Safer Internet Day: ragazzi in rete e Cyberbullismo

Trascrizione del video
Amici di Urania, ben ritrovati da Paolo Bozacchi. Una nuova puntata di Largo Chigi, il vostro approfondimento settimanale sui temi della politica, della società e delle imprese. Oggi ci parliamo di rete — di rete intesa come internet, come il mondo del digitale, e soprattutto dei rischi del mondo digitale. L'attenzione è molto dedicata ai ragazzi e ai bambini, che sempre prima si avvicinano al mondo del digitale e spesso purtroppo non ne conoscono i rischi. Ne parliamo con degli ospiti illustri, anche questa mattina. Abbiamo con noi l'onorevole Di Maggio, Commissione Cultura della Camera, Fratelli d'Italia. Bentrovata. Grazie. Alla mia destra c'è Daniela Grasucci, responsabile di scuola.net. Buongiorno. Buongiorno. E alla mia sinistra Martina Lasciafari del Fondo Repubblica Digitale. Ben trovata, direttore. Grazie, buongiorno. Allora, per inquadrare il tema, come ogni settimana abbiamo una bella copertina. Andiamo a inquadrare numeri e fatti con dati come si dice per i più bravi, con bianche e celesti. La sicurezza dei minori online è diventata una delle nuove frontiere del dibattito pubblico. Il 6 febbraio si celebra il Safer Internet Day, ma i dati raccontano una realtà che va ben oltre le ricorrenze. Secondo Save the Children, quasi il 50% dei ragazzi tra i 15 e i 19 anni ha subito almeno un episodio di cyberbullismo, e oltre il 90% utilizza strumenti di intelligenza artificiale, spesso senza una reale consapevolezza dei rischi. Numeri che interrogano istituzioni, scuole e famiglie su come il digitale viene oggi governato. Sul fronte europeo, la tutela dei minori nello spazio digitale è ormai al centro del dibattito regolatorio, e anche in Italia il tema è diventato una priorità, con l'approvazione della nuova legge sul bullismo e cyberbullismo. Ma tra regole, educazione digitale e strumenti di prevenzione, la domanda resta aperta: come si tutela davvero il più giovane online? Da qui parte il nostro confronto di oggi. Allora partiamo nel nostro viaggio nell'educazione digitale, nella responsabilità anche di noi genitori rispetto ai nostri ragazzi sull'uso consapevole della rete. Daniela Grasucci, scuola.net è un osservatorio privilegiato su tutto questo — ci lavorate da tanti anni. Quali sono i contesti più frequenti e quanto l'educazione digitale può essere lo strumento per ridurre questi numeri, che sono impressionanti? Ne cito uno su tutti: il 75,5% — cioè oltre tre ragazzi su quattro — si dichiara già dipendente dai dispositivi digitali. Parliamo di ragazzi oltre i 10 anni, dopo la prima media c'è il primo smartphone, ma magari anche molto prima. >> Non è soltanto un problema dei ragazzi. Nel senso, oggi l'educazione digitale è, come è stato detto bene, l'unico strumento che ci può difendere. Anche la tecnologia ci può aiutare — i sistemi di parental control, le piattaforme con limitazioni di accesso in funzione dell'età, i controlli più severi — però è tutto aggirabile. Però è chiaro che si sta convincendo a mettere dei paletti, e quindi si prova a scoraggiare l'ingresso in un luogo che non è progettato per te. In ogni caso, come primo tema fondamentale, c'è l'educazione, perché poi io posso fare i controlli per non entrare sui social a partire da una certa età, ma poi magari la mamma o il papà inconsapevolmente — perché non c'è consapevolezza — mette lo smartphone nella culla del figlio, che è molto diffuso oggi, purtroppo. Mettere i bambini davanti a uno schermo: gli esperti ci dicono che fino ai due anni un bambino non dovrebbe vedere nessun tipo di schermo. Impressionante — dalla culla, praticamente niente di digitale. C'è anche un altro problema: alcune mamme, quando allattano per esempio, guardano il cellulare — ci sono addirittura dei device che permettono di tenere il cellulare mentre si allatta. E questo fa venire a mancare il primo momento di contatto tra il bambino e la mamma, perché i bambini, come sappiamo, a livello di udito non sono molto sviluppati; la comunicazione si sviluppa attraverso lo sguardo. Se lo sguardo non è quello del caregiver — del papà, della mamma, degli adulti di riferimento — ma il caregiver sta guardando il telefono, abbiamo una completa esternalizzazione della relazione tra genitori e figli che poi va solo a peggiorare. Quindi quando arriviamo all'adolescenza ci sono troppi dati negativi già accumulati. Se c'è un'emergenza educativa oggi, sicuramente quella dei ragazzi — e la scuola può fare qualcosa — ma è soprattutto quella dei genitori. E da genitore, in qualche modo mi interrogo: possiamo tentare di tenere lontano il più possibile i nostri ragazzi dai device, ma non solo demonizzandoli, insegnando un uso consapevole. C'è tutto un mondo — mi viene in mente anche l'intelligenza artificiale. Il 92,5% dei nostri ragazzi la utilizza, ma la utilizzano diciamo non a fini educativi, ma a fini ludici o per altro. È uno strumento potente — lo sappiamo tutti, ne parliamo di continuo — parliamo di imprese e di trasformazioni, parliamo spessissimo di questa opportunità gigantesca. Va sfruttata al meglio, anche lo smartphone è un'opportunità pazzesca — così come la rete. >> Martina, veniamo al Fondo Repubblica Digitale, che è un altro osservatorio. Stiamo facendo abbastanza per proteggere i minori online, e soprattutto dove siamo più indietro, dove dobbiamo recuperare questo spazio un po' sottratto al tempo? >> Sicuramente i dati ci dicono che non stiamo facendo abbastanza — comunque serve fare di più. Dal punto di vista del Fondo Repubblica Digitale, sicuramente un ambito su cui è necessario lavorare è quello delle competenze, quindi l'educazione digitale. Lo facciamo dal 2022, grazie a una partnership tra pubblico e privato sociale — quindi il governo e le fondazioni di origine bancaria. Lo facciamo sostenendo dei progetti di formazione digitale che puntano sia sulle competenze di base che su competenze più avanzate. Parlando di educazione digitale e di cittadinanza digitale — quindi come vivere l'online e gli strumenti digitali — si va ovviamente sulle competenze di base: cos'è l'alfabetizzazione digitale, come si vive internet, come si usano gli strumenti digitali, come si riconoscono le informazioni, come si valutano e come si trattano con consapevolezza, saggezza e anche legittimità. Quindi è sicuramente importante investire sulle competenze. Noi abbiamo sostenuto diversi progetti nelle scuole che andassero a orientare i ragazzi sulle materie STEM, ma abbiamo visto che tutti i progetti che abbiamo sostenuto prevedevano anche corsi trasversali — corsi di cittadinanza digitale — che rendessero i ragazzi consapevoli rispetto ai rischi online, su come vivere in maniera consapevole gli strumenti digitali. Inoltre, insieme al Dipartimento per la Trasformazione Digitale, abbiamo anche sostenuto diversi progetti — circa 20 su tutto il territorio nazionale — nei punti digitale facili, cioè dei presìdi fisici dove anche i minori possono andare per formarsi e capire come utilizzare i dispositivi. È importante costruire consapevolezza affinché questi rischi di dipendenza — anche questo scrolling compulsivo, quell'appagamento che deriva dai social — siano in qualche maniera arginati, partendo dalla consapevolezza e dall'educazione dei ragazzi. >> Veniamo alla politica. Onorevole Di Maggio, il livello di attenzione è alto, dal Palazzo. Sergio, lo sappiamo. Una domanda su un dato di attualità: in Spagna, ad esempio, il premier Sánchez ha proposto di limitare i social network ai minori. Cosa ne pensi? >> Allora, faccio un passo indietro per arrivare a rispondere alla sua domanda, perché come ha detto bene, l'attenzione del governo — devo dire anche di Fratelli d'Italia — della Commissione Istruzione e della Bicamerale per l'Infanzia e l'Adolescenza è molto alta. Non possiamo negare il fatto che la vita dei ragazzi di oggi, dei minori di oggi, si svolge sia offline che soprattutto online — cosa che fino a qualche tempo fa era impensabile — e soprattutto è un mondo che va a influire sul loro benessere, su loro eventuali situazioni di malessere, e al tempo stesso un mondo che non era fino a poco tempo fa — o almeno non lo è ancora al 100% — regolamentato. Per questo la Commissione Europea — io condivido quello che ha fatto la Commissione Europea nelle conclusioni preliminari sul caso TikTok — dove finalmente l'attenzione non è posta più soltanto sui contenuti illegali, che sono anche importanti da attenzionare, ma soprattutto sull'utilizzo di queste piattaforme che vanno sicuramente a creare delle situazioni anche di dipendenza. Perché se c'è una piattaforma che fa business in Europa e che va a concentrare il suo business su questa iperconnessione e soprattutto su una situazione di dipendenza, è normale che noi dobbiamo tutelare i minori. Questo non significa andare a instaurare delle norme repressive. Vengo alla risposta: il Digital Services Act è fondamentale, dal nostro punto di vista, almeno nel suo principio di partenza, quello di tutelare le libertà cercando di non lasciare però delle zone franche che vadano sicuramente a compromettere il benessere dei nostri minori. In che modo? Andare a porre delle regole, degli argini, in Europa, su queste piattaforme, ma soprattutto cercare anche di andare a potenziare e monitorare le norme che ci sono già. Pensiamo per esempio al controllo dell'età nell'accesso a determinati social. Poi, se queste regole non bastano, se vediamo che i dati continuano ad aumentare, bisogna sicuramente intervenire in maniera più forte. Io vorrei sgomberare il campo da qualsiasi dubbio, perché ci sono state delle polemiche sul tema. L'obiettivo non può essere quello di arrivare a delle derive ideologiche o delle censure — la libertà deve essere sempre garantita al centro — però ci deve essere un pilastro fondamentale: quello della tutela dei nostri minori. Devo dire che sono d'accordo su quello che hanno detto gli altri ospiti: c'è bisogno di una sorta di patto educativo che veda la figura dei genitori al centro, perché è normale che il primo allarme, la prima gestione anche della rete, nasca in famiglia. Poi la scuola deve fare ovviamente la propria parte. Quello che noi possiamo fare, dobbiamo dare un indirizzo chiaro — e condividiamo ovviamente anche le conclusioni preliminari della Commissione Europea — che non sia quello di arginare attraverso norme repressive, perché non sarebbe giusto né democraticamente corretto. Ma cercare di andare a regolamentare, a dare degli indirizzi chiari a queste piattaforme che per troppo tempo si sono lasciate — e sono state lasciate — indisturbate nel fare business in Europa, sostanzialmente incontrollate. >> Ho parlato di Europa. Avete notizia proprio di ieri — in occasione del Safer Internet Day — la Commissione Europea, l'Unione Europea, ha lanciato un piano d'azione che prevede un'iniziativa, secondo me, molto interessante. Cioè un'app per la segnalazione del cyberbullismo: i ragazzi, quando vittima di cyberbullismo, possono tramite l'app inviare gli screenshot o le immagini che hanno riguardato questa forma di cyberbullismo, e questo invio avrà valore legale anche se i ragazzi sono minorenni. Questo mi sembra un'ancora di salvezza. È una buona idea? Cosa ne pensate? >> Io credo che possa essere un'ancora di salvezza, sicuramente almeno un passo che va nella direzione di tutelare i ragazzi. Sicuramente non basta, perché sappiamo che le insidie all'interno del mondo della rete sono tantissime. Però quello che ritengo fondamentale — e questo lo condivide Fratelli d'Italia — è che il tema del controllo, della supervisione, anche dell'accesso a determinati social — penso anche a TikTok — sia essenziale. Ed è pur vero, come veniva detto prima, che molto spesso i genitori non riescono a controllare e monitorare quello che fanno i ragazzi, perché magari creano un account falso, come è successo — il figlio aveva due account. Quindi appunto, non diciamo niente di sbagliato, però è necessario avere degli strumenti che vadano proprio in questa direzione e fornire anche una via d'uscita a questi ragazzi — è fondamentale. E poi le scuole hanno un ruolo importante perché le scuole sono il luogo più abitato e vissuto dai nostri giovani. C'è bisogno di figure che possano anche riconoscere quando un ragazzo vive delle situazioni di bullismo — ma anche di cyberbullismo — lo si vede anche negli atteggiamenti quotidiani, nel disagio che manifestano. E su questo si deve intervenire. Magari avremo modo di parlare anche con la legge 70 del 2024. Faccio un plauso alle iniziative anche nelle scuole elementari dove si va a parlare di cyberbullismo — di cos'è e come si può evitare — tra i compagni di classe. Appellare il bambino che è indietro, o il bambino ad esempio con difficoltà di apprendimento o iperattività, che spesso viene additato dai compagni — anche questo lo dico sulla mia pelle, ho un figlio con dislessia, da anni. Quindi conosco anche quel settore. >> Daniela Grasucci, siamo a parlare di cyberbullismo proprio perché è uno dei rischi più frequenti. I dati europei ci dicono che un bambino su tre — pensate — ha ammesso di aver fatto del cyberbullismo verso propri compagni. È un dato europeo. E in occasione del Safer Internet Day, la metà dei ragazzi tra i 15 e i 19 anni è stato vittima di cyberbullismo — tra l'altro è un fenomeno più frequente tra le ragazze che tra i ragazzi. Quali sono le chiavi per combattere davvero il cyberbullismo, da un osservatorio come quello di scuola.net? >> Anzitutto, non è un problema solo italiano — questo è un altro aspetto da ricordare. Abbiamo ricordato che in Italia, sorprendentemente, è meno praticato rispetto ad altri paesi — cioè non che non sia un problema, non bisogna festeggiare, però diciamo che tutto sommato vuol dire che il sistema in Italia rispetto ad altri paesi sta funzionando meglio. Però il dato è comunque allarmante. E anche i genitori si sono ritrovati in situazioni che hanno visto casi drammatici — come il caso di Paolo Mendes, 15 anni di Latina — che purtroppo non ce l'ha fatta — che ha subito ripetuti atti di bullismo che erano stati tollerati alle elementari e alle superiori. L'ultima cosa che ha fatto era andare a denunciare. È così — quando i genitori denunciavano i fatti di bullismo, i genitori degli altri compagni minimizzavano. Tra l'altro è una cosa che sembra molto simile al bullismo tradizionale, ma in realtà il cyberbullismo è peggio perché soprattutto il cyberbullismo — pur sembrando molto simile al bullismo tradizionale — ha effetti sulle vittime molto più forti e più frequentemente porta a problemi psicologici o addirittura al suicidio o all'isolamento. Questo è il vero problema del cyberbullismo, i suoi effetti. Quindi come si combatte? Lo si combatte attraverso anche qui l'educazione — quindi scuola e famiglia. Le scuole sono state individuate dalla legge di contrasto al bullismo e al cyberbullismo — quella del 2017 poi rafforzata nel 2024 — come un punto nodale nel contrasto a questo tipo di fenomeni. Quindi le scuole devono dare attuazione alla legge e lo stato deve davvero mettere le scuole nelle condizioni di farlo, perché il problema è che spesso c'è un atto di bullismo o cyberbullismo a scuola, lo si va a denunciare e la scuola tende a derubricare e si perde del tempo prezioso — che nel caso di Paolo è stato un tempo fatale. Uno dei fenomeni tra l'altro è la fortissima sottodenuncia degli episodi, sia a scuola che in famiglia — per vergogna da parte dei ragazzi, un po' perché i genitori tendono a sottodimensionare. Questo è un altro dato interessante. >> Onorevole Di Maggio, ci può parlare della legge sul cyberbullismo? Cosa sta facendo il governo, di cosa si tratta, che responsabilità dà alle scuole e alle famiglie? >> È interessante perché finalmente si sposta la fase: prima si parlava soltanto di intervenire in casi di emergenza — quindi tutto era sulla fase emergenziale — adesso spostiamo la fase sulla prevenzione, che è quello che è davvero fondamentale. Con questa legge 70 del 2024 — e bene ha detto chi mi ha preceduto — non si parla di ragazzate: si parla di fenomeni che vanno veramente a scalfire situazioni già fragili, perché chi subisce nel corso del tempo atti di violenza psicologica — e ricordiamo che non è soltanto il bullismo fisico, ma c'è un bullismo forse ancora più subdolo, perché c'è dietro uno schermo ed è qualcosa rispetto a cui non si possono avere né filtri né barriere — uno se lo porta dentro. Le famiglie spesso sono anche esse incapaci di saper gestire queste situazioni e quindi hanno bisogno di aiuto. Per questo noi siamo intervenuti andando a rafforzare questa legge attraverso degli strumenti nuovi. Tutte le scuole dovranno recepire quello che è il codice dell'antibullismo, e saranno individuate per ogni istituto scolastico delle figure di riferimento che avranno una formazione adeguata, che potranno — e dovranno — riconoscere, ma soprattutto essere pronte all'ascolto e intervenire in casi di bullismo e di cyberbullismo. Parlavo appunto di una norma che ormai è stata portata a casa con grande successo, anche grazie a una condivisione unanime da parte del Parlamento — almeno su questi temi ci deve essere una condivisione politica. Tuttavia si deve passare adesso alla fase attuativa, e questo sicuramente non è sempre immediato perché c'è bisogno di monitoraggio, c'è bisogno di una realizzazione a scala nazionale. Sicuramente non è immediato, però il tema della responsabilità e della cultura del rispetto è qualcosa che il governo ha posto al centro fin da subito. Questa legge si inquadra in una visione ancora più ampia, perché in un momento in cui si va a portare come asse fondante anche la valutazione dei comportamenti dei ragazzi — che non significa "se sei più bravo di me in una materia, non ti rispetto" — significa anche che devi comportarti con rispetto nei confronti non soltanto dei docenti, ovviamente, ma dei tuoi compagni di classe. Che sia un primo passo in questa direzione per andare ad arginare, contrastare e porre un senso di responsabilità ancora più forte nei confronti di questi ragazzi. Poi è chiaro, gli episodi di bullismo ci sono sempre stati nella scuola — non è una novità — però con l'avvento di internet e dei social network credo che ci sia stata una deriva, si è solo complicata. La deriva è sempre più allarmante perché i ragazzi si ritrovano a gestire delle situazioni che prima finivano in quelle cinque ore di lezione — poi tornavi a casa, facevi i compiti, facevi attività sportive, magari si trovava qualche via d'uscita nei casi di bullismo. Oggi invece non c'è una fine: non c'è momento in cui il contatto con gli "aggressori" si interrompe. Questo contatto continuo, senza sosta, sui ragazzi crea molta ansia, accelerazione, instabilità, e soprattutto va a sostitutire il contatto sociale umano — che è quello che il digitale si è in parte portato via, diciamolo chiaramente. >> Non c'è ancora una strategia di riferimento, ma dobbiamo cercarne una. Seguiamo molto da vicino questi temi. Guardate che dopo questa breve pausa parliamo anche di un nuovo "best friend" che si chiama Intelligenza Artificiale. Non vogliamo essere i primi, ma vogliamo tentare di spiegare il perché — questo è il senso di Urania News, il canale che mette in connessione le istituzioni, le imprese, le esperienze e quello che facciamo ogni giorno qui anche a Largo Chigi. Un formato — il primo formato di Urania. E poi vi racconterò perché oggi è anche una giornata un po' speciale per Largo Chigi. Bene, Martina Lasciafari, abbiamo parlato prima, in questa breve pausa, di intelligenza artificiale. Il 92,5% dei nostri ragazzi utilizza l'intelligenza artificiale, spessissimo non conoscendone anche i rischi. Per esempio il dialogo con dei chatbot di intelligenza artificiale sta diventando una pratica molto comune. Questo torniamo di nuovo alle competenze digitali — alla consapevolezza e alla responsabilità. Quali iniziative portate avanti su questo con il Fondo Repubblica Digitale? >> Allora sicuramente il tema dell'intelligenza artificiale è piombato addosso a tutti con una velocità incredibile. Questa tecnologia ha un potere trasformativo enorme, quindi anche come Fondo Repubblica Digitale abbiamo messo in campo delle azioni. Lo abbiamo fatto con uno strumento — un bando — tramite cui è possibile sostenere i progetti di formazione proprio sull'intelligenza artificiale, partendo da competenze di base. Quindi far capire effettivamente alle persone, soprattutto alle categorie più vulnerabili — tra cui ci sono anche i minori, quindi i ragazzi a scuola — come approcciarsi all'intelligenza artificiale. I dati relativamente all'utilizzo dei chatbot ci fanno capire qual è la minaccia, perché ci rendiamo conto di come effettivamente i chatbot diventano dei nuovi amici: i ragazzi ci parlano con grande fiducia, quasi un collegamento personale. Cercano informazioni, un supporto — ed è quindi molto legato anche a un problema di educazione emotiva. Per esempio, grazie al Fondo Repubblica Digitale abbiamo approvato diversi progetti. Uno per esempio anche negli ambienti sportivi, proprio per tutelare i minori relativamente a casi di cyberbullismo ma non solo. Questo progetto — che si chiama SportsForce Safe — mette in collegamento anche tutta la comunità educante che ruota attorno agli ambienti sportivi: gli allenatori, le famiglie, anche i volontari e le organizzazioni che si occupano di sport. Inoltre promuoviamo progetti all'interno delle scuole relativi all'utilizzo dell'intelligenza artificiale: come interrogarla, come valutare le informazioni che l'intelligenza artificiale ripropone e rielabora, capire se un'immagine o un testo sono affidabili. E lo facciamo anche con i docenti, perché i docenti sono davvero i mediatori — non i semplificatori — che accompagnano i ragazzi nell'utilizzo di questo strumento digitale, che non va usato solo per produrre contenuti didattici, ma che soprattutto assieme ai ragazzi promuove un uso etico e consapevole dell'intelligenza artificiale. Una piccola esperienza: mi raccontava un insegnante di liceo — di matematica — "Mi danno i risultati ma non mi danno i passaggi." Allora ha iniziato a chiedere anche i passaggi, e l'intelligenza artificiale dà anche i passaggi per svolgere le funzioni. Alla fine c'erano anche i passaggi, quindi il compito con il telefono non è scomparso — come succedeva una volta, il telefono è vietato, il banco è aperto, e come scrivevamo i bigliettini e li nascondevamo ovunque, adesso ci si organizza. Quindi ci vuole la stessa evoluzione che c'è stata con la calcolatrice: un insegnante degli anni '80 era contrario alla calcolatrice. Quindi prima diamo le basi ai nostri ragazzi — le basi cognitive, le basi operative — e poi piano piano introduciamo l'intelligenza artificiale. Però i ragazzi vengono esposti prima, perché le famiglie non controllano, perché non c'è un accesso regolamentato. Ecco perché è come fare i 100 metri avendo uno che ti spinge, e poi dopo quando devi fare i 100 metri da solo non riesci. Già le università americane, dove si andava avanti solo con test, stanno rivalutando gli orali, perché l'orale è l'unico tipo di verifica che ti permette di valutare la persona, la sua capacità di ragionare senza trucchetti — anche se si cercano trucchetti con la realtà aumentata. Però questa è la tendenza anche nel resto del mondo. >> Onorevole Di Maggio, la sua sull'intelligenza artificiale. Come state gestendo l'atto regolatorio, che è davvero piombato addosso anche a voi istituzioni, e soprattutto il dialogo intelligenza artificiale-ragazzi: come lo state attenzionando dall'istituzione? >> Come tutti i progressi, arriva di colpo, e bisogna assolutamente gestirlo. È qualcosa che è arrivato addosso improvvisamente, però non siamo rimasti inerti di fronte a un cambiamento che corre a una velocità molto elevata. Bisogna educare a questo cambiamento innanzitutto, a partire dagli adulti per poi arrivare ai ragazzi, soprattutto nel rapporto con l'istruzione e la formazione. L'intelligenza artificiale può essere un grandissimo strumento, che può portare benefici anche nell'ambito lavorativo e per lo sviluppo di determinati settori a livello nazionale. Tuttavia uno dei rischi maggiori quando si parla di intelligenza artificiale è quello di subirla passivamente: invece bisogna — come tutti i progressi — pensare che l'uomo deve essere al centro, ovviamente, e deve essere padrone di questa grande opportunità. Sul fronte normativo, noi siamo stati primi, a livello europeo, a portare a casa una normativa che poi è stata ovviamente seguita e informata dalle altre azioni europee sul tema dell'intelligenza artificiale. In tale realtà noi siamo ovviamente per evitare quel tipo di utilizzo che lasci, diciamo, un'interfaccia non regolamentata con il mondo del digitale. Sul fronte, ovviamente, non dell'apprendimento — perché è normale che ci siano strumenti in cui ci si serve per portare a casa risultati e per facilitare l'apprendimento di questi strumenti — ma che i ragazzi possano durante un compito in classe o comunque durante una verifica, facilitare — o bypassare — la capacità di ragionamento mediante questi strumenti, è assolutamente sbagliato. Come tutti gli avventi, c'è bisogno di formazione — ben venga che nelle scuole si vada a parlare di questo tema, che si educhi a questo tema — ma che ci siano anche delle regole ferme: non si può lasciare che ognuno interpreti questo fenomeno, soprattutto i più giovani, come crede, cercando di bypassare quelle che sono le difficoltà di un percorso formativo che invece bisogna affrontare mediante le proprie capacità. >> Martina Lasciafari, su questo — proprio sui sentieri che sia le istituzioni, sia realtà come la vostra, sia le famiglie, sia i ragazzi stessi devono seguire per proseguire nella digitalizzazione del paese. >> Io credo che un sentiero sia quello della responsabilità condivisa. Il Fondo Repubblica Digitale mette in campo proprio questa visione, perché nasce proprio con l'obiettivo di colmare il gap delle competenze digitali in Italia, che è enorme in generale — solo il 46% della popolazione ha competenze di base. Siamo indietro rispetto alla media europea. >> Assolutamente. >> Assolutamente, sì — questi sono dati comparati con l'Europa. Quindi è necessario l'ingresso in campo — appunto — di una responsabilità condivisa. Il Fondo lo è già, perché è una partnership tra il governo e le fondazioni di origine bancaria — quindi pubblico e privato sociale. Ma il Fondo Repubblica Digitale è riuscito anche ad attrarre risorse private da player come Google, Amazon, Microsoft, proprio per mettere in campo insieme dei progetti di educazione digitale rivolti anche ai minori. Lo dicevamo prima — abbiamo fatto un bando con Google.org, "VIVA", proprio per educare le persone, anche i minori, sull'intelligenza artificiale, sia a livello di base che professionalizzante, in settori come quello medicale. E lo porteremo avanti, grazie alla possibilità di presentare dei progetti con cofinanziamenti da parte dei privati, proprio per mettere insieme risorse plurime, per portare avanti un'educazione digitale che in questo processo di trasformazione epocale non lasci indietro nessuno — tra questi nessuno ci sono anche i ragazzi e i minori, che devono essere accompagnati nella conoscenza di questi strumenti potentissimi. >> Daniela Grasucci, ragionando sulla base di quello che diceva la Lasciafari — le generazioni più anziane hanno bisogno di educazione digitale perché non sono nativi digitali — mentre i ragazzi, questi ragazzi, hanno più bisogno di responsabilità digitale. Loro nascono — come dicevate — addirittura già nella fase dell'allattamento con qualche smartphone intorno, figurarsi nei primi anni di vita dove poi arrivano gli shorts di YouTube che vedo tra i più piccoli, tra i 4-5 anni, fino ad arrivare poi ai messaggi anonimi che in prima media si scambiano tramite delle app apposite. Molto interessante tra l'altro anche quel fenomeno, che varia a seconda dell'età del bambino. Quindi ci sono esigenze diverse. Ma dal punto di vista dei ragazzi — dall'osservatorio di scuola.net — quanto è sentito questo problema, e se è sentito, magari è sentito in modo diverso da noi adulti, da noi boomer? >> Sulla rete ovviamente si è spinto molto il punto, perché quando parliamo dei ragazzi li trattiamo come oggetti passivi degli eventi — incapaci, anche un po' sottosviluppati. C'è davvero una tendenza che è stata registrata, e questo può essere uno degli effetti negativi del digitale. Sembra che a livello mondiale la Generazione Z stia mostrando nei test cognitivi delle performance inferiori rispetto alla generazione precedente. E questo sarebbe storico, perché veniamo — diciamo — da un progresso: negli ultimi anni l'intelligenza, mediamente, è cresciuta. Tendeva sempre verso l'alto, come direzione. Sembra invece che la Generazione Z stia subendo — come lo chiamano in termini anglosassoni — un drop. Però diciamo che loro sono estremamente consapevoli. La maggior parte dei ragazzi — noi abbiamo fatto proprio un osservatorio "Generazione Z", un progetto che in Italia è tra i pochi che si fa in maniera strutturata, coordinato dal MIUR e finanziato dall'Unione Europea — abbiamo fatto una ricerca anche quest'anno: i ragazzi ci hanno detto "Abbiamo bisogno di capire come passare meno tempo online" — avvertendo quindi un disagio per il fatto che questi device sottraggono loro il tempo. Però nel tempo queste richieste di aiuto vengono poi assorbite dall'intelligenza artificiale, perché molti ragazzi — e il vero pericolo dell'intelligenza artificiale oggi — non la usano per fare i compiti. Quello, se ci organizziamo e cambiamo il modo di fare le verifiche e di insegnare, probabilmente è un problema basso, come abbiamo detto prima parlando di calcolatrici. Il vero problema è che iniziano a dialogare con l'intelligenza artificiale non per un compito, ma poi diventano amici, confidenti, si fidanzano — non volete con una persona, ma con l'intelligenza artificiale. È quello che è successo con Elisa, con alcune piattaforme — anche la prima chatbot era molto, diciamo, rudimentale. Quindi allarmiamoci con questi strumenti che ti profilano, ti dicono sempre di sì, non ti giudicano, sono sempre di supporto. Ti dicono sempre che tu sei il marito o la moglie ideale, costruendo degli assi su cui rimani informazioni. Cambia completamente i confini del reale. Quindi — e questa oggi è la vera frontiera — ascoltare e aiutare i nostri ragazzi con delle relazioni umane autentiche, perché sempre di più si sta passando dall'esigenza di essere riconosciuti, di essere apprezzati, ai surrogati: il surrogato è l'intelligenza artificiale, il surrogato è il social. Non per fare lo slogan, ma "humanize" — cioè umanizzare le relazioni all'interno delle famiglie, umanizzare un po' tutti i processi, anche nelle imprese, anche tra colleghi. >> Il nostro tempo finisce qua, ma consentitemi una piccola parentesi, perché oggi per Largo Chigi è una giornata molto importante. Compiamo 5 anni di vita! Avete sentito bene: nascevamo come dirette su Facebook, poi riportate su YouTube, per arrivare al primo canale, il canale digitale terrestre. Adesso siamo anche su Sky, canale 511. Tutto questo è avvenuto grazie in primo luogo al nostro editore Giampiero Zurlo, che ci ha creduto dal primo minuto. Il pensiero va anche ad Aldo Fittante, oggi consigliere del ministro, che ha iniziato qui al mio posto — è diventato poi direttore de Le Voci de Palazzo — e alla direttrice Alessandra Garuzzo che è un altro dei conduttori. Ma soprattutto grazie a chi ci ha creduto e chi ci ha lavorato dall'inizio: il nostro regista Francesco Friscale, l'organizzazione, Flavia — anni e anni di lavoro — hanno fatto crescere questo canale nel tempo. Grazie a tutti loro. Ci auguriamo tanti altri lustri, perché questo è il primo lustro, ma siamo sicuri che faremo molto altro. Da Paolo Bozacchi, grazie ai nostri ospiti per essere stati con noi. Largo Chigi torna la prossima settimana.