Federico Ruffo, conduttore Mi manda RaiTre

Trascrizione del video
Come abbiamo cambiato il modo di raccontare, di condurre, di guardare — una conduzione francamente rassicurante quella di oggi. Perché un tempo Federico ha vissuto sotto copertura: tanti cani, poco sereno, anche se ci sta lavorando e rassicura. Nel salotto di Postilla abbiamo con noi Federico Ruffo, conduttore di Mi Manda Rai Tre. Benvenuto. Grazie a voi per il video, grazie per la presentazione. E adesso andiamo subito a scoprire il tuo passato. Allora, Federico, conosco su di te una notizia che in pochi sanno, nessuno conosce. Ma sì, io non ci ho saputo — è interessante — perché la tua storia personale è minimamente al tavolo. Non c'è molto da sapere... lo vedo che tutti chiedono sempre della vita privata, rispetto alla quale io non ho mai avuto tutto l'interesse che si conosce. Quindi forse l'unica cosa che c'è da sapere è che alla fine mi sono sposato molto tardi, tanto tanto tardi. E che il segreto di questo... me lo ha detto mia moglie, non ci incrociavamo mai. E questo è questo: arriviamo al dunque. Tu sei nato e cresciuto a Ostia. Poi sul rapporto tra il tuo lavoro e le origini ci torniamo più avanti. Quanto ha inciso crescere nella periferia romana sulla scelta di diventare giornalista? C'è un momento in cui ti sei detto: questo è proprio il mestiere che devo fare nella vita? C'è un momento in cui chiaramente cambiai come volevo farlo. O forse era già prestabilito che sarei diventato giornalista, ma pensavo — come tutta la mia generazione — giornalista sportivo. Anche perché lo sport ci ho provato, ma lei era evidente che nel caso non era per me, data l'umiltà. E però credevo veramente che avrei fatto il giornalista sportivo per tutta la vita. Poi, l'appuntamento con il destino: io ho cominciato molto presto, l'ultimo anno di liceo già giù con la chiave per le redazioni. Arrivò un caso di cronaca importante, brutto, molto brutto: sparisce un bambino da Ostia, da una delle case occupate, quella della famiglia Spada di Ostia, che finisce al centro del mondo. Fino al giorno prima nessuno sapeva nemmeno dove stessero le mappe, il giorno dopo tutte le troupe del mondo, lì per cercare questo bambino. Che bambino ritrovato morto, e in realtà, poiché vivevo lì, faccio breve — insomma si ricorderanno in molti del caso di Simone — vittima di un tentativo di violenza, resistette, mi è stata raccontata da una persona che era lì, fu picchiato a morte e abbandonato lì dov'era, trovato poi da un suo compagno di giochi. Ok, ora dopo, praticamente davanti a noi vengono arrestati il padre di questo compagno di giochi e il fratello più grande — che, cerchiamo fuori, era uno di quei tipi, diciamo, seriali — e insomma, caso tremendo. Fu una roba che ti va al sonno. Il caso volle che Simone, la vittima, avesse come compagno di giochi mia compagna di giochi che non vedevo da tantissimo tempo. Una bambina mia compagna di giochi per tant'anni, le volevo molto bene, ed è davvero complicato parlarne. Però mai. Qualche giorno dopo il ritrovamento del fratellino, la vedo entrare alla stazione, la avvicino, non capisco perché torni — perché il caso era che chi usciva da quella stazione non ci stava appiccato — mi insospettisco, quindi comincio a chiedere. Nessuno lo vuole dire, finché alla fine una mia amica — avevamo il 18 anni, per quanto avevo avere dei fonti — mi dice: "La verità è che Rebecca viene in stazione per denunciare il padre, perché la morte del fratellino la ha convinta a raccontare che il padre la violentava da anni." E quindi all'improvviso — ed è difficile anche da spiegare — realizzo tutta una serie di cose. E all'improvviso tutti i giornalisti qui stavano a parlare di vento e nient'altro, e salta quella che ho sempre pensato — e ti domandi tutte le mattine in cui noi ci avevamo riuscito a farla parlare: che cosa era successo a casa, la notte prima? E ti domandi anche quanto sia normale che nessuno se ne fosse accorto, quanto sia normale che nessuno avesse fatto nulla, che un genitore, un insegnante, persino noi, non ce ne fossimo accorti nulla. E quanto non fosse normale che una bambina — perché eravamo bambini — vivesse all'interno di case occupate in un cortile allagato in una zona dove la legge non c'è, dove nemmeno una mosca entrava senza che nessuno se ne accorgesse. Hai detto: "Stai mia da quella parte." E quindi all'improvviso mi sembra molto più utile. Penso anche a cosa sarebbe successo se qualcuno si fosse accorto di quel complesso di case occupate, di cosa succedeva all'interno — perché a un certo punto era diventato anche una sorta di cerchio di pedofili che facevano quello che volevano — e quindi se quella macelleria l'avessimo contata, e a un certo punto ci fu tutto un travaglio, da quando sei diciottenne, di come forse posso essere utile in un'altra maniera. E quindi lì è cambiato tutto. Tu hai raccontato storie molto, molto, molto drammatiche, molto difficili. Arrivasti giovanissimo. Il tuo arrivo fu legato a un'inchiesta per Le Iene: fosti infiltrato su combattimenti illegali di pitbull. Non so come tu l'abbia fatto, ma cosa ti ha spinto, poco più che ventenne, a occuparti di un caso così rischioso? Fu ambizione, coscienza, amore e rispetto degli animali? Guarda, la racconto così: non so dove nasce, qui. La realtà è che quella storia — la faccio per una TV privata — poi mi porta al primo contratto con Le Iene, cioè vedono questa inchiesta e mi chiamano per un primo contratto. La realtà è che in quel momento Ostia — parliamo alla sommità di anni '90 — eravamo ai margini di quella che era l'ultima emanazione criminale, le ultime vestigia di quella roba. Imperavan alcune famiglie su Ostia, in particolare gli Spada. In quel momento gestivano alcuni racket e parte del business era anche quello — lo sapevano tutti. Tutti ne avevano sentito parlare, tutti avevano visto questi cani andare in giro e vederli allenati in maniera strana: li legavano alla macchina e camminavano con la macchina, che aveva ancora i finestrini abbassati. Si sapeva. Il grande vantaggio di essere nati e cresciuti in un posto del genere è che conosci tutti, sai a chi chiedere, riesci a convincere e a farti portare. Alla fine — e anche questa cosa di usare i cani era tremenda, era tremenda, era una violenza incredibile — ma finché non lo vedi non capisci quanto fosse assurdo. Ero curioso di capire, di vedere questa cosa. C'è niente da fare, non posso dire con il senno di poi diversamente: ci sono perché. Poi era contare quanto gli pare, ma avevi bisogno di vederlo, avevi bisogno di vederlo per capire. Quindi alla fine, con gente con quel gioco — è un gioco scomodo, con la camera nascosta — l'inizio mi convincono a introdurmi. Vado con queste camere nascoste, e proprio il racconto di quella serata è quasi superfluo perché con le parole non riesco, ovviamente. Le immagini però mi avrebbero dato le prove dopo. Certo. E quindi trovate dove seppellivano i cani quando non riuscivano. Quando finalmente trovate le carcasse dei cani, i resti dei cani, potete provarlo — e da lì poi è nato tutto. Tu hai lavorato tantissimo sotto copertura, hai utilizzato l'infiltrato in collaborazione con Riccardo Iacona — era un turista, finto turista — nel 2016, per raccontare la vita di un infiltrato in quell'ambiente. Quando riesuci e per te: dove finiva Federico e dove iniziava il personaggio che dovevi interpretare? E soprattutto non ti sei mai fatto prendere? È capitato due volte. La prima volta, mentre lavoravamo a una roba sulle scommesse calcistiche, sulle scommesse clandestine, le scommesse — alcune clandestine, alcune gestite dai clan, diciamo — ammalo se non lo ricordo male. Seguiamo quindi che la gran parte di siti online di scommesse clandestine che si fanno su partite truccate sono gestiti dai clan. Contattano lo in queste società, ci fingiamo interessati ad acquistare uno di questi siti clandestini. Loro non hanno la minima idea di chi siamo. Oggi non potrei farlo. Andiamo da loro, ci facciamo raccontare tutto. Ci raccontano tutto perché sono convintissimi che noi vogliamo investire un sacco di soldi. Convinti di aver concluso tutto, me ne torno verso casa. Mentre scendiamo, l'operatore mi fa: "Guarda, si è staccato un cavo della telecamera, non è arrivato niente." Io voglio morire. Siamo arrivati fino a Malta — a mezzo servizio a presa diretta — da quando non volevamo denunciarli. Quindi diciamo: "Guarda, adesso dobbiamo tornare. Andiamo con un pretesto, se ci saliamo ci facciamo raccontare tutto perché dobbiamo distrarli." Torno su. Non so come hanno fatto questi: quando torno su, alla porta, li trovo che stanno davanti alla televisione guardando il mio vecchio pezzo. Quindi già, da quando non siamo più... Quello dietro di noi fa: "Perché siete tornati?" La persona che mi accompagnava, il produttore esecutivo, riesce a mettere il piede dentro lo stipite e riesce a farlo: uno "fermi". Questa di manovra adesso dovrei andare alla fine — che sarebbe andar male — mentre cado e faccio il ladro. Io faccio: "Guarda, parità, andiamo." Quindi ci siamo tornati a casa, voglio bene, come tutto sommato via via. La seconda volta è successo in Tailandia, mentre facevamo una roba su queste rotte del turismo sessuale — con un destino preciso, perché l'idea era quella di raccontare come si facessero propri gruppi vacanze per andare in posti dove l'unico commercio era il sesso — e finiamo in Tailandia con questo gruppo che abbiamo agganciato su un portale. Oggi vedo che è diventato un'applicazione, non un portale, ma noi guardiamo perché aveva questo nome — si chiamava qualcosa tipo "Nioca Travel" — ed era visitatissimo: una cosa assurda. Mi infiltro in mezzo a questi, decidiamo di partire. Mi erano una specie di luogotenente in quel giro: si porta gli altri, non sa niente, facciamo finta di essere turisti, tante telecamere, tante videocamere — telecamere di un costo, e anche la microcamera per tutto, nell'orologio, nella pelle, negli occhiali, nella cintura — giriamo con loro per cinque sei giorni. Facciamo base in un hotel che era anche un bordello: la mattina facevi colazione e c'era una passerella in cui queste ragazze, con un numero, giravano e camminavano — un numero questa roba — e tu dall'altro lato, da cui tu chiudi la camera, potevi vederle e dire: "Manda mi sulla camera la ragazza numero 2." Una roba. Stanza giacente. Ma erano cinque sei giorni che stavamo lì a mollonizzare — io e i miei colleghi — che non avevano portato su nessuna e questa cosa cominciò a dare nell'occhio. Non lo so se sai tra persone in Tailandia adesso, che abbiamo fatto: ci guardano strani, ci guardano troppo, e guardano i miei colleghi che non prendono nemmeno una perché ormai nella logica loro ci venissero a scocciare in camera. Ma intanto trovano solo l'attrezzatura, e non eravamo in pericolo in senso fisico ma spiegare che non eravamo spie diventava un problema. E quindi cosa hai fatto? Troviamo questo ex collega del Corriere che si era trasferito in Tailandia molti anni prima per avere — insomma — una non-life, che prendeva le figlie delle prostitute, le bruciava il cervello con una droga di servizio per renderle passive, le faceva crescere, le mandava a scuola, gli trovava un lavoro. Il problema è che ci guardano: ti preoccupa, ti prendo due delle mamme che abbiamo recuperato e le mando a fare finta di salire in camera, state un paio d'ore a parlarci ma di terzi. State pure tranquille poi. Quindi noi scendiamo in camera con queste due, facciamo la nostra intervista, la coppia dove scendiamo... ecco, a vedere che sono... Di siamo che mi guardano, non ho tempo, ma la roba sarà fatta brutta. Quindi a un certo punto guardo André e gli dico: "Senti, il posto è questi: 15 giorni ma altri 10 non possiamo stare, perché se poi era l'aria che c'era — molto nervosa in quella zona — se questi si incazzano non usciamo più dalle carceri e dai rischi." E non ci avanzano che ho detto: "Ho una bella cosa. Ho detto un mattino: ce ne andiamo. Salutiamo tutti e sentiamo in trattative per qualche giorno." Senti, nel 2018 hai avuto un'intimidazione: una mattina trovi il pianerottolo di casa coperto di benzina. In quel momento hai pensato: forse questa mattina mi ha fatto capire qualcosa? No, ma la realtà è sempre molto meno romantica di come la fanno. Uno si immagina questi momenti sempre con un fare eroico, come nei film, ma non è mai così. Tutto è più banale, più terra terra. Era notte. Io ero tornato da Torino, ho preso l'ultimo volo, quel giorno — non c'era un ultimo volo — quindi sarò arrivato a casa all'una di notte. Moglie sul divano dove dormiva, stesa. Verso credo le quattro del mattino, addirittura con precisione — il cane inizia a ballare disperato perché sente il rumore della sua ciotola dei croccantini sul pianerottolo di casa. Avevamo un terrazzo che stavamo aprendo, credo. Il cane mi sveglia ballando. Io sono convinto che sia il gatto dei vicini — come era suo costume — che stava mangiando i croccantini al cane. Quindi mi alzo, sto guardando il gatto che ho... lo sbatto via, sono le quattro, non mi ero svegliato per questo. Invece pieno di buio scivolo e ricado seduto. E questo già molto meno drammatico di come lo sono in magia. Mi investe l'odore di benzina, tutta quella che c'era. E così come cosa sta fare... Sento l'odore, l'avviso che è benzina, guardo verso l'uscita e vedo due che scappano. Faccio per rincorrere, alzarmi, e nel tentativo di mettermi in piedi, scivolo in avanti, e anche una bella musata, quindi mi pano completamente nella benzina. Poi ci sono quelli che ho rincorso, l'ora erano già andati via, e per l'inno neanche sento granché. Poi inizia dopo tanto la cosa. Mi preoccupo — c'erano poi i miei genitori che vivevano due piani sotto. Non aprisco la porta, si trovano asciutti davanti. Quando capito ho chiamato i carabinieri, dall'IPPA — e se non sono stata vista loro, non sono — però l'IPPA non è un pensiero che fa per i tipi, però riesce a portarla a casa, insomma. Poi, dopo molti tipi erattano, anche questa la posa del giornalista: scomodo sotto scorta, non mi affascina. Non lo ho mai condivisa perché quando fai questo lavoro prevedi che ci sono dei rischi e li accetti, per quello che sono. Anzi, sai che se alcune cose non capitano, non indicano che ti devono investire di benzina in casa. Però sai che poi dai fastidio a qualcuno e lo accetti. Non dicono che fai calcoli. Se non succede, vuol dire che non stai dando più di tanto fastidio a nessuno, quindi forse non stai nemmeno facendo troppo bene il tuo lavoro. Quello che succede è una conseguenza più o meno preventivata. Il problema si pone quando hai delle persone vicine con cui non hai condiviso la scelta, non l'hanno fatta, e non l'hanno accettata. Gli è stata imposta. E allora diventa una preoccupazione diversa. Poi devo dire: in quel momento fortunatamente ero solo, quindi è una cosa che mi sono gestito da solo — ho dato qualche grattacapo alla famiglia, anche allora non sempre sapevano quello che facessi. Anzi, è stata la testata del fatto che, in quel momento, stavamo facendo un buon lavoro, perché la reportage era un buon lavoro che avevo fatto. E che qualcosa avevamo smosso. Devo dire: credo che corrano dei rischi molto più concreti di giro i giornalisti di provincia. Perché io arrivo dal nazionale, vado in un posto che è nella storia e poi torno a casa. Ma chi balla poco da una cosa e un'altra, che è successo — a me in maniera relativamente insolita, molto rara, fortunatamente — il giornalista di provincia con l'agenda che è denunciato, ci valba l'incontro il rispondente, l'incontra a prendere il giornale: ci deve restare. Ed è molto più complicato per loro, francamente. Ci ho le molto più coraggiosi — che non per noi — che fanno in trincea. E adesso invece dimmi: cosa c'è nel tuo presente? Federico Ruffo, potresti darci un titolo alla tua vita attuale. Quale sarebbe? Tanta fatica, tanta tanta tanta. Però dopo tanta fatica tu adesso sei il volto rassicurante di Mi Manda Rai Tre. Non ti manca un po' la trincea? Tantissimo. Tantissimo lo confesso. E mi hai quando si lamentano, perché magari ti hanno dato un pezzo complicato — io lo confesso — e dai, che poi mi spiega una cosa. Io lo spiego, per esempio, quando si passa dalle Iene a Mi Manda Rai Tre — ma anche Presadiretta, ma anche non so quanti altri — questi tre anni a stare a casa, il tornare a casa, il bello del tornare a casa da tanto tempo. Mi manca anche il montaggio, e anche quella sensazione che c'è quando... ma questo è il video, quella granalina. Questo lavoro si basa su una cosa. Cominciare la gente a dire cose che non ti dovrebbe dire. Questa sensazione che hai quando qualcuno ti ha detto una cosa che non ti dovrebbe dire — che hai fatto sempre — è una cosa che mi manca, che nel tempo sostituisci con altre cose, perché non è da soli. E comunque tu oggi sei alla conduzione di un programma storico che è in onda da 35 anni, se non sbaglio. Fa troppo già sentirsi troppo. Puoi avere adesso partite da molte segnalazioni da parte del pubblico. Se ti dicono veramente sono pezzi di riesci da dare il giusto. Ecco, che fotografia hai scattato di questi anni, e com'è cambiata l'Italia rispetto al passato? Qual è il cambiamento che secondo te è più rilevante? Ma c'è una consapevolezza maggiore. Ma è fatto tanto tanto tanto. Il vero cambiamento: quando sono arrivato a Mi Manda Rai Tre era da rifare un futuro al programma che aveva la stessa formula dal... 1989. Faccio la quinta elementare quando è andato in onda Mi Manda Rai Tre la prima volta. L'Italia — ma il mondo in genere — era cambiato tutto. Ti faccio un esempio: il grosso dell'engagement per l'abuso, per un bienale, per un ammaccamento... Ti è stato fatto un torto. Una bolletta è impazzita da 3 milioni di euro per un consumo che non hai mai fatto e non riesci ad avere riscontro. Il conduttore chiamava la parte, il cittadino lo spiegava, portavo le prove, due commenti, tutti dimostravano che era sbagliata, con qualche firma, la bega si risolveva forse in un futuro. L'azienda cominciava a dire che è stato un errore. La pacificava, la situazione si risolveva: l'eroe del giorno tornava a casa. Adesso è impossibile. Tanto i contatori sanno la lettura da remoto. Fai tutto. Noi, non sei. Noi, non sei. Noi, assolutamente — per altri motivi, però sono legittimi i bolloni. Fai l'autolettura, devi parlare con qualcuno, c'è un call center, una chat, un'intelligenza artificiale, un chatbot che ti diceva a casa. Non è più possibile. Ma soprattutto gli italiani non percepiscono più quella cosa come una violazione di diritti. Questi diritti passano, per altro adesso, passano per il fatto che... anche se non lo sei, lo percepisci. Si ha ormai che compri il pollo confezionato un pochino ti stai avvelenando, ma come te lo racconto che ti stai avvelenando? Come te lo spiego cosa c'è lì dietro? Devo prenderlo, devo comprarlo, devo farlo analizzare, devo dire cosa ci abbiamo trovato, devo risalire la filiera di quel pollo, vedere dove lo hanno prodotto, in che condizioni, dove è transitato, che antiparassitari hanno usato, che antibiotici hanno usato. È un'inchiesta lunga e complicata. Quindi, tempi, la voglia degli Italiani ogni puntata — si sono cambiati — ma ti faccio un altro esempio: una delle cose più assurde che abbiamo fatto è stata sulle low cost, e anche quella è una roba che 30 anni fa era impossibile immaginare. Tu sei convinto, per esempio, di pagare un biglietto da 19 euro, mai tutto contento: parti alle 4:30 del mattino, senza verdormire, stai di giorno assonnato all'andata e tutto felice. Quello che non sai è che quel biglietto non l'hai pagato 19, quindi è tutto legale — hai pagato più volte — perché l'aereo per citarne uno atterra a Ciampino, perché li piace Ciampino, perché qualcuno ha pagato per far atterrare a Ciampino. Molto probabilmente la società che gestisce quello scalo — o a Ancona, o a Forlì, o in un aeroporto sperduto — qualcuno ha pagato la società che gestisce quell'aeroporto, che ha dato un sacco di soldi sotto forma di spese per il marketing. Che è la copertura, un aiuto. E la società che gestisce quell'aeroporto — da Giunta, con posta, dalla Regione, dal Comune, dall'associazione — questo vuol dire che in un certo senso stiamo parlando di fondi pubblici. Quindi l'aereo che tu hai pagato per atterrare: quel biglietto è già costato tanti euro. Contare questa cosa — la quantità è infinita: viaggi, vai a Bruxelles, vai in questi reportage, fai live con gole profonde che tu ascolti invertendo la narrazione: prima partiamo da una segnalazione, poi facciamo giustizia; tornare a una segnalazione, ora tutti ci vogliono una cosa che il cittadino non sa, e devi raccontarla. E qui sta cambiato tutto. Però questo dà anche una nuova vita, una nuova spinta. Su questo, su ciò che è ancora il filo rosso — è proprio il grande discrimine di questo tipo di giornalismo, cosa è che secondo te manca al torchio informativo italiano? A bruciare il torchio, nel senso — lo so che sono amaro, però. Ma questa roba è la grande rivoluzione mancata. La verità è che si vivono delle fasi storiche: c'è chi racconta costantemente e pochi altri che hanno portato, quasi 50 anni fa, il torchio — che era la roba rivoluzionaria — dopo di che ci siamo tutti impantanati. E pochi, non nessuno, hanno trovato una strada diversa per raccontare le cose. E alla fine il risultato che hai è che, a dire che i programmi si sono livellati tutti, come dire che la zuppa — però anche le poche differenze che ci sono sono diventate sostanzialmente di approccio: cioè il torchio di sinistra, il torchio di destra. E qui finisce. E tu scegli il tuo torchio come scegli la verdura al mercato: lo devi fare perché ti impongono di scegliere se lo vuoi da una parte dall'altra. E questo fa sì che stiamo pompando informazione. Si chiede a un ragazzo di quatt'anni: in questo momento a cosa serve il telecomando? Lui non lo sa — non troppo sottile — perché la televisione non la usa: si guarda le cose che gli pare quando li pare. E fatto apposta provocatorio: da quando ti faranno vedere se puoi poi avere un domani, dobbiamo prendere atto che i numeri dello share non ci dicono tutto. Ci vuole del tempo perché il pubblico RAI e il nuovo pubblico che arriva si incontrino. È arrivato questo momento, secondo te, o la RAI ancora sta cercando di capire le bussole e le nuove generazioni? Siamo tutti della televisione, l'ho visto tantissimi. La verità è che fra 10-15 anni non avremo più nessuno con cui parlare, secondo me. Negli ultimi anni — ma questa è la roba che scopro — abbiamo perso più o meno come tipo generale più di 2 milioni di spettatori. Non è che li abbiamo persi: sono morti o diversi, perché il pubblico della televisione è un pubblico molto anziano. Ti faccio un esempio. Mi Manda Rai Tre: come i programmi con la media di spettatori più giovani tra i programmi RAI — la media è 64 anni. Non direi che sono proprio giovanissimi. Tutti gli altri sono ancora più anziani. Questo significa che col tempo il pubblico che ti sta guardando con noi — quello a cui noi ci rivolgiamo perché pur di fare share — questo è il problema: niente adesso lo fa. Pur di farlo, andiamo a incontro a chi ci guarda, non andiamo a cercare il nuovo, perché è più comodo cercare chi ci guarda. Andiamo per la fetta, quindi ci andiamo a cercare gli anziani. Fra 20 anni — bon, loro — ma forse anche prima, probabilmente non ci sono più. E quindi chi mi guarda? Nessuno. Nel frattempo tutti gli altri — i miei nipoti, i nostri figli, i nostri cugini — si guardano tutt'altra televisione, fatta tutt'in altro modo, su tutt'altre piattaforme, con un principio: "Mi guardo quando mi pare, mi guardo dove mi pare, mi guardo per il tempo che mi pare, voglio guardarmi due episodi tutti insieme, mi guardo tutti e dove ci insieme." Finché non cambiamo il modo di approcciare, quelli si sposano verso Netflix e noi restiamo qui a guardare. Ce l'abbiamo anche le piattaforme — RaiPlay, un'ottima piattaforma — ma di essere tipo Infinity... lo dico non per fare un favore ai competitor, non è una buona piattaforma. Ma non produciamo solo per loro, ed è un approccio totalmente sbagliato: produciamo per la tv generalista e poi lo portiamo lì dopo. E poi è un po' diverso. Assolutamente. Tu hai lavorato con i volti dell'inchiesta — Milena Gabanelli, Riccardo Iacona — si crede a noi. Quale di questi tre è stato il tuo mentore, e quale consiglio ti ha dato che ancora oggi applichi nel tuo lavoro? Riccardo Iacona, che è un maestro. Ma ancora oggi guardo non montare Iacona per quella che è la bellezza, adoro montare Iacona e continuano in parallelo delle cose. Tanto perché mi ha insegnato — una roba che ho assaggiato, e all'inizio non avevo capito — non l'ho capito, non l'avevo valutato: che tutto in questo mestiere devi sapere che la notizia non sei tu, e non sei tu che la coltiviamo — è notiziata, tu sei al lato. Ma è stato un innamorarmi delle cose: che non tutto è indispensabile, ma più di tutto mi ha insegnato che nel parlare complicato non c'è nessuna forma di intelligenza. Mentre tutta la nostra categoria, da sempre, si è convinta che più sei complicato e forbito nel parlare, più sembri bravo. E no. Giustamente Iacona sapeva che questa roba te la vede uno che vede tutti. Se un concetto lo puoi dire con 10 parole e ne usi 11, è un errore madornale. Dillo con 5, e allora sei un talento. E quella cosa è tornata utilissima, ma più avanti, quando ho dovuto decidere che linguaggio dare a un programma. E quello che mi è premiato è stato prendere un concetto complicatissimo, renderlo comprensibile per tutti. E allora chi di solito se ne andrebbe — cerca di capire, rimane con te. Senti, brevemente: tu raccontavi che ti sei sposato tardissimo, con una collega — Veronica De Spirito? Mi racconti brevemente come hai fatto la proposta? Ma che voglio vedere tutti — video! — che lo abbiamo datato, nessuno, ci siamo tenuti. Non è nata come la raccontata, che questa... Vai, ovvero non lo raccontata, però la raccontata è una magia. Ma la cosa ve la do. Può sembrare estremamente premeditata da parte mia, invece no. Lei lo ha voluto per me di riferimento. In estate, non sta prima — c'era la tensione di una storia più seria — ma avevo già deciso di sposarla. Ci siamo andati in vacanza con le sue colleghe. Ci ha tutto che sto con le colleghe — una in mano — l'idea era di darle un giorno da sola, di un costo. L'avevo una sola cosa con trono: le avevo revisionato i servizi. E quando partiva il servizio, invece ho detto la proposta. La collega si è fatta... un gioco, e quindi fa finta di fare le proposte. E sta cosa, invece si imbastisce — alla fine la trovano — la collega e i registi, tutti quanti. Quindi è successo che durante le proposte, si è posta per me durante le quali Veronica — che adesso ho detto che fanno la parte dei figuranti — questa busta, la letta, una stupida busta, la letta, e sia aperta. Sta busta — c'era un video — in cui, con una serie di cose, devo sposarla. La cosa è solo che — di ripeto — la cosa le ha aperto gli occhi dal video: di vero, di vero. Perché io non ero nel video, si sentiva la voce: stava per riesumarla da 5 minuti — già che era vero. Lei era convinta che fosse una storia, non ha perché sono tutti complottisti — di me, non l'ha presa bene, ma mi ha fatto la domanda, la più bella. E adesso vediamo cosa potrebbe succedere nel futuro dell'editoria, con Federico Ruffo. Federico, dove vedi il giornalismo tra 10 anni? No, difficile dire. Non lo vedo bene. Chiaro, insomma, una fase di grande... che andrà a valutare col tempo. Senti, ma secondo te ci sarà ancora spazio per l'inchiesta costosa, per l'approfondimento lento, oppure avrà la meglio il giornalismo copie-incolla con l'intelligenza artificiale? No, no, no. Ci sarà posto, ci sarà posto, perché quella è una cosa che non smuovi — la voglia di verità. La verità galleggia sempre, non c'è niente da fare. Ci piace vedere galleggiare, quindi non quella ha trama perfetta. La trama dell'inchiesta ha trama perfetta: c'è un cattivo, c'è un buono che cerca di fare la pelle al cattivo. Non a caso le inchieste che funzionano in questo momento sono quelle in cui il cattivo è da cercare, da incidare la verità. Il problema forse è il ritmo di questa cosa. Si va accelerando, mi sembra un ritmo più incalzante. Le Iene hanno cambiato, nel bene e nel male, questo linguaggio, per sempre: difficile tornare indietro. Vedo il modo in cui sono cambiate le cose già nel passaggio da Milena Gabanelli a Sigfrido Ranucci — è cambiato molto il linguaggio, la fotografia è migliorata moltissimo. Sigfrido ha fatto un lavoro eccezionale: da una puntata monotematica si è passati a puntate con due o tre blocchi. Servirà più velocità: la capacità di concentrazione delle persone si è molto accorciata. Non ti voglio dire che è entrata, quando scrolla lo smartphone. Ma può essere caldo. Io lo dico sempre: mi hai otto secondi, quindi circa un mio intero pezzo, per catturare l'attenzione. Se non gli interessa, se ne vanno. Quindi l'inizio del pezzo è tutto. Emo che sia la così per l'intera trasmissione, prima poi. Senti, nella tua carriera c'è anche fare web un'inchiesta sul fenomeno degli hater. Allora la domanda è: domani, per la sopravvivenza del giornalismo, sarà più pericoloso, secondo te, la minaccia fisica della criminalità organizzata, oppure l'avvento del web con le fake news? Sarà un problema la privacy di vasallaggio, e lo temo: diventerà un bene di lusso. Sono già questo. Sarà il punto: le minacce non sempre, forse passano per altri canali. La contraffazione è un problema da combattere e ci arriveremo tardi, come sempre, a queste cose. Siamo arrivati tardi con i social network. E poi ci siamo ritrovati sotto il COVID, dove l'opinione del vicino di casa valeva più di qualunque lavoro tu avessi fatto in tre mesi. Il non ricercatore — il tuttolgo — molto più importante, con una sola testata. Tu puoi spatterti quanto vuoi, ma succede: il principio che il mio lavoro vale tanto quello del primo che passa: allora vale tutto. E quindi noi siamo morti in quel momento. Lo stesso accadrà con l'intelligenza artificiale: non l'abbiamo intercettata per tempo. Distinguere il vero dal falso è ancora possibile, ma oggettivamente lo sappiamo — e questi mesi. Sarà complicato. Però credo che il vero punto sarà la privacy: diventerà un bene di lusso, perché gli abbiamo — abbiamo consegnato spontaneamente, con piena consapevolezza, innamorati di noi stessi — tutto quello che abbiamo. E non si può riavere indietro. E allora il vero tema sarà: chi è stato bravo a tenerci pezzi di vita per sé, non sarà ricattabile. Tutti gli altri, sì, perché hai consegnato tutto, tutto quello che hai fatto. Le storie, le persone, le fotografie, stampato in un posto per sempre. Non lo possiamo più recuperare. Con un peccato commesso, con un errore, con un torto che hai subito: ti troveranno per sempre. E tutti i giornalisti e quello che hanno fatto. Stiamo sicuramente più ricattabili. Mentre nel tuo futuro, cosa vorresti fare? Tornare a fare inchieste, o magari, che ne so, per la prima volta cambiare totalmente organo di stampa? Passa da un'altra parte, per esempio? No. No, però sento. Troppo rovinato. No, fare lo spessore e dentro di me no, per sanità, quello che comprendo non lo faccio. Spero che non ci riesca. C'è un frisson nel fare lo spessore — caliente, merda — io li sudo. Spero di riuscirci, ma io non ci riesco. E che se al momento compra? Salmone le Iene o la... No, perché ho visto che avete detto questo — fa male? — la venga qui, signora, diamole la parola che... Però non sono oggettivamente ormai troppo televisivo per pensare di spostarmi. Poi non si può mai dire, non sono le difficoltà: anche non sarebbe veramente... mettere le mani. Dirigere una baracca giornalistica è una roba complicata, di che le più mestiere di quanto io non ne abbia, quindi sulla carta sta benissimo ma ancora mentre ho troppi anni. Non te lo so dire. La verità è che se è l'eterno giacche, se è il metalle, perché c'è una generazione di ottimismi, tutto di che sia arrivato verso la pensione — ma francamente invece, ma ce n'è voglia di andare in pensione, non so se c'è, c'è chi ci andrà — e se è una montagna di giacche, perché francamente neanche mi interessa, perché sto bene dove sto. Sto bene con questa scuola con cui spero di lavorare per tutta la vita. Mi piace l'idea che, prima poi, per esempio si troverà spazio per un format differente, diverso — ad esempio su RaiPlay — e mi piace l'idea di spostarmi lì per farlo, cioè provare a riprendere quella fetta di pubblico che non ci ha mai appartiene, e che gli altri provano — timidamente — che ci vendono mentre noi sembriamo la televisione tradizionale. Non ci interessa, invece non ci deve interessare. Vorrei lasciare, come dire, anche a chi verrà dopo un'azienda che ha un senso: non un'azienda che è rimasta a suonare come l'orchestra del Titanic — non lo so. Che ha rischio. Le adesso vediamo dove Federico Ruffo mette la sua Postilla. Di tutta questa chiacchierata, tra passato, presente e futuro del giornalismo, c'è una postilla — una nota a margine — che vorresti aggiungere, qualcosa che non ci siamo detti? Ma mi hai confessato che siamo troppi. Questo è un paese — lo dicono in bocca a tutti i giornalisti — ma concretamente non c'è posto, non c'è abbastanza lavoro per tutti. E quindi dobbiamo darci delle regole nuove. Tanto per fare un esempio, dobbiamo toglierci dal capo il principio che chiunque può fare il giornalista. Questa cosa sull'Ordine dei Giornalisti — è tempo di cominciare a tirare decisamente le corde. Io non ho mai visto l'Ordine dei giornalisti — ma non ho mai visto un grande rispetto a figure con una grande battaglia vera. Per dire, non ho mai visto l'Ordine dei giornalisti difendere davvero quando qualcuno mi ha fatto un esposto. Mi sono ritrovato in situazioni in cui devo difendermi da accuse reali, sono stato — una volta — alla figlia di Rita, che mi contestava una roba. Io mi sono trovato la parte in questo organo, rispetto a cosa va perché sto qui. La signora dice delle cose, ma adesso è un procedimento che non è in corso — la scelta di un Ordine dei giornalisti. E allora che mi aveva da fare? Non so che fine ha fatto — stare a base. Mi sembra che non ci sia grande contenuto dentro, e soprattutto che non aiuti in nessun modo ad affermare una categoria di giornalisti veri, competenti. Francamente, di quanti colleghi possiamo dire di provare realisticamente stima, dividere nel loro lavoro qualcosa che ci potrebbe imitare — che ci potrebbe fare — molto pochi. Al contrario, vedo generazioni ottime di colleghi, molto più giovani di noi, molto più formati di quanto non lo fossimo noi alla loro età, molto più bravi, molto più aperti, molto più intelligenti, che hanno problemi enormi a fare il praticantato e stanno bruciando un senso. Se siamo troppi, siamo sbagliati: devono sopravvivere quelli veramente bravi. Quindi lasciamo che siano il pubblico a decidere. Non ci serve — è tempo, purtroppo — un Ordine dei Giornalisti per fare questo. La credibilità dell'informazione la decide il pubblico. Certo. Viviamo la fase in cui una notizia dice quello che ci dice un po' come scegliere gli ordini al mercato: se si incontra al mio gusto quando lo dice, bella — se no, è tutto un complotto. Ma il tempo è vedere il restante spazio. Quindi temo che la Postilla sia che dobbiamo riformare totalmente questa professione e accettare l'idea che siamo stati — passatemi la metafora — come i carrettieri avvertiti un po' tardi. Bene, con questo mi congedo, con il mio ringraziamento. Grazie tantissimo, Federico Ruffo, per essere stato con noi. Grazie a voi per averci seguito, grazie come sempre alla nostra regia. Postilla torna la prossima settimana con nuovi ospiti. Vorreste restare sintonizzati con la nostra programmazione.