Federica Meta, Direttrice CorCom

Trascrizione del video
Tutto le si può dire perché sia un album, perché è talmente avanti che se si guarda indietro vede il futuro. Nel salotto di Postilla, Federica Meta, direttrice di Corcom, benvenuta. Grazie, davvero felice. E adesso andiamo subito con il tuo passato. Allora, Federica, uno scoop su di te, una notizia che non tutti sanno o in pochi conoscono. È una cosa abbastanza divertente. Sei una persona che racconta molto di sé, quindi difficilmente ci sono segreti. Però volevo condividere con voi, anche con il pubblico, il fatto che sono una fan sfegatissima di Gigi D'Alessio. Non so se questo può essere uno scoop. Quindi sei una che se lui vuoi anche ai concerti. Beh sì, certo, quando posso vado sempre. Il prossimo concerto — la data è certa — a giugno. A per quindi proprio prima del convegno annuale del giornale, così mi rilasso un po'. È una cosa che mi è preferita? Non te l'ho mai detto? Non te l'ho mai detto. Per un grande classico. Grazie. Senti, qual è stato il primo giornale che hai visto passare tra le mura domestiche, che magari ti suscita un ricordo, un odore? Allora io vengo da una famiglia molto particolare. Quindi diciamo i giornalini circolavano d'infanzia e tendenzialmente nel paese si era: L'Unità, Rinascita, riviste, non necessariamente in quest'ordine. Però ho un ricordo, c'è un ricordo molto netto di quegli anni della mia infanzia — del fatto che si discuteva anche a tavola delle cose che succedevano — perché quelli erano poi, al di là del posizionamento politico, dei giornali che raccontavano le cose che succedevano, ma anche il mondo come avrebbe potuto essere. Quindi questa cosa mi ha sempre molto incuriosito, ed è una cosa che mi consola ancora oggi, se penso al mestiere che faccio, perché credo che sia quello che noi dobbiamo fare. Ma scusa, a questo punto era quasi segnata la tua strada, la tua carriera giornalistica? Oppure ci sei inciampata, cioè è stata una vocazione, una chiamata? In realtà è una cosa su cui non ho molto riflettuto, nel senso. Ho passato, diciamo, i primi 12, 13 anni della mia — non proprio della mia vita, ma diciamo della mia età consapevole — nei quali pensavo di voler fare l'archeologo. Quindi, piano B — cioè, la verità — piano B — cioè, la verità — poi in realtà non so cosa sia successo. Penso che sia semplicemente successo, una forza: è accaduto a tanti. Il giornalino scolastico, l'attivismo, le autogestioni, le occupazioni — quindi in somma quello — la forza è stato il momento in cui ho cambiato il mio piano e ho deciso. Quindi dall'archeologia — che non ha detto niente — vado meglio: scrivo per un giornale. Ma tu sei sempre stata un po' una nerd o nella tecnologia nel digitale ci sei invece inciampata? Io ci sono inciampata con tutte le scarpe, perché in realtà io vengo da un giornalismo molto diverso. Ho fatto per molti anni politica estera, per molti anni cultura, e per molti anni ho fatto anche cultura e spettacolo — immagina molto popolare — ho lavorato per molti anni, non ti dico, per giornali diciamo un po' mainstream come Novella 2000, Gente, Oggi, che mi hanno divertita tantissimo. È stata forse uno dei momenti più divertenti della mia vita. E poi mi sono... No, mi avevi riscuoperto — gli avevo, e li ho riscoperti, devo dire la verità. Il primo scoop: quello che abbiamo fatto quando abbiamo scoperto che i due protagonisti di "Un medico in famiglia" stavano insieme anche nella vita — quindi era una cosa molto divertente. Ci sono inciampata casualmente, però tu, sì, ma hai fatto vari giri, ti sei occupata di varie redazioni, hai fatto tanti anni anche in un'agenzia di stampa, no? Il nottambulismo, come il brivido del tec, inizialmente mi mancava. Quando è iniziato a fare, diciamo, un giornalismo tendenzialmente di approfondimento, comunque di dialogo con alcuni protagonisti, mi è mancata — ma mi è mancata più il giornalismo di strada che l'immediatezza del tac. Poi nel tempo invece ho capito: la forza dell'approfondimento mi si confà di più, quindi non sento la mancanza. Ad oggi, no? C'è una buccia di banana sulla quale sei scivolata in questi anni, che magari adesso ti porta a riderci sopra e invece ai tempi pensavi che fosse una cosa drammatica? Sì. Faccio una sostituzione estiva in un quotidiano durante la guerra in Iraq, e ho scritto un articolo facendo un paragone con la guerra del Vietnam, e ho sbagliato la data dell'evento — dell'offensiva del Tet, quando gli americani hanno cominciato, diciamo, a perdere la guerra. Ho sbagliato la data. Ho pensato che fosse una cosa drammatica, per cui sarei stata cacciata immediatamente. Invece credo che non se ne siano nemmeno accorti, né i redattori né i lettori, quindi è passato un po' in cavalleria. Come con il 2017 tu approdi a Corcom. In questi 18 anni il mondo delle telecomunicazioni è cambiato tantissimo, forse il mondo tecnologico, il mondo digitale, quello che è veramente in continua evoluzione, richiede una preparazione, una formazione, un'edizione importante. Però c'è qualcosa che, prima di approdare a Corcom, hai imparato nelle altre redazioni che oggi ti capita ancora di applicare nel mondo del giornalismo? Sì, sì, il fatto che comunque bisogna sempre approfondire, studiare, non rimanere mai indietro. Questa è una cosa che ho imparato nel tempo, nelle altre redazioni, sia nell'agenzia di stampa che poi in Eservi, dove ho lavorato negli anni. Questo è una cosa che mi è servita, perché questo è un mondo che sta cambiando velocemente, ma non vorrei dire ogni giorno, ma quasi. E adesso ci siamo ritrovati improvvisamente — io sono approdata a Corcom nel 2017 e stavo all'incrocio delle cose, ma succedevano in maniera controllata. Si voleva capire quello che stava all'orizzonte, come le tecnologie stavano cambiando i paradigmi dei grandi player. Oggi invece, con l'avvento dell'intelligenza artificiale, il cloud, queste trasformazioni, questi cambiamenti che poi sono paradigmatici, perché la verità è che le aziende oggi stanno diventando altro — stanno diventando delle tech company — molto veloce. Quello che mi porto dietro è che non bisogna avere paura di stare indietro, quindi tutti i giorni devi studiare, devi approfondire. Poi sono la secchiona, o almeno abbastanza sempre incollata ai libri. E adesso vediamo invece da cosa si compone il tuo presente. E se potessi dare un titolo alla tua vita, o dire una parola chiave, quale sarebbe? Penso che il titolo più adatto sarebbe il femminismo e la cura. Spero, no? Perché nel tempo io, sempre perché sono una secchiona, non mi potevo accontentare di approfondire cose che servivano solamente per il mio lavoro, per il mio mestiere, per la mia professione, per la mia crescita professionale in senso ampio. Penso — e ho pensato — probabilmente perché ho un'eredità anche familiare di questo tipo, che sia importante poi mettere a disposizione quello che sai, quello che sei, anche per provare a cambiare le cose che non vanno. E in questo momento, secondo me, una cosa che non va è la mancanza di parità di genere — non per motivi diciamo morali, ma semplicemente perché non lo dico io, lo dicono studi: c'è un tema di inserimento e integrazione delle donne nel mercato del lavoro che è un beneficio che aiuta a crescere l'economia. E quindi ho pensato che il femminismo possa essere utile anche per immaginare un mondo migliore, ma anche immaginare un modello di sviluppo che sia più sostenuto e più sostenibile. Quindi è da qui che nasce anche il tuo podcast: il podcast WOW, Women on Web, in cui con Francesca Pucci raccontate l'impegno delle donne nel mondo del digitale? Sì. È come dire un po' figlio dell'epidemia — era un momento un po' di riflusso, non solo professionale ma anche motivazionale e personale, perché penso che quei mesi siano stati pesanti per tutti dal punto di vista emotivo. Francesca è una grande amica e collega, ci vogliamo tantissimo bene. Discutendo, abbiamo pensato che forse valeva la pena fare qualcosa insieme, anche rispetto a quello che dicevamo prima — il fatto che il femminismo possa essere la cura, che le donne possano raccontare il mondo in maniera diversa e intervenire su un modello economico di sviluppo che ha ampissimi margini di miglioramento, come dicevamo noi. Quindi abbiamo lanciato lo show, abbiamo pensato a questo formato, abbiamo iniziato intervistando soprattutto donne che si occupavano di transizione digitale, varie esperte, accademiche, manager. E adesso stiamo allargando il campo anche alla transizione ambientale, oltre quella digitale, perché comunque in somma è un tema addirittura portante di sviluppo e competitività — anche il Green Deal, la transizione ambientale, sempre un po' in ottica di genere. Poi è quanto meno singolare perché giornalismo e tecnologie sono due ambiti, magari il giornalismo sta cambiando pelle finalmente, la tecnologia ancora — perché diciamo è storicamente un dominio maschile, c'è un mondo molto maschile, forse anche molto maschilista. Poi Corcom fa un po' un'eccezione perché prima di te c'era Mila Fiordalisi. Sì, noi siamo diciamo una bella eccezione, devo dire. Io poi ho lavorato con Mila moltissimi anni, le devo moltissimo perché credo che le tante cose che ho imparato, gliele devo a lei. Veramente una grandissima professionista, una macchina da guerra. E diciamo che abbiamo avuto un editore che ha sempre dato fiducia alle persone, apprezzandole a prescindere dal genere. Però siamo una bella eccezione: io penso che Corcom come funziona, anche perché siamo una bella eccezione. Allora, vediamo un attimo il tuo ruolo di direttrice. A che ora esci dal letto la mattina? Verso le sette. Il primo giornale che sfogli? In realtà sono quelli stranieri che parlano appunto di telecomunicazioni: Light Reading, TelecomTechBook, quelli più verticali, perché comincio a capire di cosa vogliamo parlare, come organizziamo la giornata, come coinvolgo i collaboratori, cosa ci dobbiamo dare un'informativa. Quindi quelli sono quelli che ho in mente ancora mentre sono in trattoria, poi mi allontano da lì e cerco di capire anche che succede in questo paese, apprezzando le dialettiche della tecnologia. Senti, i giornali generalisti — lo vediamo, i dati ci restituiscono una fotografia che non è probabilmente felice, grazie al mondo dell'editoria, che va un po' a fatica. Secondo te, le testate più specialistiche come Corcom sono quelle che tengono meglio in questo momento? Io credo che si tengano meglio per una serie di motivi. Prima cosa: perché le testate come la nostra non sono giornalismo puro, nel senso che noi ovviamente facciamo anche attività di comunicazione per le aziende, organizziamo eventi, e questo in qualche modo ci mette anche a riparo da grandi perdite economiche di cui soffrono i generalisti. Penso che nei giornali verticali di nicchia che si occupano di tematiche specifiche, l'approfondimento sia un po' la bussola che porta avanti tutto il lavoro — che tendenzialmente nei giornali generalisti vedo un po' meno. E quindi probabilmente noi abbiamo dei lettori più attenti, dei lettori che ci cercano di più. Nei giornali generalisti questa cosa si sta perdendo, dall'avvento della settimanalizzazione del quotidiano degli anni '70, a quello dell'avvento del web, ad oggi: in realtà c'è stato anche qui un po' di riflusso. Quindi sì, penso che noi riusciamo a tenere meglio perché il mercato è diverso, perché tendiamo più all'approfondimento e perché i nostri lettori sono più interessati a quello che scriviamo. Ma secondo te, la vera sfida di un direttore come te è ad oggi trovare la vera notizia o contrastare le fake news? Trovare la vera notizia contrastando le fake news — quindi è una cosa complicata di per sé, perché poi in realtà io ben so che il nostro settore sia abbastanza immunizzato da questo... Dal fenomeno. E invece no. Tende a dilagare, il fenomeno del click baiting, le soluzioni ovunque e comunque. Sì, parlami. Ma tu riesci mai a disconnetterti? Ci provo. Ci provo. E lo faccio quando mi occupo dei miei hobby. Poi c'è la flamenco quando vado... Io sono molto difficile. Riesci... Sì, sono... E allora con i social che rapporto hai? Io avevo un rapporto abbastanza, come dire, resistente agli albori. Poi un po'... Però su qualcosa ho potuto piegarmi e una volta piegata mi diverto un sacco. Si ha da essere diversi. Quello che uso più spesso: beh, Facebook, perché sono un po' della generazione X, quindi ho comunque vissuto la sua ascesa. LinkedIn ce l'ho perché comunque, insomma, è una rete professionale molto utile, con molti spunti, approfondimento, contatti. E c'è Instagram — non sono molto brava a usarlo, però ogni tanto metto una cosa, scrivo una cosa, però, insomma, non... Allora, Corcom fa parte di Network 360, che costruisce oggettivamente il più grande network in Italia di testate e portali B2B dedicati alla trasformazione digitale e all'innovazione imprenditoriale. Il nostro tessuto, il nostro Paese, è un tessuto che al 90% è costituito da piccole e medie imprese. Quanto è complicato, per le piccole e medie imprese — soprattutto le piccole che fanno molta fatica — a digitalizzarsi, a innovarsi? È difficile far capire questa cosa agli imprenditori di oggi. Far capire non è molto difficile, perché comunque la tecnologia è affascinante. Quindi anche il piccolo imprenditore può rimanere affascinato da un sistema di intelligenza artificiale che facilita le operazioni. Il problema è far pagare — ma quello è un problema culturale che affligge un po' tutto il paese. Le piccole e medie imprese sicuramente, anche un pezzo di pubblica amministrazione, i ranking dell'Unione Europea ci collocano, per quanto riguarda le competenze digitali, non dove vorremmo. Quindi il vero tema è la diffusione della cultura digitale, che — non viviamo un po' in una bolla, e quindi i più avanzati non si rendono conto di quali siano i limiti — però effettivamente questo è un paese che è molto indietro. Sì, perciò ha un sacco di lavoro da fare anche sul digitale. E ha proposte, di quello che verrà. Vediamo insieme a Federica come potrebbe cambiare il futuro dell'editoria. Dove vedi l'editoria tra 10 anni? Somma, questa è una bella domanda. Dove la vedo non lo so, però dove la vorrei vedere. Io la vorrei vedere soprattutto con meno testate generaliste ripiegate su stesse e su soliti temi — che sono interessanti: la tenuta del governo, la legge elettorale, va bene, ne parliamo. Però io credo che ci abbiano esagerato nell'avere più uno sguardo internazionale. Perché noi parliamo di sovranità, che è una bella cosa — vuol dire controllo sulle tue cose — però lo devi fare guardando anche quello che succede fuori, non vuoi ripiegarti su te stesso. Io penso che il giornalismo italiano oggi stia facendo un po' questo. E penso che la cura sia l'approfondimento, lo studio, e tornare anche un po' a parlare con le persone. Il femminismo, l'ho citato, il femminismo sempre. E invece come immagini la tua testata tra dieci anni, in cui vai? Io la immagino più ricca di contenuti multimediali, che è una cosa su cui stiamo lavorando e penso ci riusciremo, perché è importante. Ma secondo te dove si collocherà l'intelligenza artificiale nell'editoria? Lo scriverà un algoritmo, o continuerà a scrivere l'editore? Allora, questa è una prova che ho fatto, nel senso che ho scritto una serie di editoriali da quando sono direttrice e poi ho detto "fammi vedere come li avrebbe fatti l'intelligenza artificiale." Per come sono fatti, ho creato un prompt doc, e, definitivamente, ha tirato fuori una cosa pubblicabile, e anche abbastanza interessante, però senza anima. E siccome io penso che un editoriale ci deve essere sempre un po' di quello che tu sei — anche un po' rischiando un minimo di scontro — poi sono i momenti d'oro fantastici, non ci saranno scontri, però un po' di confronto. E, con qualcuno, sono belli, sono piacevoli da leggere, però non hanno anima. Non c'è un po' di calore. Perché il tema che si pone un po' rispetto a quello che l'intelligenza artificiale può fare nell'editoria è: se noi pensiamo che il giornalismo sia scrivere un articolo seguendo delle task, allora va bene usare l'intelligenza artificiale. Se noi pensiamo che il giornalismo sia fatto anche di relazioni, di dialogo, di competenza, anche di empatia rispetto a quello che succede e rispetto a un tuo eventuale interlocutore, allora l'intelligenza artificiale sarà sempre uno strumento, non può diventare il protagonista. È uno strumento, non lo è. L'intelligenza artificiale non mi spaventa in sé: mi spaventa l'uso che se ne fa, e mi spaventa la mancanza di consapevolezza su alcuni limiti dell'intelligenza artificiale. Non mi spaventa in sé. Quali sono questi limiti, al di là di quelli che abbiamo detto? Sono il fatto di essere — come dire — che ci sia una concentrazione di sistemi di intelligenza artificiale sviluppati dalle stesse aziende. Mi preoccupa il fatto che gli sviluppatori siano tipicamente maschi, ultra-quarantenni, cisgender, bianchi, e quindi che si portino dietro tutta una serie di bias, perché non è vero che l'intelligenza artificiale è neutra, perché viene alimentata da dati che vengono sistematicamente selezionati in quel modo per allenare la macchina, tra virgolette. Quindi questa mancanza di consapevolezza mi preoccupa, perché l'intelligenza artificiale rischia in questo modo di alimentare le disuguaglianze. Senti, oggi i flussi delle notizie sono spesso dominati e dettati da quello che è più discusso sui social. Quindi la famosa agenda setting ormai la dettano i social network. In futuro ci sarà ancora spazio per il direttore che dirà "no ragazzi, la notizia è tutt'altra" e si prende anche il rischio di pubblicare qualcosa che non è sui trending topic? È un rischio, nel senso che non sono certa che succeda ancora questa cosa. Però forse l'intelligenza artificiale in questo caso ci ha dato una mano, perché qualche giorno fa è uscito il report di Google, in cui Google evidenziava il fatto che il search engine — quindi, in sostanza, il motore di ricerca di Google — penalizzava gli articoli scritti volontariamente in maniera generativa sole. Quindi se questo è veramente il trend, allora c'è spazio per un direttore che dica "non mi interessa quello che gira sui social, mi interessa la notizia sia questa." Vediamo. Senti, se invece un giovane di vent'anni venisse da te e dicesse "voglio fare il giornalista", tu cosa gli suggeriresti? Comprare un taccuino, va, iniziare con il giornalismo da strada? Oppure gli consiglieresti di intraprendere un altro percorso, ad esempio buttarsi nel mondo della programmazione? Io prima di consigliargli di comprarsi un taccuino e buttarsi per strada — perché le cose che ci dicevamo prima, il fatto che il giornalismo sia anche relazione — direi anche, diciamo, accompagna anche con uno studio approfondito degli strumenti digitali. Questo lo farei sì. Senti, c'è un'inchiesta, un'intervista, un tema di cui non ti sei mai occupata e di cui vorresti occuparti in futuro, rispetto, diciamo, al mio settore? Io vorrei — il mio sogno sarebbe intervistare Mariana Mazzucato, che è quella economista italoamericana che ha scritto una serie di saggi che per me sono un po' una bussola, anche un po' una cartina di tornasole. È un'economista che utilizzo quando questi fenomeni viaggiano velocemente, come dicevamo prima. La vorrei intervistare sul tema della sovranità digitale, sul ruolo delle società di consulenza e su come, in qualche modo, accompagnare lo sviluppo digitale di un paese. È una cosa che mi piacerebbe davvero molto. Che non abbia ancora ascoltato questo appello. Ci provo, ci provo da tanti anni. Prima o poi ce la farò. Fammi sapere se abbiamo condiviso il pacchetto a questo sull'agenda. E adesso vediamo dove Federica mette la sua postilla. Allora, di tutta questa bellissima chiacchierata — hai passato il passato, il presente e il futuro dell'editoria — c'è una postilla, una nota a margine che vorresti aggiungere, qualcosa che non ci siamo detti? In realtà devo dire ci siamo detti, ci siamo detti un po' tutto. Le domande erano veramente interessanti e mi ci sono molto ritrovata. Quindi la postilla che posso soffiare è... non lo so, probabilmente mi farebbe piacere tornare qui tra 5 anni e raccontarvi quello che ha detto con Corcom. Noi comunque tutte le risposte sono state archiviate, e quindi magari tra 5 anni vediamo se c'è, ripartiamo anche dal futuro dell'editoria. Grazie. Grazie davvero tantissimo, Federica, per essere stata qui. Grazie a voi. Grazie a voi per averci seguito, grazie. Come sempre alla nostra veglia, Postilla torna la prossima settimana con un nuovo ospite. E voi, ovviamente, restate sintonizzati. Colano sapere la mazione.
Federica Meta, Direttrice CorCom | Urania News – Canale 260