Antonio Rapisarda, Direttore Secolo d'Italia

Trascrizione del video
Diretto, riverente, senza troppi fronzoli. Se Noel Gallagher cantava di non voler vivere solo per il momento, lui racconta il suo mondo con la stessa ambizione. O si ascrive, forse, a qualcosa che resti nel cassetto. A Postilla, il direttore del Secolo d'Italia, Antonio Rapisarda. Benvenuto. Buona sera, grazie. Allora, iniziamo subito con il passato di Rapisarda. Antonio, uno scoop su di te: una notizia che non tutti sanno, o forse in pochi conoscono. Avresti dovuto fare lo storico dell'arte. Sì. Le strane porte girevoli della vita. Insomma, vinci, per così dire, un dottorato. Nel senso: c'era la professoressa di questa materia complicatissima — so che è l'arte medievale — mi chiese se poi mi andava di continuare con quello. Nel frattempo evoluzione: di fare il giornalista, non mi piacciono le cose a metà. E quindi nel frattempo conto di farlo, il giornalista, magari poi fare anche la storia della... Allora, tu sei siciliano, no? E nella tua bio è scritto che provieni dalla Sicilia Greca. Ma ti senti più siciliano o più romano, visto che ormai Roma è diventata la tua casa? Allora, Catania e Roma sono due città che si sono sempre parlate dalla notte dei tempi. Mi sento siciliano: legato a quel punto dell'archaic, possiamo prendere la nostra cultura classica, quindi è ancestrale. Roma no, perché quelle radici hanno trovato a Roma una direzione politica appunto, alla fine dell'Antichità. E quindi sono... è un connubio, un binario, un binario vitale. Allora, da giovane, hai fatto scelte coraggiose: come quasi laureato alla fine in lettere moderne. E hai studiato giornalismo a Potenza, quindi comunque gli studi li hai conclusi, non li hai lasciati a metà per dedicarti al giornalismo. E da giovane ti sei definito un ragazzo a cui importano moltissimo le cose, uno che faceva un sacco di domande del tipo: "Che ci faccio qui? Alla fine, qual è la risposta?" Beh, una domanda intima nel senso che per ogni giorno credo sia importante chiedersi "che ci faccio qui?" qual è la funzione della nostra vita, oltre che il senso della nostra vita. C'è un po' che poi crescendo, non so, piano piano questa rabbia di crescere — o questa inquietudine di crescere — si incarna nello scegliere una strada, nel percorrerla. Poi non è tanto importante dove si finisce, ma il senso è il percorso. Io penso di aver trovato il senso di questo percorso. Certo che ci sono interrogativi, quanto meno non così complicati filosoficamente, per così dire. Forse è da questa tua continua ricerca di trovare delle risposte a interrogativi complicati, che nasce la tua passione per il giornalismo. Beh, in parte sì, in parte è una necessità esistenziale. Dall'altra però è anche una grande passione per la società e per la politica. Quindi diciamo: non è che non sono capace di fare dall'altra parte — mi piace raccontarla, descriverla, in qualche modo viverla. Perché alla fine, che fa il nostro mestiere, è vivere in un certo modo la politica. Allora forse questa è la strada giusta da percorrere. Allora, tu hai iniziato al quotidiano locale La Sicilia. Da sempre sei appassionato alla politica, e ti sei iniziato ad occuparti di cronaca parlamentare al Secolo d'Italia. Poi hai cambiato: sei stato al Libero, al Tempo, a Panorama, al Riformista. E poi sei tornato in quella che definisci la tua casa, che è appunto il Secolo d'Italia, e ci sei tornato da direttore. In tutti questi anni, in cui ti sei occupato di cronaca parlamentare, c'è un aneddoto — o tante cose — che ti porti sempre dietro? Guarda, più che un aneddoto in particolare, mi porto dietro l'umanità varia che ho incontrato. La cosa bella appunto del Transatlantico — un corridoio da frequentare, come dire, i palazzi — è che poi tu incontri veramente un campione d'Italia. Ho incontrato in quei corridoi lavorativi dei parlamentari che si aggiravano come scolari in gita, non ancora padroni dei propri corridoi. Il Parlamento è quello che ti viene a cercare, che vuole raccontarti tante cose. Forse troppe cose. E poi invece l'altro aspetto, soprattutto nei giorni dove qui non c'è l'Aula — come nei periodi in cui il Parlamento ferma, frequento di meno — trovare gli ex parlamentari: c'è quelli di qualche generazione fa che si aggirano come se fossero dei monaci medievali nel chiostro, alla ricerca forse della loro perduta vocazione. Perché parlare finisce, rimane un'analogia sempre, però non sono più politici in Parlamento. Anche parlare con loro, Anto, fa pensare come è la politica, ma in una linea temporale... Sono due aspetti molto interessanti, più che il bicchiere della politica — che quello alla fine è abbastanza normale per chi ha avuto modo di parlare, comunque in un certo ambiente. Invece questi aspetti qua, quello di chi non ha potuto parlare lui, e anche i grandi ex, soprattutto per chi si è portato nel cuore per la sua storia di essere stati in Transatlantico. E soltanto da come camminano e si aggirano, riconosci se sono nuovi o... Bene, questo assolutamente: riconosci subito anche dall'abbigliamento, e poi piano piano... Sì, esatto, si vede, si vede: l'avanzare. Bene, vediamo: moltissimo ingessati. Poi piano piano, comprendo che poi in politica si corre anche una vita dinamica: inizio adesso non può più darlo. Si, anche nell'abbigliamento... meno, meno ingessati. Senti, hai un mentore? Sì, certo. Ho avuto la fortuna, vedete, di tanti grandi direttori con i quali sono legato a tutti, perché tutti mi hanno in tante occasioni insegnato tanto. Per oggi, ho un debito permanente rimasto a Pietrangelo Buttafuoco, a cui sono legatissimo, a cui è stato bello insegnato tanto, poi nel fare questo mestiere. E quindi, come i miei ricordi da cronista — con i calzoni corti — sono legati all'estate con lui, alle due estati che ho trascorso come stagista nei vari giornali. Con lui con la borraccia era appunto anche Pietrangelo, da cui piano piano, e mi ricordo le somali volte che ha raccontato non solo del giornalismo, ma anche di vita, di filosofia, di storia, perché poi Pietrangelo è da questo punto di vista veramente un'enciclopedia vivente. Allora, torniamo alla tua storia giornalistica. Diciamo che ti sei focalizzato sulla destra italiana, hai studiato questa linea della politica quando ancora non andava di moda. Tanto che nel 2015 hai scritto proprio un libro su Salvini — "All'armi, siamo leghisti" — dove hai raccontato appunto la sua ascesa. Allora ti chiedo: quando è che, secondo te, per la Lega è cambiato tutto? Per quel tipo di Lega, quando a un certo punto Salvini scopre la questione nazionale. Cioè: a un certo punto da partito regionalista in grande crisi — perché ricordiamo che poi l'investitura di Salvini alla segreteria era un'investitura che doveva in qualche modo cercare di far rinascere il partito perché c'era un nostro entità di scandali e un'identità in erosione — supera la questione nazionale. E la grande questione: la sua vena dall'indipendenza nazionale, e si vede lui riuscire ad avere una grande ego e grande ascolto anche nell'opinione pubblica. Forse poi non riesce a portarla al termine, o a insistere davvero su una questione nazionale. È arrivato poi in seguito nel frattempo Giorgia Meloni, che è riuscita a mettere a compiuta ricombinazione con la storia dell'Italia, e quindi a declinare il tutto — il suo discorso sul nazionale — e ha trovato poi chi sa gestire meglio il suo tema in tutta la nazione, in un modo più filologico rispetto a oggi, di cui il bel centrodestra è molto chiaro. Con Fratelli d'Italia intanto partito di maggioranza e con la premier, la sua leader, determina forse chi ha saputo gestire meglio la grande questione. E adesso vediamo un attimo il presente di Antonio Rapisarda. Allora, Antonio, se potessi darti un titolo in attualità attuale, quale sarebbe? È un titolo un po' difficile. Diciamo che si sintetizza così: la mia vita è cambiata da tre donne. Ok, mettiamola così — mi spiego. La vita privata si guarda: la mia moglie e mia figlia, però la grande svolta — parliamo professionalmente — ma insomma diciamo che l'avvento, la vittoria, la consacrazione di Giorgia Meloni è stato comunque un elemento dell'ora della mia generazione. Anche quando il Secolo d'Italia ha voluto dotarsi di un direttore, e vedere la mia generazione — no? — anche io sono vicino come età alla premier. Ecco, forse diciamo questo tipo di accelerazione, coincisa con il mio arrivo, con il mio approdo al Secolo d'Italia. E quindi diciamo, se è dal punto di vista della vita privata è arrivata anche mia figlia, perché l'ho fatto — mi sono spostato nel mio percorso e del mio arrivo — aggiungere la Palazzo di Giorgia Meloni, posso dire che sono molto compiuto, che la vita da questo punto di vista ha preso una bella strada. Sì, sempre: in ogni grande uomo c'è una grande donna. Una grande donna, anzi addirittura tre. Sì, diciamo tre grandi donne, tre grandi donne. Senti. Allora, lo sappiamo, lo abbiamo detto: il Secolo d'Italia è il quotidiano online della destra italiana. Hai detto che il vostro giornale vuole essere la casa di espressione di opinioni che faticano ad emergere. Rispetto a questa anda, abbastanza scontata, però è interessante conoscere la risposta: quali sono le opinioni che faticano ad emergere, e ci riuscite sempre a farle emergere queste opinioni? Sì, proviamo tutti i giorni. Diciamo, dalla parte, c'è la grande questione italiana che non viene, diciamo, coltivata. Mi permetto: è un itinere molto banalizzato. No? C'è un'Italia produttiva, un'Italia dinamica, che crede nel valore del nostro popolo, e che poi si diversifica anche dai confini stretti. Spesso ci si chiede: "Ma perché dopo il Covid l'Italia è riuscita, insomma, a riprendersi meglio di altre nazioni?" E con forza, perché c'è un'Italia profonda che fa parte dei piccoli distretti — anche un'Italia forse delle aree interne — quella che viene indagata di meno, perché ci si concentra molto spesso solo sui contorni delle grandi città. Ecco, come accade anche in altri paesi: non forse la divergenza facile città-campagna c'è pure da noi, e la pigrizia intellettuale di non voler ritrattare questi italiani profondi che vanno avanti nonostante la cattiva narrazione che c'è anche internamente. Una solidarietà, un'energia vitale che scorre in continuazione. E l'obiettivo è quello, quasi quotidiano: si può entrare nel nostro modo, e quindi al netto delle opinioni non conformiste — quelle sono diciamo un po' far parte del nostro codice genetico — non si può essere un giornale contro corrente, è un giornale che nasce appunto per presentare, se vogliamo, idee non così conformiste. Ma soprattutto accendere il riflettore su chi non viene, diciamo, interpellato come dovrebbe essere in questa fase. Proprio per questa collocazione, non direi di destra, piuttosto di centrodestra di governo, qual è la critica che viene mossa più spesso e come rispondi? Guarda, è chiaro che un quotidiano politico come il Secolo d'Italia è un quotidiano che viene qualificato come tale. Per noi non è un problema questo: abbiamo un orientamento, una certa identità culturale e politica. Io credo che invece è un punto di forza. Ma soprattutto lo si vede pure: la grande stampa americana oramai si sta orientando verso giornali indipendenti nella linea intellettuale. Perché l'altro ideale non esiste, perché non esistono giornali imparziali e terzi. Non esiste il giornale, non esiste il cronista che avanti fa un giornale intellettualmente onesto con una sua visione delle cose politica. Ma è talmente evidente, che è un'indipendenza immedicabile, che è analizzabile sotto gli occhi di tutti. E quindi andiamo avanti così. Com'è la tua giornata tipo? È molto lunga, come quella di tutti, di chi fa questo mestiere. Ci si sveglia presto, le ture dei giornali. Si inizia alla mattina presto, e se si insonnisce, si inizia la sera prima. Nel senso che dopo che mettiamo a letto la bimba, comincio a leggere il giornale e i giornali. Quindi le varie stampe, non c'è un ordine ben definito: in base alle notizie i giornali prima, cioè mi aspetto che i nostri colleghi interpretino la notizia secondo una certa ottica, e quindi guardo prima le varie edizioni dei giornali che penso che saranno più frizzanti. È partendo da una scorsa, dal variare, da un giornale online come il nostro: praticamente quasi tutto. Un giornale che ti piace, proprio al netto della linea editoriale, della collocazione politica: è fatto proprio bene? Ma un po' Il Post — sinceramente — un certo crescendo, all'etto dell'atto... è un giornale lento, un giornale molto adorevole quindi in ambito, e solo a qualche sua carenza di un senso, di un ordine, è un solo one, un solo... Nathan Fattovich ben diretto. Gli ibridi con i social, quindi... Sì, esatto. Parliamo. Ma, all'ora, fai la prossima volta una più lunga... Però una tua farfara. Senti, facciamo un gioco: un voto da uno a dieci alla comunicazione di Giorgia Meloni. No, se si possa migliorare, però è enorme. Ma non perché lo dica io: lo dicono i dati, lo dicono quelli che esplorano i suoi contatti social. Una comunicazione molto efficace che sa raggiungere insomma tutte le fasce. E poi è ben calibrata su tutti i social: la vedo quindi. Bene, per lui è stata la comunicazione... sono una grande, un grande asset. Poi c'è stato un momento di appannamento dei Rassegnati. Sulla parte, parla bene ai suoi ma non si fa capire dagli altri. Quindi direi 8 e mezzo. E Salvini? Se, Salvini non è il più digitale, però non so, c'è chi pensava che dopo la scomparsa del Cavaliere, Forza Italia non potesse avere un futuro. Eppure, a tenere, stanno dimostrando invece di essere anche da quel punto di vista molto... Scusi, Renzi. Renzi è, purtroppo per lui, un remix al contrario. Quindi, arma tutto quello che tocca: se tocca anche il tasto dei computer posso dirlo. Purtroppo per lui, perché poi alla fine quel che si vede va. Calenda. E, Calenda non sa, non sta al centro nel senso: non capisce ancora in che centro deve stare. Quindi è molto prolifico nella comunicazione, però sta in una nebulosa che non gli permette forse di stare dove dovrebbe arrivare. Sentito seguiti, so, sono anche in una benda? Sì. Resto. Qual è il tuo gruppo preferito? Non ho, per un cantante, una scena musicale, sono musicalmente figlio degli anni '90. È il '90, è quel periodo, ma giro di più. Per tant'è che è cosa si ascolta, però è quella scena di Seattle, l'alt-rock, è quella grande stagione degli anni '90 che ho vissuto diciamo da, da ascoltatore di musica. E quindi è la scena alternativa americana insomma, che mi porto dentro, mi porto dietro perché con la mia band facciamo anche questo. E adesso vediamo con Antonio Rapisarda qual è il potrebbe essere il futuro dell'editoria. Antonio, domanda brusca a bruciapelo: dove vedresti l'editoria tra dieci anni? La vedo, la vedo come oggi nel senso: l'editoria che cerca di trovare una sintesi fra i vari media e le innovazioni. Però l'editoria dovrà guardarsi e non perdere, non per questo, la missione dell'editoria, che è quella di informare. Informare bene. E se informa bene, avrà un futuro in tutti i mezzi di informazione, che molte volte si confonde un po'. E allora invece qual è il futuro, secondo te, per i quotidiani di posizionamento come il Secolo d'Italia? No, detto prima: a me il futuro sarà quello. Ce ne saranno tanti, di organi di informazione di opinione, con un'opinione molto chiara, un'opinione rivendicata e molto seria, molto sedimentata. Quindi se qualche anno fa si pensava che non ci potesse essere futuro per quelli che sono nel bene e nel male strumenti di pensiero e di dibattito... invece vedo tanti colleghi americani — se ragguagli anni con questa chiave di lettura — di questi giornali di posizionamento, di approfondimento su una determinata linea, con delle opinioni chiare e distinte. Come un certo quotidiano potrà resistere. Anche nell'interesse, anche nell'interesse elettorico: io credo che la democrazia dell'informazione significa questo, cioè non può chi netto che un proprietario che non si conosce con un un elettore che non si capisce. Ci sono tanti piccoli proprietari con tante opinioni che confliggono là con il grande mare della democrazia. Senti, tu nel 2021 hai scritto un pezzo sul sito di Nicola Porro in cui parlavi della infodemia e del rischio di sovraccarico informativo. Oggi siamo nel 2025, non sono passati troppi anni, però ormai l'intelligenza artificiale si fa sempre più preponderante. Senti, che il giornale sanitario Lancet ha definito qualche mese fa la "fake news" una vera e propria epidemia globale. Secondo te questo allarme che tu avevi già lanciato nel 2021 è ancora valido, o forse ti sei cambiato opinione? No, non ho cambiato opinione nel senso che a un certo punto c'è stata tutta quella era: anche la stagione del Covid, ma ricordiamoci quante informazioni arrivavano. Si pensava che le fake news fossero solo da un lato. Invece purtroppo ci siamo accorti che le fake news non se la sono passate pure nel cosiddetto ambito di una cosiddetta alta informazione. Quindi quella che si voleva essere la voce autorevole non sapeva. E quindi per questo io credo che la risposta è chiaramente che questo mestiere va fatto punto dai giornalisti, senza che poi alla fine — per una certa parte anche con l'avvento del sovraccarico — i sovraccarichi costruiscano un po' una propria professione in Italia, con un mezzo. Io credo molto nel professionismo giornalistico e nella capacità invece dei giornali di anche categorizzare bene la propria area di informazione. Quindi se negli anni — se vuoi — da questa infodemia, la cura è di un'ottologia: formazione seria da parte giornalistica, editori più attenti a essere al personale, perché è un servizio pubblico fondamentale. Non si può fare a meno dell'informazione. E appunto per questo si deve essere più attenti all'informazione che si dà, ma senza però, diciamo, una catechesi dall'alto che declassa, sacerdoti dell'informazione che stabilisce a priori cosa si deve dire e cosa non si deve dire. Questo è, specularmente, l'altra faccia della medaglia, che non mi è per nulla congeniale. Ti sei occupato anche di televisione: hai condotto, se non sbaglio, un programma tv. Allora, parliamo. C'è una fascia — una slot — che è il buco nero: quello che fu diciamo lo slot, la fascia occupata da Santoro. Da quel momento in poi questa fascia del giovedì è rimasta vuota. C'è rischio di insuccesso. Allora, se tu potessi immaginarti un programma all'interno di questa fascia del giovedì, quale sarebbe? A questo mi sta cogliendo con una domanda in bilico, perché è quella fascia del giovedì che mi riguarda. Io e i tempi, con quel programma — gioco per un periodo con un programma — "Anni 20": il non giovedì, prima in prima serata, poi in seconda serata per due anni. E quindi quella fascia è, tra virgolette, colmabile con una... è mio augurio che torni, perché manca, manca il giovedì di informazione in Rai. È difficile coprire quel giorno: gli esperti televisivi ci dicono che è una fascia difficile da occupare, ci sono tanti concorrenti. Però mi azzardo a dire: la Rai non deve lasciare — sentitemi dire — da parte quello, invece di una fascia importante. Noi, non avendo quella precedente con "Anni 20", abbiamo fatto un buon esperimento: c'erano i tempi, con un duetto. E anche il nostro ex ministro della Cultura, Alessandro Giuli, il favore, il ritorno, e si può fare in verità. Non è impossibile. Si può fare. Io dico: il mio auspicio — non hai — si deve fare. Quindi insomma mi auguro che prima o poi torni un programma di informazione autorevole in prima serata il giovedì in Rai. Una battuta sull'esperimento del direttore-cronista con il Foglio AI. Interessante. La mia valutazione insomma: con quel Foglio, si conferma sempre un giornale dinamico che sente quello che insomma si affronta sulle grandi sfide. E quella dell'intelligenza artificiale è comunque una grande sfida, è un'arma a doppio taglio come tutte le tecnologie. Io personalmente — e questo è sincero — nella redazione vedo uno strumento interessante, che è un argomento del quale non si potrà fare a meno. Io rimango sempre dell'ottica: è più importante non il mezzo, bensì le domande che ci si pone per quelle persone. La domanda sembra visione, perché in quota, ma mi note tenete un po' in vita — è molto complesso. E poi sì, è proprio una battuta anche qui: la premier è stata una vostra giornalista. Beh, si tornerà a scrivere? Io penso... non ho dubbi che — non lo, non lo faccio il divinatore — io credo che i giorni abbiano tanto da fare, al netto di giudizi, non solo per i due anni passati, ma anche per quelli che verranno. Quindi, solo per il momento, dove deve avere... non ho dovuto riportarlo. E adesso vediamo: dovendo ogni oratore puntare a mettere la sua postilla, un 5 o 5 per dirmi: in tutto quello di cui abbiamo parlato, c'è una postilla, una nota a margine che vorresti mettere? Qualcosa che non abbiamo detto, qualcosa che vorresti aggiungere? È un netto: perché è un merito suo, guarda fino troppo. Se è stata fino troppo brava a farmi dire delle cose che non avevo mai detto: non è interessante sempre la prossima domanda, ma non la prossima domanda qui. O del battere non si dispone. Ma la prossima domanda è quella che ho in testa in questo momento. Qual è? Al momento non lo so perché è stata così brava che le sue domande sono più brave di me. Io, eh guardi, me lo prendo questo merito. Grazie, Antonio Rapisarda, grazie per averci seguito. Grazie per la nostra regia. Postilla torna sempre qua la prossima settimana sul canale 260.
Postilla - Antonio Rapisarda, Direttore Secolo d'Italia | Urania News – Canale 260