Referendum: al centro imprese e lavoratori

Trascrizione del video
Amici di Urania TV, ben ritrovati da Paolo Bocchetti per una nuova puntata di Largo Chigi, Vista sulla politica. Quest'oggi concentreremo la nostra attenzione sui referendum. Il prossimo 8 e 9 giugno siamo chiamati alle urne a votare su 5 quesiti, 4 dei quali riguardano nella loro essenza il lavoro, la cittadinanza. Cercheremo di capire se lo strumento del referendum si sta un po' dipanando come potenza e come interesse presso gli elettori. Andremo poi dentro questi quesiti, cercheremo di capire meglio di cosa si tratta, per cosa siamo chiamati alle urne. Considerate che l'ultimo referendum abrogativo che aveva raggiunto il quorum in termini di affluenza alle urne risale al 2011. Siamo quasi a 15 anni fa, sono 15 anni che un referendum abrogativo non raggiunge quel gradino, quel 50%+1 degli aventi diritto per dare al referendum stesso la validità. Ne parliamo con i nostri graditi ospiti. Alla mia destra: la senatrice Paola Mancini, Commissione Affari Sociali e Lavoro, Fratelli d'Italia. Bentrovata. Grazie, bentrovati a tutti. Alla mia sinistra c'è il presidente di Assocontact, Elio Borghese. Bentrovato. E collegato con noi c'è Domenico Di Sanzo, giornalista che si occupa di questi temi e segue da vicino la politica. Bentrovato, Domenico. Un saluto. Bene. Prima di inquadrare il tema e prima di darvi i numeri — perché vi darò i numeri di quanti italiani ad oggi sanno dell'esistenza di questi referendum e quali sono le previsioni sull'affluenza alle urne — andiamo ad inquadrare i temi dei referendum nella nostra copertina, curata per noi da Beatrice Telese. "Domenica 8 e lunedì 9 giugno si torna a votare con 5 quesiti che parlano di lavoro e cittadinanza, e che potrebbero cambiare molte delle regole del gioco. Quattro dei quesiti sono proposti dalla CGIL e riguardano il mondo del lavoro: più tutele contro i licenziamenti, meno margini per i contratti a termine, e nuove garanzie per chi lavora nel mondo degli appalti. Il quinto, voluto da Più Europa, propone invece di ridurre da 10 a 5 gli anni per ottenere la cittadinanza italiana, trasmettendola anche ai figli minorenni. Su questi temi la politica si divide: il governo è contrario, mentre il Movimento 5 Stelle, Verdi e Più Europa spingono per il sì. Il Partito Democratico è invece spaccato. Dal fronte delle imprese arrivano forti critiche. Ma cosa decideranno davvero gli italiani? E quanto inciderà questo voto sul lavoro e sull'integrazione nel nostro paese? Questo lo vedremo subito dopo il 9 giugno, quando capiremo se innanzitutto gli italiani saranno andati a votare e poi cosa avranno votato nelle urne." Perché dico "sapremo se gli italiani andranno"? Perché le stime sono su un'affluenza molto bassa. Diversi istituti demoscopici si sono espressi: l'affluenza prevista è attorno tra il 30% e il 35%. Il che significa che il referendum non sarebbe valido. Ipsos la dà in una forbice tra il 32% e il 38%, SWG tra il 32% e il 36%, Demopolis tra il 31% e il 39%, arriviamo al 39% con Demopolis. Fari Italiani tra il 29% e il 33%. Tra pessimisti e ottimisti, per così dire, siamo comunque abbondantemente al di sotto della soglia. Un altro dato che mi ha molto colpito: solamente poco più della metà degli italiani è a conoscenza di questi referendum e dell'appuntamento elettorale. Se vuoi, questo numero è: il 54%, il 60%, tra 3 e 6 italiani su 10 sanno, conoscono e sono consapevoli del fatto che si dovrà andare a votare. I promotori di questi referendum sono anzitutto la CGIL, che ha proposto tutti i 5. In particolare quello sulla cittadinanza è stato proposto in tandem con Più Europa. Vi ripeto: l'ultimo referendum a raggiungere il quorum è quello del 2011 — quello per abrogare — quello riguardava l'acqua. Bene. Io partirei dalla senatrice Mancini. La posizione di Fratelli d'Italia, senatrice Mancini, è stata molto chiara su questo referendum: si propende per l'astensione — l'astensione come gesto politico. In realtà il referendum non va votato perché sarebbe un'iniziativa della sinistra. Ci spieghi i motivi di questa scelta e quali riforme sul lavoro invece state pensando in Parlamento. Allora, io credo che non sia solo una scelta politica, ma una scelta chiara, una scelta coerente e anche giuridicamente fondata. È chiara perché questi referendum sono — come li definiscono alcuni — un po' farlocchi: sono molto ideologici, sono molto polemici. Anche perché nessuno di questi quesiti, quando si parla di lavoro, migliora le condizioni dei lavoratori — che è l'intento che ci stanno vendendo i proponenti di questi referendum. È coerente perché io credo che noi, come Fratelli d'Italia, abbiamo sempre, in questi due anni e mezzo, e continueremo a lavorare su un altro tipo di mondo del lavoro: un mondo del lavoro legato alle politiche attive e non all'assistenzialismo. Quindi a mettere in campo tutti quegli strumenti che oggi avvicinano lavoratore e datore di lavoro. E quando dico che non è un voto solo politico ma è giuridicamente fondato: oggi il cittadino può, come dire, avere due posizioni: andare a votare per noi — votare no — oppure scegliere in maniera libera e responsabile di non andare a votare. Perché, siccome è un referendum abrogativo, la scelta di non andare a votare è una scelta di diritto, un diritto di non andare a votare per non raggiungere il quorum. Perché sappiamo — come diceva lei — che se si va ad abrogare una norma, anche solo parzialmente, si deve raggiungere il quorum. Quindi anche tecnicamente è proprio una scelta: ed è una posizione attiva, non passiva. Certo, è un vero peccato se lo strumento democratico del referendum perde via via potenza. Questa era mai stata la storia del nostro paese: è un lontano ricordo il referendum sul divorzio — era l'87%, il 74%, pensate all'epoca — l'87,7% degli italiani andò a votare: un vero plebiscito in termini di affluenza. Il desiderio, da osservatore, sarebbe quello di vedere tanta gente andare a votare su temi come questi. Sono battaglie sociali — penso anche all'aborto nel 1981, nel 1974 — temi sociali che hanno cambiato il volto del nostro paese e promosso un certo sviluppo non soltanto democratico, soprattutto sociale. Domenico Di Sanzo, da osservatore: qual è la tua sensazione? Questi quesiti raggiungeranno il famoso quorum del 51%? E se pensi di no, non rischiano un po' di affossare definitivamente questo strumento? Allora, io credo — in linea con i dati che tu hai dato prima — che sarà molto difficile riuscire a raggiungere il quorum. E i motivi sono sostanzialmente legati a due fattori, secondo me. Il primo è una questione di astensionismo — di disaffezione verso la politica in generale — che non è solo relativa al referendum. Non vediamo, a ogni elezione praticamente, che le persone che vanno a votare continuano a diminuire. E questo rende il referendum uno strumento con un'affluenza sempre più bassa rispetto ad altre consultazioni politiche. E poi c'è un'altra questione, che secondo me invece è più politica: non è legata solo all'astensionismo galoppante, ma è legata al fatto della polarizzazione politica. Cioè: se tu sei la forza politica che propone un referendum e tendi a polarizzare lo scontro con il tuo avversario politico, a quel punto avrai due blocchi che si fronteggeranno. In questo caso sarà difficile per il centrosinistra riuscire ad andare oltre la propria base elettorale. E quindi ci saranno gli elettori del centrodestra che si asterranno in massa — magari anche non sapendo, non conoscendo nel dettaglio i quesiti — mentre l'unica speranza è quella di mobilitare quell'elettorato. Però andremo a riproporre una dinamica che si ripropone come la continuazione dello scontro elettorale sotto altri modi — di nuovo, di fatto, un'onda che vuole fare agitazione. E quindi è chiaro che è molto difficile il quorum in una situazione del genere. Io lo notavo proprio personalmente, seguendo l'altro ieri la maratona oratoria della CGIL per i referendum — mi trovavo a seguire quell'iniziativa. E mi sembrava ci fosse in quel contesto una sorta di tentativo di recupero tardivo, di entrare nel merito dei referendum, con diversi leader che hanno sottolineato: "Noi ci rivolgiamo anche a chi ha votato la destra, dobbiamo entrare nel merito delle questioni," eccetera. Però mi è sembrato appunto un tentativo molto, molto tardivo rispetto alla polemica contro il governo, all'interpretazione dello strumento referendario come un modo per dare non una spallata — perché non credo — ma almeno un colpo al governo. In questo caso, il punto è il quorum. Nemmeno serve il voto, perché bastava leggere il retroscena di stamattina, che dice che la segretaria del PD si accontenterebbe di avere 12 milioni di voti nel voto per regolare i conti interni — soprattutto interni al Partito Democratico. In questo modo è chiaro che lo strumento referendario per adesso ha esaurito il suo scopo. D'altronde, domenico, è matematica. Se già gli schieramenti sono molto polarizzati e divisi, numericamente gli elettorati — già divisi — per ottenere il quorum senza andare a catturare il consenso dall'altra parte è matematicamente impossibile. Quindi questa è una considerazione da fare a prescindere dal tema dei referendum. E poi si ha la sensazione che la sinistra, in particolare, stia un po' parlando a sé stessa — non è in termini di questioni — e adesso volgiamo pagina. Niente "apertura" dentro i quesiti, perché mentre si parla di superamento o non superamento del JobsAct proprio dentro i quesiti di referendum — parliamo di Assocontact, cioè l'associazione che accoglie le imprese del call center e dei contact center, che nei mesi scorsi guarda caso ha rinnovato il contratto collettivo nazionale di settore, anticipando per molti versi ciò che poi accadrà nelle urne l'8 e il 9 giugno, e portando a casa questa partita per conto suo — altro che contrattazione collettiva. C'è un'altra partita. Ecco, presidente Borghese: come avete fatto? Ce lo spiega in un minuto. E soprattutto, come diceva la senatrice Mancini, sembra che il mercato del lavoro vada in un'altra direzione. Assolutamente sì. I quesiti referendari mi sembrano fondamentalmente una partita simbolica e priva di una vera ricaduta reale, tanto per le lavoratrici e i lavoratori quanto per il mondo delle imprese. Perché anche qualora dovesse — diciamo — il quorum fosse raggiunto e dentro il quorum ci fosse la maggioranza favorevole all'abrogazione di alcune norme del JobsAct — che già ricordiamo è stato ampiamente modificato, a seguito di una sentenza della Corte Costituzionale — in realtà non si otterrebbero gli effetti dichiarati dal sindacato dalla CGIL in particolare. Per esempio, non si tornerebbe al famoso articolo — il reintegro, l'articolo 18, lo Statuto dei lavoratori — la situazione sarebbe quella della Monti-Fornero del 2012, con peraltro un effetto paradossale abbastanza strano: che addirittura gli indennizzi che oggi sono previsti a 36 mesi sarebbero a 24. Quindi questo a detrimento in realtà dei lavoratori licenziati. Eccoci. Sul tema delle piccole imprese — quelle sotto i 15 dipendenti — che nessuno si è mai preoccupato di considerare, onestamente, perché rappresentano il 35% del totale delle imprese. Che sono, diciamo, ancora regolate addirittura dalla legge del 1966 — antecedente allo Statuto dei lavoratori. In questo caso, noi nel nuovo contratto collettivo di settore del Business Process Outsourcing, Customer Management — dal 2023 — seguendo un dictum della Corte Costituzionale, una sentenza del 2022, proprio a proposito delle imprese sotto i 15 dipendenti, abbiamo introdotto un articolo che espressamente raddoppia l'indennizzo. Che oggi diciamo è tra 3 e 6 mesi: lo portiamo da 6 a 12 mesi di retribuzione. Lo raddoppiamo, prevedendo anche la reintegra — che entro 3 giorni l'impresa dovrebbe reintegrare il lavoratore licenziato illegittimamente. Se non lo fa, un indennizzo comunque molto più corposo di quello che è previsto attualmente. Quindi questo cosa significa? Non è per far fare a noi una bella figura, ovviamente. Ma per dire: ci sono dei temi che la contrattazione collettiva di qualità — di cui tutti si riempiono la bocca — la contrattazione collettiva di anticipazione potrebbe e dovrebbe affrontare, senza attendere — onestamente — neanche la legge. Perché questo rientra nella libera facoltà di contrattazione delle parti sociali e datoriali. Il nostro Paese ha una lunga e ricca esperienza in materia, che probabilmente ha dimenticato negli ultimi anni, a favore di battaglie simboliche e di posizionamenti politici. E quindi si perde di vista, per una volta, i lavoratori e le imprese. Oltre al tema salariale, noi abbiamo fatto un contratto che aumenta le retribuzioni dirette e indirette rispetto ai livelli attuali degli altri contratti collettivi più utilizzati nel nostro settore. Perché ci rendiamo conto che la vera partita oggi è il recupero di potere d'acquisto delle persone. Tutto il resto mi sembra grandi armi di distrazione di massa. Senatrice Mancini, il suo commento è dovuto su questo? Allora, io sono una fautrice della contrattazione anche di secondo livello. Anche perché, nella vita, sono un consulente del lavoro, e quindi mi appassiona anche questo dibattito. E ringrazio per il lavoro che è stato fatto, perché è proprio in questa contrattazione — perché è proprio nell'ottica pratica — che noi dobbiamo ragionare oggi. Questi referendum sono, anzitutto, molto tecnici — e quindi il cittadino non riesce neanche a percepire come, e solo come detto — non vanno a migliorare la situazione. Perché, lo diceva poco fa: anzi, talvolta si va a peggiorare una situazione oggi che è cristallizzata. Per tanto direi che assolutamente il primo quesito è veramente anacronistico, è una battaglia di retroguardia, non c'è contatto assoluto con la modernità. Gli altri vanno a mettere in discussione una posizione che dovrebbe essere gestita a livello contrattuale. E dovremmo un attimo focalizzarci su quello: come si diceva prima, su restituire ai lavoratori il potere d'acquisto. Che va di pari passo poi con il garantire anche la produttività all'impresa. Perché queste due cose non sono mai lasciate sole — una da una parte e una dall'altra — ma vanno in parallelo. Quindi noi attraverso questi strumenti dobbiamo effettivamente portare a avere una maggiore redditività da una parte e quindi maggiore salario dall'altra. E quindi vanno in quell'ottica contrattuale completamente diversa da quella che prevedono invece certi diktat che vedono ancora questa fortissima contrapposizione tra datore di lavoro e lavoratore, che è la cosa più sbagliata. Dobbiamo evolvere — vogliamo riportare la "lotta di classe", che non esiste — il mondo è completamente cambiato. Il mondo del lavoro ci chiede di essere adeguati. Domenico Di Sanzo: abbiamo fatto un escursus sulla contrattazione collettiva molto ampio. Potrebbe essere però un'occasione per riaccendere i fari appunto sul mercato del lavoro che cambia, e capire sia in Parlamento che nelle associazioni datoriali — penso appunto a Assocontact, come molte altre — per dare come dire la spinta giusta verso una contrattazione collettiva nuova. Certo. In prima battuta, anch'io penso che più che lo strumento referendario sia il Parlamento il luogo principalmente deputato a occuparsi di certi quesiti. E penso anche — come si diceva prima in studio — che la contrattazione di secondo livello sia fondamentale, sia anche probabilmente il futuro del settore. Parliamo di accordi aziendali, di accordi anche legati alle specificità del territorio, non solo alle specificità di una determinata azienda. E poi soprattutto ci sono delle sfide tecnologiche che sono enormi, potenzialmente. Parlo dello smart working — così detto, il lavoro agile. Per i giovani — ho letto diverse statistiche — per i giovani la questione della possibilità di poter avere lo smart working, il lavoro agile, è una questione centrale. Cosa che magari non è per le generazioni più anziane, semplificando. Quindi questa è una grande sfida per la contrattazione. Ma non solo: c'è l'intelligenza artificiale. Ho letto di un protocollo che è stato firmato dal Consiglio con i lavoratori, in cui si prospettava anche una sperimentazione dell'utilizzo dell'intelligenza artificiale, anche proprio nella stipulazione dei contratti collettivi. Insomma, credo che le battaglie di retroguardia — che non sono solo del centrosinistra, ma sono battaglie di retroguardia della politica, della politica di consenso — siano anche obsolete, fuori dal tempo, fuori dalla storia, rispetto a un mondo che corre a una velocità disarmante. L'esempio è lo smart working, che è esploso nel 2020 con la pandemia da COVID, quindi il tempo che batte e che corre veloce è una cosa che già è quasi vecchia rispetto alle sfide del futuro che possono essere l'intelligenza artificiale. Quindi il mezzo è così semplice: la politica e il Parlamento — ripeto, soprattutto il Parlamento — dovrebbero occuparsi di queste questioni. E proprio di cosa si sta occupando il Parlamento in particolare? A fianco ai referendum, non ci sono anche delle grandi iniziative popolari? È possibile in Italia proporre delle grandi iniziative popolari: si possono proporre delle grandi iniziative popolari. Ne parliamo dopo questa breve pausa. E proprio perché non vogliamo essere i primi, ma qui su Urania TV vogliamo piuttosto raccontarvi il perché delle cose: vi anticipo che esistono delle proposte di legge di iniziativa popolare. C'è una di cui è stata relatrice la senatrice Mancini, che ho qui accanto a me, che riguarda proprio questi temi. È un disegno di legge sulla partecipazione dei lavoratori alla gestione, al capitale e agli utili delle imprese. Senatrice Mancini: di cosa si tratta e quale sarebbe la novità in termini di disegno di legge? Facciamo una premessa: come c'è stata un'iniziativa popolare, è stata la CISL che l'ha promossa. Questa iniziativa non ha raccolto le 50.000 firme iniziarie, ma ha raccolto 440.000 firme — quasi mezzo milione. A dire che quando la volontà è una volontà diversa, non come in questi referendum dove c'è contrapposizione, ma quella invece di unire le due parti — perché c'è la parte datoriale, la parte sindacale e la parte dei lavoratori — la volontà è invece quella di fare. Quindi abbiamo colto subito questa iniziativa, portandola in maniera definitiva già al Senato: è già stata in seconda lettura ormai. E la legge sulla partecipazione alla gestione d'impresa — che non vuol dire solo gli utili, perché qualcuno ha già analizzato che oggi è un concetto molto più ampio — proprio questo cambio di paradigma, questo cambio di passo che come si diceva vuole il lavoratore e l'impresa al fianco: con questa partecipazione, ognuno chiaramente nel proprio ruolo di appartenenza — nessuno può entrare nella sfera altrui o cambiare i meccanismi. Ma questa partecipazione, questa volontà di collaborare nei consigli, nella gestione, anche soprattutto su un tema caldissimo che è quello della sicurezza — quindi non più con questa contrapposizione forte, dove si veda il datore di lavoro così lontano e così distante da questa partita. Mentre invece sappiamo che oggi è una partita che li lega molto, anche attraverso — come diceva il collegamento che abbiamo appena sentito — la volontà di introdurre tutti quei nuovi strumenti, anche tecnologici, quindi anche l'intelligenza artificiale. E questo provvedimento è un provvedimento innovativo, veramente innovativo, che dà finalmente attuazione all'articolo 46 della Costituzione, che aspettava — che lo aspettiamo da quasi 80 anni. Quindi per me è una battaglia storica, è una legge di civiltà. E quindi oggi sono veramente soddisfatta di questa legge: non perfetta, perfettibile, assolutamente, ma un punto di inizio come si è detto. Questo può essere magari un primo passo. In effetti abbiamo visto, tra l'altro, nella vostra contrattazione di secondo livello, presidente Borghese, la redistribuzione del 5% degli utili aziendali a favore dei lavoratori. Così? Sì, anche in questo caso — non per attirare acqua al nostro mulino, diciamo — abbiamo provato ad anticipare, come dire, a raccogliere il dibattito parlamentare. Ascoltando ovviamente il ministro del Lavoro Calderone, ascoltando il segretario generale della CISL, amici parlamentari di Fratelli d'Italia, e leggendo attentamente la proposta che veniva dalla CISL. Ci è sembrata una proposta di civiltà. Noi lo diciamo da molti anni, anche prima di redigere questo contratto collettivo: che era necessario un cambio di passo — i cosiddetti "ponti" tra capitale e lavoro che sembra una roba marxiana di qualche secolo fa — e che si dovesse recuperare una partecipazione vera, che sia quella patrimoniale e quindi la compartecipazione alla redistribuzione degli utili — che il nostro contratto prevede già nella contrattazione collettiva, con una commissione a totale maggioranza di lavoratrici e lavoratori. Ma anche la partecipazione alla vita di impresa: non sono gli organi amministrativi — che ovviamente sono molto ristretti, necessariamente, rispettivamente. Ma abbiamo previsto una cosa molto innovativa che abbiamo chiamato "lab tematici", a cui possono partecipare i lavoratori destinando fino al 30% del loro tempo lavorativo, su temi di grande interesse collettivo dell'azienda. Per esempio la sicurezza — lo citava prima la senatrice — per esempio il tema dell'innovazione, e tra tutti quello dell'intelligenza artificiale generativa. Insieme a questo, noi abbiamo previsto — anche qui, credo primissimi in Italia — la presenza e l'obbligatorietà del "garante dell'AI" all'interno dell'impresa. Cioè: l'intelligenza artificiale non deve essere vista con preoccupazione, deve essere conosciuta, non deve essere una black box. Quindi in qualche modo va nucleata e disarticolata nelle sue potenzialità. E quindi ci deve essere qualcuno che strutturalmente se ne occupi: non tanto dal punto di vista dei tecnici — quindi del dipartimento IT — ma che possa condividere con i lavoratori gli impatti che potenzialmente l'intelligenza artificiale avrà sul loro lavoro. Questo ci sembra il modo di fare contrattazione collettiva, con chiaramente le controparti sindacali che abbiano un rispetto totale della differenza di ruoli tra datoriale e sindacale, però abbiano un punto di vista un po' nuovo, più moderno, sul mondo del lavoro e sulle sfide che porta. Si sta toccando tra l'altro un tema grandissimo, che è quello della formazione e dell'informazione relativa all'intelligenza artificiale. Proprio ieri mi è capitato di parlare con un ingegnere informatico che mi diceva: "È molto importante il carburante che mettiamo nell'IA: se il carburante è di scarsa qualità, l'output sarà di scarsa qualità. Non dimentichiamoci che l'intelligenza artificiale la alimentiamo noi." Se la senatrice Mancini la vedo fremere... Sì, diciamo: giustamente l'idea è che non è la risposta che cerchiamo, ma la domanda che si pone. Nell'intelligenza artificiale noi troviamo poi anche le risposte. Come si diceva prima con lo smart working — che ormai è davvero superato come concetto: io credo che oggi le nuove generazioni non ricerchino solo una questione di salario, ma di benessere lavorativo e veramente di condizioni e modalità di lavoro. E su questo noi, a livello parlamentare, dobbiamo soffermarci per portare anche modelli diversi, non solo legati a un concetto orario. Io credo che sia d'accordo, perché da chi fa contrattazione si sa che oggi, in molti settori, in molte mansioni, è possibile gestire oggi la retribuzione in maniera completamente diversa — non solo legata all'orario di lavoro. Ma un sistema completamente diverso, che poi prevede queste forme di conciliazione di lavoro, queste forme di welfare. Non dimentichiamo che oggi l'impresa è al fianco dello Stato proprio per garantire questo welfare che molto spesso è mancato, quindi garantisce dove non si riesce più ad arrivare. E su questo noi dobbiamo soffermarci proprio con l'utilizzo di questi strumenti, e ancora una volta torno a dire: lasciando da parte la contrapposizione. E proprio anche questo provvedimento della partecipazione di impresa va proprio verso questa finalità, di abbattere questo muro. Tra l'altro ormai le imprese lo hanno capito: dialogare in maniera così produttiva con i propri lavoratori genera delle ricadute positive immense. Dal lato lavoratori: parlare con la propria impresa aumenta i benefici nella work-life balance, soprattutto — cioè quanto tempo si dedica al lavoro e la qualità del tempo che si dedica al lavoro. Con un altro tema molto importante. Prima di chiudere però c'è l'altro referendum — vorrei fare un excursus anche su quello sulla cittadinanza. Domenico Di Sanzo: il referendum — lo ricordiamo — chiede di ridurre da 10 a 5 gli anni di residenza legale in Italia necessari per poter presentare la domanda di cittadinanza italiana. Notizia nella notizia: una volta ottenuta la cittadinanza, verrebbe automaticamente trasmessa anche ai figli minorenni. L'intento sarebbe quello di facilitare l'integrazione. Qual è il tuo punto di vista? Attirerà un po' più di votanti questo quesito? E soprattutto, come sono divisi gli schieramenti su questa tematica? Il più che questo quesito possa attirare un po' più di votanti lo credo, perché credo sia anche più semplice, proprio la formulazione della domanda. Però ovviamente penso anche che non sarà raggiunto il quorum, anche meno su questo quesito qui. Sulla cittadinanza, gli schieramenti in tutto l'arco parlamentare hanno un ventaglio di posizioni molto, molto variegato, molto differente. In fatto proprio per questo questa proposta di referendum è stata lanciata dal comitato presieduto da Riccardo Magi, che è il segretario di Più Europa. Ed è volutamente abbastanza generica, perché in Parlamento ci è una varietà di posizioni che vanno dal PD — tendenza su ius scholae — al classico ius soli. C'è il Movimento 5 Stelle, che in fatta non sosterrà come partito questo quesito — anche se il presidente Conte ha detto che lui personalmente voterà per il sì — però il Movimento 5 Stelle ha presentato una proposta di ius scholae, sostanzialmente, che potrebbe essere curiosamente abbastanza simile alla proposta di ius scholae di Forza Italia, anche se quella di Forza Italia è più stringente rispetto a quella del Movimento 5 Stelle. E poi c'è una varietà di posizioni anche qui che renderà difficile raggiungere l'obiettivo del quorum. Come fare un referendum in cui non c'è una chiara posizione politica è purtroppo, penso, difficile arrivare a una sintesi parlamentare su questa situazione. Questo è un dibattito politico interno alle coalizioni, che forse non avrà uno sbocco di una riforma della cittadinanza. E questo è il punto. Se da un lato abbiamo detto che i referendum sul lavoro ideologizzano gli schieramenti e li spaccano, matematicamente non porteranno al quorum. Qui forse la varietà delle posizioni variegate sul tema cittadinanza crea confusione. Io stesso, che leggo e mi informo di queste cose, ho faticato a capire le posizioni. Per esempio, i referendum sul lavoro hanno spaccato il Partito Democratico: gli informisti del Partito Democratico — penso alla Piscerno, a Quartapelle, a Madia, eccetera — avrebbero un'idea diversa da quella della Schlein, diversa da Conte, diversa dalla sinistra estrema. E questo è stato un autogol politico: perché se la sinistra voleva dare una dimostrazione di unità e di compattezza sui referendum, questo è stato un peccato per la sinistra se vuole fare da competitor con un certo credito al centrodestra in questo momento. Prima di chiudere volevo chiedere alla senatrice Mancini: il lavoro utile, il lavoro che cambia, abbiamo parlato di smart working. I ragazzi ci chiedono welfare quando vogliono entrare in azienda. Le imprese chiedono benefici di altra natura — chiaramente un salario dignitoso — ma soprattutto benefici di quel tipo. Questa è la strada anche parlamentare che seguirete? Assolutamente sì. Anche se, come si diceva prima, questa è la contrattazione di secondo livello su cui bisogna focalizzarsi. E noi in Parlamento dobbiamo avere la capacità di introdurre tutte quelle facilitazioni. Perché sappiamo che oggi ancora una volta il tema della burocrazia — quello che poi ferma molto spesso anche tutte le politiche, definiamo le attive e propositive — e per tanto anche rendere semplice l'introduzione di questi meccanismi, credo che sia il vero compito. Perché oggi a volte moriamo di carta — come si suol dire — e per questo noi oggi dobbiamo giocare — visto che lei prima parlava di autogol — noi invece dobbiamo andare a fare un goal a nostro favore. E inducendo tutte queste iniziative, queste semplificazioni, che sono effettivamente nell'ottica di questo nuovo modello di lavoro che ci ha visto protagonisti dal primo giorno dell'insediamento. Ecco. Grazie a un ospite per essere intervenuto in prima persona. Prima di chiudere, per avervi seguito, qualche informazione di servizio. La prima: vi anticipo con un punto di orgoglio che Samsung ci ha selezionati come canale tra i fast channel che trovate nelle vostre televisioni. Se andate nella sezione news dei canali fast trovate, accanto a Urania News, canali del calibro di CNN, CNBC, France 24: canali internazionali molto importanti. Siamo un pizzico orgogliosi, noi che ci occupiamo di istituzioni e imprese tutti i giorni, per essere stati selezionati da Samsung TV+. Vi ricordo inoltre che potete scaricare la nostra app su tutti i vostri smartphone di qualsiasi tipo — siano iOS o Android — e rivedere questa puntata e tutti i contenuti di Urania TV ormai in demand. 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