Tommaso Labate, giornalista Corriere della Sera

Trascrizione del video
Il sogno della sua vita era diventare ferroviere, ma il treno che ha preso l'ha portato da tutt'altra parte. È una mente da adrenalina e per la sua grande passione ha scritto addirittura un libro interessante: "Social Club". Nel salotto di Postilla abbiamo Tommaso Labate, il teorico del Corriere della Sera. Benvenuto. Ciao Gaia, grazie per l'invito e grazie anche per la precisissima presentazione. Adesso iniziamo subito a scoprire cosa è successo al passato di Tommaso Labate. Allora, Tommaso: uno scoop su di te, una notizia che non tutti conoscono o in pochi sanno. Beh, che mi viene in mente... beh, una volta, di reato diciamo passato in prescrizione, ho scavalcato per andare a vedere un concerto di Vasco Rossi, di cui non avevo il biglietto. Era il tour "Stupido Hotel". Poi c'è una cosa che in realtà non è uno scoop, ma ho lavorato come portatore di pizza a domicilio, per un periodo di tempo, a Roma. Senti, tu sei figlio di una coppia di architetti, sei il primo di tre figli e sei proprio calabrese doc — nato a Cosenza. Sì, nato lì solo per lo spedale — sono rimasto in giro d'Oscione. E certo. E certo. Ed è partito il guardo verso le nostre cose. Hai fatto questo lavoro — è a parte del guardare il mondo — sei anche grazie alla passione nata grazie ai giornali che portava a casa il giornale, e i miei genitori, in particolar modo, il giornale era una cosa che era a casa mia, come dico sempre, dai miei genitori. No, ma alla bambina e poi ci penso che evidentemente, nelle volte che vedo, magari dall'alto, anche da bambino: il giornale è una cosa che è positiva. Non mi permettevamo — siccome non capivamo, solo io credo — cioè, ho pure ciò che serissato io sa: casa mia non avesse portato il giornale, avesse portato lo so delle cose illegali. Quindi diciamo, penso molto che la predeterminazione del proprio destino dipenda dal contesto in cui sono cresciuto. Io sono cresciuto per fortuna dove la cosa più bella del mondo, che se come è, il giornale c'era l'ultra mattina. Quindi diciamo che il quotidiano ti ha dato una buona formazione. Non ti ha messo sulla retta via, ma da bambino tu le bugie le dicevi lo stesso. Sì, sì, diciamo nei... c'è con la bambino, anche da adulto. Ma si dicevano soprattutto bugie per non far dispiacere il prossimo. Sì, si è piacere. Perché non facevano dispiacere il prossimo, perché non vuoi far del male. Sì, ti sei trasferito a Roma per l'università, e ti sei, diciamo, laureato lì, con una tesi sul caso Moro. Eri comunque venuto dalla provincia. Com'è stato adattarsi ai ritmi frenetici di Roma, al traffico, alle buche, ai costi? Molto molto bene. Le buche c'erano meno di oggi. La città era in una fase meravigliosa, era discoscesa, in quello che molti... credo che fosse la fine della prima giunta Rutelli, ma tutto quel periodo che poi comprese anche la giunta di Veltroni... fu per me il posto dove scoprire la città di Roma. La città in cui giravi e non c'erano barriere, nel senso che non c'erano quelli di un quartiere, in quel quartiere. C'era un sacco di gente, in una città completamente in movimento. Stavano costruendo l'Auditorium, quindi tutti i saggi della Roma che vediamo oggi, all'epoca non c'erano, o se c'erano non vi si vedeva come una cosa sopportabile. Di gomito alla Milano dell'epoca era Roma. Ma come credo che tornerà ad essere Roma alla Milano e viceversa, perché non sono mai stati all'apice nello stesso momento, le due città. Allora, tu hai iniziato la tua carriera con uno stage nel 2004 al Riformista, e dopo qualche mese sei stato assunto. Com'è che hai aumentato, o non è quasi...? Era un punto di fatta c'era. Quanto di vantaggio, in quella... la direzione era di Antonio Polito, che poi somma affondò il Riformista e che ho ritrovato al Corriere della Sera. Possiamo dire che è stato lui il tuo mentore? Assolutamente sì, totalmente sì, al 100%. Non finirò mai di ringraziarlo per avermi dato... per aver creduto veramente in uno che non aveva parentele di peso, che non veniva inizialmente da un mondo di giornalisti o di politici. Anzi, ha dato una grande opportunità. Soprattutto, la cosa che mi piace ricordare di quel grandissimo periodo: aveva fatto quella generazione di giornalisti che si sono affermati a tutte le latitudini. C'era una certa democrazia del giornalismo: nelle riunioni di scaletta, in cui ciascuno portava una cosa, l'ultimo degli stagisti — che coincideva con il sottoscritto — per una certa base aveva lo stesso diritto di parola del caposervizio. Devo dire che all'epoca, dopo un po', la cosa mi scocciava. La rimpiango tantissimo ora, perché sono un grandissimo esempio di giornalismo: tutto con la scuola Polito. E senti, ricordi il primo pezzo che hai firmato? Non mi ricordo con una certa precisione, ma il primo pezzo con firma lo ricordo assolutamente. Ero entrato lì con l'obiettivo: "Voglio scrivere un pezzo — entro sei mesi." Lo scrissi il primo giorno. Lì c'erano degli editorialini non firmati, come la gran parte degli articoli. All'epoca quello giorno era capitata una delle sentenze della Corte Costituzionale che avrebbe, pezzo dopo pezzo, smontato l'impianto della legge sull'immigrazione in vigore allora — perché era la legge Bossi-Fini. Era un pronunciamento della Consulta che smontò un pezzo di quella legge. Io scrissi un pezzo su questo il giorno dopo. Feci un'intervista all'Umberto Di Nicola. Quello dopo ancora un'intervista a Marco Pannella. Nei sei mesi avevo scritto più di... sì, ne scrivevo una al giorno, se non di più. E tu hai tirato questo lungo termine per il Corriere della Sera. Hai siglato tantissimi scoop: la candidatura di Renzi, le primarie del PD, la rielezione di Giorgio Napolitano. Ora, in un unico giro: quali sono le tue fonti? Però un aneddoto divertente intorno a queste anteprime. Una delle cose che secondo me è più forte — e che è stato ripreso da tutta la stampa internazionale, il Clarín argentino ci fece una mezza pagina — fu un'intervista all'allora fidanzata e compagna di Silvio Berlusconi, Francesca Pascale. Nel giorno in cui Berlusconi decadeva da parlamentare: un'intervista esclusiva. Molto forte: la Pascale non aveva mai parlato prima — non nell'arco della sua "avventura" da fidanzata di Berlusconi — e aveva rilasciato solo un'intervista con un'emittente locale. Quella in cui si appellava in diretta al Santo Padre Bergoglio per intervenire sulla situazione di Berlusconi, con condanna in via definitiva e decaduto da parlamentare. Fu uno scoop ripreso da tutte le testate, ripeto: il Clarín argentino ci fece una pagina. Ricordo che l'intervista la chiusi molto presto — nell'arco della giornata — e per il resto della giornata e la notte l'accompagnai dall'ansia che qualche altro potesse intervistarla, e ci riuscisse. Quando chiudi i pezzi importanti troppo presto, cari miei, il resto è tutta attesa — come girare con un biglietto vincente della lotteria. Finché non lo incassi è sempre propria ansia che possa venir persa. Qual è stato il personaggio più complicato da intervistare? "Complicati"... secondo me — se riesci, te ne do tre. Non divido in "semplice o complicato". Divido in persone che riscuotono interesse o hanno interesse a riscuotere, e persone che sono, dal punto di vista mio, insipide completamente. Non sono mai tornato a casa da un'intervista senza che avessi avuto una qualche curiosità sul personaggio. Ricordo, per esempio, qualche anno fa, ci fu un restyling del Magazine del Corriere della Sera. E c'era un'idea buttata lì su chi intervistare: mi venne in mente di intervistare la cantante Emma sul tema della sua antipatia. Ne venne fuori una bellissima intervista, ancora oggi ripresa, che fu molto particolare — è una leggenda metropolitana. Perché invece qualcuno non fosse particolarmente soddisfatto della chiacchierata, a quanto so, e di essere bloccato il pezzo e non pubblicarlo... A mia memoria, no. A mia memoria non ricordo un sacco di gente che il giorno dopo si fosse lamentata. Soprattutto il tema su cui si discute molto spesso — quello che divide intervistato e intervistatore, si tratta di quotidiani, l'uno contro l'altro dopo una chiacchierata produttiva per entrambi — è il titolo. Il titolo viene fatto, come dire, non dall'intervistatore. E mi è capitato, anche di recente, che ci fossero persone non soddisfatte del titolo. E ho detto, in determinati casi, qualche volta, magari nel passato remoto, potrebbero anche avere una qualche ragione di non esserlo. E adesso spiamo nel presente di Tommaso Labate. A proposito di titoli: se la tua vita attuale avesse un titolo, quale sarebbe? Felicità. Come quella canzone un po' malinconica che cantarono gli Ama Ranti nel loro tour di grande successo, secondo me, degli anni '80. Senti, abbiamo detto all'inizio che tu sei una persona che ha amato l'adrenalina dell'ultimo minuto. Ma avrai una tua routine, magari la mattina. Come ti organizzi, lavoro, riposi... se è sempre la stessa cosa. La mia mattina è la stessa mattina di cui parlavo prima, cioè la lettura dei giornali. Ovviamente non su carta — in questo senso il supporto elettronico è molto bello perché ti dà la possibilità di leggere tutto dalla sera precedente. Quindi parto la mia giornata dalla lettura dei giornali. E posso dire che le giornate in cui magari non lavoro — che sono giorni di feste, eccetera — hanno un colore più piacevole nel senso che riesco a estendere magari alle pagine culturali, che magari sono quelle cose che si lascio da parte per leggere in un altro momento della giornata o del fine settimana. La giornata si apre, si conclude con la lettura dei giornali. Vivo senza caffè, ne bevo, ma non senza giornali. E allora, da cosa si compone la tua dieta mediatica? Da dove inizi, sfogliando anche solo digitalmente? La mia inizia la sera prima, a mezzanotte, nove, mezzanotte, dieci: leggo in anteprima la prima. La sera il Corriere della Sera. E la mattina dopo, la prima cosa che faccio è leggere La Gazzetta dello Sport. Quindi questi sono i miei incipit: la notte il Corriere, la mattina La Gazzetta dello Sport. E poi La Repubblica, Il Sole 24 Ore, Il Fatto Quotidiano, Il Giornale, Libero, Il Foglio, eccetera. L'altro. E non sono — non sono i giornali di carta, ma su supporto elettronico. E i siti? Quelli li leggo tantissimo da copia. Senti: tu scrivi tantissimo, sei stato definito uno dei più prolifici e apprezzati intervistatori italiani. Come si crea un'atmosfera di fiducia con il tuo interlocutore? Quanto ti vuole per metterlo a proprio agio? Ma, solitamente non è una questione di "agio". Anzi molto spesso delle interviste scomode, in cui nessuno stava a proprio agio, sono uscite meglio del fatto che è un'accostazione che nel privato si sarebbe definita amabile. Io penso che il vero grande trucco per avere una notizia che sia poi da utilizzare per un retroscena, per un articolo, per un'intervista, si riduce a delle cose semplici. "Come andata, come stai, che avete fatto", chiedere nei tuoi giorni tordi... ci sono queste cose. Io, più in grande, non ho fatto la scuola di giornalismo nel senso stretto. Ho fatto la gavetta, ho fatto il giornalista negli anni 2000, già come l'avrebbero fatto nel 1930, o nel 1950, lo stesso tipo di carriera. Penso che la mia vera scuola di giornalismo sia essere, diciamo, nato e cresciuto in un paesino molto piccolo, che vive di pettegolezzi, di piazza, di chi sta con chi, di chi tradisce la moglie o il marito con chi, di chi ha cambiato medico di base perché... tutti questi grandi temi che si nutrono di domande semplici. Non ho mai fatto una riunione, un retroscena — riunione riservata di partito di maggioranza — senza chiedere alle mie fonti se a un certo punto fosse arrivato qualcuno con dei tramezzini, e che tipo di tramezzini. E chi c'era di lato. Poi non ho usato l'informazione, ma non smetto di chiedere. Tu fra le altre cose hai anche un programma quotidiano su Radio2, che conduci insieme a Massimo Cervelli, che si chiama "Non è un paese per giovani" — che è un titolo che sembra un po' ricollegar si a un altro tuo libro, scritto nel 2018 per Feltrinelli, che si chiama "I rassegnati". Allora la domanda: siamo davvero un paese di vecchi e rassegnati? Ma, la situazione è molto migliorata rispetto a quando ho scritto quel libro. Tra l'altro, curiosità: quel programma che poi avrei condotto l'anno dopo, lo sono stato ospite per festeggiare il libro. È un paese molto migliorato. Troppo, troppo. Il pile atmosfera generale è molto migliore di come era prima, in quel periodo, verso la fine degli anni '10. Nel senso: porta la rassegnazione da brutto sogno, e diventa a pezzini quasi un dato del problema con cui ci si confronta. Sì, nel momento in cui spezzi da Gamba il primo periodo sei disperato perché vedi tutto quello che è perso. Nel momento in cui tu convivi e cominci a convivere con una situazione che è data come dato nel problema, la fine vivi quasi meglio — trovi quasi un modo per risolverla. Credo che in questo rimanere chiusi a casa, causa della pandemia, abbia dato una sorta di effetto elastico che ci fa vivere nel periodo più felice. Dal punto di vista della generazione di quelli che hanno i 40 anni, i 45 anni. Sui ragazzi molto piccoli, in vece, condivido molti degli allarmi sociali che in tanti hanno. Penso per esempio al pezzo che ho scritto l'altro giorno sul Corriere — stanno facendo... perché la situazione è abbastanza fuori controllo. Tu sei anche un volto noto del piccolo schermo: hai condotto un sacco di trasmissioni televisive di attualità, partecipi spesso ai talk show. Tra l'altro sei praticamente ospite fisso delle maratone Mentana. Come riesci a conciliare questa tua pacatezza con i toni spesso troppo accesi che si sentono in televisione? Nel senso che tra le due faccio come tra le due: è la mia come dire... la mia pacatezza. Quindi non vado in contesti dove penso di non poter essere tollerato o rispettato. Ma mi sarà capitato — un mal'umore, mi è capitato — nel senso che se mi è capitato una volta, la volta dopo non mi sono messo in quella situazione. E poi internamente penso che ci sia — come la famosa teoria del "giardino pulito". Se tu sei l'immagine di essere un giardino pulito, nessuno ci butta la sigaretta. Mi è capitato di confrontarmi per esempio tantissime volte con il professor Sgarbi, che è notoriamente uno che tende ai bavetoni. Io parlando come parlassi a una persona normale, perché ti trattano per come sei, sostanzialmente. Se poi quel giardino pulito tu stesso lo hai reso un immondezzaio, è ovvio che anche chi non lo farebbe altrove, butta la cicca di sigaretta invece di cercare un posacenere. Allora, la tua più grande evasione — me la dai subito all'inizio l'evasione — però quali sono le altre grandi cose che fai nel tempo libero? La più grande evasione ovviamente è la famiglia — che non è tempo libero, ma così... è tempo con la mia famiglia. Mi piace molto il cinema. Viaggio tantissimo. Il giornale di carta... per me è una vera passione — mi piace tantissimo. Il mio gioco preferito è la lettura. Mi piace stare tantissimo con i miei amici. Mi piace molto ritornare in Calabria nel più breve tempo possibile — lo faccio sempre. E un passato non più coltivato perché poi le cose, a un certo punto, finiscono: ho un grandissimo passato da "gamer". Sono stato un grande giocatore di videogiochi, tutte le edizioni di "Forza", la PlayStation, con un discreto ranking anche a livello italiano. Non sono a un certo punto, poi ho smesso perché stava diventando il lavoro principale, ma l'ho coltivato fino a pochi anni fa con i miei amici. Senti, qual è il torto più grande che pensi ti abbia fatto la vita? Senti, io penso di essere stato tutto sommato fortunato. Mi sono risolto con il torto, nel senso che non trovo dei torti enormi. Penso, diciamo, all'unico qualcosa: che si fossero fatti, le cose che faccio, le stessi cose che faccio, se le avessi fatte 30 anni prima, sarei stato probabilmente miliardario e monopolista. Reale invece il regalo più grande che ti ha fatto la vita? È l'essere nato in una famiglia che amo, e avere formato intorno a me una famiglia che amo. Quindi ho i miei figli, ho mia moglie Valeria, eccetera. E adesso vediamo cosa potrebbe capitare al futuro dell'editoria, con Tommaso Labate. Dov'è l'editoria da 10 anni? Beh, questo è un grandissimo punto di domanda. La vedo viva. Perché penso, per esempio, i giornali, di cui tutti hanno detto che sono finiti, sono morti. Per loro vale la famosa frase di Mark Twain, "la notizia della morte dei giornali è stata grandemente esagerata." Perché io penso che i giornali non siano stati mai, mai nei momenti più poveri come oggi, ma mai così influenti come oggi. Perché non c'è trasmissione televisiva, radiofonica, telegiornale, siti internet — anche di quelli che puntano non sul clickbait eccetera — che non si fondi quasi esclusivamente sui giornali. Proprio i giornali. Fiorello la mattina faceva un bellissimo, grandioso programma televisivo sui giornali. E l'ultimo programma della mezzanotte finisce sui giornali. Quindi la gente non lo sa, ma la gente assorbe i giornali senza saperlo, perché la scaletta di tutto quello che vediamo in TV, in rete, per radio si fonda sui giornali. Si capisce che la stampa ha vinto rispetto ai social, perché il pubblico ha capito la fatica che c'è dietro la verifica delle notizie — è ancora valida? No, non lo so se la stampa ci sia di un altro mondo, un altro settore che vorrei esplorare da un punto di vista giornalistico. Io diciamo — più che esplorare un altro settore — ho esplorato in un altro modo la politica. Mi capita di fare delle interviste, anche grandi, adesso sul Corriere, che riguardano un personaggio anche politico, preso dal punto di vista dei suoi ricordi, dei suoi affetti, della sua vita. Mi interessa diciamo molto in questa fase della mia vita il "chi" — e non "cosa fa". Perché diciamo fanno tutti molto meno cose, e sempre molto meno cose interessanti. Diciamo sono arrivato in una fase in cui mi piace scandagliare dentro le persone, per come sono e non per quello che fanno, per la carica che hanno. Intelligenza artificiale: opportunità, rischi? Tu la usi? Sì, certo. Qualche volta magari sbaglio, nel modo di dare i prompt — credo che si debba dare bene le indicazioni. Ma io non ho... mi sono risposto per tantissimo tempo con l'utilizzo basico. Nei mesi passati, prima di fare qualsiasi pezzo, ho fatto la prova che dicono tutti: "Ti ruberà il lavoro perché lo farà al posto tuo." Ho chiesto all'intelligenza artificiale di fare il pezzo, con dei risultati che di prova erano stati scritti da me — non l'ho bravo utilizzato. Qualche mese fa ho chiesto da caposervitore un pezzo sulla storia del Transatlantico di Montecitorio. Quindi ho detto all'intelligenza artificiale: "Raccontami la storia del Transatlantico di Montecitorio, quali precedenti è il consiglio la frequentare." Una risposta dell'intelligenza artificiale: "Alla Camera non esiste il Transatlantico." Perché il Transatlantico di Montecitorio, il Transatlantico, la Buvette... il pezzo era sulla Buvette, non sul Transatlantico. Dove si chiama Buvette? Perché, dovendo prendere — diciamo — molto correttamente, l'intelligenza artificiale, le sue informazioni da fonti dirette, in nessun punto del sito del Senato o della Camera la Buvette viene chiamata Buvette: viene chiamata "caffetteria". Quindi anche il fatto che molto spesso ci preoccupiamo che l'intelligenza artificiale attinga le sue informazioni da fonti ufficiali, sicure, verificate, non risolve il problema. Perché molto spesso quelle fonti verificate non sono al passo. La caffetteria della Camera e del Senato sono note universalmente come Buvette, ma in nessuno dei siti ufficiali degli istituzionali di Palazzo Madama — all'intelligenza artificiale — non esiste alcuna Buvette a Montecitorio o a Palazzo Madama. Allora, se ti trovi nel futuro — abbiamo la macchina del tempo — puoi tornare indietro nel tempo: a che punto torneresti della tua vita per non commettere un errore o per fare qualcosa diversamente? Ma, sicuramente non vedo gravi che non abbia risolto favorevolmente. Ho preso una serie di decisioni che mi hanno portato al punto in cui sto oggi. C'è l'altra, che avrei preso un'altra strada, poteva portarmi sulla luna. Ma il tentativo di consolazione, che avrebbe preso un'altra strada e non un'altra per arrivare fino a qui — ma salvato, alla fine. Quindi molto spesso penso che le scelte compiute in un determinato modo, se ti lascio a non aver sbagliato vita, tutto sommato potrebbe essere che sono scelte fatte di, diciamo, fortunato caso. Poi, quale consiglio daresti a un futuro giornalista? Sì, fare questo lavoro solo se lo considerano davvero dirimente per i soldi personali. Solo in questo caso lo farei. In qualsiasi altro caso, non lo farei se fosse solo un buono affare da fare. Sì, perché bisogna essere molto convinti di farlo. E risparmiate, perché se lo fate potreste — nella prima parte, nella prima fase — avere dei sostentamenti che magari questo lavoro non ti dà. E soprattutto: leggere, leggere, leggere i giornali. Siamo un paese in cui si scrivono più libri di quanti se ne leggano. E vedere uno che vuole fare il giornalista, che non legge i giornali, è come vedere uno che sogna di fare il calciatore che non ha mai tirato un calcio al pallone. E adesso vediamo dove Tommaso Labate mette la sua postilla. Allora, di tutta questa chiacchierata che ci siamo fatti: c'è una postilla — una nota a margine — che vorresti aggiungere, qualcosa che magari non abbiamo detto? No, mi... mi concentro sempre sulle domande che fa, nel momento in cui le fa. Stavo ripensando prima a una cosa che volevo aggiungere, ma che poi non ho detto. Probabilmente era su quel passaggio sul pianeta ferroviere. Nell'utilità, è una cosa che adoro. Bene, allora grazie davvero tantissimo. Grazie, grazie, grazie. Grazie, grazie. Voi per averci seguito: grazie come sempre alla nostra regia. Voi ovviamente restate sul 260. Postilla torna la prossima settimana con un nuovo ospite.