Roberto Miliacca, Capo redazione romana Italia Oggi

Trascrizione del video
Calmo, riflessivo, quando ama una cosa ci si dedica anima e corpo. Sappiamo che ama viaggiare, ha l'ambizione di diventare vicepresidente dell'Italia, è entrato a far parte di un'associazione di giornalisti specializzati in turismo e cultura. E siccome sappiamo che ama la musica, magari oggi scopriremo che è il frontman di una band. Nel salotto di "Postilla" c'è Roberto Migliacca, capo della redazione romana di "Italia Oggi". Benvenuto! Buongiorno, grazie. Che accoglienza nella presentazione, forse un po' sopra le righe, ma ci sta. Anche se non sono così calmo come sembra. Vediamo, vediamo, perché le domande invece tendono a fare proprio questo. Allora, iniziamo subito con il tuo passato. Roberto, rompiamo il ghiaccio: svelaci qualcosa di te che pochi conoscono. Ma tu l'hai già anticipato, nel senso che io, silenziosamente... No, suono. Ecco, diciamo, mettiamola così: suono da 23 anni. Un mio caro amico, che peraltro lavora nel mondo della comunicazione e che conosco da tantissimi anni, mi aveva regalato una tromba. Sapendo che mi piaceva molto la musica, ascoltarla, mi disse: "Perché non provi?" E io mi sono messo lì. Lui mi ha indicato il nome di un maestro, che peraltro è un grande trombettista jazz della scena romana. Così, una volta a settimana, almeno, ci dedico due o tre ore e mi diverto. Devo dire che la musica è un bellissimo sfogo, un modo per pensare a cose belle, perché poi siamo immersi quotidianamente nel nostro lavoro e, a volte, è un po' pesante. Ecco, però hai studiato giurisprudenza. Che c'entra la giurisprudenza con la musica? No, in effetti non c'entra nulla. Ma come sei arrivato al giornalismo? Era già un tuo obiettivo diventare giornalista? No, ti posso dire che non ci pensavo proprio, nel senso che io ho studiato giurisprudenza e, per quanto possa sembrare strano, mi sono anche divertito molto. Mi piacevano le materie che studiavo. Io ero affascinato dal diritto costituzionale privato. Poi mi sono specializzato in diritto commerciale e tributario, tutte cose che, a detta di molti, sono pallose, sì, ma a me piacevano. Ogni esame che finivo era un po' una piccola morte nel cuore, perché mi mancava qualcosa. Ma tu realmente volevi fare l'avvocato? Sì, volevo fare l'avvocato. Però, durante il percorso universitario, mi sono reso conto che mi piaceva molto capire le cose e spiegarle. Questa è stata un po' la mia fortuna. Durante l'università, ho approfondito alcuni temi, in particolare il diritto costituzionale. Ho fatto un bellissimo lavoro su uno dei temi caldi di quegli anni: le crisi extraparlamentari, ovvero il fatto che i governi cadessero non in Parlamento con un voto di sfiducia, ma fuori, nelle segreterie dei partiti. Mi chiedevo: "Com'è possibile che con la nostra Costituzione vigente accadano queste cose?" Quel lavoro fu pubblicato, mi sembra, su una collana legata a "Panorama" o qualcosa di simile. Una volta laureato, ho iniziato a fare la pratica da avvocato. Dopo un anno passato in tribunale, sinceramente, mi sono reso conto che non era la mia strada. Perché? Perché, magari non tutti lo sanno, ma nei tribunali, specialmente quelli di Roma, le udienze sono un caos. Ti trovi davanti centinaia di avvocati, le cause vengono messe in fila, e se non sei presente quando chiamano la tua, il giudice mette il fascicolo in fondo alla pila. Puoi aspettare ore e ore. Alla fine, ho pensato: "Se questa è la giustizia, non fa per me." Così, ho deciso di tornare a studiare. Mi sono iscritto a un corso di specializzazione in diritto internazionale. Durante quel periodo, un amico mi ha detto: "Roberto, ho visto che c'è un bando per una borsa di studio a 'Italia Oggi', a Milano." Ho pensato: "Perché no?" Ho mandato il curriculum senza troppe aspettative. Mi hanno chiamato per un colloquio, sono andato a Milano, e alla fine mi hanno preso. E com'è andata? Beh, sono passati 30 anni, quindi direi che è andata molto bene. E da bambino, invece, com'eri? Ero un bambino serenissimo, tranquillissimo. Sono il più piccolo di tre fratelli. Mio padre era un geometra comunale, mia madre casalinga. Non ci hanno mai fatto mancare nulla. Ho avuto un'infanzia felice, anche se ero un po' timido. Questa timidezza, in un certo senso, mi accompagna ancora oggi. Mi ricordo che, quando facevo pratica da avvocato, il giudice non mi prendeva sul serio perché avevo un viso da ragazzino. E questo, a volte, mi metteva in difficoltà, perché c'era sempre qualcuno pronto ad approfittarsene. Sei anche un giornalista parlamentare di lungo corso. Mi racconti un aneddoto divertente che ti è capitato in Transatlantico? Ero stato assunto da poco e mi ero appena trasferito a Roma. A Milano seguivo temi economici e fiscali, ma a Roma si seguono soprattutto i temi politici. Ricordo che era il 2001, subito dopo le elezioni. Il Parlamento era stato appena rinnovato, e io, giovane cronista parlamentare, stavo ancora scoprendo i piccoli piaceri e le curiosità della vita in Parlamento. Un venerdì, giornata tranquilla senza commissioni, decido di andare dal barbiere della Camera. Sì, perché noi giornalisti parlamentari possiamo usufruire di alcuni servizi, tra cui il barbiere. Entro, mi siedo, e mentre mi stanno tagliando i capelli, chi ti vedo entrare? Ferdinando Casini, che era appena stato eletto presidente della Camera. Rimango di sasso, non me lo aspettavo. Anche i barbieri, che sono abituati a vedere di tutto, si sono messi a ridere. Casini, però, è stato molto gentile, ha fatto la fila come tutti e si è messo a chiacchierare con noi. È stato un momento molto umano, che mi ha colpito. Se la tua vita attuale avesse un titolo, quale sarebbe? "Pacato, ma tumultuoso." Sono molto tranquillo, ma dentro di me ci sono tante cose che si muovono, soprattutto in relazione ai cambiamenti dei tempi. È difficile stare al passo con tutto. Hai vinto tantissimi premi. Secondo te, oggi, quanto è importante un'informazione specialistica per spiegare argomenti complessi anche a chi non è del settore? È fondamentale. Sono 30 anni che faccio questo lavoro, e la burocrazia e la complessità normativa non sono mai diminuite. Anzi, le riforme spesso complicano ulteriormente le cose. Serve qualcuno che aiuti a capire. E cosa ne pensi dei profili di commercialisti e avvocati che spiegano tutto in un minuto sui social? Non mi sento di criticarli a priori. Però c'è una differenza fondamentale tra un giornalista e un influencer. Noi giornalisti firmiamo i nostri articoli, ci mettiamo la faccia e abbiamo una responsabilità per quello che scriviamo. Gli influencer, invece, spesso usano formule vaghe e non si assumono la stessa responsabilità. Bisogna prendere le loro informazioni con le pinze. Torniamo ai viaggi. Qual è il posto più bello che hai visitato? La Cina. Ci sono stato due volte. È un paese incredibile, con una civiltà millenaria. Ogni posto è diverso dall'altro, e si respira un'energia unica. C'è una voglia di futuro che, quando torni in Italia, ti fa sentire come se fossi tornato indietro nel tempo. E il viaggio più brutto? Non credo di aver mai fatto un viaggio brutto. Forse solo qualche esperienza un po' pericolosa, come a Cuba. Lì mi sono trovato in situazioni rocambolesche, ma alla fine sono quelle che ti restano più impresse. Cosa ti manda in bestia? La sciatteria, soprattutto nell'uso della lingua italiana. Lavoro spesso con avvocati, commercialisti e professionisti, e mi chiedo: "Ma possibile che nel 2025 si scriva ancora come i legulei del secolo scorso?" Quando scriviamo, dovremmo sempre porci il problema di essere chiari e comprensibili. Dove vedi l'editoria tra 10 anni? Spero che la vedremo ancora in vita. Nonostante le difficoltà, credo che l'editoria abbia un futuro, ma solo se riusciremo a trasmettere l'importanza di cercare e raccontare le notizie. L'informazione non può essere solo una questione di rilanciare quello che già c'è. Che consiglio daresti a un aspirante giornalista che vuole specializzarsi in un settore specifico? Gli direi di essere curioso. La curiosità è il motore del nostro lavoro. Se non sei curioso, non puoi fare il giornalista. E poi gli direi di andare per strada, di osservare la realtà e raccontarla. Se potessi tornare indietro, cosa cambieresti della tua carriera o della tua vita personale? Non ho rimpianti, ma forse dedicherei più tempo ai viaggi e un po' meno al lavoro. Però, quando ami il tuo lavoro, è difficile staccarsene. E per concludere, qual è la tua "postilla"? Che facciamo un lavoro bellissimo, e mi auguro di poterlo continuare a fare con l'intelligenza umana, non con quella artificiale. Viviamo in un mondo sempre più polarizzato, dove sembra che si debba per forza prendere una posizione. Io credo che il giornalismo debba dare gli strumenti agli altri per farsi un'opinione, non imporre la propria. Questo è il nostro compito: raccontare la realtà in modo oggettivo e lasciare che siano gli altri a trarre le loro conclusioni. Grazie mille, Roberto Migliacca, per essere stato con noi. Grazie a voi per l'invito. E grazie a voi per averci seguito. "Postilla" torna la prossima settimana con un nuovo ospite, sempre qui, sul nostro canale.
Postilla - Roberto Miliacca, Capo redazione romana Italia Oggi | Urania News – Canale 260