L'Italia delle Smart City: a che punto siamo?

Trascrizione del video
Amici di Urania TV, bentrovati a una nuova puntata di Largo Chigi, la nostra rubrica sulla politica. Io sono Paolo Bozzacchi, vi accompagnerò in questo viaggio nelle smart city. Vedremo, parleremo di 5G, di tecnologia, di digitalizzazione, andando a rovistare sia nel PNRR sia in tutti i progetti. Pensate: un comune su due, sopra i 15.000 abitanti, ha già avviato un progetto per far diventare la propria città intelligente, cioè smart city. È un mercato che vale oltre un miliardo di euro, quindi ha una sua dignità economica importante. Discuteremo di tutto questo insieme ai nostri graditi ospiti. Il primo collegato con noi: Andrea Biondi, giornalista del Sole 24 Ore. Bentrovato, Andrea. Grazie, buongiorno. E in collegamento, dal coordinamento dei Giovani Amministratori ANCI, Matteo Francesconi. Bentrovato — tra l'altro vice-sindaco di Capannori. Buongiorno a tutti. Poi abbiamo Laura Sparavigna, Assessora smart city, innovazione e intelligenza artificiale del Comune di Firenze. Bentrovata, Assessora. Buongiorno a tutti. Allora, in studio con noi c'è l'Onorevole Lisa Montagna della commissione ambiente, stiamo parlando della Lega. Bentrovata, Onorevole. Grazie, buongiorno. Alla mia destra, Michelangelo Suigo, Direttore relazioni esterne, comunicazione e sostenibilità di INWIT. Bentrovato. Grazie e buongiorno. Come di consueto, la puntata di Largo Chigi comincia inquadrando il tema. Lo ha fatto per noi Alessandro Caruso in questa copertina. Il 5G rappresenta una rivoluzione per le comunicazioni con potenzialità straordinarie per l'economia, l'innovazione e la qualità della vita. Tuttavia, per realizzare pienamente questa rete, è fondamentale sviluppare un'infrastruttura adeguata, che include fibra ottica e altre componenti essenziali. La sfida principale non è tanto la tecnologia quanto l'efficienza nella costruzione di queste strutture, che richiede una gestione rapida e semplificata delle autorizzazioni. Un sistema burocratico snello è cruciale per accelerare i tempi di implementazione del 5G, evitando ritardi che potrebbero rallentare il progresso e limitare i benefici per cittadini e imprese. In questo contesto, una pianificazione più agile e collaborativa con le aziende del settore è la chiave per garantire la realizzazione di una rete capillare, sicura ed efficiente, in grado di supportare la trasformazione digitale del paese anche nelle sue aree interne e nelle zone più difficili da collegare. Ma a che punto siamo in Italia e in che modo il PNRR si pone come andatura tecnica in questo settore? Ecco, andiamo a vedere insieme ai nostri ospiti. Andiamo, come di consueto, anche a rovistare nei giornali. Dal Sole 24 Ore: l'articolo è intitolato così, "Banda larga, Piano Italia a un Giga fermo al 43%. Governo costretto a una revisione con l'Unione Europea." Stiamo parlando di PNRR e di digitalizzazione, sotto osservazione in particolare Open Fiber, perché ai ritmi attuali chiuderebbe fine 2026. Andiamo a leggere il pezzo di Carmen Fotina: "Nel 2021 quasi 10 miliardi del PNRR, quasi il 40%, per la digitalizzazione — missione chiave del Piano Europeo di Ripresa e Resilienza — erano stati assegnati a progetti di transizione 5.0 e Italia a un Giga. Oggi, a un anno e tre mesi dal termine di chiusura degli interventi fissato dall'Unione Europea per entrambi, si profila una delicata revisione da negoziare con la Commissione. Il primo caso riguarda i crediti d'imposta per gli investimenti delle imprese in digitalizzazione ed efficienza energetica, già emerso ufficialmente con le dichiarazioni del ministro per gli Affari Europei e il PNRR, Foti, che ha anticipato l'intenzione di chiedere una riprogrammazione di quasi 3 miliardi di euro — quasi la metà della dote PNRR da 6,3 miliardi." Così il Sole 24 Ore. Andrea Biondi, collegato con noi, giornalista del Sole: che cosa sta succedendo? Cosa c'è in ballo da rinegoziare con l'Europa in questa fase? Allora, in ballo da rinegoziare con l'Europa ci sono innanzitutto i target degli obiettivi di copertura. Se parliamo di fibra e parliamo di questo programma che impegna le cosiddette "aree grigie" — le aree dove le gare sono state divise per lotti tra gli operatori — c'è da rinegoziare il numero di unità abitative da coprire con le gare. Dovrebbe esserci una riduzione e l'Italia sta lavorando da tempo con l'Unione Europea per questa riduzione, che andrebbe sia in termini di costi che di tempi. Perché sappiamo che alla fine tutto il progetto dovrebbe essere completato entro il 2026. Questo è per quanto riguarda il discorso della fibra. Noi siamo partiti nel ragionamento, nel servizio, dal 5G. Il 5G: l'Europa è in ritardo sul 5G, l'Italia in particolar modo. Ma l'Europa è in ritardo sul 5G: è stato detto a Barcellona durante l'ultima fiera del settore, il MWC, con il GSMA — la Global Association degli operatori di telecomunicazioni — che organizza la fiera. È stato stabilito che alla fine del 2024 il 5G in Europa rappresentava il 30% delle connessioni mobili, che è superiore alla media globale che era del 24-25%, ma inferiore a quella del Nord America che si attestava al 60%. Quindi tutto questo porta chiaramente un ritardo nello sviluppo di varie applicazioni, nello sviluppo dell'intelligenza artificiale, ad esempio, che richiede reti potenti per funzionare correttamente. Qui viene richiesto un nuovo approccio da parte dell'Unione Europea. In Italia c'è un programma specifico che fa da base per il 5G, però si è anche visto che adesso quello che si sta realizzando in Italia è un 5G ibrido — non è un 5G standalone — cioè la tecnologia ha ancora bisogno di appoggiarsi alla rete 4G. Queste sono tutte questioni che vanno affrontate se vogliamo spostare il ragionamento sul piano di sviluppo delle reti, ma anche delle applicazioni sottostanti che servono, che servono a tutto. Tra l'altro, tutto questo impatta sulla costruzione di quelle che si chiamano le "smart cities." Il PNRR, il piano digitale, ha già avviato pensate quasi 75.000 progetti a dicembre 2024: il 95% delle risorse sono state attivate. Ora si tratta però di mettere a terra: questa è la sfida principale. Contratti firmati per 125.000 euro: i contratti sono stati firmati, ora i progetti vanno portati avanti. Michelangelo Suigo, qual è il ruolo delle infrastrutture digitali in questa transizione digitale del paese? Voi vi occupate in INWIT proprio di questo. Diciamo le cose molto centrate sotto questo profilo. Le infrastrutture digitali — soprattutto se sono condivise, quindi se ci sono molti operatori, come nel caso delle torri di telecomunicazioni di INWIT, o come nel caso delle infrastrutture che portano cooperatura, che migliorano la copertura anche 5G in ambienti chiusi — sono indispensabili. Sono, diciamo, l'abilitatore delle tecnologie, l'abilitatore dei servizi che vengono poi erogati dagli operatori di telecomunicazioni a imprese, pubblica amministrazione e città intelligenti. L'infrastruttura è un dato di fatto ed è impensabile immaginare un mondo — il mondo che viviamo quotidianamente — un mondo che ci consente, connessi ovunque, di dialogare, di lavorare, di studiare, dai luoghi più remoti del paese. Se facessimo un salto quantico, una cosa inimmaginabile, soprattutto per chi ha dei figli più o meno piccoli che sono nativi digitali, che non sanno immaginare un mondo senza device, senza tablet, senza smartphone che ci consentono di divertirsi, giocare, studiare, imparare in maniera velocissima. Questo sarebbe un mondo senza l'infrastruttura. Dobbiamo fare un cambio di passo dal punto di vista culturale e comprendere quanto valga l'infrastruttura — soprattutto se sono infrastrutture digitali e se sono condivise — quindi se consentono di portare servizi digitali a più operatori. Un valore forse inestimabile, o quanto meno un valore al quale non sappiamo e non possiamo rinunciare. Le torri di telecomunicazioni, per abilitare i segnali, i sistemi di piccole antenne distribuite che portano il segnale multi-operatore all'interno di uffici, musei, aeroporti, stazioni, eccetera, diventano indispensabili. C'è un dato che emerge proprio dal Congresso di cui parlava Andrea: l'80% del traffico dati in Italia avviene all'interno di edifici — indoor. Avviene all'interno di case, uffici, ospedali, scuole, università, eccetera. E quindi ecco perché è necessario migliorare, rafforzare la copertura 4G e 5G con le torri di telecomunicazioni, ma affiancare — non sostituire, ma affiancare — a questo sistema di copertura anche un sistema di microantenne distribuite che possono consentire di migliorare la copertura in questi building. E tutto quello che non vediamo ma che ci consente di essere passati da un mondo analogico — che ormai è preistorico — a un mondo che viviamo tutti i giorni lavorando o pure facendo turismo, abbiamo sempre bisogno di connettività. Abbiamo parlato di smart cities, e volevo raccontarvi la classifica, secondo lo Smart City Index, delle città italiane più smart, più intelligenti. In testa — guarda caso — c'è Milano. Dietro Milano c'è subito Firenze, e sotto Firenze, Bologna, Roma e Torino. Onorevole Montagna, le smart city devono essere senza dubbio digitalizzate, lo abbiamo visto. Ma devono essere anche sostenibili e resilienti. Abbiamo degli episodi di cronaca attuale, come le alluvioni che sono capitate in Toscana. Quindi c'è anche tutto il dibattito sulla capacità predittiva di una città intelligente, capace di prevenire determinati eventi anche tra virgolette catastrofici. Qual è il ruolo della tecnologia in questo processo? E quanto conta avere competenze digitali adeguate per sfruttarla al meglio? Intanto c'è da dire che quanto è stato detto finora è più che corretto. Andiamo verso un mondo in cui i nostri figli nascono già digitali: un bambino di tre anni è molto più bravo di me a volte nell'utilizzare tutto quello che è tecnologia. Abbiamo delle sfide davanti e forse siamo ancora un po' indietro rispetto ad altri paesi del mondo. È chiaro che quando si parla di tecnologia, di digitalizzazione, andiamo verso il futuro. Se vi ricordate, come lo avevamo anche proposto, ho voluto un Ministero dell'Innovazione proprio perché ci rendiamo conto che la sfida è una sfida importante che quindi deve essere sostenuta e supportata. I fondi che arrivano dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza per l'innovazione sono 50 miliardi, ed è giusto che questo governo riesca a spenderli e spenderli bene. Quindi è chiaro che noi vediamo nel nostro futuro il digitale, vediamo anche l'intelligenza artificiale. Non ci dobbiamo spaventare di quello che è nuovo, ma lo dobbiamo gestire in maniera corretta per portare a dare risultati più certi anche sul territorio. Bene che alcuni obiettivi del PNRR siano già stati raggiunti: mi viene in mente il risultato del "Repower," sono appalti fiscali che vedono la pubblica amministrazione — tra scuole, comuni — avere servizi digitalizzati, e quindi andare verso la direzione che vogliamo. Le aziende italiane — circa il 55% — sono in cloud. Uguale per circa 4.000 amministrazioni. Quindi noi pensiamo che la direzione presa sia quella giusta. È chiaro che per fare questo bisogna parlare anche di formazione, perché quando lo strumento ce l'abbiamo dobbiamo anche saperlo usare e dobbiamo anche prevedere dei percorsi che aiutino ad arrivare a utilizzarlo al meglio. Per quanto riguarda tutto quello che può essere prevenzione anche dal punto di vista geologico, è ovvio che sia affiancata la prevenzione o anche la previsione del rischio. Io credo che in questo ci debba essere un supporto dal punto di vista digitale anche perché quando si parla di rischio o si parla di emergenza, le forze che si mettono in campo sono molte: la protezione civile, i vigili del fuoco, ma non solo. Ci sono anche tutti quegli enti che vi lavorano dietro e che fanno degli studi, e portano avanti degli studi che le nuove tecnologie aiutano a fare oggettivamente meglio rispetto al passato. E che possono essere focali, centrali, fondamentali per andare quanto meno ad avere un quadro completo delle situazioni del nostro territorio. L'Italia è bellissima, lo sappiamo tutti, ma è un territorio molto fragile e variegato anche sulle sue fragilità. Proprio sul territorio, il digitale e la tecnologia possono essere un supporto decisivo. Pensiamo alla capacità predittiva, al machine learning legato all'intelligenza artificiale: la tecnologia può darci davvero una mano a mettere in sicurezza il paese e ad andare avanti, oltre che semplicemente aiutarci nel lavoro di tutti i giorni. Matteo Francesconi, ANCI Toscana, andiamo ad ascoltare il territorio che tra l'altro è stato colpito. Ci sono delle best practice tra i comuni toscani in questo senso. È stato detto in studio: uno dei temi principali di questo macrotema è quello di sapere conciliare quelle che sono le esigenze delle amministrazioni locali rispetto alla velocità di connessione ai servizi legati al cittadino, al tempo stesso però tutelare anche i territori e le comunità. Tanti amministratori locali, in particolare rappresentando i 273 comuni della Toscana che hanno molte differenze — sia in termini di dimensioni dei comuni, ma anche quindi di organico, di strutture dell'ente — ci sono delle diversità che la regione sta cercando di allineare, quindi anche di fare un po' sia da garante, ma anche di cercare di fornire strumenti adeguati. Questo è un po' quello che si mira con l'Agenda Digitale Toscana e con il progetto "Smarter Regione." Lo dicevate prima in studio: Firenze appunto è in cima alla classifica rispetto alle città digitali, anche il Comune di Prato sta portando avanti un progetto di smart cities. Ci tengo però a evidenziare delle best practice, quindi delle buone pratiche locali anche portate avanti da comuni di media e piccole dimensioni. In particolare ci sono delle buone pratiche rispetto alle indagini sulla qualità dell'aria — purtroppo la Toscana delle aree soffre con non buoni valori legati alla qualità dell'aria. Su questo ci sono dei progetti a sensori specifici che mappano la qualità dell'aria al fine poi di realizzare degli interventi concreti, in ottica di riduzione delle polveri sottili. Vi porto anche questo sul ramo più ambientale. Sul ramo più di manutenzione, di servizi al cittadino, c'è una buona pratica che si sta portando avanti che è quella della mappatura del manto stradale attraverso sensori, per classificare le strade in ordine di priorità — quindi da quelle più necessarie da intervenire prioritariamente, e quelle che possono aspettare, sulle quali magari invece di andare a fare un intervento più importante si può fare un intervento di prevenzione. E questi sono soltanto due esempi però che stanno dentro a una cornice molto importante. Stiamo vedendo come la regione stia fornendo strumenti ai comuni. Rispetto a quanto detto poco fa in studio, condivido molto il tema dell'essere tempestivi, dell'essere veloci al passo con i tempi anche dei dettati normativi dell'Unione Europea. Al tempo stesso i cittadini e le comunità ci chiedono anche di tutelare i loro territori, monitorando bene i lavori che vengono eseguiti, perché spesso ci sono anche criticità legate a subappalti da parte dei gestori. E quindi credo che le amministrazioni comunali e in volta anche la regione debbano tutelare l'integrità dei territori. Grazie a Matteo Francesconi. Andiamo a vedere se c'è stata tempestività digitale anche nell'intervento post-alluvione a Firenze. Laura Sparavigna, Assessora appunto smart city, innovazione e intelligenza artificiale. Inizi con un atto di cronaca come state gestendo in somma l'intervento seguito all'alluvione, e poi ci racconti cosa sta facendo Firenze — visto che è una best practice da questo punto di vista. Grazie anche per la delicatezza nel valorizzare la nostra città. Il territorio è stato fortemente colpito ma stiamo mostrando la nostra ripresa. Siamo qui con la speranza verso questo fine settimana dove le previsioni ridanno risorse importanti delle allerte, ma vediamo come stare — come sempre — al fianco di fare la nostra parte. Tornando sullo sviluppo, come si possa portare a terra e strutturare un'infrastruttura di fronte a un incidente del patrimonio, un'isola come la mia Firenze, come portare uno sviluppo secco. Io mi permetto di fare quello che fanno da sempre le amministrazioni: portarvi con le mani del territorio qualche dato di contesto. Nella nostra città noi abbiamo un numero di turisti che per le dimensioni toscane — abbiamo 380.000 residenti a fronte di oltre 15 milioni di persone che ogni anno attraversano la nostra città, finalistici o con altre finalità. Siamo capoluogo di regione, quindi attraiamo anche per questo iniziative lavorative. Abbiamo un'economia che si contraddistingue per un fortissimo capitale di sapere, con un'estrazione all'artigianato, a quella che è definita spesso la "conoscenza applicata" che è del futuro dell'innovazione. Questi contesti non li faccio certo per portarci lontano, ma per dire che quando poi dobbiamo calare la sfida secca — la sfida per la transizione digitale — nei contesti urbani, noi ci troviamo di fronte a questi dati. E quindi dal nostro punto di vista, portare avanti uno sviluppo di città è ripercorrere appunto a due velocità — dove non lasciamo ovviamente nessuno indietro — ma anche voler che andiamo a chiedere di visualizzare un pezzettino delle azioni quotidiane dei nostri concittadini, dove abbiamo da pensare a quello di grande avanzamento anagrafico. Che ovviamente lo rivediamo anche nella composizione del personale delle nostre macchine: Firenze ha 485 dipendenti, più della metà sono over 60 anni. Quindi digitalizzare un comune non è solo — per quanto sia essenziale — investire sulle infrastrutture, ma è anche accettare la sfida complessa della qualificazione professionale della nostra macchina. E lo dico con profondo rispetto verso i dipendenti e per il servizio che erogano. Scendendo nelle nostre specificità, noi crediamo fortemente che tech e innovazione insieme — spesso stati come vedo, sembrano essere posti che hanno due riferimenti in conflitto, ma in realtà la capacità di portare avanti un pensiero diverso — noi crediamo possano essere la leva preziosa che hanno i mancati per uscire da quelle situazioni di cui parlavo prima e provare a portare la transizione digitale a terra. Tenendo il filo conduttore: teniamo presente di non diventare di conflitto, e quindi alla fine è la bellezza della fase storica. Siamo convinti che sia assolutamente ineludibile portare avanti il touchstone di vedere nella digitalizzazione un'opportunità di crescita. E, per essere più concreti, creativi nell'iniziativa, lo diceva prima il nostro presidente dei Giovani Amministratori, Matteo Francesconi: si cerca di trovare il modo per ogni singolo problema che si incontra quotidianamente — la persona, che spesso ha problemi semplici ma risposte complesse — provare a capire come tenere insieme e come declinare la tecnologia come leva. Ad esempio la formazione: abbiamo investito nella rete degli ITS, ma in questo settile ci ha già citato, portare il modo della tecnologia, portare anche la robotica che usiamo sia poi coi centri universitari o con il settore privato coi progetti partenariati tra pubblico e privato nel quale li portiamo nelle scuole. Così che anche il Liceo Michelangelo, il liceo nazionale, per quello che è l'eccellenza che ha posto al punto delle proprie materie, abbia anche nei contenuti informatici. Bene, parallelamente facciamo corsi per la digitalizzazione — o meglio, per l'alfabetizzazione digitale — nei centri anziani e nei centri per i fragili sociali. Altro esempio: nel quale abbiamo portato a Firenze il Digital Twin. Magari questo sarebbe un altro approfondimento: è un cervello digitale con cui possiamo guardare a distanza, controllare, visualizzare e verificare le strutture pubbliche, ma anche con un visore, perché non è sufficiente sempre atterrare per vedere la città. Se al visore siamo arrivati! Poi ci torneremo. Tra l'altro, Assessora, volevo puntualizzare una cosa. Se vogliamo migliorare dobbiamo migliorare partendo dalle criticità. Allora le principali difficoltà riscontrate dai comuni italiani con i progetti smart cities sono, nell'ordine — lo citava l'Assessora Sparavigna ma anche nell'analisi — mancanza di competenze, riscontrata dal 47% dei comuni. Mancanza di risorse economiche — ne parleremo diffusamente perché andremo più a fondo — 43%. Complessità burocratiche: 24%. Quindi ci sono casi di scuola come quello di Firenze che ha già fatto tanti passi in avanti, ci sono comuni che ne devono fare altrettanti. Abbiamo visto quindi città intelligenti dipende — non solo dalle risorse economiche — se non ci sono investimenti privati e pubblici, come può essere il PNRR, sicuramente non si riesce ad andare avanti. Lo vedete: alle mie spalle c'è un pezzo del Tempo che fa un po' il tagliando, il PNRR, dalla cabina di regia di Palazzo Chigi con foto ed Foti e Durigon per fare il punto sugli obiettivi del 2025. Il PNRR italiano ha raggiunto il 65% del target, ma ora serve lo sprint finale per completarlo. Un pezzo del Tempo: le aree di Palazzo Chigi, la cabina di regia del PNRR dedicata alla missione Inclusione e Coesione, convocata dal Ministro degli Affari Europei Tommaso Foti con la partecipazione del Sottosegretario Claudio Durigon, per una circostanziata verifica dello stato di attuazione della riforma. Nella cabina di regia è stato fatto il punto sul positivo avanzamento fisico della riforma che prevede il conseguimento di tre target entro la fine del 2025. A oggi è stato raggiunto il 65% del target finale con 6 milioni di nuovi beneficiari a fronte dei tre milioni di destinatari previsti. Tra l'altro, la Missione 1 del PNRR — digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura — è quella che ha registrato l'avanzamento di spesa più elevato: il 46%. Onorevole Montagna: i primi dati hanno già dato qualche numero importante del PNRR. Ritieni che possa essere comunque necessaria una proroga degli obiettivi — se ne parla molto. Abbiamo bisogno di un po' più di tempo per spendere bene le nostre risorse oppure no? Io credo che quando si fanno le cose, vanno fatte, ma vanno anche fatte bene. Quindi se servisse, io non vedo perché non — se questo serve per fare meglio e per i territori, per dare risposte — io non credo che ci possa essere una contraddittorietà nel cercare di andare a trattare. Però è chiaro che in tutto quello che abbiamo detto finora centra un bel po' di cose, perché se si parla di fondi non si parla solo di fondi in termini di PNRR e di risilienza, ma anche di tutte quelle azioni che si mettono in campo per arrivare a un obiettivo. Non mi viene in mente altro che la formazione. Il lavoro che sta facendo anche il Ministero: ci abbiamo spesso un miliardo e due sulla formazione — ad esempio 600 milioni per i progetti STEM che partono proprio nella direzione di formare i nostri ragazzi a qualcosa che verrà dopo. Ma anche il 4+2 voluto dalla Lega, non per portare delle eccellenze, delle competenze, anche adeguandoci al modello di scuola che è quello di altri paesi e che abbiamo visto che funziona. Perché in volta basta guardare all'interno e cercare di capire cosa possiamo fare meglio. Io credo che tutto questo, legato alla volontà delle amministrazioni comunali che c'è assolutamente — perché loro si rendono conto perfettamente che tutto quello che è digitale e tecnologico è anche più immediato e di più semplice attuazione — per un esempio su tutti: il decreto concorrenza ha stato approvato un mio ordine del giorno per andare a incentivare l'utilizzo dello sportello digitale nella pubblica amministrazione comunale. Oltre 4.000 autorizzazioni: circa un milione delle pratiche dell'anno scorso sono partite tramite lo sportello digitale. Cosa significa questo? Che le aziende hanno una facilità maggiore di poter portare avanti le pratiche. Questo ci porta, ci proietta verso un mondo che è più semplice e meno burocratico, perché poi c'è la burocrazia con cui ci dobbiamo scontrare, che dobbiamo snellire pesantemente. E questo si fa non solo con i fondi ma anche mettendo in pratica delle azioni dal punto di vista amministrativo, dal punto di vista legislativo, che portino a risultati che non fanno parte di un colore politico ma credo che sia interesse di tutta la politica: raggiungere un obiettivo per facilitare e avvicinarci anche ai cittadini. Perché quando un cittadino si trova in condizione di poter avere sul territorio riscontri che gli rendono la vita più facile, certo siamo tutti più felici. Andrea Biondi del Sole 24 Ore: c'è però un tema. Il Ministro Urso ha annunciato nei giorni scorsi che è stata avviata una trattativa con la Commissione Europea per spostare dei fondi non spesi di alcuni progetti PNRR legati alla trasformazione digitale su altri progetti. Sta succedendo? Sta succedendo che questa richiesta bisognerà vedere. Bisognerà dire che l'Unione Europea, finora la Commissione Europea, si è mostrata molto poco disponibile a questo tipo di prospettiva. Quindi diciamo è un tema che vale la pena senza autentare sugli esiti: io non sarei così ottimista. Il rischio di essere smentito c'è, ma insomma la trattativa, secondo me, parte in salita. Il Piano PNRR chiaramente era un piano molto ambizioso — ambizioso per la quantità di risorse, per i tempi in cui spendere queste risorse — e questo lo si sapeva. Per vedere come avanzeranno le trattative: certo è che il tema dei fondi è essenziale per questo tipo di sviluppo del quale stiamo parlando. Essenziale per quanto riguarda la declinazione pratica di questi programmi pubblici. Ed è essenziale anche dall'altra parte, in cui è stato introdotto questo altro elemento al momento, perché se si è parlato tanto in questo periodo è cercare di accompagnare anche lo sviluppo del settore delle telecomunicazioni, che ha impostato degli allarmi sulla propria sostenibilità. Ed è chiaro che gran parte poi della declinazione pratica di questi progetti passa attraverso queste società, e che queste società stanno chiedendo da tempo delle misure che riguardano le energy, delle misure che riguardano le semplificazioni. E con il caso è importante concentrarsi bene su questo aspetto, perché se no l'attuazione pratica rischia di rimanere frenata anche da questo elemento. Quali ostacoli regolatori e amministrativi, dal punto di vista di una società privata come INWIT, dovete affrontare per poi mettere a terra i progetti e i finanziamenti? Credo che si siano emersi i temi più rilevanti. L'Assessora Sparavigna citava — ed è stato ripreso anche successivamente — il tema delle competenze, delle competenze all'interno degli enti locali. Noi abbiamo un paese nel quale ci sono delle professionalità all'interno degli enti locali straordinarie, ma abbiamo moltissime amministrazioni che hanno personale estremamente carente, se non addirittura mancante. Non parliamo poi di upskilling, reskilling di cui si discuteva prima, rispetto a competenze digitali. Pensiamo a un dato: il 69,9% dei comuni italiani sono comuni sotto gli 8.500 abitanti — sono 794, bene, 560 comuni sono comuni sotto gli 8.500 abitanti. Queste sono amministrazioni molto piccole che non hanno il capo dell'ufficio tecnico, i funzionari degli uffici adeguati in termini numerici e in termini di competenze per poter dare seguito, per poter accelerare e agevolare e incentivare dei percorsi virtuosi per permessi e autorizzazioni. Non penso solo ai permessi e alle autorizzazioni per le infrastrutture digitali che rappresentano un vero ostacolo a proposito della tua domanda alla digitalizzazione del nostro paese. Penso a tutti i territori digitali: l'85% dei comuni italiani sono comuni sotto i 10.000 abitanti, e quindi più appardiamo di amministrazioni nelle quali i problemi che abbiamo nei piccoli comuni ugualmente si riflettono. Primo problema: competenze e carenza di personale adeguato alla velocità della digitalizzazione. Secondo problema, già affrontato anche prima: burocrazia, tempi, certezze nei tempi, certezze negli iter autorizzativi. Prendiamo il PNRR: INWIT ha partecipato come unico soggetto in un raggruppamento temporaneo di impresa insieme a TIM a una delle gare del Piano Italia a 5G, per portare infrastrutture digitali — qua pagate col 5G, quindi con un servizio attivo — in 1.385 aree, anche in aree con fallimento di mercato. Vale a dire: se non ci fosse stato questo intervento, gli operatori non avrebbero mai portato, nei tre anni successivi, il loro servizio. Bene, entro il 30 giugno 2026, noi dobbiamo completare questo intervento. Questo intervento sono quasi 1.400 aree, parliamo di circa 900 comuni. Per questo progetto, a dicembre 2024, abbiamo presentato qualcosa come 500 permessi — il 45% di questi casi — abbiamo avuto dei dinieghi, degli ostacoli, dei problemi autorizzativi. Un grande "faticone": abbiamo risolto 130. Abbiamo impiegato 180 giorni medi per risolvere questi ostacoli — questi problemi, 6 mesi. Ora questi 6 mesi corrono. Manca ormai un anno e tre mesi alla deadline del 30 giugno 2026 per chiudere il progetto PNRR. Non è pensabile immaginare un paese nel quale ci siano questi tempi e questi problemi di carattere burocratico. Quando andiamo — e non è la nostra volontà — andiamo al TAR, al ricorso, contro questi dinieghi, questi ostruzionismi, queste posizioni: vinciamo il 95% dei casi. Ma ci mettiamo molto di più dei 6 mesi per risolvere in maniera negoziale e transattiva un problema. Ci mettiamo magari un anno, un anno e mezzo. Quindi stiamo solo andando a lavorare. Senza dubbio bisogna cambiare passo. Questo lo diceva anche l'Onorevole Montagna prima. Volevo capire, il presidente Francesconi: siamo in chiusura. Come ANCI porta i comuni a superare il problema di cui parlava Suigo? Sì, il problema di cui si parla è reale e riguarda l'organico dei comuni, riguarda la loro capacità di condividere e portare avanti, soprattutto in zone isolate, progetti molto importanti per cui non si dispone di sufficiente competenza amministrativa. Su questo, ANCI si è posta fin da subito — ANCI Toscana — come supporto alle amministrazioni locali, in particolare alle piccole e medie amministrazioni toscane. E ANCI nel suo corpus si è molto vicina all'intermunicipale, offrendo servizi di consulenza, di supporto e di formazione. Faccio presente che ANCI Toscana lo fa su due fronti: lo fa su un fronte più politico, quindi rivolto agli amministratori — un filone importante quello legato agli amministratori under 35 — ma lo fa anche rivolto alla parte tecnica, quindi la parte gestionale, le varie qualifiche e i dipendenti dei comuni. Su questo sono attualmente in corso dei corsi di formazione che riguardano appunto entrambi i filoni — filone politico-tecnico — e che stanno dando, mi sembra, buoni riscontri. Credo che il tema sia appunto quello, da parte dei comuni, di portare avanti la loro visione. Perché la visione politica — mi fermo a evidenziare che — a livello dei territori c'è ed è una visione consapevole per una visione che viene portata avanti dalle solidarietà di cittadinanza e quindi tiene conto delle visioni territoriali reali. Al tempo stesso serve questo collettore tra il livello comunale e il livello sovracomunale, di cui ANCI può essere un giusto tramite: quindi comune, regione, ANCI. E un flash anche dall'Assessora Sparavigna — lato Firenze — stessa domanda in un tweet. La transizione digitale fornisce gli strumenti per avere un contatto del territorio, per rendere le nostre comunità e i nostri territori capaci di sopravvivere alle sfide future. Noi, la fatica di rendere la macchina pubblica all'altezza delle sfide che abbiamo — lasciando qualcosa a un futuro migliore — è solo una questione di punto di vista e del cambio del modo in cui leggiamo i problemi e troviamo soluzioni. Ultimo punto: noi abbiamo toccato un tema essenziale. Il dato ormai è il mitamminima del sistema socio-economico. Trovare come raccoglierli, come stockarli e come leggerli è una delle principali sfide su cui le risorse non possono essere lasciate ai singoli. Il tema soprattutto dello stockaggio del dato richiede un intervento nazionale, se non addirittura a livello europeo. Gli ultimi casi di cronaca che sfortunatamente mostrano — un piccolo comune o l'altro — che se da una parte investiamo in infrastrutture per poter raccogliere e gestire i dati, dall'altra bisogna capire come tenere al sicuro le informazioni essenziali, e dall'altra ancora passare alla libertà e alla trasparenza delle persone. Grazie, grazie soprattutto della capacità di sintesi. Siamo davvero in chiusura: la macchina di Largo Chigi per questa puntata si ferma. Appuntamento alla prossima settimana. Ripartiremo insieme a voi: grazie ai nostri ospiti per essere stati con noi. Da Paolo Bozzacchi — e ringraziamento anche alla regia e allo staff tecnico — vi do appuntamento alla prossima puntata di Largo Chigi.