Sostenere l'industria chimica per rafforzare le filiere

Trascrizione del video
Benvenuti a una nuova puntata di Largo Chigi, Vista sulla politica. Oggi è una puntata tutta dedicata alla quinta industria italiana, quella strategica al funzionamento di tante altre filiere: dall'agroalimentare, all'automotive, alla componentistica, che non a caso viene chiamata l'industria delle industrie. Stiamo parlando del comparto chimico, un settore estremamente importante per l'economia italiana. Lo dicono i numeri. Nell'ultimo rapporto di Federchimica, relativo al 2024, si parla di un valore di produzione di circa 67 miliardi di euro, con 1.380 imprese, 102.000 addetti altamente qualificati. E anche un altro dato interessante che emerge dal rapporto: il settore chimico è molto avanti rispetto agli obiettivi ambientali globali. Pensate che dal 1990 ad oggi, le emissioni di CO2 del settore si sono ridotte di circa il 64%, scendendo a meno del 3% del totale nazionale. Insomma, un settore tanto strategico quanto bisognoso di supporto in questo momento, perché alle prese — come tanti altri settori industriali — con l'aumento del costo dell'energia, e con una concorrenza molto aggressiva proveniente anche da altre parti del globo. Di questo parliamo con i nostri ospiti. Do innanzitutto il benvenuto alla collega Anna Di Rocco di Milano Finanza. Ciao, Anna. No, benvenuta, ragazzi, mi limito. E poi Mario Alessandro Castagna, responsabile delle relazioni istituzionali di BASF Italia. BASF: un colosso della chimica, quindi insomma. Benvenuto. Grazie, e buongiorno, e grazie di aver accettato l'invito. E poi, il bentornato al senatore Antonio Misiani, responsabile economico del Partito Democratico. Salute, grazie per l'invito. E all'onorevole Umberto Maerna, Fratelli d'Italia, Commissione Attività Produttive. Buongiorno e grazie dell'invito. Ma prima di entrare nel vivo della nostra discussione, andiamo a sentire il servizio di copertina di Beatrice Telese e Di Toritto. "L'Italia è un paese a forte vocazione industriale, e la chimica è uno dei suoi pilastri strategici. Con circa 67 miliardi di euro di valore della produzione, 2.008 imprese e 102.000 addetti altamente qualificati, è la quinta industria italiana e la terza europea, dopo Germania e Francia. Una filiera che sostiene tutto il sistema: i prodotti chimici entrano in circa il 95% dei beni che usiamo ogni giorno, dall'automotive, all'farmaceutica, dall'agroalimentare all'energia. Il settore è fortemente orientato ai mercati globali, con quasi 40 miliardi di export e una crescita delle vendite estere superiore all'80% dal 2018. Ma deve fare i conti con costi energetici elevati e una concorrenza sempre più aggressiva. Lo dimostra l'aumento delle importazioni cinesi di prodotti chimici strategici in Italia, passate dal 6% del 2021 al 17% nel 2025. Mentre il 75% delle chiusure annunciate a livello globale dalle aziende chimiche si concentra oggi proprio in Europa. Una fotografia che racconta un settore centrale per l'economia del paese, ma anche sotto pressione, in una fase in cui rallentamento industriale, caro energia e competizione globale mettono a rischio investimenti, capacità produttiva e tenuta delle filiere chimiche europee." Insomma, è uno scenario piuttosto preoccupante da alcuni punti di vista. Anna, vengo subito da te: a questi dati ne aggiungo anche un altro. Gli ultimi dati ISTAT sulla produzione industriale parlano non di una flessione industriale di circa il 1%, con il comparto chimico particolarmente colpito. Siamo davanti a una crisi strutturale del settore industriale, o solo ciclica? Sicuramente c'è una crisi strutturale dell'industria italiana. Dell'Italia c'è anche un problema di politica industriale debole. Sono due colpi che vanno a sommarsi. E l'Italia, non soltanto quest'anno: dal 2023 la manifattura è in calo. Negli ultimi anni potremmo indicare meno 2%, meno 4% nel 2024, e adesso fino a circa il meno 1% dell'industria. E purtroppo le patologie però sono sia interne sia esterne. Perché abbiamo bellissimi settori con ritardi in Italia, proprio sull'innovazione. E c'è un contesto esterno sempre più ostile: non ho come dicevate anche nel servizio, c'è una forte competizione che l'impresa oggi deve fronteggiare. Il governo non è che non si prende in carico di queste problematiche — il problema è che lo fa, mi sembra, in modo spesso emergenziale. Lo vedremo sicuramente nel corso della discussione. Ci sono anche, nel caso della chimica, degli interventi, degli aiuti di stato, che però non vanno a sostenere il lungo periodo. Questo è il problema: come non si affronta il problema nel lungo periodo, ma si cerca di tamponarlo. Quindi c'è un po' questa doppia visione del problema che andrebbe analizzata da entrambi i lati. Castagna: lei qui ci porta un punto di osservazione interessante. BASF — lo dicevamo prima — è il primo gruppo a livello globale nel settore chimico. Dal vostro punto di vista, quali sono le criticità del settore? Sicuramente, dal nostro osservatorio — il nostro osservatorio privilegiato — siamo la più grande azienda chimica al mondo. E proprio perché siamo una grande azienda chimica che compete in questo scenario, arriviamo, vediamo, vediamo che le sfide geopolitiche sono state enormi in questi ultimi anni. Faccio l'esempio del costo dell'energia, che forse è la cosa di cui si parla di più sui giornali. Solo per dare qualche dato: quello che noi prima del conflitto russo-ucraino pagavamo 100, siamo arrivati a pagare 2.000. Quindi siamo sostanzialmente — quello è pagavamo 100, pagavamo 2.000. E subito dopo alcune misure messe in campo sia dal governo che dalla Commissione Europea, siamo rientrati oggi a pagare quello che pagavamo circa 200, quindi rispetto al pre-conflitto. Però siamo comunque a un raddoppio dei costi energetici, quindi non possiamo ancora essere soddisfatti e contenti. È vero: siamo rientrati dall'emergenza, ma quello è diventato un costo e una sfida per la competitività dell'industria chimica che è enorme. L'industria chimica — come veniva detto nel servizio — è un'industria sicuramente innovativa: il 25% circa dei nostri dipendenti si laurea — contro una media italiana dell'uno per cento. Però è un settore in crisi che ha bisogno di un rilancio, ma che ancora rappresenta una filiera strategica e una risorsa per questo paese. Maerna, i dati sono importanti. In zona, Castagna parlava di un raddoppio sostanzialmente dei costi energetici, nonostante tutti i vari interventi sia a livello europeo che nazionale. Qui rappresentate la maggioranza: cosa sta facendo il governo? Qual è l'impegno del governo e quali sono le prospettive nel breve periodo? Allora, riprendo quello che diceva la signora collega. Il mondo industriale sta vivendo difficoltà legate in assoluto alla questione energetica e alla competizione. E diciamo anche del cumulo normativo europeo che sicuramente ha un attimo rallentato, ostacolato, reso più complicato l'applicazione. L'azione del governo sta cercando — si sta cercando — non sono qui per dire che tutto è perfetto e tutto va bene, e quello che stiamo facendo è l'ottimo. Però sicuramente si sta cercando di invertire la tendenza. Innanzitutto è necessaria una visione di filiere chiara, stabile e coerente nel tempo: e questo è quello che si sta cercando di fare. Cioè, introdurre misure strutturali in modo tale che il mondo imprenditoriale sappia quali sono le regole, quello che deve fare, e abbia una prospettiva a medio-lungo termine — e non solo misure tampone che a volte sono necessarie per cercare appunto di tamponare la situazione. Per cui: misure strutturali pensate per sostenere l'intera catena produttiva italiana, nei confronti della competizione straniera. Un passo potrebbe essere la Transizione 5.0, che proprio in questi giorni è oggetto della nuova legge di bilancio. Integrazione che integra innovazione tecnologica, digitalizzazione e sostenibilità. Sembrano parole buttate lì così, come si dice. In concreto: sono queste sostegni, cercare di applicare il principio che più si investe meno si paga, e questo sostiene gli investimenti delle imprese, la formazione, e favorisce anche l'assunzione di nuove forze lavoro che possono portare anche il know-how e contribuire alla crescita del sistema in sé. Questo è un po' il quadro generale che abbiamo di fronte. Misiani, è d'accordo? E poi, visto che è stata descritta la legge di bilancio — siamo in piena stagione di manovra sul 2026 — c'è qualche misura che secondo lei sarebbe stato utile inserire? Ma noi dobbiamo partire dai dati. I dati ci dicono che siamo di fronte a una crisi strutturale dell'industria italiana: negli ultimi tre anni la produzione industriale è quasi sempre diminuita — credo per 32 mesi su 36 complessivi — con un calo del 5,4%. La chimica — che come veniva ricordato è l'industria di base di buona parte della manifattura italiana — è in particolare difficoltà, perché il calo è di oltre il 12% della produzione italiana negli ultimi tre anni. Noi avevamo bisogno — e abbiamo bisogno — di dotarci di una strategia nazionale delle politiche industriali. Però da questo punto di vista il governo è in forte ritardo: il ministro Urso aveva lanciato a ottobre del 2024 il Libro Verde sulle politiche industriali e avrebbe dovuto diventare il Libro Bianco a febbraio scorso, dopo la consultazione. Lo stiamo ancora aspettando. Così come stiamo ancora aspettando il piano di sostegno alle filiere colpite dai dazi, che già Medonio aveva annunciato dall'aprile del 2025. Nella manovra che dibattiamo chiediamo tre cose fondamentali. La prima: un programma almeno triennale di sostegno degli investimenti innovativi. Da questo punto di vista il governo — meglio tardi che mai — ci è arrivato, perché gli emendamenti presentati in questi giorni prorogano fino al 2027 il super-ammortamento e il libero ammortamento. Però purtroppo è stato ridotto il vantaggio: per rinnovi è stata annullata e il vantaggio per gli investimenti green in questo programma rimane il super-ammortamento. Secondo noi sarebbe stato meglio rimanere con il credito di imposta. La seconda cosa che chiediamo: il taglio dei costi dell'energia. E quindi non c'è nulla. Sono mesi che stiamo aspettando il decreto energia promesso dal governo: nella legge di bilancio la parola non viene nemmeno citata. Terzo punto: servirebbe una strategia per le filiere, a partire da quella connessa alla chimica. Anche qui, onestamente, non c'è nulla. E poi c'è anche il tema di legislazione europea — in questo periodo si sta parlando dei pacchetti "Omnibus." Anna, vengo torno da te: il pacchetto Omnibus interviene in tanti settori. Secondo te, quali sono la tua opinione sulle proposte e sulle misure inserite in questi pacchetti? Dunque, innanzitutto, quest'anno è stato approvato la prima parte del decreto Omnibus: uno quello in particolare riferito alla ricondensazione — sulla "due diligence." È un primo step secondo me, nel tanto che sappiamo tutti e conosciamo la frase: "L'America crea, la Cina copia e l'Europa regola." La burocrazia è un problema per le imprese italiane e anche per le imprese europee. Quindi cercare di sostenere la filiera con degli interventi che vadano a ridurre gli oneri di sistema burocratici nei confronti delle aziende è un ottimo passo. E davanti la von der Leyen ha stimato cinque miliardi di risparmi per le imprese proprio grazie al pacchetto Omnibus. Per un primo passo dobbiamo ragionare secondo me come Unione Europea, guardando anche le diverse situazioni dei singoli stati. Quindi avere una visione comune che aiuti veramente l'impresa. Però se in Italia si norma tutto ma l'Europa regola, c'è bisogno di una chiarezza — diciamo — più onesta per capire come aiutare davvero l'impresa. È un primo passo ottimo, però penso che serva di più vista la situazione attuale in Europa. Faccio un po' la stessa domanda a maggioranza e opposizione. Partiamo dall'opposizione: qual è la sua opinione su questa semplificazione? Continua nella mission di questo pacchetto, ed è quello che serve alla competitività, o no? In alcuni ambiti per esempio abbiamo visto che sono state sollevate qualche criticità, perché ci si aspettava insomma una semplificazione reale, invece non è stato proprio così. Io credo che l'impresa abbia bisogno di regole certe, stabili e prevedibili. Il Green Deal in Europa in molti casi è stato messo a terra con un approccio troppo burocratico, quindi la semplificazione è sicuramente benvenuta. L'importante è che non si traduca in una rinuncia agli obiettivi ambiziosi che si è data l'Europa, che hanno anche una valenza industriale. Perché la competizione a livello globale con la Cina e con gli Stati Uniti si gioca sulle filiere green, sulle tecnologie verdi, e non possiamo abdicare all'obiettivo di rimanere tra le grandi potenze manifatturiere a livello mondiale. Il punto di fondo però — al di là della ridefinizione delle regole e della semplificazione, che ripeto è benvenuta — è la senza di politiche industriali. Innanzitutto a livello europeo, poi come ricordavo in precedenza a livello nazionale. Vale per la chimica, vale per l'automotive: sono settori strategici per la manifattura europea che non possiamo abbandonare al loro destino. Dobbiamo sostenerli nella conversione ecologica, sostenerli nella trasformazione digitale. Ed è evidente che questo sforzo va fatto innanzitutto a livello europeo, perché su quella scala si gioca la competizione. E qui siamo in ritardo. Ricordando però che in Europa non si possono fare le nozze con i fichi secchi: finché il bilancio europeo è qui circa all'uno per cento del PIL europeo, si può fare ben poco. Non possiamo chiedere all'Europa di mettere in campo programmi giganteschi se il bilancio europeo rimane minuscolo rispetto al bilancio federale americano o al bilancio del governo cinese. Quindi servono soldi in più soprattutto a livello europeo di politiche industriali, accanto alla semplificazione. Maerna, che ne pensi? Ma io dico che nei confronti della ridefinizione normativa europea il ruolo del governo italiano è stato centrale. Il successo della variazione in normativa europea che è stata introdotta in questi giorni relativa soprattutto all'automotive ne è un esempio: il governo italiano ha cercato a livello europeo di far capire che un conto sono i principi, il Green Deal e la transizione ecologica — tante belle parole — che poi però si devono tradurre in pratica nella gestione delle aziende. E le aziende hanno sofferto: l'automotive è stato massacrato da questa politica, e lo vediamo con Stellantis, con Volkswagen. Quindi noi abbiamo giocato un ruolo per tutta l'Italia centrale da questo punto di vista. Abbiamo riportato a terra alcuni burocrati europei che probabilmente non hanno mai gestito aziende, e quindi hanno buttato regole che hanno distrutto mercati. E qui torniamo poi alla chimica: poi tutto va a catena. Per cui: semplificazione, meno burocrazia, e soprattutto — lo dico da ex-manager di una multinazionale giapponese — rendersi conto realmente, andando a visitare, parlando con gli imprenditori, creando una sinergia, che alcuni principi molto ideologizzati e poco concreti distruggono l'impianto industriale europeo e nel nostro caso nazionale. E questa è una ricaduta anche sulla chimica di cui parlavamo prima. Per cui benvenuta tutta l'operazione attuata dal governo e dalla premier in prima persona per cercare di semplificare e far cambiare. Non abbiamo ridotto del 100%, però abbiamo portato a 90 il cosiddetto obiettivo dal 35, così almeno alcuni settori tra cui l'automotive possono cominciare a respirare. Altrimenti — ve lo dico io — non ci vogliono solo investimenti: ci vogliono regole chiare, prospettive almeno su 5-10 anni. In questo modo noi abbiamo bloccato tre anni fa il settore dell'automotive, e oggi ne paghiamo le conseguenze. Castagna, lei è fiduciosa su questi ultimi sviluppi del Green Deal e sulla riflessione che si sta facendo in Europa, che ha messo al centro la competitività del sistema industriale? Perché diciamo: la sostenibilità ambientale rimane nulla senza sostenibilità sociale. Quello che stiamo dicendo noi è che oggi difendere l'industria significa difendere un modello sociale — che è il modello sociale europeo — basato sul welfare, basato sulla previdenza integrativa, basato su tanti elementi sui quali l'industria è uno dei motori principali. Ad oggi la chimica, come ho detto prima, è uno dei motori anche della transizione ecologica. Faccio due esempi banalissimi: quelli che sono i pannelli solari — è un processo chimico — promette grazie alle celle fotovoltaiche di trasformare energia solare in energia elettrica. Così come la batteria: la batteria è un processo chimico — la batteria elettrica di una macchina è un processo chimico di quelli particolarmente raffinati. Oggi pensare di perdere la produzione chimica di base per concentrarsi solamente su quelle raffinate, su quelle più avanzate, è stato un errore. Perché ad oggi abbiamo perso anche la capacità produttiva delle cose più avanzate — come i pannelli solari piuttosto che le batterie. Ad oggi la chimica ha ancora un motore di export, e questa è una cosa di cui dobbiamo ricordarci. Faccio solo un esempio: oggi l'export del vino italiano vale 8 miliardi di euro; l'export della chimica italiana ne vale 43. Se apriamo un giornale oggi — qualsiasi giornale, vi sfido a trovare un articolo che parli di export di chimica — mentre siamo pieni, e benvenuto, perché siamo tutti molto contenti dell'export del vino, dei dazi su quello che sono i dazi sull'agroalimentare. Oggi per esempio non si parla di quello che è un'eccellenza: la cosmetica, la chimica di base. Noi siamo dei grandi produttori, siamo una manifattura importante. E passate in una battuta: la manifattura italiana è un patrimonio materiale dell'umanità, perché è stata fuoco di innovazioni, di scoperte, di invenzioni, di produzione — dalla plastica al computer — l'Italia ha inventato tante cose. Dovremmo ad oggi riportare — e per noi questa è già una vittoria che se ne parli — riportare al centro l'orgoglio di una manifattura che è quella italiana, che è innovativa, che è destinata all'export, e può fare ancora tante cose, con il sostegno delle istituzioni pubbliche. Non ci fermiamo in pubblicità: torniamo in studio tra un minuto a continuare questa interessante discussione sulla chimica. Mentre si è a Largo Chigi, parliamo del settore chimico — delle criticità del settore, delle richieste e delle istanze. E veniamo al tema cruciale, quello del costo dell'energia. Parlavamo anche in premessa: è uno dei principali temi che il settore chimico, così come anche altri comparti industriali, sta affrontando. Anna Di Rocco, vengo da te: stanno circolando un po' di anticipazioni, un po' di bozze sul DL-Energia. Secondo te, dall'impressione che stai avendo, è una proposta giusta per aiutare le famiglie e soprattutto le imprese? Era una proposta — è un intervento intelligente, perché in qualche modo posticipa e spalma il dolore. Però qui l'Italia ha un problema strutturale energetico. La sovranità energetica è fondamentale: lo abbiamo visto con la guerra in Ucraina, lo vedono ancora oggi le imprese che ne pagano il prezzo. Sì, veramente ci sono interventi — si dice 2 miliardi — che da una parte del governo sosteranno per circa 5 miliardi famiglie e imprese. C'è però un discorso, una riflessione che va fatta. I paesi in Europa che pagano meno l'energia sono Francia e Spagna. Due paesi che hanno tante rinnovabili, tante nucleare. L'Italia, anche qui, si sta muovendo. Però se vogliamo sostenere il nostro sistema industriale, non possiamo farlo posticipando il problema, anche qui. Il primo intervento — quello grazie al bond che forse si dovrebbe mettere a terra — consiste nel posticipare degli oneri di sistema che noi già paghiamo in bolletta. Però non è una soluzione di lungo periodo. Non aiuta le imprese a dire: "OK, sono tranquillo nel lungo periodo" — è più un tirare avanti in cui gli anni mi arriverò a rendermene conto. C'è bisogno di una soluzione un po' più strutturale. Castagna: c'è bisogno di una soluzione un po' più strutturale. Lei — sappiamo che questo per voi è un tema centrale — abbiamo la fortuna di avere maggioranza e opposizione, e una fase di costruzione di questa normativa. Quali sono secondo lei i punti che non devono mancare? Beh, ad oggi come abbiamo detto più volte il costo dell'energia è uno dei fardelli che l'industria chimica si porta appresso — è una di quelle così dette "hard-to-abate": cioè è un'industria energivora, ha bisogno di tanta energia. Ho dato prima dei dati: quello che pagavamo 100, siamo arrivati a pagare 2.000 durante la guerra ucraina. Ma ora paghiamo circa 200, quindi c'è ancora un raddoppio netto dei costi energetici rispetto al pre-conflitto. Ad oggi aspettiamo, diciamo, con ansia il decreto energia, di cui si parla. Speriamo che accanto alle necessarie misure per le famiglie ci siano necessarie misure per le imprese, che sono di due tipi: sicuramente alcune strutturali, che hanno una tempistica di medio-lungo periodo, necessarie per mettere in campo un mix energetico da diversi fronti di approvvigionamento, che preveda diciamo un'autonomia su un orizzonte di 10 anni come ha detto la giornalista con i dati video. Però accanto a questo sono necessarie delle misure che abbiano un effetto shock, perché in questo momento il tema principale è quello del rischio di chiusura di settori, di sistemi, di filiere produttive, proprio perché i costi energetici sono maggiori dei ricavi dalle vendite. Quindi è una situazione molto complessa. Sicuramente le iniziative di diversificazione delle reti, gli interventi di individuazione degli oneri di sistema, sono tante le leve su cui si può agire. Però è necessario appunto mettere in campo una visione che metta insieme sia la riflessione sull'oggi, sull'immediato — fare presto — sia una riflessione che metta insieme un po' di medio-lungo periodo. Senta: c'è anche il rischio di de-localizzazione. Lei prima — prima di entrare in trasmissione — ci parlava dei tanti stabilimenti che BASF ha anche in Italia. Ad oggi, come ha detto nel servizio di copertina, il 75% delle chiusure delle industrie chimiche nel mondo sono concentrate in Europa. Sicuramente, ad oggi tenere degli impianti — soprattutto quelli di chimica di base — in Europa è una sfida competitiva molto difficile. Noi continuiamo a investire. Sicuramente nel lungo periodo, anche un vantaggio è quello di essere molto vicini ai mercati di sbocco. Quindi sostanzialmente noi abbiamo una distribuzione di capacità produttiva: grandi impianti che fanno chimica di base, distribuiti nei 5 continenti, al servizio delle manifatture locali. Quindi, il nostro impianto in parte, quello in Germania — che è il più grande impianto chimico al mondo — serve in particolare la manifattura europea. E finché c'è la manifattura europea, ci sarà anche una chimica di base. Quindi sicuramente la sfida c'è, ma c'è uno spazio per la chimica in Italia. Questo voglio ribadirlo: ho dato prima dei dati sull'export. Oggi la chimica italiana è un orgoglio del nostro paese. Possiamo continuare a pensarlo e ribadirlo, e soprattutto ad esserne orgogliosi. È uno spazio difficile da presidiare, ma che possiamo continuare a presidiare — della manifattura italiana, la seconda al mondo — e ha bisogno della chimica per portare avanti proprio il suo percorso di eccellenza. La sfida è europea — anche quella appunto dei costi energetici, dei costi per esempio della CO2. Perché con l'eliminazione delle quote gratuite che garantivano alle industrie, per il nostro giro d'affari, delle quote di CO2, e l'introduzione del meccanismo CBAM — che sostanzialmente è una sorta di tariffa sull'acciaio e sulla CO2 importata — noi riteniamo che accompagnare questa trasformazione politica sia importante, ma che abbia una gradualità che possa aiutare l'industria chimica ad avere una transizione un po' più sostenibile, sicuramente. Continuiamo il giro con la politica. Questa volta lo invertiamo: ricomincio da lei, Maerna. Il DL-Energia può essere l'occasione? Qui c'è un tema non solo del comparto chimico, ma di tante filiere. Noi nel nostro palinsesto abbiamo parlato con tanti rappresentanti di tanti settori industriali, e questo tema dell'energia è assolutamente cruciale. Assolutamente sì. Il governo sta intervenendo — e già è intervenuto con misure per sostenere le famiglie: all'inizio, nell'inverno 2023-24, quando il primo DL-Energia, quello che comprendeva anche il discorso bollette, è servito per sostenere le famiglie che non riuscivano. Poi il DL-Energia che è in preparazione, che si sta studiando, prevede alcune misure, tra cui sgravi fiscali che possono intervenire nell'immediato, ma anche strutture a medio-lungo termine. Tra cui il nucleare: sul nucleare abbiamo fatto anni di dibattito, quindi nel mio senso poteva più non parlarne. Come adesso finalmente si è arrivati a un decreto, che — come diceva bene prima la Dr. Di Rocco — Francia e Spagna hanno costi molto più bassi perché hanno nucleare e rinnovabili. Allora, il nucleare — sempre con razionalità ed equilibrio — richiederà un po' di anni. Quindi misure tampone al momento, che consentono alle imprese di sostenere il momento economico attuale. Ma anche in prospettiva, che comprendono il nucleare e le rinnovabili. Sulle rinnovabili, io vorrei fare un ragionamento. Se l'Europa pensa di introdurre le rinnovabili dicendo all'agricoltore: "Tu non coltivi più quello che stai coltivando, e mettiamo bel piano di pannelli fotovoltaici" — non andiamo da nessuna parte. Abbiamo visto le rivolte all'inizio delle discussioni degli agricoltori, perché questa non è una politica sensata. Le rinnovabili sono una cosa sana, vanno fatte con un senso, senza andare a massacrare altri settori. Poi, sulla questione: non dimentichiamo la strategia governativa sul Piano Mattei — il Piano Mattei per l'Africa — che comprende anche misure che puntano all'indipendenza energetica attraverso la collaborazione con questi paesi. Non dobbiamo dipendere esclusivamente — come è successo con la Russia, poi con la guerra è successo quello che sappiamo — da un solo fornitore. Per cui: strategie a medio-lungo termine, perché vanno sostenute con investimenti, costanza, determinazione e convinzione. In più, appunto, il decreto prevede anche dei fondi immediati, già dal 2025 al 2026, per l'efficientamento energetico: per cercare di aiutare le imprese a fare un passo concreto strutturale che porti a un risparmio energetico, consentendo loro una visione a medio-lungo termine. E quindi l'efficientamento riduce i costi e favorisce anche gli investimenti. Questo è un po' l'obiettivo che ha il governo, e che ovviamente richiede un po' di tempo per poterlo realizzare. Però: la strada è tracciata, e soprattutto si è invertita la tendenza. Misiani, DL-Energia, nucleare, rinnovabili, Piano Mattei: è la strategia che serve, o è la vostra proposta in questo senso? Ma sono tutte chiacchiere: non c'è nessun decreto energia. Sono 6 mesi che lo hanno annunciato. Ci sono delle bozze, ma non c'è assolutamente nulla che riesca ad incidere veramente sul tema del costo dell'energia. Le imprese italiane continuano a pagare l'energia più cara d'Europa, che a sua volta è probabilmente la più cara del mondo. E ci stiamo de-industrializzando, e la chimica — anche un settore nel giro — soffre particolarmente. E questo spiega innanzitutto il crollo del 12% della produzione della chimica in questi tre anni. Sul nucleare, io ho una posizione laica personalmente. Però non c'è assolutamente nulla: tant'è che il piano strategico dell'ENI non cita il nucleare come opzione. E se anche oggi decidessimo di realizzare nuove centrali, le vedremmo in funzione tra 15 anni se va bene. E nel frattempo arriviamo morti dal punto di vista industriale, se non affrontiamo qui e ora il problema del costo dell'energia. Facendo cosa? Il primo punto è disconnettere il prezzo dell'energia da quello del gas. Deve cambiare una normativa europea, certamente. Ma se diffondiamo i contratti PPA — di acquisto di lungo periodo — nel nostro paese, possiamo iniziare per via contrattuale a fare pagare meno le imprese. Perché noi oggi la paghiamo come se fosse tutta prodotta da gas, anche se il 40% dell'elettricità è prodotto da rinnovabili, che hanno costi di produzione molto inferiori. Secondo punto: le rinnovabili dobbiamo farle nel nostro paese, perché costano meno — è la strada maestra per ridurre i prezzi dell'energia per le famiglie e per le imprese. Allora però bisogna semplificare i permitting e la burocrazia. Da questo punto di vista il governo ha fatto delle scelte contraddittorie. Terzo punto: bisogna rimediare a un grave errore che ha fatto il governo l'anno scorso. Hanno prorogato le concessioni per la distribuzione elettrica: le aziende pagheranno un canone straordinario, ma lo recuperano sulle bollette. Quel canone viene considerato come se fosse un investimento. Lo pagheremo noi, le famiglie e le imprese italiane. Abbiamo presentato un emendamento per rimediare: questo è un grave errore. Altrimenti caricheremo di miliardi di euro le bollette con la gioia di Enel e delle altre compagnie energetiche, ma non certo delle imprese italiane. E poi il tema dell'idroelettrico: se il governo decide di prorogare le concessioni, valuteremo. Ma se ci sarà questa proroga, una parte molto significativa della produzione va ceduta a prezzi calmierati e ribassati alle imprese italiane. Altrimenti facciamo un favore ai produttori che hanno costi bassissimi, ma vendono quell'energia come se fosse tutta prodotta da gas. Quindi o facciamo operazioni coraggiose — andando magari a scontentare le imprese energetiche, ma ad aiutare davvero le imprese italiane — oppure la de-industrializzazione continuerà. E noi rischiamo di uscire dalla chimica. Perché il governo sulla chimica ha commesso un gravissimo errore: la decisione di far uscire Eni dalla chimica di base è un errore avallato dal governo, che è il principale azionista di Eni. E noi stiamo uscendo da un settore che garantisce autonomia strategica per il nostro paese. Quindi: o siamo conseguenti alle promesse, oppure semplicemente facciamo chiacchiere, parliamo di autonomia strategica, ma poi tiriamo fuori l'Italia da un nodo chiave. Perché se non hai la chimica di base, è chiaro che indebolisci tutta la filiera. Maerna, una breve replica. Ma ho già detto prima sulla disconnessione che ha accennato prima il collega Misiani: sono d'accordo. Per il resto, è ovvio che magari abbiamo visioni diverse. Io ricordo solo che noi governiamo da tre anni: questi problemi non è che sono sorti tre anni fa. Sono problemi strutturali che ci sono, non che sono stati lasciati correre. Adesso si sta cercando di porre rimedio con una visione un po' più strategica, strutturale e concreta. Soprattutto concreta. E l'interlocuzione, l'interlocuzione con le imprese e con tutto il mondo imprenditoriale, è fondamentale. E il governo ha adottato questa politica: io credo che sia la più giusta, la più logica. Non risolve domani mattina i problemi, però in prospettiva siamo fiduciosi che questo verrà a compiersi. Un ultimissimo passaggio in conclusione, e con Castagna. Lei all'inizio ci dava dei dati: 102.000 addetti altamente qualificati. La chimica, il settore chimico, immagino in termini di competenze, abbia costantemente bisogno di investimenti, di ricerca e di formazione delle competenze qualificate. Come da questo punto di vista il mercato? Beh, come dicevo prima: sono orgoglioso di un settore. Ad oggi la nostra forza lavoro è altamente qualificata — ho dato prima il dato: un quarto circa dei lavoratori sono laureati, rispetto a circa un 10% che è la media nazionale. Ad oggi garantiamo stipendi che sono significativamente superiori alla media nazionale. È uno di quei settori per il quale i ragionamenti sulla produttività, sull'alto valore aggiunto, fortunatamente è possibile farli con i numeri che girano. Ad oggi, se veramente il sistema politico e il sistema istituzionale mettono al centro questo tipo di lavoro — non solo la chimica, tante parti della manifattura hanno questo pregio — sicuramente possiamo fare un favore a questo paese. È necessario investire nelle discipline scientifiche, è necessario investire in formazione di base. È necessario anche investire in una certa cultura diffusa che metta al centro l'innovazione, la scienza, la tecnologia, la curiosità, il piacere della scoperta. È veramente un settore particolarmente interessante. L'altro ieri ne parlavo con mia figlia: le spiegavo un po' le reazioni di certi polimeri rispetto al polietilene. Oggettivamente sono molto affascinanti: mettiamo due composti, questi composti si combinano e diventano dei funghi morbidi. Un bambino, una ragazza — come mia figlia — può trovare interessanti anche un libro, un percorso di studio su questa cosa. Però ci vuole un sistema culturale intorno che veda in queste cose non una minaccia per la salute, non una minaccia per l'ambiente, ma un portatore di scoperta, di innovazione e sinceramente di curiosità per il futuro. C'è anche una narrativa sui social molto interessante per avvicinare i giovani a materie importanti e strategiche — per definizione magari un po' complesse — come la chimica. Penso anche alla fisica, per esempio. Allora io vi ringrazio per essere stati con noi. Ringrazio Maerna, Misiani, Castagna, e Anna Di Rocco di Milano Finanza in collegamento. E noi continuiamo a documentarvi sugli sviluppi di tutto questo dibattito — dalla legislazione alle misure industriali. Continuate a seguirci: fatelo sul sito, sull'app di Urania TV, e da oggi anche sul canale 511 di Sky. Alla prossima.
Largo Chigi - Sostenere l'industria chimica per rafforzare le filiere | Urania News – Canale 260