Trascrizione del video
Rendere le nostre imprese digitali più competitive: questo è il tema della puntata di Largo Chigi di oggi. Benvenuti agli amici di Urania News. La competitività — ce lo ha ricordato anche Mario Draghi — può essere un motore di sviluppo, ma deve essere regolamentata perché questo accada.
È proprio la regolamentazione del comparto digitale uno dei temi su cui si sta articolando un fittissimo dibattito, sia a livello nazionale che europeo. Proprio dall'Europa, il 19 novembre scorso, è arrivata la presentazione del Digital Omnibus Regulation — un pacchetto normativo nato con l'intenzione di riordinare e riorganizzare tutto quel groviglio normativo che riguarda il digitale.
Gli occhi dei player del settore erano tutti puntati su Bruxelles, però questo documento ha lasciato alcune insoddisfazioni — alcune criticità che sono state sottolineate da un gruppo di stakeholder e innovatori, proprio la settimana scorsa alla Camera dei Deputati. In sostanza, ci si aspettava un processo un po' più ambizioso. E questo è il tema della discussione di oggi: l'eccessiva stratificazione normativa che è rimasta tale.
Qualche numero: oltre 79 normative digitali dal 2019, più di 100 leggi in vigore, 270 regolatori. Numeri che secondo gli innovatori ostacolano la capacità competitiva delle imprese europee. Il GDPR avrebbe aumentato i costi di circa il 20%. La quota dell'Europa nella capitalizzazione tecnologica mondiale è crollata dal 24% nel 2000 ad oggi.
Di questo parliamo con i nostri ospiti. Roberto Magnifico, Partner e Board Member di Zest Novescio. Poi ci racconterà in dettaglio cos'è Zest Novescio — un incubatore di startup digitali, ma ce lo racconta meglio lui. E l'onorevole Andrea Volpicelli, Commissione Lavoro della Camera, Fratelli d'Italia. Buongiorno.
Prima di entrare nel vivo della discussione, guardiamo come sempre il servizio di copertina di Beatrice Telesi.
Negli ultimi anni l'Europa ha accelerato come mai prima sulla regolazione del digitale: oltre 79 normative dal 2019, più di 100 oggi in vigore, e una rete di 270 regolatori che vigilano su intelligenza artificiale, piattaforme online e cybersicurezza. Un quadro pensato per proteggere cittadini e mercato, ma che sempre più spesso viene percepito come frammentato e difficile da gestire — un ostacolo all'innovazione. In questo scenario nasce il Digital Omnibus europeo: il primo tentativo di riordinare e armonizzare l'intero sistema normativo, anche alla luce dell'AI Act recentemente entrato in vigore. Un passaggio cruciale che tocca direttamente competitività, innovazione e attrazione degli investimenti. Per l'Italia significa misurarsi con una sfida doppia: adattare in modo efficace le nuove regole europee e allo stesso tempo costruire un ambiente capace di sostenere davvero startup, imprese tecnologiche e ricerca. Una partita decisiva per il ruolo che il paese vuole giocare nel futuro digitale europeo.
>> Onorevole, partiamo da lei. Quali sono le criticità che avete evidenziato nell'evento alla Camera della scorsa settimana?
>> Per due volte abbiamo raccolto l'appello delle startup italiane incontrandoci alla Camera dei Deputati. Abbiamo fatto presente, abbiamo mandato un messaggio forte in Europa, per dire che questo Digital Omnibus — pur avendo nelle sue peculiarità la volontà di riordinare un quadro normativo troppo complesso e poco funzionale per le esigenze delle startup e delle imprese italiane — riscontra delle problematiche molto tangibili e pratiche. Oggi portare avanti un'idea in Italia o in Europa costa di più che portarla avanti negli Stati Uniti. Non solo per le caratteristiche del mercato americano, ma perché bisogna dotarsi di studi di avvocati ed esperti legali, perché le compliance da completare sono eccessive rispetto ai nostri concorrenti.
Questo tema noi lo abbiamo abbracciato e sostenuto perché lo sentiamo provenire dal mondo dell'innovazione, che sono i nostri interlocutori e anche il motore di molta industria che in Europa è ferma. Dalla Camera dei Deputati, con i nostri deputati europei, abbiamo sposato questa causa, stiamo cercando alleati in altri stati — perché non siamo soli in Italia — sostenendo questa necessità, ma dicendo ai nostri deputati europei che questo decreto va modulato e aggiornato.
Quando è passato il treno dell'innovazione? Non credo oggi o due-tre anni fa. È passato qualche anno fa: dovevamo probabilmente come sistema-paese, come sistema-Europa, attrezzarci meglio. Io soprattutto avere la consapevolezza che la competizione non è in Europa — noi giochiamo una partita che si sposta negli Stati Uniti, in Estremo Oriente, e lì tutto è più semplice. Perché là localizzare la propria iniziativa è più facile: non ci sono normative che frenano la volontà di innovazione, non c'è un freno agli algoritmi, non c'è un freno all'utilizzo dei dati, non c'è un freno alla capacità di espansione di un'idea innovativa.
>> Magnifico, la competizione con un'altra parte del mondo dove le regole sono diverse crea un gap. Ci racconti innanzitutto cos'è Zest Novescio.
>> Zest Novescio fa parte del gruppo Zest. Zest nasce come gruppo di investitori che investono in startup in fase early stage. Molto investire nelle startup, ma anche nell'attività di implementazione di nuovi modelli di business attraverso l'attività di advisory che si fa con le aziende — le cosiddette "legacy", che si trovano di fronte a questi nuovi modelli di business: è il tema della trasformazione digitale, di tutto il tema dell'intelligenza artificiale.
Qui entra in gioco il tema di AI Salon, che è una comunità internazionale globale che lavora e fa ricerca a sostegno delle startup nel mondo dell'intelligenza artificiale — mettendole in contatto con investitori, aziende, imprese, in tutti i settori ormai toccati dall'intelligenza artificiale.
>> Magnifico ha un punto di osservazione privilegiato sul comparto startup. Il collo di bottiglia rappresentato dalla regolamentazione — ce lo può contestualizzare?
>> Parliamo di attività imprenditoriale che tutti cercano di fare: i founder sono quelle persone che cercano di mettere in piedi un'attività imprenditoriale. Qualsiasi tipo di impresa, vedi, si può avviare in qualunque contesto geografico. Il tema è: se avvio un'attività imprenditoriale in Europa piuttosto che in Nord America o in qualche altro paese, mi trovo in un contesto regolamentare molto diverso, nel caso specifico delle startup e delle imprese tecnologico-digitali.
Un elemento fondamentale per il potenziale successo di una startup è la velocità di esecuzione. Poter avviare, partire e muoversi velocemente — fare il deployment del capitale raccolto dagli investitori per far crescere e validare il proprio modello di business. È chiaro che ci sono sempre elementi di frizione nel percorso di costruzione di un'impresa. Ma se gioco in un campo pieno di buche e ostacoli rispetto ad altri che giocano in un campo ben costruito e fluido, è chiaro che a parità di condizioni e capitali disponibili, avranno la meglio le startup che operano in contesti meno onerosi.
Sappiamo bene che l'Italia — per non dire l'Europa — è un contesto pieno di frizioni. Il solo fatto di avere 27 ordinamenti diversi legati a 27 paesi membri dell'Unione Europea è complicatissimo per una startup che deve scalare su altri mercati.
Ho portato con me questo cappellino con la sigla EU-IN, ovvero cercare di costituire il cosiddetto "business wallet" — la costituzione digitale di una startup. Sostanzialmente creare il "ventesimo regime": un contesto unico di operatività per un'impresa che nasce in qualsiasi paese europeo senza dover poi gestire l'impresa in altri ventisei paesi europei — operando con un'unica identità digitale chiamata EU-IN, per facilitare il processo di costituzione e crescita di una startup sui mercati europei.
>> Come descriverebbe il fermento italiano delle startup digitali?
>> Il fermento italiano è un fermento dove non mancano gli ingredienti — talenti, risorse e opportunità. Quello che manca è un po' la velocità di esecuzione. Dobbiamo raccogliere capitali velocemente, impiegarli velocemente, aiutare le startup a crescere velocemente. Queste sono tutte tecnologie esponenziali — crescono a ritmo molto elevato. Operare in un contesto dove le regole sono uguali per tutti e meno onerose potrebbe portare a un risparmio di costi equivalente a 150 miliardi di euro a livello europeo, annualmente. Potrebbe portare un risparmio di circa 250 miliardi di euro per le imprese, e gli investitori vedrebbero un ritorno maggiore rispetto a chi investe oggi sui mercati domestici nelle startup europee.
>> La velocità di esecuzione come chiave — e il possibile risparmio di 150 miliardi. Quali correttivi avete in mente per intervenire su questa normativa?
>> Velocità è assolutamente la parola chiave. Se andiamo veloci e consideriamo una scalabilità delle startup a livello europeo, mettiamo lo strumento sul binario giusto per competere. Ma riscontriamo che a livello normativo non si riesce a seguire qualcosa che cresce molto più rapidamente di quanto si possa legiferare. Bisogna rendere tutto più fluido. Ovviamente le normative sui dati, sulla privacy, sono sulle quali non si può scherzare. Quindi da un lato dobbiamo rendere tutto più snello, dall'altro dobbiamo anche cercare, attraverso accordi internazionali, di sensibilizzare affinché la competizione sia più corretta.
Quando noi in Europa vogliamo applicare una serie di norme ambientali probabilmente restrittive — e poi andiamo a guardare il resto del mondo e vediamo che quelle regole valgono soltanto per noi — credo che una regolamentazione europea-internazionale possa supportarci.
Faccio anche riferimento a due-tre settori strategici: spazio, salute e sicurezza — settori fortemente interessati dall'innovazione, e quelli che più di tutti beneficeranno delle startup e dell'innovazione. Possono essere — lo sono già di fatto — quelle possibilità che mettono in piedi un percorso di reindustrializzazione, con una capacità di creare lavoro e ridare credibilità a settori che negli ultimi anni sono stati messi da parte.
>> Sul supercalcolo: Francia e Germania stanno accelerando molto. Come si traduce questa innovazione e in che modo l'Italia può inserirsi?
>> Non sono un esperto in materia, però il supercalcolo è legato al tema del quantum computing. L'Italia si è già inserita in questo settore: abbiamo un centro importantissimo a Bologna, gestito da CINECA insieme alla Fondazione IFAB, dove c'è il centro di supercomputing. È un contesto messo a disposizione — che si sta mettendo a disposizione — dell'ecosistema anche delle startup, per poter accedere a queste risorse costose, per implementare il settore dell'intelligenza artificiale e della cybersecurity innanzitutto.
Queste misure del Digital Omnibus non sono limitate puramente al mondo delle startup, ma anche al mondo delle piccole e medie imprese esistenti, per aiutarle a implementare la trasformazione digitale in atto — ancora di più con l'implementazione dell'intelligenza artificiale. Hanno bisogno di questi aiuti, altrimenti ci ritroviamo indietro rispetto agli altri paesi e rischiamo di perdere questi talenti che andranno all'estero, dove potranno implementare le loro attività più velocemente. E perdiamo anche la capacità di innovazione di un paese.
>> Onorevole Volpicelli, in termini di fondi, incentivi e strumenti per la crescita — cosa potrebbe già essere introdotto nei prossimi provvedimenti economici?
>> Innanzitutto bisogna dire che noi abbiamo da sempre in Italia degli innovatori naturali che sono le università. E non le abbiamo mai valorizzate per quello che sono. Abbiamo dei centri di ricerca dove ovviamente si fa ricerca, ma chi fa ricerca non ha la competenza economica di valorizzare quello che sta producendo — né l'ambizione di farlo, perché l'obiettivo è approfondire la ricerca e trasferirla su un testo che viene poi studiato da qualcun altro.
Quindi abbiamo questo grande valore, questa grande ricchezza. Credo che il collegamento con le nostre università, inserendo dei centri di ricerca e sviluppo che possono accelerare l'idea innovativa, possa rappresentare per noi uno strumento per colmare il gap con il resto del mondo. Tanti centri di ricerca e sviluppo che diventano poi dei campioni che producono startup, arrivano proprio dalle università, o sono estensioni di centri universitari. Questo possiamo farlo.
La tensione sul tema è massima: sia sullo spazio, la sicurezza, la salute — non solo per rivedere le norme, ma con la volontà di finanziare i diversi percorsi che possano valorizzare anche i territori. L'Italia è fatta di 8.000 comuni, abbiamo molte regioni che sono molto operative su questo. La Regione Lombardia è molto virtuosa, ma devo dire che negli ultimi due anni anche la Regione Lazio sta recuperando e sta costruendo strumenti per mettere in connessione e avere una contaminazione di informazioni.
>> Magnifico, tornando al Digital Omnibus: quali misure potrebbero essere quelle chiave per raggiungere l'obiettivo di rendere l'Italia un mercato attrattivo anche per investimenti esteri?
>> Abbiamo una foresta di regole e regolamentazioni che rendono l'attività di investimento un ostacolo. Se è un ostacolo per gli operatori domestici, capite bene che diventa una barriera totale per chi dall'estero vorrebbe venire a investire in Italia. Abbiamo bisogno di più coraggio, più ambizione — e capire che siamo di fronte a un momento storico unico per l'economia italiana ed europea. Dobbiamo creare un minimo di sovranità tecnologica. E per fare questo, dobbiamo far emergere questi talenti, far emergere queste nuove tecnologie localmente, far sì che queste possano crescere, essere finanziate e operare sui mercati europei e globali. Ma dobbiamo assolutamente cercare di facilitarle affinché ciò avvenga domesticamente nel mercato italiano ed europeo — con regole armonizzate a livello europeo, per consentire quello scatto che faccia emergere le nuove tecnologie che possono benissimo nascere dall'Italia.
È un peccato che il centro accademico più virtuoso in Europa, che crea imprese costantemente, sia a Cambridge — perché lì c'è questa capacità di trasferimento tecnologico, di far emergere nuove imprese. Facilitare questi processi di innovazione, di trasferimento tecnologico, di abilitare ricercatori e investitori a far emergere le nuove imprese: questo è il tema.
>> Onorevole Volpicelli, volevo chiederle il tema della formazione — un tassello iperstrategico per lo sviluppo di questo mercato.
>> Devo dire che negli ultimi anni abbiamo lavorato per recuperare un po'. C'è un treno che è passato: stiamo cercando di inseguirlo, correndo un po' più velocemente. Il tema della formazione alle tecnologie abilitanti è centrale — centrale nei nostri percorsi di studio, centrale per le nostre aziende. Anche con il Piano Transizione 5.0 che il governo sta portando avanti, le aziende sono sollecitate a investire nell'innovazione per continuare a competere.
Il tema della formazione è necessario: per troppo tempo abbiamo creduto che per far crescere la cittadinanza dovessimo essere tutti laureati, abbandonando invece la formazione specifica. Nella rivalutazione dei percorsi di studio, oggi si dà molta attenzione agli ITS Academy — gli Istituti Tecnici Superiori — che tendono a formare le persone su competenze specifiche. Molto spesso i talenti non arrivano dall'università: arrivano dagli studi tecnici, dall'ITS o dall'ITS Academy.
>> Onorevole, un'ultima questione. Quando si parla di innovazione digitale e intelligenza artificiale, c'è anche il tema della paura — il lavoro che potrebbe cambiare radicalmente. Come lo state affrontando in Commissione Lavoro?
>> Assolutamente sì. Abbiamo avuto uno studio con la commissione e molteplici audizioni sull'intelligenza artificiale. Un intervento molto interessante è stato quello di Padre Paolo Benanti — uno dei più importanti riferimenti nel tema dell'intelligenza artificiale — che comunica in maniera molto semplice quanto possa essere importante l'intelligenza artificiale per la creazione di nuovi lavori. La storia ci dice che dal personal computer alla macchina da scrivere, ci sono stati tanti momenti in cui ci si metteva in discussione: "Arriva il computer, non lavora più nessuno." Questo ragionamento è completamente sbagliato.
La sfida che proponeva Benanti — che io mi sento di condividere — è che il genio italiano deve essere contenuto in un algoritmo nostro. Noi abbiamo la possibilità di innovare l'algoritmo che dà vita all'intelligenza artificiale, mettendoci la nostra storia, le nostre idee, la nostra capacità di innovazione — il nostro genio — soprattutto quando si parla di territorio, di turismo, di accoglienza. Quindi non dobbiamo vederla come qualcosa che minerà qualche settore del lavoro: ne creerà tantissimi altri.
>> Magnifico, quali sono i settori più seguiti dall'innovazione?
>> Io investo un po' in generale e sono agnostico rispetto ai settori. Però di fatto i settori dove l'intelligenza artificiale si sta implementando in maniera significativa sono: la scoperta e lo sviluppo di nuovi farmaci/medicinali, la difesa e la cybersicurezza. Poi di fatto l'intelligenza artificiale è pervasiva — non c'è nessuno ormai che non interagisce con uno smartphone che raccoglie dati.
Tutto è esploso tre anni fa quando OpenAI ha lanciato ChatGPT — l'intelligenza artificiale generativa. Dall'intelligenza artificiale generativa, poi all'intelligenza artificiale generale, e poi verso l'intelligenza artificiale super-generale. Dobbiamo abbracciare questa tecnologia — non c'è modo di evitarla. Una volta sviluppata, la tecnologia viene adottata, e mai nella storia dell'umanità è nata una tecnologia con un'implementazione così veloce come quella dell'intelligenza artificiale generativa.
Vengo da due giorni di un convegno internazionale, qui a Roma, sull'etica dell'intelligenza artificiale. Una proposta molto interessante — che probabilmente scriverò citando l'autore — è che chi lavora sul tema dell'intelligenza artificiale dovrebbe fare un giuramento analogo a quello che fanno i lavoratori in medicina: il giuramento di Ippocrate. Ovvero che svilupperebbero e lavorerebbero sul tema dell'intelligenza artificiale senza recare danno. Questa è una "algoretica" — un tema importante.
>> Onorevole Volpicelli, questo tema dell'etica — che fa parte dell'impostazione europea all'innovazione — è un'opportunità o un freno nella competizione con gli Stati Uniti e la Cina?
>> Il ragionamento che stiamo facendo oggi è che in Europa ci proccupiamo giustamente del benessere dei nostri cittadini, della gestione dei dati, di salvaguardare questi dati. Nel resto del mondo questo non avviene, quindi in competizione perdiamo. Il tema dell'etica rischia — se non viene cristallizzato in qualche momento internazionale condiviso dagli stati — di rappresentare purtroppo un freno. Così come il GDPR oggi rappresenta un freno per l'innovazione a livello delle nostre start-up.
Pertanto, credo che su questo il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni abbia posto attenzione fin dal primo giorno — avendo come consiglieri a Palazzo Chigi, proprio Padre Paolo Benanti e altri luminari che oggi si occupano di intelligenza artificiale. Il tema dell'etica — anche per le direttive di Papa Francesco — deve essere al centro dell'attenzione, perché non è soltanto una questione occupazionale o di concorrenza tra professionisti: è un tema che rischia di sconvolgere la vita e l'esistenza degli esseri umani.
Quindi posta attenzione. E l'idea del giuramento di Ippocrate — o comunque una sorta di giuramento per chi pratica in modo alto, professionale ed etico l'intelligenza artificiale — è sicuramente una provocazione fortissima per dire che bisogna porre attenzione su questo tema.
>> Bene, ringrazio tutti voi per averci seguito. Ringrazio i nostri ospiti — questo è un tema che continueremo a raccontarvi. Il dibattito continuerà anche sulle colonne di The Watcher Post, vi invito a continuarci a seguire — e continuate a seguire anche Urania News sul sito, sulla pagina, anche il nostro fast channel. Alla prossima.