"L'uomo più dossierato d'Italia". Intervista con Alberto Di Rubba

Trascrizione del video
Ben ritrovati amici di Radar e un saluto ad Alberto Di Rubba che è oggi qui con noi. Alberto Di Rubba, ben arrivato. >> Buongiorno. >> È il tesoriere della Lega. >> Esatto. >> Quando uno diventa tesoriere di un partito, perché lo fa? >> Diciamo perché deve scontare qualcosa che viene dalle vite precedenti e in questa cerca la redenzione. Da semplice militante si accetta una proposta del segretario federale e si dice sì. In realtà è un ruolo importante. E bisogna anche dire — nel dibattito che adesso affronteremo anche sui temi che riguardano Di Rubba, il quale peraltro è candidato nel collegio di Rovigo, dove tra poche settimane si voterà per le elezioni suppletive. Era il collegio dove era stato eletto l'attuale presidente della Regione — esattamente il suo collegio. >> La verità è che il dibattito sul tema finanziamento e politica è un dibattito che in Italia negli ultimi anni ha preso una piega, secondo me, molto discutibile. La buona politica ha bisogno di buoni finanziamenti — non c'è buona politica gratis. Dovremmo reimparare in questo paese a ragionare dicendo che la politica costa ed è giusto che costi. Naturalmente deve costare il giusto e deve avere fonti di finanziamento trasparenti e normali. >> Concordo. >> Sembra una roba da matti dirlo. Concordo pienamente, e infatti è un tema sul quale mi sto battendo in prima persona, facendo anche delle riunioni con gli altri tesorieri di altri partiti. Con l'abolizione del finanziamento pubblico si sono ovviamente instaurati molti altri problemi di sostenibilità — ma è un problema sentito da tutti, bene o male dalla maggior parte dei partiti. Questo tema del finanziamento pubblico che secondo me andrebbe reintrodotto: oggi pomeriggio, a un certo punto, si proverà a riproporlo. >> Io la vedo un po' difficile, però ci sono altri strumenti che potrebbero aiutare i partiti. Lo strumento che viene utilizzato è il 2 per mille. >> Sul 2 per mille ci si può lavorare, si può farlo diventare un 5 per mille, piuttosto che comunque delle formule che sono già state studiate e che a mio avviso sono anche molto efficienti, senza per forza reintrodurre il finanziamento pubblico. >> Vabbè, qualcosa si può studiare. Ora noi abbiamo dato un titolo alla nostra conversazione che è un titolo piuttosto forte. È un'espressione che lo stesso Di Rubba ha utilizzato anche in alcune interviste recentissime. Non è robetta questa. >> Non è robetta per niente. Quando vedi il tuo nome comparire su articoli di giornale continuamente — e stiamo parlando del 2018 — sono passati 8 anni. Vedi che comunque hai un presentimento che qualcosa non funziona, che sei martellato — però finché è la tua voce a dirlo contro il mondo intero, ovvio che hai poca credibilità. Adesso, finalmente, abbiamo visto che col caso Striano — indagato — e non per ultimo il caso Bellavia — consulente di alcuni PM e della trasmissione Report — diciamo che un po' di speranza ritorna. Ritorna anche un briciolo di dignità che ovviamente hanno cercato di distruggerti. Quindi finalmente è un caso concreto. >> La vicenda di Di Rubba richiama una delle grandi questioni italiane: si aprono delle inchieste, le persone sottoposte a indagine vanno in pubblico con questa caratteristica. "Indagato" è una delle parole, secondo me, più ignobili del dibattito politico italiano degli ultimi anni, perché ha preso le sembianze di una sentenza. Invece poi le vicende giudiziarie fanno il loro corso — con dei tempi non certo celeri — le uscite sui giornali vanno avanti, e a un certo punto molte di queste vicende finiscono in niente. >> Sì, l'ho vissuto in prima persona e condivido ogni sua parola. Ha centrato l'argomento in maniera esatta, perché il tutto nasce per via del dossieraggio. Cosa vuol dire dossieraggio? Vuol dire un accesso abusivo alle informazioni personali, a dati sensibili. Considerate che c'era un accesso ogni 2 minuti e 20 secondi: sono stati fatti 230.000 accessi abusivi — non fatti da una sola persona perché non avrebbe dormito. >> 230.000 accessi abusivi a cosa? >> A dati sensibili: conti correnti personali, familiari, e — essendo io anche un imprenditore — anche dei clienti. Quindi queste informazioni poi, attraverso anche dei giornalisti — anch'essi indagati — si costruiva un racconto. Questo racconto diventava una narrativa: veniva pubblicato, dava inizio a una serie di articoli quotidiani con l'intento di influenzare l'opinione pubblica. Influenzando l'opinione pubblica poi si arrivava ad aprire un'indagine giudiziaria. Quello che io chiamo "processo del processo": inizia un processo mediatico che poi può diventare processo giudiziario. Il processo mediatico ha però delle conseguenze molto più pesanti del processo giudiziario. Noi possiamo avere amici o vicini che hanno in corso un processo giudiziario di cui non sappiamo nulla. Un processo mediatico ti crea i danni il giorno dopo — soprattutto agli imprenditori, ma anche alla propria famiglia: i propri figli che vedono il cognome diventare il soggetto di un titolo di un articolo. E l'opinione pubblica, continuando a ripetere questo racconto: il semplice cittadino che la mattina va al bar e apre il quotidiano, dopo mesi e mesi, non si chiede più se l'indagato sarà condannato o innocente. Dà per scontato che sarà colpevole. Questo è l'intento del sistema dossieraggi: spargere del fango per demolire un sistema. >> Tutto questo coincide con il momento di maggior successo elettorale della Lega. >> Coincide proprio nel 2018. Siamo negli anni in cui Matteo Salvini e la Lega sono intorno al 34%. E Matteo Salvini con la sua politica sta rompendo degli schemi per rimodernare e portare avanti le sue idee in questo paese. Ed è lì che si scatena la macchina del fango attraverso questo sistema. >> Uno dei punti centrali su cui la riflessione è da fare: tutto questo ce lo teniamo così? >> No, spero proprio di no. Sono molto soddisfatto già del fatto che sia emerso questo caso e sia diventata un'indagine partita da Cantone a Perugia, ora trasferita a Roma. Si sta procedendo anche in maniera piuttosto rapida — sempre ovviamente con i tempi della giustizia in Italia, che è un ulteriore problema. Però è ovvio che io, parlando continuamente del caso Striano e dei giornalisti indagati, devo capire chi è il mandante. C'è un mandante di tutto questo, perché è ovvio che l'obiettivo era quello di demolire un partito, attraverso gli attori principali: partendo da me, arrivando sull'area della comunicazione, per arrivare poi direttamente a Matteo Salvini. Quando capisci che il processo mediatico diventa processo giudiziario e nel processo giudiziario non sei vittima di un errore della giustizia, ma sei un bersaglio politico. >> Come si incrocia questa storia con il tema del referendum di fine marzo? >> Il referendum è l'unica occasione che abbiamo, a mio avviso, per riformare la giustizia. Votando sì il 22 e il 23 marzo, diamo atto a una serie di riforme: separazione delle carriere, estrazione a sorte dei membri del CSM. Ma a mio avviso la riforma della giustizia è anche altro — la riconduco a quello che stavo dicendo poc'anzi: la fuga di notizie che da una procura escono verso giornalisti. I giornalisti poi si rifugiano dietro il diritto di cronaca, ma il diritto di cronaca a mio avviso si esercita quando il processo è iniziato e si sta svolgendo nelle aule di tribunale in maniera legittima. Se nella fase preliminare si inizia a ipotizzare reati e questo influenza l'opinione pubblica — e anche un giudice si fa influenzare a forza di vedere scritte determinate cose — allora è lì che bisogna intervenire. Il 22-23 marzo è un'occasione unica e rara. È anche l'occasione, a mio avviso, per intervenire sui tempi della giustizia: secondo i dati del Ministero della Giustizia e della Commissione Europea per l'Efficienza della Giustizia, un processo dura più di 6-7 anni. Questo crea incertezza assoluta nei cittadini, negli imprenditori e negli investitori stranieri. >> I sostenitori del no dicono alcune cose. Tra queste: c'è chi sostiene che fare due Consigli Superiori rende i magistrati che fanno le indagini — a quel punto dotati di un loro CSM — ancora più autonomi e forti di prima. >> Non la vedo così. L'estrazione a sorte permette di spazzare via le correnti, che oggi è il tema fondamentale. Poi mi sono chiesto: noi andando a votare il 22-23 marzo non è che il giorno dopo ci sono già delle regole chiare per cui si ribalta la giustizia. Noi diciamo sì a riformare la giustizia — i temi principali sono separazione delle carriere, estrazione a sorte dei membri del CSM. Sono riforme dove ci si può sedere a tavolino anche con dei rappresentanti della magistratura. >> Vorrei anche ricordare che in tutti i paesi democratici e civili c'è la separazione delle carriere. Le nazioni nelle quali non c'è sono Nigeria, Arabia Saudita, Turchia, Egitto e così via. Trasferendo questo tema in paesi a noi vicini — dalla Francia agli Stati Uniti, alla Germania — la questione non si pone. È abbastanza stravagante. E siamo a 32 anni dal 1994, se vogliamo mettere quella come data simbolo: gli intrecci complessi tra giustizia e politica ormai sono nel loro quarto decennio di vita. >> Esatto. Sono passati anni e forse è il momento giusto per riformare la giustizia. >> Di Rubba ha un'altra interessantissima competenza, come figura apicale della Lega: ha seguito con attenzione uno dei dossier più importanti dal punto di vista economico-industriale, che è la partita dell'automotive. Comincierei chiedendole un commento su un numero. Nell'ultimo anno di lavoro di Sergio Marchionne — il 2014 — in Italia il gruppo produce circa il triplo delle automobili che farà alla fine di quest'anno. Molti se la prendevano con Marchionne. Ora sono passati dieci anni e ci ritroviamo con un'industria automobilistica nazionale di piccole dimensioni. >> Mi sono preso la responsabilità di questo dipartimento in Lega sull'Automotive soprattutto per passione e interesse, ma anche per provare a fare qualcosa. Quando mi trovo delle forzature dall'Europa — e mi riferisco a Ursula von der Leyen — dove forzatamente si vuole far passare l'ideologia che il tutto elettrico deve avvenire entro il 2035, io impazzisco. È una follia colossale. E tra l'altro non lo dico solo io: Matteo Salvini e la Lega lo stanno dicendo dal 2018. Ci troviamo di fronte a una contrazione, a migliaia di persone che dalla cassa integrazione sono state licenziate, partendo dalla Germania e dalla Francia, ma anche in Italia. E tutto arriva da questa ideologia del tutto elettrico. Il tutto elettrico non potrà mai sostituire l'endotermico. Il tutto elettrico sarà una fetta del mercato. Il settore automotive a livello europeo copre il 13% del PIL, mentre in Italia copre il 7%, con 230.000 occupati e circa 5.000 aziende medio-piccole che si occupano dell'automotive — non solo nella produzione della singola autovettura, ma tutta la filiera: componentistica, meccanica di precisione, trasmissioni, ingranaggi. È un comparto abbastanza rilevante. Quando per delle ideologie — ripeto, folli — vengono imposte dall'alto delle scelte non decise in Italia, si subiscono dei massacri economici: questo non va bene. Ma se ne sta rendendo conto anche l'Europa. Mario Draghi nella sua relazione di fine anno ha tirato le orecchie all'Europa dicendo "Riformulate la prospettiva, riguardate gli schemi." >> Questa inversione di tendenza è realmente in corso? Il 2035 per il full electric è morto? >> Diciamo che ufficialmente non è morto, però stanno facendo dei passi indietro. Non possono dichiararlo perché sarebbe da dimissioni immediate. Io spingo da tempo le dimissioni dell'intera Commissione per il disastro che ha fatto. Ma dei messaggi li stanno lanciando. A mio avviso a breve vedremo che il vincolo del 2035 si sgretolerà. >> A un certo punto bisognerà fargli quel funerale. >> Per forza. Anche perché per produrre le batterie — io faccio sempre questo esempio — la Cina è il primo produttore. Per produrre le batterie la Cina ha aperto delle centrali a carbone che hanno un inquinamento 100 volte superiore ai gas di scarico delle autovetture. Oltre al fatto che ci sono delle formule che non sono il tutto elettrico ma sono comunque testate da anni: l'ibrido, i biocarburanti. Ci sono formule per abbattere le emissioni dei gas di scarico che non richiedono l'elettrificazione al 100%. >> Stellantis ha da pochi mesi un amministratore delegato italiano. Dopo una parentesi che ha visto la contrazione delle produzioni in Italia, il tema delle produzioni sul territorio italiano è un tema su cui si può incidere. >> La Fiat non è più italiana. È diventata un'azienda con sedi all'estero — il mercato è diventato mondiale. Nei modelli stessi delle autovetture ci sono accordi tra le diverse case automobilistiche per fare modelli simili, cambiando solo il marchio. Quindi il made in Italy nelle autovetture, purtroppo, non lo vedo più. >> Però dove l'assemblaggio avviene c'è un funzionamento del sistema economico locale. >> Sì, ma anche quello si è ridotto negli anni. Detto questo: io ho avuto modo di fare un'analisi nel seggio dove sono candidato, quindi nel Veneto, a Rovigo in particolare. Ci sono molte aziende piccole e medio-grandi impegnate nell'automotive. Ed è anche per questo che sono orgoglioso di candidarmi in quel seggio: per portare avanti le istanze di quel territorio e tutelare queste aziende. Io spero e farò di tutto affinché il comparto dell'automotive continui a sopravvivere e inizi ad aumentare. È una promessa che mi sono fatto. >> L'abbandono dell'ideologia del full electric ci porterà verso i motori ibridi più diffusi. >> Sì, motori ibridi, ma anche i biocarburanti — con motori endotermici. Vede che parla con uno a cui piace il rumore e l'odore della benzina: sono appassionato di motociclette. >> Non le nascondo che a girare per Roma ho una Smart elettrica. >> Non voglio demonizzarlo. Quello che è più impressionante è vedere istituzioni dove sono disponibili risorse intellettuali non banali, che per alcuni anni sono riuscite a raccontarci che si poteva omettere uno dei principi fondamentali: quello di avere un atteggiamento neutrale verso le tecnologie disponibili — lasciando poi al mercato decidere se i consumatori vogliono una macchina full electric o col motore. Invece le imposizioni dall'Europa hanno posto dei termini fissi e perentori, obbligando le case automobilistiche — che ragionano con business plan di 10 anni — a cambiare strategie. Io ricordo che la Volvo è stata una delle prime case automobilistiche a dichiarare che avrebbe smesso di elaborare motori endotermici e avrebbe dichiarato la fine della produzione dell'endotermico al 2027-28. Ha rivisto tutti i suoi piani. Uguale Porsche, uguale Audi, tutte le case automobilistiche. Per questo, guardando anche solo quello che stanno facendo le case automobilistiche, mi vien da pensare che nel 2035 e nel 2036 sarà ancora endotermico. >> Allora, intanto in bocca al lupo. Ci ritroviamo qua sperando di poter celebrare il funerale del full electric. >> Assolutamente sì. Grazie. Crepi il lupo.