queste strumentazioni sono controllate dal laboratorio, quindi permettono un mantenimento degli standard di qualità laddove il test è necessario fuori dal laboratorio. E questo vale per tutto l'ospedale, perché questo percorso lo stiamo implementando anche per i prossimi anni. Ci sarà un rinforzo di queste tecnologie, perché fortunatamente la tecnologia ci permette oggi di miniaturizzare degli strumenti che quando non sono nel laboratorio sono molto grandi. Invece le stesse tecnologie possono essere replicate in un formato più piccolo, in modo tale che queste macchine possano essere decentrate nei reparti. Noi riusciamo a coprire tutte le esigenze. Soprattutto dopo l'emergenza del COVID abbiamo imparato che il laboratorio deve essere sempre pronto. Oggi abbiamo fatto un'analisi critica di quali siano tutti i potenziali biomarcatori che ci permettono di inquadrare subito e risolvere anche il quesito diagnostico — che si tratti di tossicità da farmaci, di un avvelenamento, il laboratorio deve essere pronto a rispondere immediatamente al quesito. E laddove non è in grado, trasferire in altra sede esterna, al laboratorio di riferimento, quel campione. Questo accelera moltissimo il percorso diagnostico.
>> Chiaramente il supporto dell'innovazione, della tecnologia, di questi macchinari che comunque il laboratorio può mettere in campo, aiuta a scattare una fotografia immediata della diagnosi per il paziente — il che significa cure più veloci e anche più efficaci. C'è anche il fenomeno, che qualcuno ha ricordato, di pazienti che diciamo si "autodiagnosticano" — non nel senso di auto-diagnosi fai da te — ma nel senso che vanno in pronto soccorso per cercare di sopperire a un altro problema: quello delle lunghissime liste di attesa per gli esami diagnostici. Questa immediatezza del laboratorio, la cosiddetta diagnostica "subito e gratis" — "vado in pronto soccorso a farmi una radiografia, una tomografia o qualche altro esame subito e gratis" — crea l'intasamento.
Senatrice Pirro, ci sono soluzioni adottate da alcune regioni — penso per esempio al cosiddetto Fast Track, la corsia preferenziale dall'infermiere di triage direttamente all'esame diagnostico di approfondimento. Poi ci sono le Case di Comunità, altro fenomeno non proprio sviluppato come si dovrebbe. Qual è il suo punto di vista, la sua fotografia del settore della medicina di emergenza in questo momento, dal punto di vista della politica?
>> Dal nostro punto di vista, è chiaro che in questa situazione, in questo stato delle cose, non si può andare avanti. I problemi però sono complessi, stratificati da anni. Quindi non esistono soluzioni semplici. Ha citato vari livelli — dalla medicina di territorio, le Case di Comunità, alle azioni che si possono mettere in campo direttamente nel pronto soccorso per velocizzare le procedure.
Cominciando da questo: dovremmo migliorare l'organizzazione del territorio — come la medicina generale, i cui medici dovrebbero avere funzioni un po' diverse rispetto a quelle che hanno avuto fino a oggi. Magari con rapporti più diretti con l'insieme del sistema sanitario nazionale, perché ricordiamolo: oggi sono dei liberi professionisti che lavorano in convenzione, e questo a volte crea dei problemi, delle spaccature, con difficoltà di dialogo e di comunicazione. Quindi una delle possibilità da mettere in campo è anche quella di passare al rapporto di dipendenza — con le dovute accortezze, perché ci sono sia pregi che difficoltà in questo modo. Una formazione diversa, perché secondo noi i medici di medicina generale devono avere la dignità di una formazione specialistica universitaria, così come avviene per tutti gli altri attori del sistema sanitario nazionale. Perché non si può lavorare in ospedale senza una specializzazione — sia che si sia un medico del pronto soccorso, sia che si sia un medico di laboratorio diagnostico — e allora perché per i medici di medicina generale accettiamo ancora un percorso diverso, prestabilito e con differenze da regione a regione, con criticità segnalate sia dal punto di vista della remunerazione dei partecipanti ai corsi, sia dal punto di vista della varietà e dell'approfondimento nella preparazione?
Queste sarebbero le cose da mettere in campo nel primo step. Sulle Case di Comunità, dobbiamo metterle in regime e farle funzionare davvero, perché in alcuni casi le regioni hanno semplicemente cambiato la dicitura — fuori dal distretto ambulatoriale della ASL ci hanno scritto "Casa di Comunità" — fornendo però gli stessi servizi di prima, che non sono quelli previsti per la Casa di Comunità. La Casa di Comunità deve essere un punto di primo accesso dove si trovano alcuni servizi di base per impedire poi che il paziente in seguito si rivolga al pronto soccorso.
Nei pronto soccorso va sicuramente rafforzato il personale, perché sappiamo tutti che c'è una fuga dai nostri ospedali per via dei carichi di lavoro eccessivi, del burnout, delle difficoltà organizzative, della carenza di personale — come è stato detto anche nel servizio che abbiamo visto — e anche delle retribuzioni non adeguate al lavoro che viene svolto. I nostri medici e i nostri infermieri sono tra i peggio pagati d'Europa — in generale gli stipendi italiani da sbloccare dal famoso blocco contrattuale da circa 30 anni. Quindi dovremmo incrementare tutto, cominciando magari da quelle professionalità indispensabili per garantirci una buona salute.
C'è poi tutta una serie di interventi multilivello che devono essere messi a terra. L'ultima cosa sulle specializzazioni non mediche — tra cui molte di quelle di laboratorio: Patologia Clinica, Biochimica Clinica, e altro — partecipano anche i laureati non medici, biologi, fisici, chimici, che non hanno la borsa di studio per accedere a questa specializzazione e quindi devono trovarsi un altro metodo di sostentamento per affrontare questi studi. Quindi ci sono delle disparità che andrebbero eliminate e appianate.
Registro però un dato: sono passati ormai oltre due anni dall'uscita dalla pandemia, forse tre anni, di un sistema sanitario e di strutture molto stressate da quella che è stata una pandemia molto importante. Siamo ancora qui a ragionare su come organizzarsi. Il problema dei pronto soccorsi è rimasto invariato. C'è comunque sostanzialmente un abuso dello strumento — da parte nostra come pazienti. Pensate: lo abbiamo detto prima nel servizio — oltre un ingresso su quattro al pronto soccorso non sarebbe dovuto. Il paziente non sarebbe dovuto andare in pronto soccorso. Tantissimi codici bianchi, ancora di più codici verdi insieme, fanno oltre la metà degli accessi. Quindi sono tutti pazienti che potrebbero essere curati sul territorio — dai medici di medicina generale, magari nelle Case di Comunità, dove si possono anche fare esami di approfondimento.
>> Un fatto che, appunto, manca il personale. Mancherebbero 10.000 infermieri, secondo il rapporto ANAAO, e 4.500 medici. La stampa è molto sul pezzo. Anzi, pregherei la regia se possiamo andare su un pezzo che abbiamo messo, del Corriere della Sera di qualche giorno fa — potete vederlo in sovrimpressione. "La disfatta della sanità territoriale, pronto soccorso in tilt" — parla degli accessi. E il presidente della Società di Medicina d'Urgenza: "4 milioni di accessi evitabili, esiste solo il 19% delle Case di Comunità."
È la sintesi, dottoressa Ruggieri, del problema nella sua totalità. È un problema molto complesso nella sua struttura. All'Ospedale San Giovanni Addolorata di Roma: quali sono le esigenze, e quali sono — tornando al tema della medicina di laboratorio — gli esami indispensabili che devono essere presenti nella struttura per risolvere situazioni critiche?
>> Nella nostra realtà, al San Giovanni Addolorata di Roma — come avete potuto ben comprendere insieme al professor Capoluongo — facciamo davvero un esempio di team: pronto soccorso e laboratorio di analisi per l'emergenza urgenza, quindi per il paziente che accede in pronto soccorso. Come diceva il professor Capoluongo, abbiamo già messo in campo delle azioni che sicuramente migliorano la diagnosi, la rapidità e soprattutto la velocità dell'intervento sul paziente.
Vorrei fare qualche esempio, perché parlare di medicina di precisione in pronto soccorso è davvero molto difficile, eppure per alcuni ambiti ci stiamo riuscendo. Il trauma grave, il politrauma stradale — una situazione clinicamente pericolosa, a rischio per la vita — bene: il medico di pronto soccorso, l'urgentista, ha al San Giovanni Addolorata a disposizione alcuni esami di laboratorio in tempo reale, come può essere il tromboelastogramma, per esempio, che mostra in tempo reale lo stato della coagulazione del sangue di quel paziente con trauma grave, e permette di adattare la terapia per il trattamento di questa complicanza gravissima del trauma grave. Così come stiamo mettendo in campo dei biomarcatori per la diagnosi precoce e la stratificazione del rischio del paziente con trauma grave, per evitare di fare troppe TAC, quindi di esporre il paziente a troppe radiazioni, attraverso il dosaggio nel sangue di un biomarcatore che ci serve proprio a questo.
Per non parlare delle azioni più recenti che stiamo mettendo in campo — per esempio per un'altra patologia di cui si parla poco ma che è tempo-dipendente: la sepsi. È una condizione di infiammazione e infezione importante che può danneggiare talmente gli organi di un paziente da portarlo alla morte. Stiamo mettendo in campo il dosaggio in emergenza urgenza di biomarcatori — "sartoriale", cucito su quel paziente specifico — per fare una diagnosi precoce dell'eventuale germe che sta attaccando l'organismo, e quindi una antibioticoterapia di precisione che va incontro a quella che si chiama antibiotico-resistenza, di cui tanto si parla. E che ci dice anche la prognosi di quel malato a breve, a medio e a lungo termine. Quindi davvero il laboratorio di analisi insieme al pronto soccorso, proprio come driver della diagnosi più rapida possibile, ma soprattutto con la correttezza e la sicurezza necessarie.
>> C'è tra l'altro un fenomeno citato anche dalla nostra copertina che si chiama boarding — lo stazionamento delle barelle in pronto soccorso in attesa di un posto letto nel reparto. I posti letto in Italia sono poco più di 200.000. Siamo a 3,8 posti letto per ogni mille abitanti — non siamo nei peggiori, ma neanche tra i primi posti nelle classifiche europee.
Professor Capoluongo, San Giovanni di Roma: quali di queste criticità vedete in modo particolare, e come si possono trovare soluzioni dal punto di vista di chi è in campo tutti i giorni?
>> Innanzitutto vorrei tornare un attimo sulle Case di Comunità e sugli Ospedali di Comunità, perché essendo la prima frontiera — nel DM 77 non viene specificato in maniera chiara chi deve fare queste attività diagnostiche. Esistono dei documenti anche delle società scientifiche, nazionali e internazionali, che dicono che quando si fanno degli esami in maniera decentrata bisogna mettere sotto il controllo del laboratorio di riferimento. Non c'è nulla in questo percorso. Pensare di de-medicalizzare il percorso in periferia rispetto a quello che è il servizio che il paziente può avere in ospedale, non è una linea di appropriatezza massima, perché bisogna mettere in rete questi ospedali decentrati e le possibilità che offrono, con gli ospedali di riferimento. In modo tale che si possa avere un'attività di consulenza, ad esempio, laddove c'è un problema diagnostico, e si possa avere anche un'attività di supporto — quindi creare delle network. Questa è la prima cosa.
Dal punto di vista della criticità maggiore, è legata alle emergenze di tipo pandemico. Basta vedere quello che è successo riguardo all'ultima emergenza in Congo — ancora da decifrare, ma sembra che sia una forma grave di malaria. Per ogni caso, intervenire in questi particolari contesti significa avere a disposizione una batteria di tecnologie in grado di essere di supporto. Quindi la prima cosa che farei se fossi responsabile della governance è fare una ricognizione dello stato delle tecnologie: non basta dire "questa macchina piuttosto che quest'altra." Bisogna vedere innanzitutto se c'è una quantità sufficiente di tecnologie che si possono complementare, perché in molti ambiti della diagnostica di laboratorio non è possibile arrivare fino a un certo punto con quello che si ha in loco, e poi si ha bisogno degli esami di secondo e terzo livello. Bisogna avere una fotografia chiara, per sapere qual è l'ospedale di riferimento a cui, eventualmente, indirizzare un campione che non si riesce a decifrare da punto di vista diagnostico.
Per quello che riguarda la mia sfida personale — e la promuovo anche all'interno dell'Azienda — in futuro la sepsi deve diventare il primo elemento di alert, su cui concentrare tutte le nostre risorse e i nostri sforzi. Perché guadagnare un'ora di tempo in una sepsi significa avere una chance di vita di un paziente del 7-8% in più. Per ogni ora che passa, il paziente perde oltre il 7% di chance di sopravvivere. Oggi noi abbiamo, grazie anche al contributo del nostro laboratorio di microbiologia, la possibilità di arrivare a una diagnosi — ma sempre in tempi non inferiori a tre giorni. Tre giorni per un paziente settico sono troppi. Quindi noi dobbiamo spostare il fuoco per arrivare a fare dei test direttamente sul sangue, attraverso tecnologie molecolari, per identificare qual è il microrganismo che sostiene quella potenziale infezione, qual è il profilo di resistenza molecolare che poi verrà fenotipizzato successivamente — ma che già dà al clinico la lettera per dire "non usare questa antibioticoterapia, usa quest'altra, perché il paziente al precedente non risponderà." Stiamo cercando di concentrarci su questi problemi. E anche il Giubileo, che porterà 30 milioni di cittadini da tutto il mondo — con una capacità di diffusione di patogeni per i molti visitatori che portano con sé malattie endemiche nei loro paesi d'origine — il Giubileo porta da noi anche dei visitatori ammalati. Quindi dovremo concentrarci su questo sicuramente per il prossimo futuro, perché il COVID ci ha insegnato che dobbiamo essere pronti ad affrontare qualsiasi emergenza.
>> Bene, noi abbiamo la nostra emergenza televisiva, per fare una battuta — torniamo tra poco a parlare ancora di pronto soccorsi.
Siamo a Largo Chigi. Stiamo parlando dell'emergenza dei pronto soccorsi, delle medicine di urgenza, delle strutture ospedaliere italiane. Lo dicevamo poco fa: pensate, ci sono 12.000 posti per la deospedalizzazione nelle nostre strutture, che spesso sentiamo citare. E 8.300 posti in tutta Italia per la Day Surgery, cioè per le operazioni chirurgiche semplici che si fanno in giornata, dove si può essere dimessi il giorno dopo. L'emergenza è nell'emergenza, nei dipartimenti di emergenza. E proprio per questo la Commissione Affari Sociali della Camera dei Deputati ha portato avanti un'indagine conoscitiva per capire tutte queste criticità. Senatrice Pirro, lei è in Commissione Bilancio, ma sicuramente è in sinergia con i colleghi che si occupano e si sono occupati di questa emergenza nell'emergenza. Dal punto di vista normativo, a quali soluzioni state pensando in Parlamento?
>> Sì, c'è un lavoro che portiamo avanti dalla scorsa legislatura, che è quello di portare avanti dei disegni di legge di riordino del sistema di emergenza urgenza pre-ospedaliera, ospedaliera e in-ospedaliera. Un lavoro molto complesso — anche nella scorsa legislatura, sia al Senato che alla Camera non si sono sbagliate: sono state anche fatte delle indagini conoscitive per capire nel dettaglio, dagli esperti del settore, quali sono i problemi e come poi mettere a terra la normativa migliore. Devo dire che abbiamo già diversi modelli nel nostro paese da una regione all'altra, perché la sanità è regionale — per cui ogni regione può adattare i modelli. Alcuni funzionano molto bene e potrebbero essere da esempio per altri. Altri no — hanno delle carenze che si riscontrano in molte parti. Quindi quello che si vuole fare è cercare di standardizzare le best practice che da qualche parte già esistono, perché molto spesso non c'è bisogno di inventarsi niente di nuovo, ma semplicemente usare al meglio le cose che già abbiamo.
Le faccio un esempio: parliamo tantissimo di intelligenza artificiale. Mi sono trovata a discutere con alcuni tecnici della regione Piemonte su come creare un alert — non una corsia preferenziale — nei pronto soccorso per pazienti affetti da una patologia grave che provoca numerosi accessi per un problema alle articolazioni e anche di natura vascolare: una cosa complessa e rara. Non è che questi pazienti hanno bisogno di avere un accesso prioritario nel momento in cui vanno in pronto soccorso, ma c'è bisogno che il personale del triage, quando registra quel paziente e inizia a fargli delle domande, veda comparire una finestra sullo schermo dello strumento che ha a disposizione: "Guarda, questo paziente è portatore di una malattia rara, per cui se è davanti a te per uno di questi motivi, presta particolare attenzione — perché può non essere una semplice caduta o un qualsiasi altro problema banale, ma un problema legato alla sua malattia, quindi guarda con particolare attenzione a queste cose." È una cosa semplice, ma che con le opzioni che ci offre oggi la tecnologia si può fare probabilmente senza grandi costi. E potrebbe aiutare sia l'operatore di triage, che magari ha lavorato da otto ore e può avere un fisiologico calo dell'attenzione, sia il paziente, che si sente accolto nel modo giusto e preso in carico complessivamente quando arriva al pronto soccorso.
Questo si può fare sulle malattie rare — quelle patologie che provocano spesso accessi al pronto soccorso — ma si potrebbe proseguire su quasi qualsiasi altra patologia, come quelle croniche, per cui quando arriva il paziente si segnala "Fate attenzione a questo." Sono strumenti che ci mette a disposizione la nuova tecnologia. La stessa cosa vale per la telemedicina, per i casi in cui si deve dialogare con un medico più esperto, con un laboratorio di secondo livello, per verificare quello che si possa fare meglio per una diagnosi o per la lettura di un risultato di un test di laboratorio. Insomma, penso che abbiamo tantissimi strumenti a disposizione che consentirebbero davvero la presa in carico della persona — non del paziente con il problema puntuale che sta mostrando in quel momento. Questo potrebbe provocare anche a lungo termine, ovviamente, meno accessi al pronto soccorso, perché le persone si sentono più rassicurate nel sapere che c'è qualcuno che gestisce nel modo giusto i loro problemi.
>> Sarebbe bello sapere quanti sono questi accessi: siamo intorno ai 20 milioni di accessi all'anno nelle nostre strutture di pronto soccorso — un numero importantissimo. Noi di Largo Chigi vogliamo dare ascolto alle esigenze di chi è sul campo, che lavora per i pazienti. Certo è che il paziente deve essere al centro, ma proviamo ad ascoltare il problema dall'emergenza e iniziare a capire di cosa si ha più bisogno.
>> Sì, sicuramente si sono affrontati tutti i temi e tutte le aree di difficoltà in questo momento del sistema dell'emergenza. Ringrazio la senatrice perché ha giustamente sottolineato le emergenze pre-ospedaliere e ospedaliere. Sicuramente le cose di cui in questo momento abbiamo bisogno è cercare di trasmettere ai professionisti — sia medici che infermieri delle emergenze urgenza — quanto sia importante e quanto valga il lavoro e l'attività in emergenza urgenza, perché davvero fa la qualità rispetto al salvare una vita. Oggi purtroppo si parla solo degli aspetti negativi del sistema dell'emergenza urgenza, e questo è un segnale che poi ci fa vedere anche una mancanza di attrattività di questa attività nei confronti dei giovani professionisti. Voglio concludere, proprio anche per sottolineare gli aspetti importanti di un'attività senza la quale lo stesso cittadino — anche prima di essere medico e direttore di un pronto soccorso — potrebbe un giorno avere bisogno. Il professionista dell'emergenza urgenza può davvero fare la qualità rispetto alla vita, alla diagnosi precoce, alla correttezza di quella diagnosi, alla tempestività della terapia — fatte in emergenza urgenza — e quindi anche alla prognosi, a ciò che viene dopo l'accesso al pronto soccorso.
>> Professor Capoluongo, la domanda che ho fatto alla dottoressa Ruggieri, la faccio anche a lei. Di cosa avete più bisogno al San Giovanni oggi, e cosa chiedete eventualmente alle istituzioni, ai legislatori? Come li possono accompagnare nel miglioramento? Abbiamo detto: fare rete, e abbiamo detto: immediatezza della medicina di laboratorio di approfondimento. Cos'altro?
>> Innanzitutto vorrei dire che un ospedale con un pronto soccorso fa sempre la differenza, perché il pronto soccorso è una palestra — una palestra che allena la multidisciplinarietà. Quindi è davvero un arricchimento culturale per un ospedale avere un pronto soccorso, perché in pronto soccorso può capitare di tutto, rispetto a un ricovero elettivo dove hai già visto il paziente prima, già ti sei accordato per operarlo o per fare una tiroidectomia. In pronto soccorso succede di tutto, e quindi gli scambi che noi abbiamo — molto spesso telefonici — ci permettono di accelerare i percorsi diagnostici perché ci chiediamo cose che eventualmente non potevamo fare da soli, ma le mettiamo a disposizione subito. Questo è anche un motivo di fermento durante la nostra giornata.
Noi siamo abbastanza fortunati in questo momento perché abbiamo un management che ci sta supportando nell'implementazione tecnologica. Devo dire è un momento positivo se devo parlare dal mio punto di vista: stiamo portando in ospedale tante cose nuove. C'è anche l'intelligenza artificiale, ne parlava la senatrice poco fa. Per esempio stiamo implementando il quadro diagnostico delle patologie emo-linfo-proliferative, che spesso sono un'emergenza rara. Il paziente con una leucemia o un linfoma arriva al pronto soccorso e nessuno lo sapeva, perché il paziente stesso non sapeva di avere quella condizione. Noi le diagnostichiamo di routine. Però per standardizzare anche il processo di lettura di un vetrino, non stiamo più usando solo l'esperienza umana. Per essere precisi: stiamo utilizzando questi strumenti in pochi ospedali — in questo momento pochi in Italia hanno introdotto un sistema di intelligenza artificiale che, con un microscopio particolare, riesce a dare delle immagini molto suggestive da interpretare. Stiamo addestrando il sistema, corroborandolo con la nostra esperienza. Siamo sull'ottanta per cento delle patologie che possono arrivare in pronto soccorso di quel tipo: riusciamo a dare una risposta anche quando non c'è un collega di notte con una grandissima esperienza. Riusciamo a supportarlo, e poi con le immagini riusciamo a collegarci anche da casa per dare supporto al collega in ospedale. In un'ottica di medicina territoriale è uno strumento potentissimo. Bisogna realmente implementare queste iniziative.
>> Senatrice, per chiudere: innanzitutto vi ringrazio perché ci avete rassicurato e sembra di stare guardando il futuro. Credo che l'innovazione tecnologica — pensiamo alle applicazioni ad esempio dell'intelligenza artificiale nella medicina — da questo punto di vista ci rassicuri parecchio, perché davvero c'è la prontezza. Non è un caso che i pronto soccorsi siano stati soggetto di molte serie televisive, perché il ritmo non manca. Come si sente di rispondere ai medici qui in studio, e se vuole lanciare un appello?
>> Concordo con quello che hanno detto, soprattutto con l'appello che faceva poco fa la dottoressa Ruggieri: quello di rendere di nuovo attrattiva la professione per i nostri giovani, che tendono piuttosto a scegliere delle specializzazioni un po' più comode — diciamolo tranquillamente — che magari danno anche la possibilità di guardare all'attività fuori dall'ospedale o addirittura all'estero. Quello che penso è che ci voglia passione per tutto quello che si fa nella vita, perché se si sceglie un lavoro per cui si sente un trasporto, si fa nel modo giusto e si offre il servizio migliore. Altrimenti, se si sceglie un lavoro solo perché quello che ci garantisce le vacanze più belle d'estate, tutti gli altri giorni dell'anno non saranno così accattivanti quando si va al lavoro ogni mattina. Quello che voglio dire è un po' a tutti: il nostro sistema sanitario è in molti ambiti un'assoluta eccellenza. La dottoressa Ruggieri ci ha detto che ci sono 20 milioni di accessi all'anno — vuol dire che un terzo della popolazione italiana passa dal pronto soccorso almeno una volta all'anno. E ci sono dei casi eclatanti che sentiamo sui giornali, in televisione — ma pensate quanti sono quelli che vanno bene, perché i nostri medici sono bravissimi e preparati, e che tornano felicemente a casa dai loro cari. Quindi abbiamo un'eccellenza che sicuramente dobbiamo difendere, migliorare e potenziare. Ricordiamo sempre che ci sono paesi del mondo dove la prima cosa che ti chiedono al pronto soccorso è la carta di credito. Da noi non è così. E di questo siamo sempre molto contenti: la sanità pubblica è un fiore all'occhiello dell'Italia di cui andare fieri.
>> Ringrazio i nostri ospiti per essere stati con noi oggi. A Largo Chigi ringrazio lo staff tecnico in regia. Da Paolo Bozacchi, qui a Roma, Urania News — appuntamento alla prossima puntata.