Legge elettorale: focus Stabilicum

Trascrizione del video
Amici di Urania News, bentrovati da Paolo Bozzacchi. Nuova puntata di Largo Chigi, la nostra rubrica sulla politica. Quella di oggi è una puntata sulla legge elettorale, sulla proposta di riforma della legge elettorale — l'oleggete qui sotto: governabilità, stabilità. Ne parleremo con i nostri illustri ospiti. C'è carne sul fuoco perché c'è una proposta incardinata proprio in questi giorni in Commissione Affari Costituzionali alla Camera, e si è iniziato a dibattere. Lo faremo con degli ospiti davvero illustri che vado a presentarvi. Abbiamo collegato con noi il professor Roberto D'Alimonte, che è un politologo dell'Università LUISS. Bentrovato, professore. Bentrovati a voi. È veramente un'istituzione dal punto di vista della conoscenza, un vero esperto di queste materie. Abbiamo collegato con noi anche Felice Manti de Il Giornale. Bentrovato, Felice. Buongiorno. Grazie, buongiorno. Alla mia sinistra, c'è il Presidente della Commissione Affari Costituzionali della Camera, Nazario Pagano di Forza Italia. Bentrovato. Alla mia destra c'è l'onorevole Buona Fede, componente della Commissione Affari Costituzionali alla Camera — proprio dove il provvedimento è incardinato. Bentrovato. Grazie, buongiorno. Bene, allora vediamo di inquadrare il tema, come di consueto, come da tradizione qui a Largo Chigi. Avevamo promesso nella scorsa puntata — dopo aver parlato del post-referendum — che avremmo parlato di legge elettorale. Cosa sta succedendo con la nostra? Ce lo racconta il nostro servizio. Torna al centro del confronto politico la riforma della legge elettorale. Dopo il referendum, il tema delle regole del voto si riaccende in un clima politico segnato sempre più da tensione e distanza tra i cittadini e le istituzioni. Alla Camera è partito l'iter in Commissione, ma il percorso si annuncia tutt'altro che semplice. Sul tavolo ci sono nodi decisivi: premio di maggioranza, soglie di sbarramento, preferenze e sistema di voto. Questi elementi incidono direttamente sull'equilibrio tra governabilità e rappresentanza. La maggioranza punta a portare avanti il confronto in tempi rapidi e definiti, mentre le opposizioni chiedono più cautela e un percorso più ampio e condiviso. Un passaggio che incrocia quindi anche il rapporto tra i cittadini e la politica, in una fase in cui la partecipazione elettorale resta uno dei nodi ancora aperti del nostro sistema. Ogni 7 o 8 anni di media dal 1994 in poi abbiamo cambiato le regole del gioco, abbiamo cambiato il sistema elettorale, la legge elettorale. Professor D'Alimonte, io partirei da lei. Quanto è necessario, secondo lei, riformare la legge elettorale per garantire stabilità e governabilità? E quali sono gli aspetti della riforma da tenere in più alta considerazione? Su che mi faccia questa domanda con riferimento a questa proposta specifica. La quale è, in realtà, un sistema di voto misto, come tutti i sistemi che ricordiamo introdotti dal '93. Quindi c'è una componente proporzionale che è prevalente — cioè, per semplificare, i due terzi dei seggi vengono assegnati con la quota proporzionale — e un terzo dei seggi vengono assegnati in collegi uninominali con la regola del chi prende un voto più degli altri vince il seggio: questa è la componente maggioritaria. Quanto questo sistema è insomma adeguato? Quello con cui era partita la seconda Repubblica, cioè la legge Mattarellum, era anche quello un sistema misto proporzionale-maggioritario. Però in quel caso la componente maggioritaria — cioè i collegi uninominali — era troppo poca per garantire un esito maggioritario. Cosa intendo per esito maggioritario? Un esito per cui il giorno del voto si sa che chi ha la maggioranza assoluta dei seggi governerà. Quindi, ripeto, la componente maggioritaria di questo sistema elettorale è troppo poca, troppo debole per assicurare un esito maggioritario. Perché c'è stato un esito maggioritario? Oggi governa una maggioranza in Parlamento di quasi il 60% dei seggi, perché nel 2022 è successo che PD e Cinque Stelle non si sono presentati uniti, e la coalizione Fratelli d'Italia ha vinto l'ottanta per cento dei seggi uninominali. Quindi, con il 43% dei voti complessivi ma vincendo l'80% dei seggi uninominali, ha ottenuto una maggioranza assoluta. Quindi è stato un caso, legato a questo evento che ho ricordato, cioè la separazione tra 5 Stelle e PD. Dato che poi va nella direzione opposta per la percezione, oggi è diversa, perché PD e 5 Stelle potrebbero andare uniti nel 2027. No, in realtà proprio perché 5 Stelle pare che ci sia ma pare — quindi non segue una direzione veramente chiara — che entri in un'intesa. Quindi il centro-destra si preoccupa che, data la distribuzione delle preferenze elettorali, dei voti, dei sondaggi, dei risultati degli ultimi mesi, l'esito non sia più maggioritario: che quindi la componente maggioritaria del sistema non riesca a garantire una maggioranza assoluta di seggi. E quindi o pensa di riformare il sistema per ottenere un esito maggioritario, cioè per assicurare. Per evitare, in altre parole, professore, il rischio di pareggio? Non lo direi così, per evitare il rischio di pareggio — in somma, questo è il problema. Il rischio che non esca fuori una maggioranza assoluta in nessuno dei due campi. Il che è possibile. E questo è uno dei motivi della proposta di riforma. Felice Manti, volevo venire da te: quanto da osservatore, anche dei temi della politica, è forte questo rischio pareggio e quanto questa riforma potrebbe evitarlo? Allora, rischio pareggio, certamente c'è, visto anche il risultato del recente referendum. La cosa buona è che questo referendum ha riportato alle urne un po' di persone che erano state allontanate per motivi diversi. E quindi questo rimette in moto la discussione. Io credo che il vero problema di questa legge elettorale sia dove coniugare necessariamente la rappresentatività di tutte le forze politiche e appunto l'idea di governabilità. Sul premio di maggioranza io credo che non ci si possano escludere soluzioni che mi sembra garantiscano la governabilità del Parlamento e del governo. È un fatto di democrazia, no? Poi che le maggioranze si vadano a formare in Parlamento secondo la legge. Per raggiungere un 50% di premio di maggioranza, come va a riproporre qualcuno, non mi parrebbe essere una strada interessante. Devo dire che purtroppo in questa legge elettorale incontrerà inevitabilmente in fase di discussione il tema del numero dei parlamentari e dei senatori che è stato tagliato — non è stato un grande errore, siamo una democrazia rigida e costituzionale che non avrebbe dovuto essere fatta in questi termini. Quindi l'accorciamento, diciamo la riduzione del numero dei parlamentari, rende ancora più difficile creare questa idea di rappresentatività e di governabilità. C'è anche il grande tema che qualcuno giustamente propone, soprattutto a sinistra, che è quello del doppio turno: fare un primo giro per vedere nei collegi chi può vincere da solo e poi eventualmente ragionare in termini di ballottaggio. È una forma elettorale che alla sinistra piace molto, perché alla sinistra piace molto andare divisi nella prima fase e poi unirsi nella seconda. Mettendo invece il centro-destra, eventualmente con i trentini però garantiti, in una situazione che ragiona abbastanza. Secondo me è un ulteriore modo che rende, qualora il modello elettorale funzioni con difficoltà, il problema ancora più complicato. Il primo tema vero, secondo me, è la questione dello sbarramento. Perché probabilmente anche quei partiti che stancano saranno 4-5 fuori dall'alleanza, e certamente dobbiamo garantire loro un diritto di tribuna. Quindi bisogna attualizzare la soglia intelligentemente per considerare questi partiti ed essere anche loro rappresentati in Parlamento. Partiti, no? Liste aperte: l'ho visto col professor D'Alimonte, ce lo ha spiegato anche Felice Manti. Allora, sentiamo dai protagonisti: proprio ieri sera — tra l'altro all'ora della partita della nostra nazionale, che per la terza volta di seguito non parteciperà ai Mondiali, troppo per tutti noi italiani — erano riuniti in Commissione a lavorare su questo. Presidente Pagano, lei è uno dei relatori di questo provvedimento. Ha dichiarato: "Le regole del gioco vanno scritte insieme." Quindi partiamo dalla volontà di dialogo. In cosa consiste la riforma e quali punti siete disposti a mettere sul tavolo in connessione con le opposizioni? Allora, tanto grazie per l'invito. La verità è che non sfugge a nessuno il tema della legge elettorale. Lo ha detto perfettamente, lo ha spiegato perfettamente il professor D'Alimonte. Il sistema elettorale attuale — il cosiddetto Rosatellum — era a mio giudizio inadeguato già alle ultime elezioni politiche. Perché non è stato detto, anche se il giornalista prima lo ha accennato: abbiamo ridotto del 30% — poi in modo anche asimmetrico — il numero dei parlamentari. Di colpo, si veda, la riduzione è quasi del 50%. Se i seggi vengono dispersi così, quindi questi produttori che abbiamo dei collegi maggioritari, dei collegi uninominali, con un Parlamento enorme, svanisce completamente il senso stesso del maggioritario. Avremmo dovuto forse addirittura modificarla subito, a causa di questa sciagurata riforma sulla riduzione parlamentare. Avremmo dovuto forse addirittura modificarla alla prima. Quindi c'è stata questa storia secondo cui ogni sei anni è chiaro che se modifichiamo il numero dei parlamentari, dobbiamo anche adeguare a questa diversa composizione di Camera e Senato. Perché se non vado a servire quei 945, 600, non è stato un taglio minimale, è un taglio enorme, che ovviamente ha dato degli evidenti problemi al Rosatellum esistente. È evidente che se come sembra, sul fronte opposto al centro-destra, non vi sono più, come i partiti di sinistra, unicamente come dichiarano di protagonisti della vita politica, è giusto avere una nuova legge elettorale che dia la possibilità a chi vince le elezioni di poter governare con numeri adeguati. Così come vogliamo guardarlo da qualsiasi punto, siamo abituati a questo nei comuni e nelle regioni. Quindi il premio di maggioranza — o di governabilità — è una cosa che serve alla stabilità, alla possibilità di governare un paese, di poter essere competitivi sul fronte internazionale. Perché tutto questo si fa — ce lo ha detto il professor D'Alimonte — è bene farlo subito, perché non ho visto gli addetti ai lavori che dall'inizio sono le regole del gioco. Come si indica, non si scrive, ma chiaramente indicato: le leggi elettorali non vanno fatte negli ultimi mesi della legislatura, ma almeno a un anno di distanza. Quindi il sistema tra legge, una legge seria, qualunque Presidente della Repubblica che deve essere notaio, diciamo, anche delle regole del gioco. Quindi io credo che un testo potreste fare e firmato dal Presidente della Commissione — piuttosto che da altro — dove si è come di elaborare per potersi discutere. E poi, ho già dichiarato e lo accennava lei, apertamente: sono assolutamente convinto che le leggi elettorali non vanno fatte a colpi di maggioranza. Ma questo lo sanno tutti. Bisogna ovviamente che il Presidente della Commissione — deve essere anche, io sono un relatore, ma è un ruolo tecnico — probabilmente mi sfilerei dal ruolo di relatore perché voglio che la sfida alla fine in fondo sia il ruolo di Presidente della Commissione: fare in modo che le parti si incontrino e dialoghino. C'è una posizione così aprioristica sul fatto che non va bene questa legge? È stato detto — non solo da me — comunque dove deve essere la figura principale, sedendo io come Presidente della Commissione, per mettere insieme le parti. Qual è il problema? Il premio di governabilità: non va bene questo metodo, va bene un altro? In tal caso, capiamoci, troviamo noi, se vogliamo dare governabilità al prossimo Parlamento, perché se non gli diamo governabilità è un harakiri politico. Perché con questo, se è vero come è stato richiamato anche dagli editorialisti, molto in fronte, la prima discussione nel dibattimento di questa legge elettorale — cioè quella di creare il cosiddetto campo largo, come lo definisco io — allora è giusto secondo me che a questo punto ci raviamo. Quindi non dà a nessuno la certezza di poter governare: o l'una, a chiunque per un solo voto, poter dire — hai un premio — e vediamo di che si tratta. Non va bene la misura indicata in questo testo. Si può discutere — sì, si deve discutere — non è un blocco monolitico. Questo l'ho detto io, lo hanno detto anche esponenti di Fratelli d'Italia. E quindi il grosso della discussione evidentemente è questo. Apriamo la discussione, ascoltiamo gli esperti, anche per questo D'Alimonte viene in audizione. Sentiremo come la pensa, è giusto secondo lui fare così con i collegi. Ascoltiamo gli esperti, perché poi il tema delle leggi elettorali non è un tema per dilettanti. Ci sono alcuni che sono esperti, ne capiscono più di altri e sono più in grado di dare dei giudizi. Sento dire delle cose assurde, purtroppo mi spiace dirlo, da alcuni professori universitari che non hanno manco letto la legge su cui esprimono dei giudizi. Ascoltiamo, aspettiamo, parliamo. Vediamo, parliamo. Bene, allora visto che siamo a Largo Chigi e abbiamo la posizione qui rappresentata dall'onorevole Buona Fede, onorevole, entri nel merito: è un problema di metodo o è un problema di contenuti dal vostro punto di vista — dal punto di vista del Partito Democratico? Le posso rispondere che è un problema sia di merito che di metodo. Però facciamo subito a sgombrare il campo, perché non è che noi siamo insensibili all'esigenza di governabilità del paese: questo mi pare evidente. E noi stessi riteniamo che la stabilità sia un valore importante. Certo, non la stabilità per la stabilità, perché vediamo che questo è un governo oggettivamente stabile, che molto probabilmente governerà fino alla fine della legislatura. Però il fatto di essere stabili non significa, a nostro parere, avere messo in campo riforme importanti che possono servire al miglioramento della qualità della vita dei cittadini. Per cui, posto che governabilità e stabilità anche per noi sono principi cardine, e che è giusto che chi vince le elezioni possa avere i numeri per poter governare e stabilire un indirizzo politico alla propria azione di governo, ci sono appunto due questioni. Come diceva prima, una questione di metodo: perché per carità ho sentito anche ieri sera Donzelli di Fratelli d'Italia, che parteciperà alla delibera — la nostra commissione, ma lo stesso Presidente pagano — fare delle aperture, dire "la legge elettorale è delle regole del gioco e quindi bisogna lavorare tutti insieme." E lo voglio prendere per buono. Anzi, devo dire che forse se ci fossimo svegliati prima, magari avremmo evitato anche quel referendum — un'assenza — che... Sono quattro anni che lavoriamo insieme in Commissione Affari Costituzionali, e non sono passate molte delle riforme di questo governo. Penso all'autonomia differenziata, penso al premierato che per altro adesso è evidentemente chiuso in un cassetto, penso alla stessa legge sulla separazione delle carriere, e adesso arriva la legge elettorale. Devo dire che nelle precedenti riforme noi questa apertura non la abbiamo mai vista. E comunque anche lì si parlava di leggi costituzionali e di regole del gioco — perché la Costituzione non riguarda una parte politica, riguarda tutti. Voglio ricordare che sulla separazione delle carriere — riforma costituzionale, per la prima volta nella storia della Repubblica — così come uscita dal Consiglio dei Ministri e dal Parlamento... Allora, è il contesto. Questo è il contesto. No, perché io ridico: se si fosse voluto veramente lavorare insieme — e come se si fosse ascoltato il messaggio che è arrivato dal referendum, che ha detto chiaramente che non bisogna fare forzature su alcune questioni, a partire da quelle che riguardano le regole del gioco — allora forse prima di depositare una legge che è frutto solo dell'accordo dei partiti di governo, bisognava provare ad ascoltare le opposizioni, una parte delle opposizioni, e capire quali erano anche le esigenze delle opposizioni. Questo non si è fatto. Però oggi si dice: siamo disponibili al dialogo. E allora le dico: facciamolo. Però qui intervengono tutte le questioni di merito sulle quali noi esprimiamo una forte contrarietà. Per esempio: va benissimo la governabilità, ma questo è un premio di maggioranza che mette nelle mani della coalizione che può vincere anche solo per un punto percentuale — anche solo per lo 0,5% in più rispetto all'altra coalizione — un premio di maggioranza enorme. E più che altro mette in mano un premio di maggioranza che, oltre una certa soglia, mette in condizione la coalizione vincente di potersi eleggere addirittura gli organismi di garanzia previsti dalla Costituzione: penso al Presidente della Repubblica, penso al CSM, penso ai membri della Corte Costituzionale. Quindi questo è un primo punto. Ma poi ci sono anche altri punti. Un altro punto che a noi non torna in nessun modo è l'eliminazione dei collegi uninominali e quindi la creazione di fatto di liste bloccate, sulle quali per altro si è già espressa la Corte Costituzionale. Anche lì si elimina quella riduzione dell'elettore-eletto che a nostro parere va invece in qualche modo ripristinata. Le preferenze, o ci sono anche altri modi. Però questa modalità è per noi irricevibile. Siamo in un paese nel quale l'ultimo referendum — che, come dire, è stato un'eccezione nel modo di partecipazione, e che abbiamo tutti colto con grande favore — ci ha mostrato che in questo paese va a votare una persona su due degli aventi diritto. Quindi c'è un tasso di astensionismo alto, che ha anche altre origini molto complicate e complesse. Però non c'è dubbio che se l'elettore non ha la possibilità di scegliersi l'eletto — quanto meno in modo individuale l'eletto — questo è un ulteriore elemento che allontana la partecipazione. Allontana, allontana la partecipazione. Facciamo una breve pausa, torniamo subito su questo tema super interessante e super attuale. Restate con noi. Eccoci, qui a Largo Chigi stiamo parlando di legge elettorale. Lo stiamo facendo con protagonisti politici della Commissione Affari Costituzionali alla Camera, dove è incardinato il provvedimento del cosiddetto "Stabilicum" — così è stato battezzato la proposta di riforma. Volevo tornare dal professor D'Alimonte. Professor D'Alimonte, lo ha sentito dalla viva voce dei politici qui in studio. Il premio di maggioranza è uno, diciamo, dei nodi dolenti. Il Partito Democratico, l'opposizione con un'obiezione grande, il Presidente Pagano ha detto: ci possiamo fare una pensata se ridurlo. Qual è il suo punto di vista? Qual è il limite del premio di maggioranza che garantisce comunque una rappresentanza adeguata? Secondo lei esiste un limite? Adesso entriamo in una zona tecnica, perché il premio di maggioranza in questa proposta è molto particolare, diverso da quello che esiste negli altri sistemi elettorali — comunali, regionali — perché è un premio a cifra fissa: è un certo numero fisso di deputati e di senatori. Negli altri sistemi invece il premio è percentuale fisso, nel senso che il premio è calcolato in modo tale che si arrivi a un 54-55% di seggi. Con un premio a cifra fissa invece che a percentuale fissa, si crea una situazione completamente diversa. Nel senso che è vero quello che dicono: se una coalizione che potrebbe essere molto più avanti potrebbe arrivare fino al 60%, ma potrebbe anche essere del tutto insufficiente. Questo è un premio variabile in realtà: cioè l'esito del voto potrebbe essere tale che il premio, invece di dare il 50% dei seggi, dia il 60% dei seggi, o addirittura potrebbero avere solo il 50, 55, 56% dei seggi. E addirittura quindi entriamo in zona tecnica, ma potrebbe essere del tutto insufficiente a dare a chi vince la maggioranza assoluta. Quindi è un premio molto particolare che è stato inserito in questa proposta. Mi permetto di strapparle una notizia: lei invece cosa suggerirebbe al posto di questo tipo di premio di maggioranza? C'è un escamotage tecnico utile ad entrambe le parti? La cosa più semplice è tornare a un sistema con un premio percentuale fisso invece che a cifra fissa. Quindi non più "70 seggi" ma "chi vince ottiene il 54%": in ogni caso, ripeto, adesso qui non voglio entrare in dettaglio — poi il Parlamento discuterà l'arco, ovviamente in Commissione. Il premio va comunque, anche se rimane a cifra fissa, comunque regolato in maniera tecnicamente più precisa. Grazie, Presidente. Grazie per questo resoconto chiarissimo. Due settimane di audizioni che vedranno protagonista anche il professor D'Alimonte, poi la presentazione del testo base, e poi, auspicabilmente entro l'estate, l'approvazione alla Camera. Poi a settembre l'esame del Senato. Questo è diciamo l'iter immaginato da chi questa riforma la ha pensata. Presidente Pagano, al di là dell'iter — e Forza Italia ha avuto il ruolo di elemento di cucitura con D'Alimonte — che potrebbe favorire il dialogo, cioè quello di questa modifica al premio di maggioranza in senso percentuale: sareste aperti anche a questo, Presidente? Nel senso, è una scelta, c'è almeno un paio di opzioni. Io ricorderei, per Dalimonte alta, quella delle liste bloccate: in realtà già è esistita anche nelle elezioni regionali — il cosiddetto listino, e quindi è stato sperimentato e attuato anche con una buona prova di sé. Poi ci sono varie soluzioni. Non c'è un unico sistema: per chi ci ascolta, non ci sono 70 seggi uninominali, sono dei mini-listini che vengono assegnati ai vari collegi proporzionali. La verità è che, effettivamente, non è chiaro, non è certo quale sia e quanto sia esatto quando si dice: "Certamente il premio sarà esagerato." Si dice una cosa per la verità non corrispondente al vero. Come può dire anche D'Alimonte — in effetti lo ha anche detto — è molto probabile, così come si parla del 200: di 100, scusa, dunque sono 600, quindi il 100, va bene, comunque non mi cita il 57%, è il 57%, oi, ovviamente ci sono i punti interrogativi del 38, del valore d'accollo del collegio. E questo però non è detto che chi vince ottenga questa percentuale. Per quanto mi riguarda poi — ovvio che si deve comunque regalare una discussione all'interno della Commissione, che è il luogo idoneo — non ho voglia di fare la guerra. Quando sento "ma non ci avete ascoltato prima" — è un testo, c'è una proposta — qual è il prima? Dove è il prima? Le sedi istituzionali... se vogliamo valutare il valore delle istituzioni, se preferiamo poi fare cose che ho detto — stance in conta di nei collegi — è un'altra cosa da discutere. Comunque siamo in questo spazio. Io c'è un testo. Ovviamente nessuno ha la proposta definitiva, c'è un testo, siamo a un anno più o meno dal voto, si discute su quello. E sono assolutamente non contrario a che venga cambiato il metodo di attribuzione del premio, anche in termini percentuali. A me personalmente — parlo di gusti personali — va benissimo anche attribuire, non so, si valuta che si è al 55%, c'è che si debba valere fino al 55%, va bene, viene attribuito di sconto. Anche un senso, è anche più corretto perché viene attribuito sulla base del risultato ottenuto e non a priori. Non so se mi sono spiegato: quindi un partito che esce anche in proporzione dei voti che ha preso: c'è anche questo ragionamento da fare. No, in realtà ci sono anche altre questioni. La soglia di sbarramento: prima se ne parlava. La giornalista del Giornale parlava anche del territorio di Buona Fede, di come fare in modo che anche le formazioni minori possano essere incluse — i temi sono tanti: il preferenziale, che qualcuno ama. E quindi bisogna in questo caso avere tutte le opzioni possibili sulle quali non vedo problemi. Ascoltiamo, ma adesso — sarà la prima audizione qui alla nostra — sì, poi gli facciamo delle domande quando vedo. La vogliamo in presenza, poi con D'Alimonte, non in videoconferenza, che è anche possibile. Ma ragione, meglio, non è che per me... È perfetto, la invitiamo quindi. Non voglio fare un processo più importante. Siete, Pagano, li faranno domande più politiche, all'onorevole Buona Fede che la segue. Ci teniamo e torniamo su questo. L'uno e andiamo dritti verso governi tecnici, o qualcosa lo dobbiamo cambiare? Allora, lo detto prima: non è che siamo insensibili al tema della stabilità del paese, della governabilità del paese. Poi, giustamente, come ha detto il professor D'Alimonte, non è che questa legge elettorale garantisce di per sé la stabilità. Così come congeniata la legge elettorale può portare anche una situazione nella quale nessuna delle due coalizioni ha una maggioranza. Per cui voglio dire: è in dubbio la legge scritta. Ma almeno in questo siamo d'accordo: la legge va scritta bene. Ma la vera questione, però io le dico questo: non abbiamo passato un anno in Commissione a discutere di autonomia differenziata, e abbiamo detto più volte: "Guardate che così non può andare." Infatti così è successo che è intervenuta la Corte Costituzionale ad affossare di fatto quel provvedimento. Sulla separazione delle carriere abbiamo fatto due anni di lavoro in Commissione, poi un referendum che ha bocciato soprattutto un metodo — lo voglio ricordare. Allora, io per carità penso che noi sulle soluzioni tecniche ci troveremo, poi chi se ne occupa da una vita le ha studiate, e faremo tesoro di tutto quello che ci verrà detto. Per arrivare a un metodo diverso, soprattutto ci deve essere un clima diverso: ci devono essere dei segnali diversi. Cioè, per esempio, uno dei punti negativi di questa legge elettorale è che prevede che ci sia l'indicazione del premier. Lo stavo per chiedere? L'indicazione del premier, allora no: non ci piace. Spieghiamo ai telespettatori di casa perché. Si snella nel programma, ma non sull'assunzione. Ma sapere che non ci piace, perché questa è un'anticipazione, un antipasto del premierato a Costituzione invariata. Allora, per esempio, si ritiri il premierato: quindi ci sono degli atti che possono essere fatti che ristabiliscano un clima di fiducia. Oggi non c'è, abbia pazienza, ma io questo lo devo dire. Abbiamo capito. Ora voglio chiedere a Felice Manti: da questa discussione questa mattina fino ad adesso, che idea si è fatto? Un accordo ci sarà? Andiamo verso la rena, le opposizioni, anzi sì, la rena? Allora, che iniziamo subito: nessuna delle due coalizioni ha il 50%. Stando adesso andare a votare entrambe tra il 43-46%, quindi chi è un po' che deve modificare la realtà elettorale per arrivare a un punto. E quindi credo che in qualche modo il premierato, che si ha necessario visto che non c'è — per fortuna o purtroppo — una coalizione che oggi rappresenti più del 60% degli italiani, rimanga. C'è il grande tema del premierato, perché evidentemente si è ancora non deciso se fare il Presidente del Consiglio eletto. Per un punto di vista quindi, ragazzi, possiamo separare i problemi politici dai problemi elettorali. Qui bisogna anche essere molto chiari. È chiaro che questo referendum ha scompaginato e cambiato molto il tavolo. E molti, a volte, vanno ad arrivare in situazione di stallo: bisogna separare quelle che sono le esigenze, le volontà politiche da quelle che sono poi le esigenze istituzionali. La sinistra, il presidente della Repubblica era eletto dalla sinistra, se la sinistra ha cambiato la legge elettorale da sola — ma perché possiamo dire che la legge elettorale è un sopruso, perché in se non l'è uno strappo — è già successo e purtroppo succederà. Il problema è che ci sono le tre leggi di Gomorra. Certamente le liste bloccate sono una dinamica che piace moltissimo anche al PD, perché in questo momento è la lana che ha delle difficoltà interne al partito — che ha già qualcuno che ha modo di riuscire ad adagiare, a imprimere al suo partito un certo tipo di svolta, un certo tipo di impostazione. Quindi penso che i punti di contatto, come sempre quando si tratta la legge elettorale, siano molti di più dei punti di stacco. Il vero tema, mi ho modo di stoppare, non solo il premio di maggioranza: è questa che è il tema della soglia di sbarramento. Perché se in questo momento si fa una soglia di sbarramento molto alta, si costringe — tra virgolette — i partiti piccoli e minori ad fare alleanze prima delle elezioni. Questo secondo me è, dal punto di vista politico, un "aiuto" a semplificare il quadro. Se invece si fa un premio di maggioranza basso, si spinge legittimamente ed evidentemente alla polverizzazione dei partiti. Da questo punto di vista mi sembra, diciamo, più un dato statistico che politico: il gioco di vista di rischiare di perdere qualche pezzo. Bestia da più, perché probabilmente è Articolo 1 rimasto — Renzi o addirittura Calenda del campo. Una volta di stavo attrebbero deciderei con la forza di togliere dei consensi. Sapete quali coalizioni potrebbero essere espulsive: quindi i temi veri sono veramente tanti. Penso che ci sia una buona base di discussione, una buona base di convergenza, considerando sempre che nella migliore delle ipotesi noi ci avviamo a questo semestre a lavorare in modo che il prossimo Parlamento debba eleggere anche un Capo dello Stato. Lo abbiamo detto velocemente. È molto importante: gli equilibri del Capo dello Stato si decidono con grande tensione per evitare veramente uno strappo istituzionale già verificatosi, con un Presidente che viene eletto da una sola parte del Parlamento. Questo è veramente una cosa che ho evitato in modo diplomatico. Professor D'Alimonte, io la saluto con lei — il nostro tempo è tiranno questa mattina, avremmo fatto una puntata almeno doppia. Sulla soglia di sbarramento: qual è il suo punto di vista e quanto grande dovrebbe essere la soglia, secondo lei, in questo nuovo testo normativo? Mi piace sempre una soglia al 4%, ma vabbè è in che modo si sbarra. Quello che non va bene è il recupero — questo non è un elemento di questa proposta. Non va bene il recupero del partito coalizzato: il partito membro di una coalizione che è sopra il 10%, per quel partito — che c'era in questa proposta — che è uno scattatore per cui è al 3%... Va bene per i partiti non coalizzati. Ma un partito coalizzato all'interno della coalizione risulta: come partito coalizzato con più voti, ma sotto il 3%, quindi con anche l'1% di voti, hai diritto ad alcuni seggi. Questo è un espediente per salvare da una parte noi moderati — l'UPI — quindi possiamo chiamarla la valvola da UPI, o la valvola da Renzi — e non va bene, perché è una scappatoia che non ha senso e è da addebitare proprio all'elettore di decisioni prese per favorire pezzi di classe politica. Bene, staremo a vedere. I pezzi si prendono in 4, ma certamente non è il recupero del miliare per cent sulla soglia. Ok, il chiede il Presidente: il mio affacciarmi la domanda — facciamo questa cosa — non è invece quella del 40% per ottenere il premio? Le va bene? Il 40% va bene, ma il problema è che non abbiamo parlato di un aspetto della legge che è il ballottaggio. Io preferirei — non è che sia raro — che ci sia scelta. Entrando in dettagli troppo tecnici però, sì: il 40% va bene. Ripeto, e sarebbe meglio, dal mio punto di vista, tornare a un sistema a percentuale fissa invece che a premio fisso. Ma la domanda che mi dovevo fare è: lei, Dalimonte, perché il centro-destra ha scelto il sistema a premio fisso? E la risposta è precisa: sono dei... Il Presidente Pagano sa la risposta a questa domanda, visto che è il tempo che è. Dato che non possiamo riservare la risposta a questa domanda alla puntata di conclusione... Bene, la lasciamo con questa curiosità: superché il centro-destra avrebbe scelto questo sistema, ce lo svelerà il professor D'Alimonte quando tornerà da noi. Con il nostro invito, professore. Intanto ringrazio tutti voi. Il nostro tempo è finito qui. Vi do appuntamento a Largo Chigi la prossima settimana. Ringrazio la regia, da Paolo Bozzacchi. Arrivederci.