Siccità: l'Italia divisa in due

Trascrizione del video
Amici di Urania TV, ben ritrovati da Paolo Bocchetti per una nuova puntata di Largo Chigi, Vista sulla politica. Questa puntata è interamente dedicata a un bene che consideriamo spesso troppo scontato: l'acqua. Manca l'acqua, soprattutto nelle regioni del Centro-Sud. È un problema che persiste: siamo a marzo e già il problema è molto sentito. Lo vedremo nei numeri, lo discuteremo come al solito a Largo Chigi, con i nostri graditi ospiti. Partiamo dalla collegata: Manuela Peliti del Corriere della Sera. Bentrovata, Manuela. Buongiorno, bentrovati a voi. Qui accanto invece l'onorevole Nazario Pagano, Presidente della Commissione Affari Costituzionali alla Camera, Forza Italia, segretario regionale Forza Italia in Abruzzo — una delle regioni che soffre della siccità. Bentrovato, Presidente. Buongiorno a tutti. Alla mia destra c'è Francesca Mazzarella, direttore generale Fondazione Utilitatis. Bentrovata. Buongiorno. Torna ora alla mia sinistra Marco Casini, segretario generale dell'Autorità di Bacino Distrettuale dell'Appennino Centrale — ABDA. Bentrovato. E allora partiamo subito, lo facciamo come di consueto con la nostra copertina, curata per noi da Beatrice Telese. "Italia, terra fragile: il 94% dei comuni è esposto a rischi franosi, alluvioni e dissesti costieri, con oltre 8 milioni di persone che vivono in aree ad alta vulnerabilità idrogeologica. Negli ultimi anni la spesa per riparare i danni causati dal dissesto è cresciuta in modo esponenziale: da un miliardo di euro per anno che era, siamo arrivati a 3,3 miliardi nel 2023. A peggiorare il quadro ci pensa il cambiamento climatico: solo nel 2023 la disponibilità naturale di acqua in Italia è diminuita del 16% rispetto alla media degli ultimi 30 anni. E mentre i danni crescono, gli eventi estremi si fanno sempre più frequenti e violenti. Gli investimenti in prevenzione restano riscanti. Servono quindi scelte rapide e coraggiose: infrastrutture efficienti, meno burocrazia e più prevenzione. Vediamo come insieme." Lo facciamo anche grazie ai nostri giornali. Andiamo sul Sole 24 Ore: il titolo è "Acqua razionata in un terzo delle città del Mezzogiorno. L'anno scorso al Sud, severi distacchi per un quarto delle famiglie italiane. Perdite idriche al 45,5% con la gestione degli enti locali." Il pezzo è firmato da Nino Amadore. I dati sono aggiornati al 2023, ma nel 2024 purtroppo è andata anche peggio. Ed è una certificazione quella che arriva dall'ISTAT, che ha diffuso i dati sul Servizio Idrico Integrato nel nostro paese, in occasione della Giornata Mondiale dell'Acqua che si è celebrata appunto qualche giorno fa. I dati raccontano di una situazione critica: nel 2022, perdite idriche totali in distribuzione pari al 45,5% del volume immesso in rete in Italia. Un'Italia divisa a metà: città divise in due. Questo è il titolo della puntata di oggi. Perché mentre al Nord ci sono eventi eccezionali — lo abbiamo visto in Toscana con l'alluvione di qualche settimana fa — al Centro-Sud manca già l'acqua. Ci sono situazioni critiche in Sicilia, in Puglia, in Sardegna, soprattutto nella regione della Nuova Orrenza. Allora, io vorrei partire dai dati. Marco Casini, segretario generale ABDA: è stato un inverno senza neve. Casini, andiamo incontro all'estate che si preannuncia anche molto calda. Quali azioni possiamo intraprendere per adattare il nostro Paese a questi cambiamenti climatici e aumentare la resilienza dei nostri sistemi idrici? L'Autorità di Bacino Distrettuale dell'Appennino Centrale è l'ente pubblico che in Italia è responsabile della pianificazione e programmazione in materia di tutela e gestione delle risorse idriche per l'Italia centrale. Svolgiamo questa attività attraverso il Piano di Gestione delle Acque, in attuazione della Direttiva Acque comunitaria. E abbiamo l'Osservatorio Siccità — che è permanente — con il quale analizziamo i dati sulla siccità e vediamo le azioni che possono essere intraprese. Dall'analisi dei dati emergono tre elementi che sono ormai noti e costanti. C'è una diminuzione della disponibilità delle risorse idriche; c'è un aumento della domanda d'acqua; e c'è un clima che è cambiato notevolmente negli ultimi 30 anni in termini di aumento delle temperature, in termini di variazione delle precipitazioni — quindi lunghi periodi di siccità, eventi estremi molto intensi e rapidi, e anche una diminuzione delle precipitazioni nevose. Ci sono molte cose da fare perché il paese è certamente rimasto indietro rispetto a questo trend. Negli ultimi 30 anni non si è investito come avremmo dovuto nel manutenere le infrastrutture, ma anche per modernizzarle e renderle più resilienti. Oggi le azioni possono essere a breve e a lungo termine. A breve ci sono poche opzioni se non i comportamenti, oppure per esempio la realizzazione di piccoli invasi o anche impianti di dissalazione mobili, come si sta facendo in Sicilia. Certamente l'impegno deve guardare innanzitutto alla riduzione delle perdite idriche, che sono troppo alte in tutto il paese. Deve guardare anche alle interconnessioni tra diversi comuni, perché spesso ci troviamo in situazioni in cui comuni vicini — uno ha l'acqua e l'altro no — a causa di una mancata connessione tra i sistemi. E un impegno deve essere anche oggi quello di trovare altre fonti di approvvigionamento. Che significa? Certamente il riuso delle acque: troppo poca acqua — le acque reflue e depurate — nel nostro distretto sono oltre un miliardo di metri cubi di acqua trattata e depurata che finiscono in mare, e che invece potrebbero trovare un impiego molto più interessante per uso industriale, agricolo, per innaffiamento di aree verdi, ma anche per il lavaggio di strade e così via. E bisogna iniziare a ripensare anche a sistemi alternativi quali la dissalazione, soprattutto nei centri turistici che in periodi estivi sono interessati da fenomeni di turismo importante, e vanno in grande sofferenza. Per esempio la regione Abruzzo, quest'anno ha avuto una crisi molto importante lungo le coste: è andata in emergenza e tuttora ci sono comuni in turnazione, autobotti e così via. Quindi sono una serie di interventi. Certamente i più importanti riguardano gli investimenti sulle infrastrutture, ma c'è tutto un lavoro da fare anche sulla governance: in termini di razionalizzazione del numero dei gestori, regolazione delle tariffe e definizione di un piano di incentivi che possa supportare questo ammodernamento. Perché non c'è dubbio che gli interventi da fare sono talmente tanti — sia in numero che in importo economico — che per poterli realizzare è necessario oggi un supporto dello Stato, del governo, che possa avviare un percorso quanto più possibile rapido per colmare il gap, che è molto importante rispetto a dove dovremmo essere. Commissario straordinario per le emergenze idriche: Nicola dell'acqua è stato chiaro — la situazione è peggiore dello scorso anno per quanto riguarda la siccità. La prossima estate sarà particolarmente dura. Già si intravedono i primi segnali: ripensate in Puglia, ma anche negli invasi — 100 milioni di metri cubi di acqua in meno — nelle riserve che non sono state riempite dalle piogge invernali. Nella regione Sardegna, della Sicilia, di Agrigento, sono 5 milioni di metri cubi le acque disponibili per l'agricoltura, ne vorrebbero 30. Quindi già si seleziona cosa coltivare e cosa piantare in questa primavera. Questo dà un po' il polso della situazione, e siamo solo a fine marzo — siamo semplicemente all'inizio della primavera. Presidente Pagano: attualmente è in corso di esame in Commissione proprio una sua proposta di legge sull'organizzazione territoriale del Servizio Idrico Integrato. Di cosa si tratta e qual è il vostro obiettivo? Allora, condivido totalmente l'analisi, la fotografia fatta dall'avvocato Casini poco fa. È il problema vero: si è sottovalutato questo tema nel trentennio passato. Adesso stiamo cercando — c'è una maggiore consapevolezza da parte di tutti — ovviamente anche a livello politico. C'è un problema di infrastrutture, c'è un problema di riduzione delle precipitazioni nevose, l'acqua è quindi ridotta. Anche se devo dire: meno nella regione in cui vivo io, cioè l'Abruzzo — almeno sotto l'aspetto delle precipitazioni nevose, questa ha andato molto meglio rispetto alla scorsa e due anni fa. Questo è un fatto positivo. Ma la mia regione è una regione molto montuosa e quindi ha una situazione di fonte importante. Il disegno di legge che ho depositato due anni fa, che è in discussione in questo momento in Commissione Ambiente — quindi non in questa Commissione che presiedo, ma in Commissione Ambiente — riguarda un fattore un po' particolare e specifico che è stato sollecitato dai micro-enti, dai comuni montani con una popolazione molto bassa. Parliamo di meno di mille abitanti. Perché la gestione unitaria in Italia — che è sicuramente fondamentale, è un fattore di equilibrio delle risorse, di sostenibilità dei costi, ma anche di migliore distribuzione delle risorse — talvolta contrasta con le esigenze di piccoli comuni montani che già si dibattono con il fenomeno dello spopolamento e quindi dell'abbandono di questi centri. Perché di fatto la gestione unitaria in Italia delle risorse idriche in alcuni comuni — che invece hanno nel loro territorio sorgenti e quindi possono avere risorse proprie, e che da sempre hanno gestito in autonomia questo settore — oggi vivono in una situazione molto più complicata: l'acqua costa molto di più, e la gestione è molto più difficile da spendere in termini di tempo. Cioè: quando gestivano da soli, riuscivano a ottimizzare la qualità dei servizi, soprattutto anche a disperdere meno acqua — che è un problema molto comune in questo settore. È una questione molto particolare che riguarda alcuni comuni montani con popolazione inferiore a mille abitanti. Però è ovvio che nel sistema complessivo ci sono anche questi aspetti, e quindi la politica si deve occupare. Perché la gestione delle montagne e dei nostri borghi nelle montagne va comunque salvaguardata, ed è chiaro che la politica si debba occupare anche di questi aspetti. Ci sono infrastrutture datate — ormai in media trentacinquanta anni — questa è un po' la caratteristica dell'Italia. C'è stata una scarsa capacità di investimento in questi decenni. Lo sottolineava il presidente Pagano, lo diceva Marco Casini dell'ABDA. Quindi c'è un problema di infrastrutture datate, c'è un problema di inefficienza della distribuzione, perché si perde — come abbiamo visto — oltre il 40% dell'acqua nel suo percorso di distribuzione. E anche molte perdite nel percorso di potabilizzazione dell'acqua. Siamo milioni e milioni di metri cubi d'acqua che si perdono quasi inspiegabilmente, sempre per un problema infrastrutturale nel processo di potabilizzazione. Poi ci sono le precipitazioni. Di questo si occupa la Fondazione Utilitatis, che presenta ogni anno questo Blue Book. Francesca, ci spiega di cosa si tratta e cosa avete riscontrato in questo senso? Il Blue Book — giunto alla sua 15ª edizione — è un rapporto che la Fondazione Utilitatis pubblica ogni anno: una vista aggiornata su quello che è il Servizio Idrico Integrato, in giro di così viti per l'acqua, l'acqua potabile. Dai dati sono emersi alcuni messaggi significativi. Il primo attiene alla governance, quindi a quella che è la gestione ottimale della risorsa idrica — che è una risorsa sulla quale c'è sempre meno disponibilità, una risorsa che sta diventando scarsa. E quello che emerge è il problema in qualche modo della frammentazione gestionale e della presenza dunque di gestioni piccole, o anche di comuni che direttamente gestiscono una risorsa idrica, che non riescono dunque a far fronte a quelli che sono gli investimenti necessari. E qui arriviamo all'altro messaggio: avremmo bisogno di raggiungere un target di investimenti medi di 100 euro per abitante. Quello che emerge dai nostri risultati è che siamo ancora sulla media di 65 euro per abitante, molto inferiore rispetto alla media europea. Con grandi ovviamente differenze territoriali. Però quello che è importante è avere degli investimenti significativi, fondamentalmente sia per colmare un mancato adeguamento negli anni di questa rete idrica — già come detto molto vetusta — anche molto lunga, perché sono 800.000 km, non privi di un problema significativo anche di perdite idriche. Ma anche per le sfide future alle quali sarà sottoposta la rete. Il cambiamento climatico ormai è sotto gli occhi di tutti: eventi estremi, concentrati in unità di spazio e di tempo. Ma anche aggiungere la sfida del cambiamento demografico: dove i dati ISTAT ci dicono che la popolazione italiana diminuirà — soprattutto si spopolerà in alcune zone, già sottoposte a forte stress idrico, soprattutto nel Sud Italia. E quindi la possibilità, per esempio, di avere una tariffa con un perimetro più ampio — per esempio regionale o anche più ampio — potrebbe essere una soluzione che favorisca gli investimenti in questo senso. Perché quello che abbiamo adesso è che comuni anche limitrofi, gestiti da operatori diversi, hanno tariffe diverse. Questo non è la gestione ottimale della risorsa. E questo è un altro tipo di problema molto interessante. Spesso facendo da soli si fa meglio — ed è un paradosso rispetto alla potenziale collaborazione tra diverse realtà anche su un tema strategico come l'acqua. Siamo anche dei fortissimi consumatori d'acqua: in Italia consumiamo 220 litri al giorno, rispetto a una media europea di 160 litri. Lo facciamo per diversi ordini di ragioni. Una di queste è proprio il cambiamento climatico, perché se fa più caldo ovviamente si fa più ricorso all'acqua: più docce, più utilizzo di acqua nelle case. Se ne è occupata con un indice di vivibilità climatica proprio il Corriere della Sera. Ma voi, Peliti, avete stilato una sorta di classifica sulla vivibilità climatica delle città. Cosa è emerso e dove si vive meglio dal punto di vista dell'acqua? In realtà ci sono stati analizzati 17 parametri: quindi acqua, ma anche caldo, neve, ghiaccio, di tante atmosfere — tra le notizie tropicali, quindi l'ultimo caldo, la tendenza a quella che non scende mai sotto certi gradi — insomma 17 parametri per vedere chi sta bene. Le città dove si sta meglio — diciamo a condizioni favorevoli — sono sicuramente quelle vicine al salgemma, fatte che non piove mai tanto in maniera costante. Come per esempio Milano, che invece ha avuto un aumento nelle precipitazioni del 58%, quindi veramente un eccesso di pioggia. Mentre invece, per esempio, Roma — poi ci sono secondo me città con migliore condizioni, poi ci sono le città dove si vive meglio: suonano Brindisi, Salerno, Agrigento. Roma è alla centodecima posizione — molto in basso. In realtà non risulta una città minimamente vivibile, anche se abbiamo battuto tanto il tema dell'acqua e Verona ha come qualità dell'acqua set — anche abbondante storicamente — la città dell'acqua, la città degli acquedotti romani, quindi una vera diversità millenaria. Però il calore non varia perché ci sono delle punte: torna la città e arriva in questo momento — la risorse idrica è con la cui tutto le pesciere che porta circa tantissima percentuale di acqua. È molto buona in casa di Roma perché arriva direttamente da sorgente, direttamente, questo però non aiuta dal caldo. Quindi insomma abbiamo l'acqua sicura che c'è, però è molto molto caldo. Non risulta una delle città più calde d'Italia, è più calda perché poi si sono registrati picchi nelle ultime 30 anni. In realtà risanguono qualcosa comunque. Nel novembre-dicembre la temperatura non ha arrivato anche a sfiorare i non gravi del millenovecentonovantanove, e in particolare il problema del 2004 è stato proprio questo: in stanca sei notti tropicali con temperature intorno ai 40 gradi, un'accelerazione che non mi interesserei. Ecco, a questi come le deportate, la nuova matrice... Su questo torneremo a parlare, perché sulla responsabilità di noi giornalisti e dei media nel coprire i temi come questo — che sono temi, scusate il gioco di parole, caldissimi — in un tema caldissimo come quello dell'acqua e della siccità c'è un tema anche di responsabilità giornalistica. E noi insomma vogliamo prenderci seriamente, come ha fatto il Corriere con questo ottimo indice di vivibilità climatica. Torniamo da Marco Casini, ABDA. Manca in Italia, tra le cose che si possono fare, un vero e proprio bilancio idrico. Di cosa si tratta? Sì, il bilancio idrico è forse una delle azioni più importanti da portare avanti insieme agli investimenti sulle infrastrutture. Oggi il ciclo dell'acqua non è sufficientemente noto, non è noto il rapporto tra domanda e offerta. E questa è una conoscenza indispensabile per poter individuare gli interventi più efficaci, soprattutto per poter programmare in modo corretto la distribuzione dell'acqua e il soddisfacimento dei fabbisogni. Cosa vuol dire bilancio idrico? Di fatto l'offerta di acqua è data certamente dai dati climatici — le precipitazioni, le temperature — però è necessario conoscere quanta di questa acqua diventa acqua utile per le riserve idriche. Quando piove, questa acqua prende diverse direzioni: quella che ha interesse è quella che riesce, per esempio, ad alimentare le falde, da cui poi viene estratta l'acqua per soddisfare i diversi usi. E su questo stiamo lavorando molto, ormai col supporto dell'intelligenza artificiale, con dati satellitari, con i vari campionamenti sul posto, per avere una conoscenza di come le riserve si alimentino. Mi si permetta, al fine anche di prevenire eventuali eventi come quelli che poi in estate si verificano. Dall'altra parte non è altrettanto noto l'utilizzo che si fa di quest'acqua. Perché se da una parte il sistema idrico integrato è abbastanza regolato — per cui si conoscono le concessioni e i consumi — c'è tutto un mondo legato all'autoapprovvigionamento, cioè ai privati che si avvalgono di propri pozzi di cui non si conosce nulla e non si conoscono i consumi, perché la legge non prevede che questi vengano misurati. E spesso ci sono anche tante fonti che non hanno neanche l'autorizzazione. Quindi è importante conoscere in che modo l'acqua viene prelevata, utilizzata, distribuita, e arrivare quindi — come per l'energia — a chiudere il cerchio. Questo ci consentirà di capire bene quali parti del territorio sono più in sofferenza rispetto ad altre, e far fronte anche alle nuove domande d'acqua. Perché oggi c'è una crescita esponenziale dovuta ai data center, per esempio, che hanno un consumo enorme di acqua per tutti i calcoli che vengono fatti con l'intelligenza artificiale — con le analisi ormai di cui viviamo tutti i giorni. Ma ad esempio anche l'idrogeno verde, che in prospettiva si come si ottiene dall'acqua, rappresenta un'altra domanda importante. E a questo si aggiunge purtroppo il consumo di suolo, per il nostro paese ancora molto alto — un secondo per due metri quadri di suolo — e questo consumo di suolo porta una domanda d'acqua, ovviamente, perché la nuova urbanizzazione significa portare servizi, portare acqua. Allora è indispensabile chiudere questi bilanci per poter impostare in modo corretto ed efficace tutto ciò che serve poi per gestire l'acqua in modo sostenibile, diverso da come viene fatto attualmente. Per farvi capire quanto è scarsa e preziosa l'acqua nel mondo: 4 miliardi di esseri umani affrontano la scarsità idrica, e 10 milioni di europei — quindi nell'Unione Europea ancora — 10 milioni di persone affrontano questo problema. Torniamo sul Sole 24 Ore per il pezzo. L'intervento è di Fabrizio Palermo, che è amministratore delegato di Acea, e recita così: "Il settore idrico europeo, con un valore di circa 290 miliardi di euro e oltre 1,6 milioni di occupati, contribuisce a quasi il 70% del PIL dell'Unione Europea." Per questo è quanto vale l'acqua, quanto è preziosa l'acqua. Onorevole Pagano: lo diciamo prima — c'è questa sua proposta di legge. Guardiamo il tema a più largo spettro. Quali sono le operazioni che la politica può fare per snellire la burocrazia dell'acqua? Allora, intanto voglio spiegare che il fatto che quello che si sta facendo in termini di gestione unitaria in Italia del Servizio Idrico Integrato — la cosiddetta gestione per ATO, Ambiti Territoriali Ottimali — è giusto. Perché bisogna equilibrare ovviamente i territori: dove c'è più acqua bisogna fare in modo che venga distribuita in modo coerente con le esigenze del territorio. Ed è evidente che la gestione unitaria — con tutti gli interventi necessari di cui parlava il dottor Casini nel suo primo intervento — che sono assolutamente necessari, qui la politica si fa carico ovviamente. Tutto questo va contemperato e comunque calibrato con le esigenze dei territori. L'Italia è un paese che ha delle sue unicità. Il mio disegno di legge — e lo voglio spiegare perché se non sembra in contrasto con i principi cardine generali — quali che condivido pienamente, che ovviamente devono essere portati avanti in termini assoluti: per evitare sprechi, per evitare una dispersione di acqua, e soprattutto per evitare che vengano spesi soldi inutilmente. Tratta di questioni assolutamente legate a piccoli centri che magari hanno un livello di acqua particolarmente alto, perché magari hanno sorgenti all'interno del proprio territorio comunale. Che vedono ovviamente anche questo aspetto, col piede che davvero è anche sulle economie locali e sull'impossibilità di mantenere la popolazione nei piccoli centri. Ripeto: assolutamente all'interno, non impedisce, non interferisce con le politiche complessive per le quali la gestione deve essere unitaria, gli investimenti devono essere eficienti — i nostri acquedotti e il nostro sistema devono evitare le dispersioni — che invece purtroppo ci sono. Deve proseguire ovviamente tutto questo, e deve essere portato avanti con una grande competenza, una grande capacità, e nella consapevolezza di tutti degli utilizzi di cui si stava parlando questa mattina. Onorevole? Che ruolo possono avere le Regioni in questo senso? Hanno un ruolo estremamente importante, perché poi ogni regione — l'Italia è molto diversificata al suo interno. Non come la Germania: l'Italia è molto particolare. Per la Regione Abruzzo, che magari ha esigenze comprensibilmente diverse da, non so, l'Emilia-Romagna, piuttosto che dalla Sardegna, l'Italia — per esempio in Sicilia e in Sardegna — i problemi legati alla siccità sono anche diversificati. Quindi è palese il fatto che ovviamente le precipitazioni nevose in una regione come l'Abruzzo sono molto superiori a quelle della Sicilia. È evidente che le Regioni devono avere un ruolo fondamentale, e già lo stanno avendo. Devono farlo ovviamente in una logica di coordinamento a livello nazionale, facendosi carico di queste esigenze. Il governo sta venendo incontro: bisogna capire esattamente qual è il punto di appoggio tra la politica nazionale — che ritengo stia facendo molto, e anche il ministro dell'Ambiente Picchetto è intervenuto e ha ragionato dal punto di vista dell'acqua — mi piace poter dire che le politiche legate a questo aspetto oggi sono molto più consapevoli di quelle di un tempo. Quindi quegli sprechi di cui parlava il dottor Casini che ho potuto vedere, sono sotto gli occhi di tutti. Ci auguro di poter dire che c'è soprattutto l'intervento delle Regioni, perché devono ovviamente in un paese come il nostro intervenire direttamente con proprie responsabilità. Se le Regioni possono avere un ruolo decisivo, un altro ruolo decisivo lo può avere il settore privato. Torniamo alla Fondazione Utilitatis, Francesca Mazzarella. In che modo il settore privato può contribuire alla messa in sicurezza del paese di fronte a questa scarsità oggettiva di acqua? Diciamo che è un settore che ha bisogno di grandi investimenti, come dicevamo anche prima. E quello che ci stiamo tutti domandando è cosa succederà dopo il 2026, quando i finanziamenti del PNRR termineranno. A quel punto diventerà ancora più determinante il contributo possibile degli operatori privati. E quindi, un finanziamento ulteriore per questi ingenti investimenti che andrà definito come una combinazione di quelle che vengono sempre chiamate le "3T": le tasse, la fiscalità generale, i trasferimenti — come lo è stato il PNRR. E anche la tariffa, e quindi gli investimenti privati. Esistono già delle esperienze di partenariato pubblico-privato nel settore idrico, come negli altri, che si stanno fermando sempre di più. In Italia la tariffa è molto bassa rispetto agli altri: questo è un segnale del fatto che il privato investe meno. Investe poco, e quindi occorre che cresca ancora di più. D'altra parte c'è una crescente sensibilità e direzione anche a livello europeo: c'è una commissaria dedicata specificamente all'acqua in Europa — una delega specifica — e quindi verranno, come dire, guidati e direzionati quelli che sono gli investimenti, più in generale, del settore. E poi vorrei ricordare che i servizi pubblici dell'acqua — quindi il servizio di acquedotto integrato — sono soggetti a regolazione. E quindi la presenza di una tariffa, di regole certe, dà anche una garanzia, in qualche modo di bancabilità degli investimenti. Questo sicuramente può favorire l'investimento privato in questo settore. Tra l'altro la Commissione Europea sta lavorando a un Piano UE di approvvigionamento idrico, che punta — pensate — a un'alleanza globale per la cosiddetta "transizione idrica". Non c'è solo una transizione energetica, ma c'è anche una transizione idrica. Francesca Mazzarella ha sottolineato la potenzialità del partenariato pubblico-privato su questo. Marco Casini, la vostra collaborazione col privato è una potenzialità da sfruttare? Per il ruolo che abbiamo, è un tipo di collaborazione che si può limitare a uno dei due ambiti. Noi stiamo realizzando dei importanti protocolli d'intesa con diverse realtà, che hanno come obiettivo quello di sviluppare il territorio e potenziare le conoscenze dei rispettivi ambiti al fine di trovare strade più rapide e più efficaci. E questa parte si può portare a individuare quelle che sono le esigenze del privato su un territorio, e accelerare il processo di regolazione, di eliminazione di vincoli, di individuazione di percorsi che possano facilitare lo sviluppo. Questa è una pratica che stiamo portando avanti come una delle possibilità che il nostro ruolo ci impone. Torniamo al Corriere della Sera, torniamo da Manuela Peliti. Volevo parlare con te delle best practice. Abbiamo fotografato l'Italia dal punto di vista dell'indice con il Corriere della Sera — un indice di vivibilità climatica. Quali sono le best practice nazionali e se ce ne sono internazionali da seguire? Sì, sicuramente la prevenzione, diciamo, come principio. Perché noi abbiamo parlato anche di dati di incisura che abbiamo speso per recuperare i disfatti, le alluvioni. E io ho appunto scritto in questo articolo che negli ultimi 40 anni l'Italia ha speso più di 100 miliardi per danni ambientali come alluvioni, smottamenti, dissesti — che tra l'altro poi, nell'anno successivo, peggiorano le cose ancora di più. L'alluvione dell'anno seguente è ancora peggiore. Quindi, dare risorse all'industria dello Stato, alle aziende, anche in costi umani — abbiamo avuto molte migliaia di morti negli ultimi 40 anni — l'Italia si è posizionata al terzo posto in Europa per le perdite, sia umane che in costi economici. Quindi, se noi consideriamo un punto: abbiamo stanziato, abbiamo organizzato, abbiamo speso 100 miliardi di fondi. È meglio considerare invece di fare prevenzione. In questo modo, l'Anas per esempio ha beneficiato di fondi per la pulizia, col tutto del tratto delle pesciere — che anche si sta raddoppiando. Quindi è anche un investimento per le riserve, perché al momento ci sono al 27% di perdite, mentre la media nazionale è al 40%. Quindi diciamo che sono stati fatti interventi appunto di prevenzione per perdite più significative. Questo è un importante esempio, con l'acquedotto — sono di cent'anni — ci sono con decine di sorgenti e per cui questo garantisce più la sicurezza di questo flusso, la pulizia dell'acqua, la sicurezza di questo flusso, la qualità dell'acqua e tante altre cose. Perché Roma comunque ha l'acqua che arriva con l'acquedotto — Roma con l'altro delle Riserve Pesciere porta circa un grande percentuale di acqua. È molto buona in casa di Roma, perché arriva direttamente da sorgente, direttamente. Questo però non fa molto per il caldo. Quindi insomma, abbiamo l'acqua sicura che c'è, però è molto molto caldo. Non risulta una delle città più calde d'Italia: è più calda perché si sono registrati picchi nelle ultime tre decadi. In realtà restano qualcosa comunque nel novembre-dicembre la temperatura non è arrivata anche a sfiorare i non gravi del 1999. E in particolare il problema del 2024 è stato proprio questo: si sono registrate sei notti tropicali con temperature intorno ai 40 gradi. Un'accelerazione che è sorprendente. Per Roma comunque — nonostante tutto — Roma ha un milione di abitanti come residenti, più turisti e lavoratori, ci arrivano circa 4 milioni al giorno. Quindi sarebbe un grande problema qualsiasi crisi idrica. Però sicuramente, anche negli ultimi anni — perché anni fa c'erano già molti problemi di siccità con l'acqua che mancava — negli ultimi anni della città possiamo dire che il problema dell'acqua in città a Roma non c'è, nonostante le ondate di calore. Non stante e nelle ondate di calore, che invece creano molto bene per la salute. Perché poi invece il problema di notti calde, sicuramente anche in questo senso — per quanto riguarda Roma ci sono stati interventi di piantumazione di alberi che sono come quelli che creano prima più favorevole alla temperatura, soprattutto nei quartieri molto pieni di cemento, molto abitati, come sono tanti quartieri di Roma.
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