Francesco Cancellato, Direttore FanPage

Trascrizione del video
Come spola tra Milano e Napoli, vorrei libri che spesso consiglio al suo pubblico social. Quando non scrive, è il salotto di Postilla. Francesco Cancellato, Direttore di Fanpage, benvenuto. >> Grazie dell'invito. >> Da che iniziamo subito? Un po' di passato. Allora Francesco, uno scoop, una notizia su di te che in pochi conoscono, anche persone vicine. Non so se dirtela — in realtà è l'ultima notizia, perché non molto tempo fa mi sono realizzato il primo accanimento della mia vita: praticamente ho adottato con dei metissage — perché siamo coronati questo piccolo sogno — un labrador. Come si chiama? >> Si chiama Tito, come il cane blu della Primissima. Sono fidelissimo ai cartoni animati della mia infanzia. >> Senti, tu nato nel 1980, hai una laurea in economia, hai lavorato come ricercatore fino al 2014. Poi, per non farti mancare niente, hai studiato cinese, hai addirittura vissuto a Shanghai. Mi verrebbe da dire quasi un profilo da secchione. Mi vuoi smentire? >> Non posso, nel senso che non mi mancano — non sono mai stato un grande secchione, nel senso che a scuola andavo bene, ma non studiavo tanto. Mi è venuta, diciamo, non ho voti molto più alti degli altri. Da sempre. E anche all'università devo dire non ho avuto un percorso eccezionale. Poi sì, sono uno in cui mi ficco molto nelle cose: c'è una cosa che mi piace molto, me ne incuriosisco. E con le lingue diciamo non sono molto selettivo — studiavo quello che mi piaceva, e molto meno quello che non mi piaceva. >> Però il cinese... >> Sì, nel senso che l'ho studiato per quattro anni, siamo a cavallo di quella esperienza a Shanghai, poi ho concentrato la nascita di mia seconda figlia — non c'era più il tempo per studiare. È un po' come il pianoforte: poi se non pratichi perdi, lo dimentichi. >> Certo. Però tu nel frattempo comunque scrivevi per vari quotidiani, soprattutto testate locali. Quando è capitato però che hai capito che volevi fare il giornalista, perché tu hai fatto un percorso di studi completamente diverso? >> È che ce l'ho già dentro da quando ero ragazzino. Anche da bambino mi piaceva molto il mondo dei giornali. Già, già. Disegnavo le prime pagine, mettevo gli editoriali, facevo l'ultima pagina, ecco sì, sono sempre stato affascinato. Quando alle elementari ti portavano a vedere le redazioni, le rotative — una cosa che mi piaceva tantissimo. Il mio non è uno che penso non abbia mai smesso un giorno di comprare il Corriere della Sera da quando era ragazzino a quando è morto. Quindi tutto sommato la mia vita è sempre stata molto circondata dai giornali. Ho preso un'altra strada, quella della ricerca sociale ed economica. E poi un po' con le collaborazioni a livello locale, con alcune specifiche esperienze extra che poi portavano su testate locali — ma è sempre stato l'interesse che mi stava dentro verso la realtà in cui vivo, i giornali locali. Se devo dirti la verità, i giornali locali sono quelli che mi ecitano di più, anche perché la esperienza forse più complicata, più sfaccettata e difficile è fare un giornale locale. Fare una grande inchiesta su cose lontanissime dal discorso quotidiano è una cosa; fare un'inchiesta sul condominio di casa che diventa problematico è un'altra. E questa cosa mi ha sempre affascinato molto. Poi c'è una persona che in qualche modo ho incrociato, che ha cominciato a farmi fare le prime inchieste — e poi alla fine non ho deciso io di entrare ne L'Inchiesta, ha deciso lui: è stato lui che mi ha chiesto di far parte della redazione de L'Inchiesta. E da lì in poi un po' tutto il percorso. >> E riguardo al tuo primo giorno da direttore a L'Inchiesta — tra l'altro, quando sei stato nominato, se non erro, tu eri appena diventato papà del terzo figlio. >> Lo stesso giorno in cui mi è stato chiesto di entrare è stato il giorno in cui è nato Pietro. C'è questa coincidenza del 29 agosto. Per chi è nel giro, il giorno in cui sono diventato direttore non me lo ricordo in realtà — nel senso che poi è stato tutto estremamente veloce: era un giornale in quel momento in grande difficoltà. Quindi, come dire, ti rimbocchi le maniche. Mi ricordo molto bene — e forse il vero battesimo del direttore è stata la prima breaking news che ho dovuto frontare — che è quella dell'attentato alla redazione di Charlie Hebdo. È stato davvero il primo live, la prima breaking news, la prima grande notizia, la prima "cambiamo la struttura, stiamo giorni e notti su una notizia." È stata la coda, anzi l'inizio di quell'biennio 2015-2016 di continui attentati dell'ISIS in Europa. È stata una cosa che mi ha molto segnato. >> Sì, davvero un battesimo di fuoco. Sei passato a Fanpage, prima come vicedirettore, e poi nel 2021 come direttore responsabile. Tuo secondo incarico da direttore di un giornale, con una redazione piena di ragazzi. Qual è il primo stravolgimento, diciamo, che hai apportato a Fanpage quando sei arrivato? >> In realtà nessuno — molto noioso, lo voglio dire subito. Io ho già vissuto come vicedirettore con Francesco Piccini i cambiamenti che Francesco stava portando avanti nel giornale, che erano stati estremamente condivisi sia da me che dal mio condirettore Rino Biondi. Quindi tutto sommato nel momento in cui arrivi alla direzione porti avanti un percorso di continuità molto forte. La differenza è stata nelle piccole cose. È un giornale che doveva continuare il suo corso evolutivo: serviva far crescere Fanpage, porlo come una realtà che non era... c'era questa percezione di Fanpage come un giornale sì importante, sì molto letto, ma che facesse fatica a entrare nel dibattito pubblico con continuità. La mia sfida era fare inchieste, fare la morosa, fare la stampa — ma avere questa continuità. Per esserci, secondo me, bisognava fare in modo che il web andasse in televisione, andasse sugli altri giornali, entrasse nel dibattito in modo molto forte. Diventare un po' il punto di riferimento del giornale di inchiesta libero, indipendente, rompiscatole e aprescatole, diciamo, del panorama dei media italiani. Alcune inchieste ci hanno aiutato a farlo. Forse questa è stata una discontinuità, ma è una discontinuità in totale continuità con il percorso che già i direttori precedenti stavano intraprendendo. >> Senti, è proprio sulle inchieste. Bladerunner, forse quella che ha segnato per Fanpage un punto di svolta, quella sui legami tra criminali organizzati nella gestione dei rifiuti. Il Guardian aveva contattato Fanpage e i lettori addirittura vi portavano le pizze in redazione per incoraggiarvi. >> Sì. C'è proprio l'inizio — la racconto. Ho capito Fanpage da fuori in realtà, perché non c'ero ancora quando è iniziato Bladerunner. È accaduto intorno al 2018-2019, nell'imminenza delle elezioni del 2018, qualche mese prima. Te lo posso confermare, non posso dire di più. Quello che mi raccontavano dopo i miei colleghi — la scena che si era creata a Fanpage — è che tutti andavano a raccontare quello che era stato Bladerunner. Io avevo visto Bladerunner dall'esterno, come direttore de L'Inchiesta, quasi come un'illuminazione, come un'epifania. L'idea: "Ecco il giornalismo coraggioso che mi piacerebbe fare." Mi ha rimpiazzato con L'Inchiesta. Ho visto tutte le puntate in una sera, avevo chiamato il direttore per fargli i complimenti, avevo fatto un editoriale su L'Inchiesta dicendo: "Se il nostro fosse un paese normale, oggi si starebbe molto parlando de L'Inchiesta di Fanpage sui rifiuti in Campania." Era un po' tutto un universo giornalistico che mi aveva enormemente colpito. Quindi ho avuto quella percezione che in qualche modo quel giornale, quella squadra, in quel momento mi aveva fatto capire che volevo farne parte. >> E adesso vediamo cosa succede nel presente di Francesco. C'è una parola che ha un po' cambiato la tua vita ultimamente. >> Purtroppo sì. Nel senso che la vicenda, la parola che ha cambiato la vita in questo frangente — un messaggio che ho ricevuto da Apple, in inglese: "targeted" — quindi "Pegasus", un attacco di spyware. Se devo pensare oggi qual è la parola che più in qualche modo sta cambiando la mia vita: Pegasus. E adesso parliamo. >> Senti, anche nel 2024 Fanpage è stata riconosciuta come la testata più consultata in Italia, con milioni di lettori al giorno. Al di là delle grandi inchieste, in cui vi concentrate, qual è secondo te il segreto del successo? >> Secondo me è l'attenzione al lettore. L'idea in qualche modo non è guardare dall'alto quello che il lettore vuole, ma avere un grande rispetto per quelle che sono le domande che fanno le persone. Non siamo un giornale che ha un'élite di pubblico che ritiene di essere all'altezza dell'informazione e che guarda il lettore senza pregiudizi, portando le notizie al lettore dove il lettore ha la bontà di seguirci. Nel 2009, quando io non c'ero ancora, l'editore di Fanpage ha deciso di aprire un profilo TikTok — e adesso tutti i giornali sono su TikTok, ma noi ci siamo già da tempo. Su Instagram abbiamo costruito una community molto solida e facciamo contenuto giornalistico su entrambe le piattaforme, su YouTube abbiamo una grande storia, così come su Facebook, così come su altri social. Siamo molto focalizzati. Portiamo le notizie anche su WhatsApp, con gli aggiornamenti. Non è solo un modello distributivo — sarebbe troppo facile dire semplicemente "ci distribuiamo ovunque." Cerchiamo di raggiungere il lettore nel modo in cui meritano le sue domande. Il 90-95% dei nostri lettori ci legge via smartphone. Un italiano in media passa dalle 4 alle 6 ore sullo smartphone, tutto compreso. Ci siamo dove il lettore è. Penso che il segreto di Fanpage sia la nostra capacità di guardare il lettore dritto negli occhi e non dall'alto in basso. >> Allora, veniamo alle vostre inchieste undercover — quelle sono le più celebrate: Bladerunner, Scuola, Gioventù Meloniana, Follow the Money, solo per citarne alcune. Come preparate i vostri giornalisti a queste inchieste, quanto tempo serve di preparazione, quali risorse occorre investire? >> Il giornalismo undercover, come tutte le tipologie di giornalismo, ha le sue regole, i suoi modi di prepararsi, le sue criticità, ma segue delle prassi come qualunque altra modalità di fare giornalismo. Solo che al livello di pericolosità — e non tanto di pericolosità quanto al livello di responsabilità — ovviamente ci si prepara sapendo quali sono i contorni. Non ci siamo inventati nulla: sono modalità di fare giornalismo che esistono da molto. Un'inchiesta può durare anche molti mesi. Qual è l'inchiesta che è durata di più? Bladerunner era somma: iniziata, poi si è fermata la pandemia, la abbiamo ripresa. Ma non è tanto il tema della durata, secondo me — il tema è avere delle persone che sappiano, da giornalisti, avere contezza di quello che è il loro ruolo quando vanno a fare un'infiltrazione. Al netto dei rischi, tutto quello che può essere: bisogna essere dei giornalisti che sanno quali sono i propri limiti, quali sono le proprie regole deontologiche quando si fa quel tipo di lavoro. Chi sa tutto questo non è un agente provocatore, ma è un giornalista sotto copertura che deve mostrare le cose con consapevolezza e deve mostrare la verità fattuale delle cose che succedono. Se lo fa, va tutto bene. Mi è capitato che alcune delle nostre inchieste fossero state bloccate, o per le quali abbiamo deciso di bloccarle, perché era un'ipotesi troppo pericolosa, per proteggere alcune fonti. Di tutte le inchieste fatte, alcune sono arrivate in porto, alcune sono abortite: avevamo delle intuizioni che non hanno portato all'unisono, in altre non siamo riusciti a dimostrare quello che volevamo. Come per tutti gli altri articoli, non ti puoi inventare nulla. >> Torniamo a Pegasus. Siete stati spiati — non perché uno è milanista e l'altro interista, o cose di questo tipo — perché siete entrambi giornalisti di Fanpage, entrambi lavoravate per Fanpage. Chi ci ha piacciato — o ha provato a spiarci, o ci ha presi a bersaglio di un'attività di spionaggio — quando, dove, come, e cosa ha visto e a cosa ha avuto accesso dei nostri telefoni? >> Noi giustamente su questa vicenda non sappiamo ancora nulla, qui in questa intervista. È una vicenda molto complessa su cui si fatica a ottenere trasparenza, si fatica a ottenere risposte chiare. Perché ovviamente entri in quella zona dei servizi segreti, dello Stato, della pubblica sicurezza, delle agenzie di spionaggio, oppure di aziende che vendono servizi di spionaggio ai governi o ad agenzie governative. Entri in un terreno estremamente minato. Ci sono realtà come Meta o Apple che ti dicono che avevano le vulnerabilità per cui i loro programmi sono stati bucati da questi software di spionaggio, e lo hanno comunicato alle persone sensibili, a quelle che potevano essere vittime di questa attività. Alla fine, come dire, è un contesto talmente complesso, con attori così difficili con cui avere a che fare, che ti senti più spaesato che altro in quel contesto. >> Ma perché le ipotesi che ho letto — e le costruzioni fantasiose che ho letto su questa vicenda — in qualche modo autorizzano poi chiunque a dire quello che vuole. Spero nel prossimo libro, comunque. Senti, dopo aver scoperto di essere stato fatto bersaglio di spionaggio, ritieni di aver ricevuto una risposta adeguata, un sostegno adeguato da parte dei colleghi dei media, oppure ti saresti aspettato qualcosa di diverso? >> Da parte dei colleghi sì — ci ho ricevuto tantissima solidarietà. E devo dire quello che mi aspettavo, e anzi un po' di più: la categoria, a partire dal suo ordine, dal sindacato, da tanti colleghi, ha percepito nel suo complesso la gravità del fatto che un giornalista — o due giornalisti in questo caso — possa essere spiato tramite uno software di spionaggio mercenario venduto ai governi. Ma mi aspettavo se possibile un po' più di trasparenza dalle istituzioni. In certi momenti bisogna comportarsi, se hai avuto questo o quell'incarico, o se sei stato in qualche modo il bersaglio di un'inchiesta giornalistica: quando si toccano queste situazioni che non sono compatibili con un contesto pienamente democratico, la solidarietà e la trasparenza secondo me dovrebbero essere minime. Lo dico solo per me, visto che con questo spyware ho avuto a che fare per tanti anni. Cominciamo a mettere alcune regole del gioco quando queste cose succedono. Se succedono a Fanpage, se succedono al direttore di un'altra testata, se succedono a un imprenditore, a un comune cittadino, a un politico, a un magistrato — non sarà il primo caso il mio, purtroppo, e non sarà l'ultimo. Quindi, come dire, abbiamo tutti qualcosa da fare: dobbiamo fare un passo indietro quando ci sono queste situazioni — e lo dico prima di tutto per me stesso, quando capita a qualcun altro — e mettere come condizione tutti di dirci che sono cose che non devono succedere, che ci vuole più tutela nei confronti di questi strumenti e più trasparenza da parte delle istituzioni nella gestione di quello che accade quando questi strumenti vengono usati in modo sbagliato. >> E adesso vediamo dove Francesco va a finire, la "postilla" attuale della sua vita. Dove vedi l'editoria tra qualche anno? >> Domanda bruciante. Beh, non sono abbastanza preoccupato — nel senso che ogni cambiamento, come dire: dalla dagherrotipìa alla radio, dalla radio alla tv, dalla tv a Internet, da Internet ai browser, dai browser ai social, dai social come Facebook ai social come Instagram e TikTok, hanno prodotto dentro questi cambiamenti. L'editoria ha sempre saputo evolversi. Ho paura con l'intelligenza artificiale che si sia raggiunto un po' un punto di rottura. Nel senso che tu hai dei sistemi oggi — ho letto che ChatGPT è diventato il quinto sito più utilizzato al mondo — a cui la gente chiede delle cose e che rispondono prendendo pezzi di informazione da quello che viene prodotto da altri giornali, da esseri umani giornalisti — in molti casi peggio di quello che è la risposta che le persone ottengono. È qui che posso immaginare un futuro in cui giornali fatti da chatbot o da large language model con intelligenza artificiale diventano la fonte per l'intelligenza artificiale di questi grandi motori come ChatGPT, per portare la notizia agli umani. È uno scenario che nessuno fino a poco tempo fa avrebbe mai pronosticato. Secondo me il tema vero è che non sono pessimista del tutto, sono preoccupato — che è diverso. Dobbiamo stare attenti alle mosse che facciamo, dobbiamo stare attenti al valore dell'informazione, dobbiamo stare attenti a chi stiamo dando potere, a chi stiamo dando credibilità, a chi stiamo dando legittimità nella produzione dell'informazione. Perché, come si dice, Gutenberg è stato una rivoluzione che ha prodotto la Riforma Protestante, ha creato l'opinione pubblica, ha creato i giornali, ha portato all'Illuminismo e poi alle democrazie liberali. È quasi — a me sembra — nel campo di un'invenzione che paragonare la stampa a caratteri mobili a Internet. I cambiamenti sono stati tanti, anche per quanto riguarda i giornali. Se non stiamo molto attenti a quello che succede, il paragone regge. >> Come ha cambiato la percezione verso l'intelligenza artificiale e tutti questi sistemi innovativi la tua vicenda Pegasus? Ti sei un po' allontanato, oppure per quello che è successo ti sei ancora più incuriosito a scoprire e a capire questi sistemi? >> La premessa è che Pegasus e l'intelligenza artificiale sono due grandi tecnologie — anzi: Pegasus è uno spyware, l'intelligenza artificiale è un'altra cosa. Sono due esempi di tecnologie incredibili che stanno venendo avanti di cui ancora non conosciamo la portata. Ma sono molto, diciamo, in qualche modo molto attaccato al conoscerle, perché penso che uno degli strumenti del giornalismo oggi, uno dei compiti del giornalismo oggi, sia dare alle persone gli strumenti per comprenderle — per comprenderne i vantaggi, le pericolosità, i motivi di preoccupazione, i motivi di speranza, le opportunità che queste tecnologie possono dare. Allo stesso tempo, quando ho avuto la percezione — anche all'inizio di una rivoluzione come questa — che queste tecnologie, anche all'inizio della loro ascesa, sono già così potenti, così pervasive e hanno un impatto così forte sulle vite delle persone... quando arriverà la maturazione, cosa vedremo? >> L'intelligenza artificiale la usate a Fanpage? >> Guarda, non ancora. Stiamo studiando, stiamo cercando dei modi affinché possiamo usarla per migliorare la qualità del nostro lavoro giornalistico. In questo momento, se mi chiedi se abbiamo articoli fatti da chatbot o da large language model, ti dico: la risposta è no. È 100% il lavoro umano della redazione di Fanpage. Non escludo — sono abbastanza certo — che sia uno strumento che utilizzeremo. Però usare l'intelligenza artificiale è un po' come cercare qualcosa su Google e fare un corso su questa tecnologia, ma per un articolo ci sarà sempre un essere umano — per il momento. Non escludo che in futuro ci sia un essere umano che possa essere aiutato o affiancato da un'intelligenza artificiale: credo sia nella natura delle cose. >> E adesso vediamo dove Francesco — la vera "postilla", il momento della sua risposta libera. Di tutta questa chiacchierata che ci siamo fatti, c'è qualcosa che ci siamo dimenticati, una nota a margine che vorresti aggiungere? Spazio libero. Una raccomandazione? >> Guarda, sì. Secondome, prima abbiamo parlato di Fanpage come un giornale che guarda tutto, abbiamo parlato di un giornale fatto anche da giovani. Secondo me, per tutte le cose che ci siamo detti, in un paese anziano come l'Italia dobbiamo tutti provare a costruire qualcosa che sia pensato per le giovani generazioni, per i giovani, anche per i bambini: fare in modo che si muovano bene dentro quello che è un mondo in grande cambiamento. Ma io credo che un'altra cosa importante sia ascoltarli. Io lavoro con ragazzi nati dopo il 2000. Apisco quale potenzialità ci sono dentro quelle generazioni, quanto è importante dargli spazio, e quanto sono già oggi molto abili a muoversi in contesti dove noi siamo meno abili. Sono l'avvenire, e l'incertezza ti vien meno se stai con loro. Lo vedo anche coi miei figli. Quindi la mia postilla è sempre la stessa: in un paese così anziano e così conservatore e in una situazione come questa, in cui fisiologicamente certi strumenti ci fanno paura proprio perché siamo poco alfabetizzati — io penso che la postilla giusta sia: diamoci fiducia e diamo più spazio e più voce ai giovani, che sono meglio di noi. >> Grazie mille, Francesco — è stato un piacere averti con noi. >> Grazie a voi. >> Grazie a voi per averci seguito. Grazie come sempre alla nostra regia. Postilla torna la prossima settimana.
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