Trascrizione del video
Amici di Urania TV, ben ritrovati da Paolo Bozacchi. Una nuova puntata di Largo Chigi, la vostra finestra sulla politica. Oggi concentreremo la nostra attenzione sul mondo del digitale — un mondo che ci riguarda molto da vicino — dove è in ballo la sicurezza dei nostri dati. Ne parleremo diffusamente con i nostri graditi ospiti, che vado a presentarvi.
Collegato con noi c'è il professor Antonio Manganelli, Diritto e Politica della Concorrenza all'Università di Siena. Benvenuto, professore.
>> Ciao, ben trovati, buongiorno.
>> Alla mia sinistra c'è Andrea Sinopoli, VP Cloud Technology Country Leader di Oracle Italia. Bentrovato.
>> Grazie, buongiorno, buongiorno a tutti.
>> Alla mia destra c'è l'onorevole Fabio Raimondo, Capogruppo in Commissione Trasporti alla Camera per Fratelli d'Italia. Buongiorno, grazie per l'invito.
>> Completo il nostro panel l'onorevole Giulia Pastorella, Capogruppo in Commissione Trasporti alla Camera per Azione. Bentrovata.
>> Grazie.
>> Per inquadrare meglio il tema, vi do anzitutto un numero. Il Rapporto Draghi del 2024 sulla competitività dell'Unione Europea indicava un investimento necessario di 360-380 miliardi di euro all'anno per colmare il gap tecnologico — digitale e industriale — rispetto a Stati Uniti e Cina.
Inquadriamo ancora meglio il tema di oggi con la copertina curata da Beatrice Telesi. Negli ultimi mesi l'Unione Europea ha avviato una nuova stagione per rilanciare la competitività e colmare il ritardo tecnologico con Stati Uniti e Cina. Il Rapporto Draghi parla chiaro: all'Europa servono fino a 200 miliardi di euro all'anno in più per stare al passo. Da qui nasce la "Bussola per la Competitività", il piano strategico di Bruxelles per semplificare le regole, stimolare l'innovazione e fare finalmente dell'intelligenza artificiale un motore per la crescita. In Italia, solo l'8% delle imprese usa l'intelligenza artificiale contro il 20% della Germania. Meno della metà della popolazione ha competenze digitali di base. Eppure qualcosa si muove: il DDL IA è appena stato approvato alla Camera — è il primo tentativo concreto per anticipare il recepimento dell'AI Act europeo — ma i fondi previsti di soli 30 milioni di euro fanno discutere. In parallelo, in Parlamento si discute una legge per sviluppare data center, infrastrutture cruciali per cloud, big data e blockchain: progetti da miliardi già in cantiere. Ma senza una visione condivisa, l'Italia rischia di restare indietro. È proprio la visione condivisa che cercheriamo di costruire qui, come facciamo tradizionalmente su Urania, anche a Largo Chigi.
Professor Manganelli, cominciamo da lei. La "Bussola per la Competitività" — tra l'altro, è un investimento nettamente superiore a quello del piano ReArm Europe di cui si sta tanto parlando, il piano di difesa e sicurezza dell'Unione Europea. Il famoso paradosso del mercato unico dei dentifrici, ma non dell'intelligenza artificiale, sarà finalmente superato?
>> Quello che sta facendo ora la Commissione Europea, con la Bussola per la Competitività, ma anche altre politiche che sta percorrendo, è un percorso leggermente nuovo: sta cercando di affiancare alla regolazione economica e alle politiche per la concorrenza — che l'hanno sempre caratterizzata — una politica industriale europea che sia efficace. Prima era stata fatta in maniera molto limitata. I motivi sono diversi. Uno è un elemento storico e istituzionale: le politiche industriali sono essenzialmente nazionali. Quindi la competitività di cui ora si parla molto era sempre stata più una competitività quasi interna all'Eurozona rispetto alla competitività dell'Europa in sé rispetto ad altri contesti giuridici, politici e globali. Questo è un punto essenziale: il mercato interno non è solo un mercato delle merci, ma anche un mercato dei servizi — tra cui quelli digitali — e un sistema istituzionale dei vari paesi europei, il che è fondamentale.
L'altro elemento: si è creduto che la sola tutela dei mercati e la regolazione economica avrebbe portato automaticamente allo sviluppo e all'innovazione. Questo si è visto chiaramente non essere sempre vero, perché per massimizzare l'innovazione la concorrenza questa relazione non funziona allo stesso modo in tutti i mercati: in alcuni contesti c'è bisogno di politiche industriali e di regolazione economica, in altri meno. E poi gli altri attori, nell'ambito della competitività, si sono sempre dotati di elementi di politica industriale, anche nel ruolo del pubblico nell'innovazione.
L'ultimo elemento: il deficit di innovazione europea è un deficit di innovazione essenzialmente nella parte finale del ciclo di innovazione — cioè nell'introduzione nel mercato e nella commercializzazione dell'innovazione — non nella ricerca di base, in cui siamo assolutamente al pari, se non a volte superiori, ad altri contesti. I motivi di questo sono vari: uno è il rapporto università-industria, ma l'altro è il grande fallimento di mercato latente in Europa che non è stato colmato — quello del sistema finanziario del capitale di rischio — che porta anche a spiegare perché in Italia, proprio perché l'innovazione ha molte eccellenze, ci sono moltissime startup, ma queste startup non riescono a crescere e a scalare proprio per questo motivo. E questo è il paradigma che si sta cercando di affrontare a livello europeo.
In questo senso non è un caso che sia il Cloud and AI Development Act che per la prima volta introduce uno strumento essenzialmente di politica industriale — e l'Unione Europea dovrebbe adottare la proposta di regolamento entro il quarto trimestre dell'anno. Gli obiettivi principali sono: triplicare la capacità dei data center entro 5-7 anni, definire il settore pubblico come cliente e come volano dell'innovazione, e rafforzare la competitività della filiera digitale europea nel cloud e nell'AI.
>> Intelligenza artificiale, cloud, data center: adesso ne parliamo in dettaglio. Intanto l'Unione Europea si è portata avanti con l'AI Act, che è stato in qualche modo recepito, onorevole Raimondo, da un provvedimento italiano, il DDL IA. Che però prevede, senza però, un approccio antropocentrico. Ce lo spiega, onorevole Raimondo?
>> Innanzitutto dobbiamo evidenziare come questi temi dell'intelligenza artificiale siano sia un tema di straordinaria opportunità per tutti, sia — come tutti i temi attuali dove c'è una grande opportunità — ci sia la nonché dell'insidia, che va governata. Il significato di questo intervento legislativo che ha visto l'aula di Montecitorio licenziare la scorsa settimana il provvedimento — dopo lungo approfondito esame da parte della Commissione Telecomunicazioni, che peraltro proprio in queste settimane ha all'ordine del giorno anche un altro provvedimento che avete citato nella vostra copertina: quello sui data center — è la dimostrazione che l'attività legislativa è attenta su questi temi. E ricordo sempre che storicamente la legislazione è andata a rincorrere l'innovazione — è sempre così: l'innovazione è un passo avanti e il legislatore va a rincorrere. Avviene in tutte le epoche con le grandi novità, e lo stiamo facendo ovviamente anche oggi.
Con questo provvedimento sull'intelligenza artificiale abbiamo innanzitutto recepito e adeguato quella che era la normativa nazionale mancante, evidenziando una cornice nazionale all'interno del regolamento europeo. Ma cosa facciamo? Come lei sottolineava giustamente, mettiamo al centro l'uomo. Cosa significa mettere al centro l'uomo? Significa che in un settore molto delicato — dove non solo ci sono in gioco i nostri dati personali, i dati più sensibili, quelli che riguardano la nostra vita professionale e quotidiana, ma anche un settore dove dall'utilizzo di questi dati possono esserci delle conseguenze lecite sicuramente, ma anche che possono essere oggetto di attività illecite — bisognava regolarlo e bisognava mettere al centro l'uomo. Nel senso che è l'uomo che sulla tecnica, sulla tecnologia, deve vincere sempre: dal punto di vista etico, dal punto di vista professionale, dal punto di vista della salvaguardia dei diritti di tutti.
Pensiamo al diritto d'autore, pensiamo alle applicazioni concrete di questo provvedimento sull'intelligenza artificiale che interviene nei settori chiave della nostra vita quotidiana: la sanità, la giustizia, la pubblica amministrazione, il diritto d'autore, la sicurezza. Un esempio: io sono avvocato — l'intelligenza artificiale deve diventare, e così la regolamentazione, un ausilio per la professione forense, la professione dei magistrati, ma mai si può sostituire alla decisione di un giudice, non solo perché dice la nostra Costituzione che la giustizia è l'intervenire nel merito su un caso concreto, ma perché la decisione ultima deve rimanere a un giudice. Quindi l'intelligenza artificiale può essere utilizzata per organizzare gli uffici, per implementare situazioni di analisi e di supporto. Lo stesso per la sanità: pensiamo alla diagnosi precoce, a tutta una serie di interventi che possono essere fatti tramite le applicazioni dell'intelligenza artificiale, dove però il ruolo del medico deve essere assolutamente importante. O ancora la salvaguardia del diritto d'autore: abbiamo scritto nel testo che laddove un'opera professionale, artistica, un'opera dell'ingegno venga realizzata anche grazie al contributo e al supporto dell'intelligenza artificiale, ma dove sia predominante l'intervento umano, quella venga salvaguardata come diritto d'autore della persona che ha utilizzato anche il supporto dell'intelligenza artificiale. Per non parlare poi di tutti gli aspetti che riguardano la sicurezza dei dati e il loro utilizzo.
Questo era un tema che andava regolato. Abbiamo visto come in diverse occasioni anche il Presidente del Consiglio Meloni, nei consessi internazionali — a cominciare dal G7 — ogni volta che c'è un incontro a livello internazionale abbia posto il tema dell'intelligenza artificiale. E lo ha fatto — concludo — anche sulla base del nostro intervento legislativo e delle valutazioni, ricordo, fatte ed espresse da Papa Francesco quando andò al G7 in Puglia, dove portò il tema dell'intelligenza artificiale, richiamate anche da Papa Leone recentemente. Quindi quando noi diciamo che abbiamo messo al centro l'uomo, lo facciamo con un pizzico di orgoglio, rivendicando che in una materia come questa ancora la centralità dell'uomo deve essere salvaguardata.
>> Direi anche, ultra la centralità dell'uomo, l'aspetto economico: perché il mercato dell'intelligenza artificiale vale già in Italia oltre un miliardo di euro — 1,2 miliardi per essere precisi — e cresciuto del 58% tra il 2023 e il 2024. Quindi è chiaro che la regolamentazione era quanto mai necessaria. Aggiungo, onorevole Raimondo, che l'Italia è il primo paese europeo a recepire l'AI Act e a portarsi avanti nazionalizzando la regolazione e la legislazione in materia.
Vediamo però il ruolo dell'opposizione. Onorevole Pastorella, come Azione avete rilevato comunque qualche vulnus, qualche aspetto da migliorare nel provvedimento?
>> Sì, decisamente — pur essendo ben disposti quando abbiamo saputo che stava arrivando un provvedimento sull'intelligenza artificiale. Come ricordava il professore, ci sono due maniere di approcciare un tema: o si regolamenta oppure si fa politica industriale, quindi si incentiva. Io devo confessare che conoscendo, sapendo tutti quanti che l'AI Act sarebbe arrivato — e che il regolamento va direttamente trasferito, non c'è questione di adattamento, non è una direttiva, quindi non c'è margine di gioco sul recepimento — mi aspettavo che il governo si sarebbe concentrato sull'altra gamba dell'azione, verso la politica industriale. Benché il DDL IA tocchi in parte il tema del mandato di fare una strategia sull'intelligenza artificiale e di implementarla, quella parte è molto debole, molto piccola rispetto a tutta la parte di regolamentazione, che ritengo ridondante proprio perché arriverà l'AI Act. Rischiamo, a proposito di impatto economico, di avere una parziale duplicazione. C'è certamente un tentativo di allineamento almeno sulle definizioni, ma un disallineamento invece su aspetti trattati dal DDL IA rispetto a quelli trattati dall'AI Act, quindi una grande confusione.
Come ha sentito nella copertina, solo l'8% delle nostre imprese utilizza l'intelligenza artificiale. Non so se questo DDL IA aiuterà questo numero a crescere o viceversa creerà un'aspettativa di attesa dell'AI Act — nel frattempo c'è questo DDL che però deve ancora passare al Senato, perché il governo stesso ha proposto un emendamento al Senato che poi ha dovuto rimangiarselo alla Camera sulla localizzazione dei dati utilizzati da sistemi di intelligenza artificiale nella pubblica amministrazione.
Ci sono poi solo alcuni aspetti critici: si parla di diritto d'autore ma non si parla assolutamente di come regolamentare le fonti — cioè i dati che vengono usati per allenare gli algoritmi, i dati protetti da copyright. Si parla di utilizzo in settori tipo giustizia e sanità, ma c'è molto poco sul tema dei bias, sul tema delle discriminazioni, che invece nell'AI Act è fortemente presente. Non si parla di settori ad alto rischio, non si parla di inasprimento delle pene — come se fare qualcosa con l'intelligenza artificiale o con mezzi criminali tradizionali fosse diverso, mentre è solo un mezzo. Potrei andare avanti nel dettaglio su vari aspetti. La critica principale però è: l'Italia non ha bisogno di ulteriori regole sull'utilizzo dell'intelligenza artificiale, perché siamo allo step prima — abbiamo le regole ma non abbiamo l'adozione. Questa è la criticità principale che secondo me va fronteggiata. Spero che il governo la fronterà quando metterà in piedi la strategia sull'intelligenza artificiale: ne abbiamo viste due triennali — entrambe sono rimaste purtroppo abbastanza lettera morta.
>> L'opposizione era molto più critica, ed è stato molto criticato il tema della governance e il fatto che sia un'agenzia governativa a gestire questo. È stato criticato il tema delle risorse. Per me questi sono aspetti paradossalmente secondari. Più propositiva: è come facilitare e incentivare l'adozione, e non come regolamentare una cosa che già viene regolamentata a livello europeo.
>> Abbiamo ascoltato il punto di vista della maggioranza e dell'opposizione e delle istituzioni. Andiamo ad ascoltare le imprese. Presidente Sinopoli, ci sono anche dei rischi con l'intelligenza artificiale. Oracle Italia si occupa anche di sicurezza dei dati di cittadini, imprese e istituzioni. Come possiamo proteggerci senza pregiudicare la sicurezza stessa e la sovranità dei nostri dati?
>> La risposta può sembrare banale, ma in realtà banale non è: dobbiamo in qualche modo facilitare l'adozione delle migliori tecnologie nel modo giusto. Che cosa significa? Significa sfruttare le opportunità. Voglio dare oggi un messaggio di attenzione e di responsabilità: questo è il momento storico che lo impone. I fornitori di tecnologia come Oracle hanno un senso di responsabilità, perché dobbiamo essere abilitatori nel fornire le migliori tecnologie, però allo stesso tempo avere la capacità di interpretare quali sono le esigenze specifiche di uno Stato, di un governo, di un'Unione Europea.
Quello che stiamo facendo — per portare qualche caso specifico sull'argomento — noi siamo un'azienda americana però abbiamo una presenza in Italia ormai da più di 40 anni, con più di mille persone per servire i nostri clienti sia nel settore privato che nel settore pubblico. Quindi abbiamo un DNA molto locale. Che cosa abbiamo fatto concretamente? Abbiamo aderito all'iniziativa, insieme al nostro partner tecnologico TIM, del Polo Strategico Nazionale. Quindi è partita questa iniziativa che di fatto è la vera unica prima realizzazione di cloud sovrano in Italia — un'azienda americana che ha avuto la capacità di interpretare quali erano le esigenze specifiche dettate dal Dipartimento per la Trasformazione Digitale, e mettere in campo oggi un'infrastruttura che risponde ai requisiti di cloud sovrano, sia nel modello con cui vengono gestiti i dati più critici del paese, sia nel modello di esercizio dell'infrastruttura. Questo percorso ci ha poi permesso di portare altri tipi di innovazione.
Quindi da questo contesto — il fatto che oggi l'adozione del modello cloud, soprattutto per facilitare l'utilizzo dell'intelligenza artificiale, sia un elemento ineluttabile tanto per le imprese private quanto per il settore pubblico — siamo convinti che da questo sia un fatto acquisito: tutti dovranno adottare il cloud per poter abilitare e accelerare questa adozione. Il nostro cloud ha avuto questo tipo di ulteriore dichiarazione. Abbiamo realizzato delle soluzioni che vengono chiamate cloud dedicato — quindi portiamo le infrastrutture cloud a casa dei nostri clienti, a casa dei nostri partner, e forniamo servizi per settore pubblico e privato dove di fatto l'infrastruttura è stata addirittura all'interno del datacenter, rispondendo perfettamente a quelle che sono le esigenze più stringenti di sovranità e di residenza del dato, senza però togliere nulla all'innovazione tecnologica.
Abbiamo fatto di più: due settimane fa abbiamo annunciato la possibilità di avere queste soluzioni in modalità disconnessa — quindi di fatto completamente disconnesse dal nostro cloud pubblico — per gestire ad esempio dati militari in contesti di massima sicurezza.
>> Abbiamo sentito anche il punto di vista delle imprese. Continueremo a capire meglio di che si tratta. Parliamo di sovranità digitale dopo questa breve pausa.
Lo avete visto: The Watcher Post. Sembra un nome americano ma è il nome della nostra testata di riferimento — seguiamola online su thewatcherpost.it, anche sui social, perché ci occupiamo proprio dei temi che trattiamo anche qui in televisione sul digitale terrestre, canale 260.
Stiamo parlando di sovranità digitale. Pensate: c'è una notizia di queste ore — nella trattativa complessa tra Stati Uniti e Unione Europea sui dazi — la nuova deadline fissata a luglio. Si parla anche di regolamentazione del digitale nelle due pagine di un possibile accordo: l'amministrazione Trump insiste affinché l'Europa ceda un po' di sovranità dal punto di vista della regolamentazione del mondo digitale. L'Europa è stata chiarissima su questo: è una linea rossa, non si transige e non si tratta con l'amministrazione Trump su questo specifico punto. Pensate quant'è importante.
Professor Manganelli, torniamo all'AI Act. L'approccio europeo è un approccio rigoroso, l'approccio americano è un approccio più libertario. Questo approccio diverso tra queste due realtà continentali rischia di penalizzare l'Europa? E come si può garantire sicurezza senza scoraggiare gli investimenti che danno la linfa vitale alle startup?
>> L'approccio da questa sponda dell'Atlantico è molto diverso. Ma io sono assolutamente d'accordo con quanto è stato detto prima: l'intelligenza artificiale è un fenomeno che include ovviamente aspetti economici ma anche dinamiche sociali. È assolutamente un contesto in cui una regolazione che non consenta alla tecnologia di sopraffare l'uomo è assolutamente giustificata, assolutamente giusta. Quindi in alcuni contesti ci può essere un costo in termini economici, ma probabilmente è un costo necessario per prevenire costi sociali ancora maggiori.
Il punto è che non penso ci sia un intrinseco contrasto tra regolazione e innovazione — dipende da come si regola, dipende dalla qualità della regolazione e dal tipo di regolazione. Questo è importantissimo. Bisogna distinguere almeno tre tipi di rischio rispetto al contesto di cui si è parlato: i rischi in termini di esternalità di mercato — per esempio che il sistema MDI sia usato senza un senso dell'individuo per fare il training degli algoritmi — questi sono esternalità di mercato. Ci sono poi rischi tecnologici e di cybersecurity, e ci sono rischi politici, che sono ancora un altro tipo di rischio. La regolazione si dovrebbe differenziare in questi contesti.
L'Unione Europea ha usato inizialmente un approccio ipertrofico per la regolazione del sistema di mercato digitale, probabilmente con un'eccessiva produzione normativa soprattutto sul digitale, perché è stata molto concentrata nel tempo. La Commissione sta cercando di fare una semplificazione normativa — anche se in minima parte. Ma soprattutto l'elemento fondamentale è quello della coerenza delle norme, perché il coordinamento di molti di questi atti emanati a livello europeo è complesso e complicato.
Questo è molto problematico. E secondo me si lega con quanto dicevo prima: il fatto che le nostre imprese siano tendenzialmente più piccole e non riescano a crescere significa che bisogna stare molto attenti quando si emanano atti simmetrici — cioè che si applicano a tutte le imprese a prescindere dalle dimensioni. Ovviamente questo crea dei costi e pone le imprese più piccole in una situazione problematica. Si dovrebbe invece accelerare il time to market, cioè il deployment più rapido delle soluzioni, incentivando una chiarezza normativa che consenta alle imprese di agire. Il decreto è proprio quello: consentire alle imprese di operare nel miglior modo possibile.
>> Il mercato si è portato avanti. Mi ha molto colpito una dichiarazione pubblica di Amazon, che dice che gli impiegati umani di Amazon sono già oltre un milione e che presto supereranno gli umani — il tema della sovranità digitale resta al centro. Onorevole Raimondo: come si può conciliare l'uso crescente delle nuove tecnologie, come illustrato dal professor Manganelli, con la difesa della nostra autonomia tecnologica — nostra inteso come italiana?
>> Guardi, io credo che la cifra del nostro tempo sia la velocità — non soltanto la velocità intesa come velocità di connessione, ma la velocità della scelta, della decisione politica, la velocità di essere al passo con queste innovazioni. E i nostri principali competitor — noi intesi come europei — sono sicuramente gli Stati Uniti e la Cina, che agiscono a una velocità impressionante, non soltanto per le ingenti quantità di denaro che investono nelle tecnologie e nelle infrastrutture. Il punto è la velocità di decisione politica. Non possiamo pensare tutto quello che vogliamo di Trump, ma abbiamo visto come con un ordine esecutivo — che è il quasi equivalente, anche se non sta al paragone con il nostro decreto-legge, del fatto che lo decide una sola persona, il Presidente degli Stati Uniti — nel giro di poche ore si possano avere conseguenze in tutto il mondo. Dall'altra parte, la Cina, che non ha opposizione parlamentare, non ha ostacoli giudiziari, non ha libertà di stampa, quindi può prendere decisioni così, con uno schioccare di dita.
Noi dall'altra parte abbiamo un'Europa nota per la sua capacità regolatoria. Ogni ragionevole dubbio per cui era necessario intervenire — lo si è fatto a livello europeo, lo sta facendo l'Italia con questo provvedimento. Che dico io va letto e coordinato con quell'altro provvedimento che stiamo esaminando in commissione — quello sui data center — perché quel provvedimento consente di supportare, creare e normare anche una rete di infrastrutture di dati a livello nazionale. Io vengo dalla provincia di Milano: oggi, guardando la mappa della provincia di Milano, si localizzano le strutture dove vengono realizzati data center, praticamente su tutto il territorio. Non c'è una mattonella libera perché ce ne sono a decine in una realtà come Milano, come la Lombardia, che diventa fondamentale per questo tipo di attività.
Abbiamo l'assoluta necessità di avere una rete nazionale, quindi una sovranità anche nazionale di quella che è la struttura delle infrastrutture. Al contempo dobbiamo tutelare le nostre imprese: quando nel servizio di apertura si dice che ancora una percentuale molto bassa delle nostre imprese utilizza l'intelligenza artificiale, manca forse ancora una certa cultura, manca finalmente — e con questo governo finalmente ci sono le prime possibilità di investimenti per le startup, per le imprese pubbliche e private — devono essere ovviamente messe sul campo. Manca poi la velocità con la pubblica amministrazione: laddove si dovranno implementare reti di data center, più tosto che materialmente scavare per le infrastrutture di rete, ci sono ancora delle lungaggini burocratiche che spaventano gli investitori. Si sta finalmente intervenendo. In quest'ottica, la nostra sovranità digitale è una sovranità nazionale ed europea che va tutelata, perché il nostro confronto lo facciamo innanzitutto con gli Stati Uniti d'America, ma dobbiamo tenere conto della Cina. Non si è mai diventato un nemico, ma oggi nell'ambito delle relazioni internazionali è un competitor con cui dobbiamo assolutamente fare i conti, valorizzando le nostre competenze. Le eccellenze italiane ed europee in questo campo ci sono e devono essere tenute in considerazione.
>> Restiamo sui data center, perché i data center sono essenziali per lo sviluppo dell'intelligenza artificiale, del cloud, del big data. Onorevole Pastorella, lei è prima firmataria della proposta unificata in Parlamento per lo sviluppo dei data center. Di cosa si tratta?
>> Sì, diciamo che è un esempio in cui la regolamentazione non solo è in ritardo sull'innovazione, ma è proprio non arrivata mai. I data center non sono un'infrastruttura nuova — esistono da decenni, certo con delle evoluzioni e con delle magnitudi diverse. Però è paradossale che un provvedimento quasi a costo zero — perché questo provvedimento è un poco più che creare un iter autorizzativo chiaro, definire dei codici ATECO, delle destinazioni d'uso urbanistiche, quindi semplicemente riconoscere che esistono queste infrastrutture, non sono simili ad altre infrastrutture che sono state normate nel tempo — a costo quasi zero possa sbloccare tantissimi investimenti, esteri o nostrani, perché abbiamo anche provider e investitori italiani ed europei, e naturalmente anche a livello globale e americano. È quindi un esempio cross-partitico: ho parlato con l'onorevole Raimondo, ma tutti i partiti dell'arco parlamentare — ciascuno con le proprie sfumature — hanno capito l'importanza di queste infrastrutture.
Sono fondamentali non tanto perché adesso non ci sia la capacità computazionale — è che sta altrove, e se noi vogliamo sta altrove: non nella zona di Milano ma nel panorama europeo, nei cosiddetti FLAP, cioè l'acronimo per le città in cui si concentrano i data center: Francoforte, Londra, Amsterdam, Parigi. Qual è l'obiettivo? Come dicevo, creare un iter più semplice, ma anche creare un po' di offerta di capacità di storage e computazione per facilitare l'adozione dell'intelligenza artificiale. Perché se questi data center adesso quasi non ci sono — al di fuori della zona milanese e poche altre — è un cane che si morde la coda: se non ci sono le aziende magari non ne fanno uso, e così via.
Eppure abbiamo le infrastrutture di connettività, abbiamo le infrastrutture di energia sparse sul territorio, abbiamo tante rinnovabili al sud, abbiamo i cavi sottomarini che arrivano nelle nostre isole permettendo una connettività incredibile. L'obiettivo è facilitare l'installazione di queste infrastrutture strategiche su tutto il territorio italiano — senza eccessi, con attenzione alla sostenibilità e al consumo di suolo — ma ci sono tantissime aree industriali dismesse che si potrebbero riconvertire. E ripeto: creare quella capacità di rilancio che può poi permettere alle aziende nel territorio di digitalizzarsi e di approfittare dell'innovazione.
Mi permettono una chiusura sulla sovranità digitale: io ripeto sempre che la sovranità digitale non può essere interpretata come autarchia digitale o totale indipendenza. Siamo d'accordo che i modelli statunitense e cinese sono molto diversi nel loro approccio all'innovazione. Ma per me è anche chiaro che Trump o no Trump, per come abbiamo costruito il nostro sistema digitale, gli Stati Uniti restano un partner fondamentale — non siamo in grado oggi di staccarci completamente dalle soluzioni americane, da cui siamo diventati dipendenti. Quindi l'approccio deve essere quello naturalmente di andare verso una minore dipendenza, ma anche di approfittare delle economie di scala e delle joint venture, come quella descritta poco fa tra operatori europei e italiani e operatori statunitensi. L'Occidente deve restare il nostro ambito di riferimento per il digitale. La sfida è avere un level playing field, in cui tutte le migliori soluzioni siano disponibili nell'interesse del consumatore. Il cittadino europeo deve avere a disposizione le migliori tecnologie — non un modello un po' sovietico di "solo quello che è europeo, solo quello che è italiano, anche se di qualità inferiore." Troviamo un equilibrio tra la necessità della qualità, la competizione e naturalmente la sovranità — da tutelare — in quest'ottica di collaborazione e di concorrenza leale.
>> Sinopoli, parliamo anche di formazione: c'è tutto un tema di upskilling e reskilling. Quali sono le misure per favorire questo processo di educazione dal punto di vista digitale?
>> Sicuramente, e posso commentare anche quello che è stato detto: un punto di osservazione fondamentale è la necessità di capillarità delle infrastrutture. Stiamo lavorando con diverse regioni, tra cui anche la Regione Sicilia, dove si valorizza il tema del territorio e delle facility già esistenti per portare l'infrastruttura sul posto. La capillarità è fondamentale.
Sulla formazione: l'upskilling e il reskilling sono percorsi un po' più complessi e articolati, che richiedono pazienza, per valorizzare tecnologie come l'AI. Le tecnologie sono importanti, ma allo stesso tempo quello che stiamo vedendo sul mercato è la necessità di portare sia competenze che casi concreti per poter davvero valorizzare questa tecnologia così promettente. Cosa serve fare? Dobbiamo lavorare partendo dalla fonte — dobbiamo lavorare in maniera importante con le università, in stretto contatto con loro. Dobbiamo in qualche modo incentivare la formazione dei nostri giovani e ragazzi su quelle che sono le materie STEM, o in maniera meno invasiva comunque inserire uno strato di conoscenza digitale in tutti i percorsi formativi. È un elemento importantissimo.
E poi bisogna fare sistema: dobbiamo lavorare almeno in triangolo tra università, fornitori di tecnologia come noi, e le imprese. Perché possiamo tutti portare un contributo per definire quali saranno le nuove traiettorie tecnologiche e quindi aiutare l'università a definire quali sono le skill che servono. Stiamo lavorando, giusto per portare un caso concreto, con la CRUI — la Conferenza dei Rettori delle Università Italiane — dove attraverso accordi tecnico-commerciali favorisco la diffusione delle nostre tecnologie ma anche la formazione su di esse. Abbiamo un programma che si chiama Oracle University e un altro che si chiama Oracle Academy, dove interveniamo direttamente nel supporto alle università: ogni anno centinaia dei nostri profili più tecnici entrano nelle aule per una formazione ai nostri ragazzi.
>> Tanto, tanto bisogno. Siamo in chiusura: le competenze digitali di base le possiede meno di un italiano su due — siamo al 45,8% — rispetto a una media europea del 55,6%. Noi suoniamo ancora il due di coppe e largo Chigi, con tutti i nostri format, continuerà a parlare di innovazione e di digitale. Lo faremo come oggi, con le istituzioni e con le imprese. Ringrazio il professor Manganelli per essere stato collegato con noi e per aver illustrato il tema dal punto di vista scientifico. Continuate a seguirci: scaricate la nostra app, disponibile su tutti i vostri device. Da Paolo Bozacchi, arrivederci alla prossima.