Trascrizione del video
"Tutto a posto" è il suo motto per un'avventura di vita privata e lavorativa. Possiede effettivamente il dono dell'ubiquità, definita da molti colleghi una vera professionista, una di quelle che lavora con la testa fatta seriamente, ha saputo incassare molti colpi, ma sempre con il sorriso. Fino a raggiungere la vicedirezione del TG2. Nel salotto di Postilla, Maria Antonietta Spadorcia. Benvenuta!
Grazie, buona sera. Ma è troppo — è tutto a posto però — sì, tutto a posto con due P, anzi di più delle volte.
Molto bene. Allora iniziamo, subito, partendo dal tuo passato. Maria Antonietta, mi dai uno scoop su di te, una notizia che nessuno conosce, o che pochissimi sanno?
Che ho studiato pianoforte al Conservatorio. Ho cominciato a studiare pianoforte perché mi ero rotta una gamba ballando, perché faccio danza classica. E mi amavo, "non posso andare, devo usare la delicatezza in un'altra cosa." C'è il Fare Piano Forte, e lo fatto seriamente. Sono arrivata fino all'ottavo anno al Conservatorio. E tuttora, qualche volta, quando sono particolarmente agitata, suono. È quello, insomma, il mio angolo che mi fa pensare al passato e mi tranquillizza nel presente.
Tu, ti è capitato di aver scritto il tuo primo articolo a 13 anni, per Il Tempo. Di cosa parlava?
Era un convegno — pensate che i casi della vita — era un convegno della comunità dei Salesiani. E i casi della vita sono veramente incredibili, perché era l'otto settembre del 1986, e due giorni dopo iniziavo la terza media. Pensate che i miei figli adesso frequentano una scuola dei Salesiani. Quindi forse tutto torna.
Sei laureata in giurisprudenza. Poi?
Anche scienze politiche. Comunque l'avvocato non lo hai fatto.
Quando è capitato che dovevi diventare giornalista?
Allora, io lo sapevo da sempre. Diciamo che era: i miei genitori che non se ne facevano una ragione. Mio padre mi voleva magistrato, mia madre d'accordo: magistrato, avvocato. Ho fatto la pratica legale, ho fatto anche la scuola per la magistratura. Ma durante proprio questa scuola per la magistratura che frequentavo, arrivò una televisione romana che stava cercando di intervistare dei magistrati. Cercavano una giurista, un esperto. Il corrido mi c'è: io che comunque non avevo fondamentalmente mai smesso — se non negli anni dell'Università — ripresi mano la passione e mi lanciai. Mio padre non mi parlò per qualche mese. Poi se ne fece una ragione, e allora è andata così.
Un po' poi la tua passione è la cronaca parlamentare. Puoi essere prestata a questa tua passione perché sei tornata al Parlamento da cronista, che pare abbia tante passioni. La politica — me lo insegnò una vecchia capocronista — non è quella del 30 secondi di dichiarazione. È quella che tu cerchi di far capire, di entrare, di trovare il provvedimento: non solo c'è una storia, ma i provvedimenti sono cose pratiche, che devono comunque diventare nella vita di tutti i giorni. Insomma, vengono tutti. Tutti quanti dovrebbero sapere che cos'è la legge. E scoprendo quello che c'era in ogni provvedimento, e soprattutto parlando con i politici, avviene la passione. Perché capisci che la politica viene da polis, e quindi dalla città, ed è quello che sei.
Però non hai mai voluto scendere in campo come politica?
No. Ma solo: no, io sono una giornalista. Io racconto. I giornalisti raccontano, non fanno. I cronisti, c'è: il cronista parlamentare racconta quello che è accaduto. Non partito a colleghi che poi invece hanno preso la strada della politica. Sono scelte: qualcuno lo ha fatto molto bene, lo ha fatto anche seriamente. Io rimango cronista nell'animo.
C'è un aneddoto che ti è capitato in quegli anni, mentre eri al Transatlantico, divertente?
Ma, durante quegli anni — parliamo del Transatlantico, non della Camera o del Senato — scoprimmo che il presidente della Commissione Finanze, durante la finanziaria, non si tagliava la barba. E soprattutto aveva un barattolo grande così di Nutella. E quando doveva fare con gli emendamenti, andava al coni e con un cucchiaio ne mangiava un po' e si rinvigoriva.
Senti, qual è stato il momento più interessante da un punto di vista per la politica italiana che anche dovuto seguire?
Io credo il post-terremoto dell'Aquila. È stato un momento molto particolare per me personalmente, perché io sono abruzzese. E quindi il terremoto dell'Aquila era una ferita che ci portavamo. Ma vi dico: i leader del mondo sulle macerie all'Aquila — io credo che è stato uno dei momenti più intensi della mia carriera. Raccontare quel momento è stato un grande onore. E poi anche tutto il resto, perché negli anni del post-terremoto — io seguivo all'epoca il Parlamento, non era solo il G8 seguìto, c'era il 25 aprile, c'era Silvio Berlusconi, la ricostruzione, le casette. Ho seguito in tutto quel passaggio. E fu un momento — ripeto — professionalmente, ma anche personalmente, molto intenso.
E poi ci sono state tutte le campagne elettorali. E devo dire la verità: non mi stancano mai. Scopri qual è la forza della leadership. La forza della leadership, anche quando qualcuno è in bilico, di rimanere saldo con i piedi per terra. Perché quando ti trovi quella marea di gente, sei sul palco, rischi di perdere un po' la bussola. Invece loro sono ben saldi.
Rimpianti? Ho fatto nella mia carriera giornalistica tutto quello che mi sentivo di voler fare? Ho cercato di farlo sempre con una certa rettezza. Ho fatto tutto nella televisione, ho parte che vengono dalla carta stampata, ho fatto un po' di agenzia. Nella televisione ho ricoperto qualsiasi tipo di ruolo, e devo dire che tutto mi ha arricchito. No, rifarei tutto, magari forse insomma rallentando un po'.
E adesso invece andiamo a spiare nel tuo presente. Allora, se potessi dare un titolo alla tua vita attuale, quale sarebbe? "Tutto a posto"? Ancora?
Sì, sì, sì, sì.
Che è una filosofia di vita, "tutto a posto"?
E no, adesso è fatta: me ne parli. Mi racconta la tua giornata tipo. Anche, c'è un'altra cosa: ci sono cose che si costruiscono in un telegiornale?
Allora, giornata tipo professionale — tutti, concorrenti, tutti. Leggi i giornali. Alle 9 c'è la riunione. Nella riunione hai comunque tutti i capiredattori che ti portano le loro proposte. In qualche modo, insieme con il direttore, si fa la scelta di quelli che sono gli argomenti principali. Lo dico che la scelta di poi viene: il lavoro più complicato, quello di scegliere, è scegliere cosa mettere, cosa mettere prima, cosa mettere dopo. Verso le 10 c'è la scaletta del giornale. La scaletta delle 10 è una scaletta che potrebbe rimanere — ma quasi mai rimane la stessa. Poi si cominciano a fare i titoli. Quindi una volta che uno ha deciso — di solito sono 7 o 8 — cominci a scrivere, cominci a sentire, a sentire le redazioni. Nel frattempo le redazioni cominciano a mandarti i pezzi scritti. Quindi tu leggi i pezzi, qualche volta ti arrabbi, qualche volta invece dici bravo — molte volte dici bravo, perché abbiamo ottimi colleghi. Poi dopo che arrivi — così sembra senza mai muoversi dalla tua sedia — verso mezzogiorno che cominci a vedere anche i pezzi realizzati. E fino alle 12:58, quando parte la sigla, tutto può essere stravolto. E anche dopo. E quindi si è in continua attenzione. E alle 13:27, 13:37, quando parte la sigla finale, le tiri finalmente. Finalmente tirare un sospiro di sollievo.
Tu ricopri questo ruolo — se non sbaglio — hai iniziato proprio a ricoprire questo ruolo durante la crisi del governo Draghi, giusto?
E sempre fortuna: ti è capitato di trovarti a lavorare a tutte le "state". E questo è tipico tuo. Si vede — lo vedete — la donna giusta al momento giusto, e lo vediamo giusto. Ne parlavamo prima di iniziare la nostra chiacchierata, e tu rimpiazzi un po' il ruolo della cronista parlamentare o in realtà questo ruolo da vicedirettrice ti diverte.
Mi è piaciuto tanto fare l'inviata, mi sono divertita tantissimo, ho visto dei posti meravigliosi, ho avuto adrenalina. Cioè, ho montato anche un servizio a 120 km/h tra le curve, quindi insomma. Abbiamo passato di tutto. E rimanendo in mente, durante una campagna elettorale, abbiamo passato di tutto. Ed è bello fare l'inviato perché hai una squadra, quella dell'operatore. Però quando hai la creatura che è tutto il giornale, quando non ti fermi solo alla politica ma cominci a comprendere — e lo comprendi da subito — che ci sono argomenti che sono più importanti, ed è una gioia ed è adrenalina pura, anche quella. Finché non ho una sorta di meno di cuore infarto ogni giorno — però sono — mi diverto molto.
E c'è invece qualcosa che proprio non ti piace fare in questa giornata lavorativa? Mi ha contato qualcosa che veramente ti pesa.
Non mi pesa niente. Io, perché parto sempre — è un po' so che bisogna parlare molto con i colleghi, confrontarsi. Ed è faticoso, perché è faticoso sentire tutti, mettersi d'accordo, mediare. Ecco, si può dire che il vicedirettore — a differenza del direttore, perché il direttore decide, il vicedirettore media — il mediatore passa la sua vita tra la redazione e la direzione, cercando di trovare quella via di mezzo che è un po' come in un matrimonio, insomma. Ma io lo vivo — uno, un solista... sono sposata ma è sposato proprio bene — la vorre faccio di sì.
Sei molto attiva sui social. E aspello se volentieri fai dei post molto personali per raccontare la tua vita quotidiana e familiare. Secondo te, i social sono dei buoni mezzi per informarsi, per lo meno, perché ultimamente sono moltissime pagine nei social che fanno informazione, divulgazione — non so se tu le guardi, le probleme.
Secondo me, sì. E che noi dobbiamo stare al passo con i ragazzi: io ho due figli adolescenti, quattordici e tre di clave — maschi. E loro guardano poco quello che è l'informazione come la vediamo noi. Noi leggevamo i giornali e guardavamo il telegiornale. Loro fanno fatica. Quindi tutto quello che noi facciamo, tutto sommato, dovremmo riportarlo sui social, o comunque in rete, che per loro è più facile. E soprattutto dare le informazioni corrette. Quindi è giusto: io li tengo — si è giusto — fare un TG su TikTok. Potrebbe essere divertente, perché devi stare anche nel loro linguaggio. Però bisognerà trovare un bilanciamento: "Questo non è una fakenews, questo è giusto." Sì, bisogna insomma valutare. Sui social invece io metto la mia vita privata, perché tra marito e figli e carne... insomma, mi piace farmi conoscere ai miei amici un po' di più.
Tutti come mamma, come giornalista: agli Stati Generali della Natalità del 2023 hai parlato di questo tuo motto, che è il tuo hashtag — "tutto a posto". Cosa significa?
È una filosofia di vita. Il "tutto a posto" è quando non è il "tuo a posto". È quando c'è sempre qualcosa nella vita di tutti i giorni — sia lavorativamente parlando sia nella vita familiare — che potrebbe essere fatta meglio. E allora questo un po' ti deprime. Perché dici: "Adesso come farò?" Sono dei piccoli problemi, non sono cose grosse — perché nei problemi grandi comunque ti butti e cerchi in qualche modo di respirare. Non sono solo i piccoli problemi: se li accumuli diventano fastidiosi. E allora quando ti butti giù, dici: "Ma anche questa oggi è tutto a posto." Fatti della vita, ci possiamo fare.
C'è anche "Cavaliere della Repubblica"?
Non per caso — giuro, non per caso — perché una mia amica mi manda un messaggio: "Comunque sei Cavaliere." Ho detto: "Sei Cavaliere? Che vorrà dire?" Ma è vero — il dubbio non l'ho detto — mandiamo a vedere. Sono andata a vedere: effettivamente ero Cavaliere della Repubblica. Poi c'è stata la cerimonia. C'è stata la cerimonia lì, con il prefetto di Roma. Ed è una mente — perché hai vissuto le istituzioni come le ho vissute io — ed è un momento di grande riconoscimento. Ed è emozionante.
Ma quanto è difficile coniugare la vita privata, familiare soprattutto, con quella lavorativa, nel tuo caso? Perché tu comunque sei una persona con disponibilità 24 ore, 7 giorni su 7.
Quando vorresti staccare cinque minuti: non è difficile, ma non è impossibile. Io credo che sia davvero quello che porta le donne ad essere di esempio anche in famiglia. I figli capiscono. Certo, c'è il momento in cui insomma sto ricavando un musino. Io per anni non ho festeggiato il compleanno di mio figlio Leonardo — che è del 4 luglio — non ho festeggiato il giorno proprio del suo compleanno perché conducevo il TG delle 23:30 oppure ero in viaggio, ho avuto il telegiornale: in qualche modo c'è sempre qualcosa. E a un certo punto, quando degli amichetti di sterco un altro dice: "Ma non c'è la tua mamma." Dice: "La mia mamma è venuta sabato scorso, mi ha portato il regalo. E lei è al lavoro." E lo ha detto con un mix di orgoglio, ma mai di delusione. E quindi questo permeava bene. E allora serenità. È poi ovviamente mentre festeggi un'occhiata al telegiornale ad esempio. Fattidi, oggi ho visto il nome in francese di Alessandro, e allora ho chiamato: l'ho detto, "Fai il compleanno di Sandro."
Il tuo libro, "Il Corsetto di Carriera": allora tu hai scritto che parli anche agli uomini. E quali leggendo i tuoi racconti capiranno — cito — capiranno meglio le proprie madri, le proprie voci e le proprie figlie. Pure in un report della Fondazione Giornaliste Italiane, di cui tu sei anche fondatrice, emerge che i maschi più giovani sono quelli essere più sofferenti nei confronti della parità di genere.
Vero, verissimo. E sì ho parlato agli uomini, anche con gli esempi nel "Corsetto di Carriera". Non è la carriera: è il Corsetto, è la Carriera con un occhio, come dice uno dei nostri... "noi donne siamo 'il corsetto' — e nella carriera io ho voluto mettere insieme una sorta di diario, che poi adesso ne è uscito anche il seguito. Sì, che si chiamerà "Tutto a posto" — ma se non piove. Così non sono — per dare il senso — e parlo a loro con gli esempi, dicendo: "Questo è quello che noi facciamo tutti i giorni." Lo sforzo è tantissimo, e si dorme poco, ci si riposa ancora meno. E a volte il riconoscimento insomma non sempre arriva.
E adesso con Maria Antonietta Spadorcia diamo invece uno sguardo al futuro dell'editoria. Domanda a bruciapelo: dove vedi l'editoria tra dieci anni?
Ma, che domanda! Io mi auguro che sia... che si riprenda. Ci serve uno sforzo un po' di tutti. Serve uno sforzo per capire anche quello che le giovani generazioni cercano. Ma non per seguire loro, ma per indirizzarle. Perché secondo me hanno bisogno di essere indirizzate.
La carta stampata resterà?
Assolutamente: non mi togliere la carta stampata. È il mio primo amore: certo che deve rimanere.
Allora veniamo invece al servizio pubblico. Secondo te — è una domanda complicata, ma te la devo fare, perché tu sei in Rai da 25 anni — le polemiche sull'autonomia del servizio pubblico non è che si siano proprio placate in questi anni. Ci sono sempre state. E appunto. Quindi: come il servizio pubblico tra 10 anni lavorerà in maniera onesta, guardando soprattutto all'altro spettatore, o a quello spettatore più bello, a seconda se radio o televisione?
Abbiamo una agenda che è la massima agenda culturale. Abbiamo festeggiato quest'anno i 70 anni di televisione. Siamo davvero una grande agenda culturale. E non solo i telegiornali, ma proprio cultura vera e propria. Insomma, poi le polemiche le sanno il tempo che trovano. Se ci siamo da 70 anni, insomma, un motivo ci sarà.
E l'intelligenza artificiale: rischio o opportunità?
Opportunità, se governata. Non è una frase tanto per dire, ma mettere l'uomo al centro: io credo che sia fondamentale. Ma bisogna far capire anche questo alle giovani generazioni. Perché noi comunque in qualche modo sappiamo valutare. I ragazzi usano ChatGPT e vanno, dicono: "Faccio la ricerca." E poi non vanno ad approfondire se quella ricerca che ha svolto ChatGPT sia davvero la verità, in base a dei criteri che loro hanno dato. E allora bisogna dare i giusti strumenti. Sono una grandissima opportunità. Ma tu la usi?
No, però ogni tanto. Secondo me, devo usare ChatGPT perché ho bisogno di essere scritto anche bene. Io penso che uno che fa il giornalista — secondo me la grande cosa che ti deve piacere è scrivere. E se non scrivi, se metti tutto da mandare alla macchina...
Una battuta sul Festival di Sanremo: chiedendo se l'hai mai seguito.
Che diventando non bene seguito — non ho seguito in televisione, sì, assolutamente sì — ma non ho avuto la fortuna, perché un fatto mi fa ragione di essere separatamente invece di fare l'inviata a stare in hotel. E ti dico la verità: quando mi hanno chiesto che cosa ti manca, tutto sommato, è stato fare l'inviata a Sanremo. Ma invece della sentenza del Tribunale, mi sarei sentita alla RAI il festival che è la RAI. Quindi dove la RAI decide di farlo, non lo so. Ma il festival è la RAI.
Tre consigli che ti hanno dato quando hai iniziato a fare questo mestiere, e che ti sono effettivamente tornati utili per apparire in video.
Allora: la prima volta che ho fatto una diretta, avevo come mentore un vecchio cronista parlamentare, molto bravo. Qual è mi dice: "Guarda la telecamera come se fosse una mattone, e le parlaci, non importa cosa dici: ci sono magari milioni di persone." Vuol dire: guarda, non pensare a chi c'è di dietro. Pensare a raccontare una cosa come a un mattone — tu sei la mattone. E definitivamente questa cosa mi ha portato al fatto che quando conduco tutti i TG, non sono mai stata agitata. Perché comunque non pensavo a chi c'era di dietro, ma pensavo a raccontare quello che avevamo comunque concordato, scritto, fatto. E poi dopo quando finisce, c'è la sigla, il TG: ti rendi conto di quella che è un po' di ansia che ti viene. Quindi questo è stato il primo consiglio.
Secondo consiglio: stare sempre nelle cose. Non fermarti mai alla superficie. Questo per i servizi mi è servito tanto.
Terza cosa: parlare come se parlassi a un bambino. Che sembra sempre sciocco e sembra anche semplice. Ed è sempre semplice. Perché a volte ci sono dei termini tecnici che tu usi tu, invece devi pensare che devi essere semplice. Devi parlare a un bambino piccolo e a un amministratore delegato di una grande azienda. E la semplicità è un po' quello che è una cosa che mi impongo anche ogni giorno.
OK. Adesso invece vediamo se c'è in tutta questa intervista una postilla. Allora, abbiamo parlato del tuo passato, del tuo presente, abbiamo dato un'occhiatina sul futuro dell'editoria secondo te. C'è una postilla, qualcosa che ci siamo dimenticati?
Secondo me è sul ruolo delle donne nel giornalismo. E ritengo che le donne fanno tanto, fanno tanta macchina da guerra, sono un po' le quinte di tanto. Potrebbero fare di più, e questo però è un messaggio agli uomini, a chi decide. Il fatto che le donne sono multitasking — ma non è tanto perdire: perché quando io chiedo a mio figlio di fare una cosa mentre stanno eseguendo un'altra, dice "un attimo, mamma". Invece quando mi chiedo una cosa mentre nel frattempo rispondo al telefono — lo faccio, non riesco a non farlo — ma non perché sia un'abitudine, ma perché noi donne siamo così. E allora secondo me: dare un po' più di respiro alle donne, dare più responsabilità, non aver paura delle donne. Perché qualche volta gli uomini hanno paura di noi. E anche su questo non posso che concordare.
Grazie, Maria Antonietta Spadorcia, vicedirettrice del TG2. Grazie. Da parte di questa che è stata una bellissima chiacchierata. Noi ci vediamo al prossimo ospite, qui nel salotto di Postilla. Ringrazio voi per averci seguito. Ringrazio come sempre la nostra regia. A presto.