Trascrizione del video
La sua strada era segnata sin dall'inizio: da bambino voleva fare il conduttore televisivo. Infatti, a Natale, a soli sei anni, praticamente conduceva e presentava i giochi da tavolo in famiglia, oppure costringeva i compagni di scuola a partecipare a effetti reali che si inventava. Nel salotto di Bustillo, Marco Carrara, benvenuto.
Ciao, grazie e buongiorno. Grazie dell'invito, ovviamente. Bellissima descrizione, sei preparatissima. Abbiamo studiato bene, eh?
Abbiamo studiato, e adesso iniziamo subito con un po' di passato. Allora, uno scoop su di te, una notizia che nessuno conosce o che pochissimi sanno.
Allora, ti dico una cosa. La prima è che, in realtà, io, rapportandomi spesso con il pubblico, penso che sappiano tutto di me. Sanno ogni cosa, davvero tutto. Quindi trovare uno scoop è davvero difficile. Ci devo pensare, posso risponderti più avanti, perché devo stabilizzare un po' di idee.
Ce lo dirai nel corso dell'intervista.
Hai un viso angelico, però, in realtà, hai raccontato che da bambino eri molto indisciplinato, tanto che ti sei pure meritato e beccato una nota poco prima della maturità.
Io racconto queste cose e poi le dimentico, davvero. Però è vero, hai scovato un'informazione giusta. Era l'ultimo anno di superiori, il quinto anno, e mi ricordo che, essendo gli ultimi giorni, ci si rilassava un po' di più. C'era una lezione di religione che tutti noi trovavamo un po' noiosa. Dovevamo guardare un film in auditorium, ma non ci interessava, quindi siamo scappati dall'auditorium e siamo tornati in classe. Il problema è che non potevamo stare in classe, perché era sbagliato. Ci hanno beccati e ci hanno messo una nota sul registro, tipo due giorni prima della fine della scuola.
E chi ha fatto la guardia?
Eh, esatto. Non lo so, però sì, ero quello che faceva casino in classe, ma riuscivo sempre a farmi voler bene dai professori. Forse il segreto era che avevo buoni voti, quindi compensavo un po' così.
E invece, studiando, che cosa sognavi di fare?
Allora, io penso che, in realtà, avrei dovuto fare il commercialista o il ragioniere. La mia famiglia mi voleva così, ma io mi sono ribellato. Ti dirò una cosa: vengo da una famiglia in cui tutti hanno studiato economia aziendale o ragioneria. Tutti i miei cugini, le mie sorelle... quindi anche io dovevo andare in quella direzione. Tant'è che alle superiori ho fatto economia aziendale. Però poi mi sono ribellato. Ho detto: "Ho una passione così grande, devo provarci". E così, quando ero molto giovane, ho fatto un casting in Rai perché volevo provarci. Ed è andata bene. Insomma, i miei studi sono diversi da quello che sono diventato dopo.
Infatti, poi, a 18 anni sei entrato in Rai.
Sì, avevo circa 18-19 anni.
E sei a tutti gli effetti il conduttore più giovane di Viale Mazzini.
Sì.
Come è andata? Hai fatto il casting, sei entrato, e ti è stata affidata una rubrica.
Sì, non ero conduttore subito, facevo parte del cast, diciamo. Era un programma bellissimo, perché mi sono ritrovato a 19 anni a entrare in questo programma davvero formidabile.
Sì, "Social King".
Esatto. E poi, analizzando, ho capito che la mia passione c'era fin da piccolo, da quando avevo sei anni. Quando mi chiedevano cosa volessi fare da grande, rispondevo sempre: "Il conduttore televisivo". Quindi, per me, entrare in Rai è stato come arrivare alla Champions League della TV. Era un programma davvero generoso, perché ho imparato tutto: stare in video, rapportarmi con gli adulti, fare riunioni con gli autori, montare video, girare servizi... È stata una vera accademia.
Non sei figlio d'arte, perché lo raccontavi: la tua famiglia ha seguito altri percorsi di studio e lavoro. Tuo padre è un vigile del fuoco, giusto?
Sì, esatto.
Che cosa pensi abbiano visto in te i vertici della Rai?
Non lo so, guarda. Descrivermi è sempre molto difficile. Però penso che abbiano visto il mio entusiasmo. Io sono davvero entusiasta di quello che faccio. Anche quando devo trattare un argomento lontanissimo da me, come il calcio, per esempio, mi approccio con curiosità. Magari non so nulla di quell'argomento, ma mi ci butto con entusiasmo. Forse è questo che ha funzionato.
E la tua prima puntata, la ricordi? Hai avuto ansia o ha prevalso la spensieratezza dei vent'anni?
Ti dirò una cosa: non ho mai avuto ansia per la "lucina rossa" della telecamera. Anche adesso, quando faccio due ore di diretta al giorno, non ho ansia. Magari sono concentrato, posso essere nervoso se qualcosa non va, come un collegamento che salta o un ospite che non arriva. Ma ansia, no. È una cosa che ho voluto così tanto, che mi ricorda il me bambino che sognava questo.
E la Rai si fida di te al punto che, qualche mese fa, ti ha affidato il compito di scrivere "Tanti auguri", il libro sui 100 anni della TV e della radio. Qual è stato il primo pensiero che ti ha attraversato la mente quando ti hanno affidato questo incarico?
Me lo ricordo benissimo. Quando me l'hanno detto, ho pensato: "Caspita, che grande responsabilità". E un po' di ansia l'ho avuta, perché mi sono trovato di fronte a qualcosa di oggettivamente più grande di me. Io non sono uno storico, quindi ho dovuto fare un lavoro enorme di ricerca. Però mi ha salvato la mia passione per la TV. Molte cose me le ricordavo, ma ho dovuto comunque strutturare tutto. Sono molto orgoglioso del mio libro, perché è esattamente aderente a me stesso.
Mentre studiavi i personaggi che hanno fatto la storia della televisione italiana, c'è una curiosità che ti ha colpito particolarmente?
Tantissime cose. Sai cosa ho capito? Che noi pensiamo di essere molto avanti oggi, ma in realtà i grandi big del passato erano già davvero molto avanti. Ti faccio un esempio: se guardi i primi programmi radiofonici, come "I quattro moschettieri", c'era già un'ironia e un non-sense che oggi attribuiamo a personaggi come Nino Frassica. Oppure, pensa a Raffaella Carrà e Mina: già usavano tecnologie come il green screen, che oggi utilizziamo moltissimo. Tutto ciò che facciamo oggi è mutuato da loro. Dobbiamo tutto a loro.
C'è una cosa carina che ho letto: dopo la tua ospitata da Maurizio Costanzo a "S'è fatta notte", lui ti ha chiamato successivamente perché voleva condurre un programma insieme a te. Che fine ha fatto questo programma?
Questo ricordo mi emoziona molto. Uno dei privilegi del nostro lavoro è incontrare grandi personaggi come lui. Mi ricordo questa telefonata incredibile. Stavamo lavorando a questo programma, che si doveva chiamare "MeCi" (dalle iniziali dei nostri nomi). Lui mi disse: "Abbiamo le stesse iniziali, pensa!". Avevamo già strutturato un po' il format, ma poi lui, purtroppo, è mancato. È un grande regalo che la vita mi ha fatto, già solo la sua stima.
E adesso vediamo da che cosa si compone il presente di Marco Carrara. Se potessi dare un titolo alla tua vita attuale, quale sarebbe?
Fortuna.
Nel 2017 passi all'informazione politica, diventando conduttore di "Agorà Estate". Sei anche autore di "Agorà". Poi hai presentato la Maratona Telethon e "Timeline", il programma settimanale che ripercorre i trend topic in rete e sui social. C'è una differenza tra l'agenda setting mediatica e ciò che invece si legge e va di moda in rete?
Questo è un grande tema. Io sono convinto che ci sia una differenza totale tra il famoso "popolo del web" e il pubblico televisivo. Ormai, però, c'è una convergenza totale. Anche le persone più adulte, come i miei parenti, sono sui social. Quindi, secondo me, questa distinzione non ha più senso.
E ora che la tecnologia è nelle mani di tutti, c'è stata un'esplosione di fake news. La TV dovrebbe essere una fonte qualificata dove trovare solo notizie vere, no?
Assolutamente sì. Ma il giornalismo e la TV devono imparare a raccontare meglio i social. Io credo che il nostro lavoro sia diventato ancora più importante. Con l'intelligenza artificiale e le fake news, c'è bisogno di voci autorevoli.
Tu che rapporto hai con i social?
Dipendenza totale.
Qual è il social che funziona di più, secondo te?
TikTok, senza dubbio. È lì che si trova il pubblico reale.
Tra "Agorà Estate" e "Agorà", sei un tipo molto mattiniero. A che ora ti svegli?
Alle cinque.
E a che ora vai a dormire?
Dovrei andare a letto prima, ma spesso faccio tardi.
E nel tempo libero?
Mi piace stare con la mia famiglia. È la cosa più importante per me.
Domanda bruciapelo: dove ti vedi tra 10 anni?
Il digitale sarà sempre più centrale. Mi auguro che diminuisca il pregiudizio verso chi fa giornalismo online.
Hai anche un podcast, "Capitani Coraggiosi", e una newsletter molto apprezzata. Quali sono, secondo te, gli strumenti del futuro per fare informazione?
L'intelligenza artificiale, se ben utilizzata, è utilissima. Però dobbiamo stare attenti ai suoi lati negativi.
Se potessi tornare indietro nel tempo, cosa cambieresti?
Cambierei alcune scelte sbagliate, ma rifarei tutto.
Abbiamo parlato del tuo passato, del tuo presente e del futuro dell'editoria. Hai una postilla da aggiungere?
Sì, spero un giorno di diventare papà. E voglio dedicare una postilla al sorriso delle mie nipoti, Sofia e Sveva.
Le salutiamo allora.
Grazie mille, Marco.
Grazie a voi!