Le politiche del Governo per le persone con disabilità. Intervista ad Alessandra Locatelli

Trascrizione del video
Amici, ci dica da bere: ben ritrovati. Con noi sono molto felice di avere qui il ministro per la Disabilità, Alessandra Locatelli. Ministro, buongiorno. Buongiorno, no, grazie a voi per l'invito. Benvenuta e grazie. Prima di entrare nel segno, diciamo che si tratta anche di una delle grandi sfide, una delle vocazioni, perché c'è tanto da fare. Molto impegnativa, tante volte lo dicevo — anche un po' incompresa — perché non tutti riescono a capire il grande impegno che serve per coordinare anche le politiche di intervento sul tema della disabilità. Però veramente dà tanta gratificazione, tante soddisfazioni, soprattutto quando si gira sul territorio, si visitano le diverse realtà e si incontrano le persone. E questa è la mia disabilità in senso positivo: è questa l'energia. Lo diciamo per chi ci ascolta: il cuore del progetto di lavoro su cui il governo — il ministro Locatelli — sta lavorando in questi anni, ruota intorno a un pacchetto di misure che prende il nome di "Progetto di vita." E questa definizione secondo me è calzante, perché in questo modo innanzitutto riusciamo a far passare il messaggio che di questo si tratta: le persone con disabilità devono essere interessate da un progetto di vita, perché tutti gli aspetti della vita hanno necessità di piccoli — a volte piccoli, ma a volte anche grandi — interventi. Il tutto è entrato in un pacchetto normativo che in questi mesi è in fase di robusta sperimentazione in giro per l'Italia. Parliamone, anche di come sta andando questa sperimentazione. La sperimentazione sta andando molto bene. Stiamo parlando della riforma della disabilità, che al cuore appunto ha il Progetto di Vita, che è uno strumento molto innovativo — in realtà conosciuto dal 2000, perché i piani individualizzati diciamo sono iniziati già da parecchi anni nel territorio, nell'ottica della presa in carico della persona con disabilità per superare la frammentazione tra le risposte sanitarie e sociali. Però nel Progetto di Vita noi facciamo qualcosa di più: obblighiamo i referenti di questi enti — degli enti sanitari, sociali, del mondo del terzo settore, della stessa famiglia, degli appartenenti — a sedersi allo stesso tavolo per scrivere le risposte rispetto ai bisogni della persona con disabilità, che è protagonista delle sue scelte, così come prevede anche la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità. Ed è protagonista anche del Progetto di Vita. La sperimentazione è iniziata con il primo gennaio del 2025 in 9 province italiane. Ora c'è la formazione per le altre unità, e inizierà la sperimentazione a settembre nelle altre unità. E con il 2026 copriremo altre 40 province più tutto il territorio. Questa sperimentazione e questo lavoro significano, in qualche modo e in modo molto concreto, che ogni persona diventa oggetto di un progetto dedicato, ritagliato su misura, perché alla fine ogni persona ha esigenze diverse, condizioni diverse, famiglie diverse e così via. È un grande impegno e secondo me la sfida più grande è superare quello che si è sempre fatto. Cioè: fino a oggi si è lavorato in un certo modo sui territori nella presa in carico della persona, ma anche nella valutazione dell'invalidità civile — perché anche questa è cambiata, viene modificata in termini qualitativi e rispetto alle funzionalità di ogni singola persona, e non più solo come capacità di lavorare. Però da quando esistono i servizi, i sistemi di welfare — tutto il nostro sistema socio-sanitario — hanno sempre svolto, nel solito modo, il fatto di dare delle risposte alle persone. Quindi tramite sportelli frammentati sul territorio, che prevedono anche lunghe attese, code e interventi che sono purtroppo uguali per tutti e non sono specifici rispetto alle diverse necessità. E vengono attivati troppo spesso singolarmente, lasciando in disparte il fatto che noi abbiamo una persona che ha bisogno di tutto. Quindi bisogna costruire intorno ai desideri e alla vita della persona queste risposte. E questa è la grande sfida: cambiare la mentalità e l'approccio. Ecco perché richiede una grande e capillare formazione. E noi stiamo facendo un percorso di formazione su tutti gli operatori sociali, anche sanitari coinvolti, coinvolgendo le scuole, gli enti del terzo settore, tutti coloro che agiscono nella vita delle persone. Come mi immagino di capire: che questa è — spiegata in questi termini — prima ancora che una questione di risorse disponibili — poi naturalmente per fare qualunque cosa ci vogliono anche le risorse economiche — innanzitutto c'è da mettere a sistema, direi banalmente, ma è malamente riusciti a essere quasi come un'armonia intorno a un tavolo — i soggetti che già ci sono, che già operano, rendendo l'erogazione più coordinata e più semplice dal punto di vista di chi ne fruisce. Sì, c'è una grande operazione di semplificazione e sburocrattizzazione. Perché se già pensiamo che una persona a quel punto esprime tutte le sue esigenze direttamente intorno a una équipe multidimensionale, che deve attivare direttamente servizi, misure e tutto quello che riguarda la presa in carico, vuol dire che noi cancelliamo anche i tempi di attesa e tutto quello che significa anche per una famiglia — quindi non solo per la persona con disabilità, ma anche per la sua famiglia — doversi spostare in tanti uffici, e magari a volte anche sbagliare lo sportello e quindi dover ricominciare da capo. Quindi il percorso sicuramente è ancora complesso e lungo, perché dobbiamo cambiare il modo di lavorare di tutti intorno alla persona con disabilità. Per quanto con entusiasmo: questa riforma ha avuto una grandissima spinta proprio dal mondo delle associazioni, del terzo settore, delle famiglie stesse, che riconoscono il valore di ritagliare su misura questo tipo di Progetto di Vita per ogni persona. È chiaro che non bisogna mollare, bisogna andare avanti. La riforma è comunque legata anche al PNRR, proprio in termini di riforma dello Stato italiano. Quindi indietro non si torna. Le risorse ci sono: sono stanziati a regime 435 milioni di euro. C'è un grande impegno anche da parte dell'INPS, che diventa accertatore unico della condizione di invalidità civile, per l'assunzione dei medici, le convenzioni con le regioni per riattivare tutto il sistema. È comunque una grande sfida. Nella riforma c'è sicuramente questo nuovo sguardo: vedere nelle persone le potenzialità e non i limiti — questo è quello che vogliamo fare. Che c'è questo nuovo sguardo è nato adesso, ma è oggetto della domanda che volevo rivolgere. Mi pare che uno dei punti centrali dell'operazione sia proprio quello di semplificare innanzitutto dall'accertamento della disabilità il percorso burocratico-amministrativo, e di andare quindi verso un sistema in cui c'è un unico soggetto che svolge questo accertamento e un documento unico che chiude la partita — diciamo così — nel chiarire il posizionamento tra l'individuo e le autorità che circondano inevitabilmente la vita. Tutto questo è, mi immagino, oggetto anche del lavoro di sperimentazione di questi mesi, mentre va a regime. Sì, noi diciamo che con questa riforma facciamo appunto anche questo: portiamo anche questo grado di semplificazione nella valutazione dell'invalidità civile. Oggi ci sono sette commissioni che valutano le diverse aree di intervento: la parte scolastica, la parte per il lavoro, e rilasciano sette certificati differenti, con due domande introduttive. Con noi diciamo che, siccome la persona è una, basta una commissione che rilascia un certificato per quella persona. E non è più possibile che ci siano tutte queste complicazioni. Quindi andiamo a eliminare anche tutto questo carico burocratico sulle spalle della persona con disabilità e della famiglia. E per quanto riguarda le domande introduttive, anche quella non ha senso così come è impostata: una parte va fatta attraverso il medico di medicina generale — o viene ampliata grazie alla riforma anche ad altri medici che possono fare la richiesta, l'invio della domanda introduttiva — e poi un'altra dove va attivata attraverso i patronati. Anche questa è una complicazione enorme, soprattutto se pensiamo già al carico di lavoro che ha anche il caregiver stesso della persona con disabilità, che quindi si deve muovere in altri uffici con lunghissimi tempi di attesa. E quindi anche in questo caso ci sarà un'unica domanda per una unica persona: una grande semplificazione in questa direzione, che cambia veramente la prospettiva, i tempi, il modo in cui ci prendiamo carico e cura delle persone con disabilità e delle loro famiglie. E dà soprattutto una risposta anche più immediata a chi ha necessità di avere immediatamente servizi o misure. Questo significa che l'INPS — diciamo così — diventa l'interlocutore non solo primario, ma unico delle persone con disabilità e delle famiglie? Bene, non è l'unico interlocutore assolutamente no: l'INPS diventa l'unico accertatore, cioè gestisce le commissioni mediche. Perché oggi sono più complesse tra quelle dell'INAIL — quindi più di carattere regionale — e quelle dell'INPS che già ci sono. La legge delega imponeva che ci fosse un unico accertatore: quindi noi ci siamo limitati a scrivere un decreto che andasse in questa direzione. Questo richiede un grande lavoro di formazione del personale? Sì, a sua volta: noi facciamo tutta la parte di formazione sul territorio. L'INPS sta svolgendo tutta la formazione interna per i suoi medici, per tutte le commissioni, e stanno andando avanti molto bene in questa direzione. Un'altra grande sfida è quella di rendere possibile la presenza concreta del più grande numero di persone con disabilità — qual che sia l'origine, il motivo, anche le diverse tipologie di questa disabilità — nel mondo del lavoro. Che è una sfida monumentale. Il governo anche qui ha messo delle risorse importanti: ed è — diciamo così — un secondo pezzo della grande partita di inclusione di tutte queste persone in un modo nuovo e più concreto. Beh, io dico sempre che la vita di ogni persona — quindi di tutti — è caratterizzata dall'avere salute e benessere certamente, ma poi il fatto di potersi formare, lavorare — come prevede anche la nostra Costituzione che — per assieme — "il lavoro per tutti" è un elemento importante. Così come lo è — ed è tenuto sullo stesso piano — anche la parte ricreativa, sportiva, la dimensione sociale e relazionale delle persone. Per quanto riguarda la parte del lavoro, abbiamo deciso di collaborare innanzitutto anche con il Ministero del Lavoro, e nella Legge del Primo Maggio abbiamo voluto un fondo che si dedicasse all'assunzione dei giovani con disabilità, che sta andando molto bene. Presto verranno ripartite le risorse, ci abbiamo messo 22 milioni, e quindi è una misura che è andata molto bene. Per vogliamo fare ancora di più: oltre al fatto che ci sarebbe bisogno anche qui di stimolare un nuovo sguardo. Perché c'è bisogno di guardare le potenzialità e non i limiti anche nel lavoro. Perché tante volte viene considerato — forse anche in tempi pregressi, oggi spero sempre meno — che la persona con disabilità abbia bisogno solo di un posto dove stare, di una piccola gratificazione. No, siamo tutti persone, ognuno con le proprie capacità e con propri talenti su cui possiamo e dobbiamo investire: come mondo pubblico, mondo privato, enti del terzo settore, e anche come singoli cittadini. Per questo ho deciso — in linea con il Progetto di Vita — che entro la fine di quest'anno uscirà un grosso bando da più di 300 milioni: un bando molto capiente. E ho portato questo bando e questa intenzione anche come modello al recente Summit di Berlino, davanti agli altri paesi, perché vorrei che fosse non solo un bando per delle risorse, ma un modello di azione rispetto al Progetto di Vita che tenga insieme queste tre dimensioni di cui ho parlato: lavoro, abitare e tempo ricreativo. Che sono fondamentali per dare dignità e vita a ogni persona. Che poi tra l'altro — come un quei ci ha avvertito verso anni di vuoto — lo dicono tutte le organizzazioni di impresa: nel nostro paese il problema non è trovare un lavoro, ma il problema è per le aziende trovare le persone per dare completezza agli organici che le aziende vorrebbero avere, che fanno fatica. Quindi qui c'è proprio un ribaltamento culturale: persone con disabilità messe in condizione di operare — non sono, diciamo così, una misura di welfare per cui li teniamo a bordo per fargli una mano — ma in molti sensi, mettendoli nelle condizioni migliori, sono loro che possono dare una mano all'azienda. Assolutamente sì. Naturalmente l'effetto è un passaggio fondamentale: "mettere nelle condizioni" significa accomodamenti ragionevoli, significa eliminare anche quelle che possono essere le barriere — non solo architettoniche, ma anche all'informazione e alla comunicazione — per fare sì che la persona con disabilità possa svolgere il suo lavoro con una certa autonomia. Per esempio anche in questo caso con degli accomodamenti ragionevoli: penso a ragazzi, magari persone con disabilità intellettiva, che devono andare incontro magari ai tempi, evitare momenti di crisi. E quindi magari con il giusto accompagnamento è importantissimo. Cioè: io ho delle competenze, dall'altra parte c'è un posto di lavoro. Non può essere qualsiasi: bisogna creare l'opportunità di incontro tra le mie competenze e il posto di lavoro. E anche consentire l'accompagnamento all'inserimento lavorativo, proprio nel caso per esempio delle persone con disabilità intellettiva o relazionale, per evitare i fallimenti che possono avvenire perché magari non c'è quella sicurezza soprattutto nelle prime settimane e nei primi mesi. Ma che con questo accomodamento e l'accompagnamento si può sicuramente superare. E anzi ci sono realtà straordinarie, da portare ad esempio, con le quali lavorano, svolgendo il loro lavoro nell'ambito dei servizi. Vado più a intuito che a conoscenza diretta, ma ho la sensazione che una serie di impressionanti novità digitali — o anche di uso di strumenti di intelligenza artificiale, senza fare di queste espressioni l'uso come una parola d'ordine, che adesso si usa un po' per tutto — ma al netto di questa banalizzazione, quello che voglio dire è che siamo oggi di fronte a strumenti che con tutta probabilità consentono a moltissime persone con disabilità di fare cose impensabili, sì, qualche tempo fa. Penso solo ai temi della scrittura, della preparazione del lavoro su documenti, scrittura, audio, testi, video, tutto quello che oggi può essere comandato con la voce, con infiniti altri modi — con lo sguardo — impensabili qualche anno fa, ma il cui risultato finale viene poi tradotto da software di intelligenza artificiale in modo rapidissimo e di perfetta intelligibilità per tutti gli altri. Quindi diciamo: siamo di fronte a novità enormi. Esatto, ma soprattutto opportunità per il mondo della disabilità, e per garantire anche una migliore qualità della vita. Certo, bisogna investire nel modo giusto. E perché questo è anche un punto, è una priorità della Carta di Solfagnano — il documento che abbiamo firmato al G7, Inclusione e Disabilità, con tutti i membri del G7 — tra queste priorità appunto l'intelligenza artificiale, l'uso delle tecnologie, delle nuove tecnologie, ma anche la stessa domotica. È incoraggiare il finanziamento di strumenti che vanno nella direzione di una migliore qualità della vita delle persone con disabilità. È fondamentale per garantire anche il superamento di tante barriere, soprattutto all'informazione e alla comunicazione. Alcune le ha citate lei, poi ci sono le persone sorde o con ipoacusia che possono utilizzare degli strumenti, delle piattaforme di comunicazione, così come le persone non vedenti che possono avvalersi dei sintetizzatori vocali per poter leggere comunque, e anche per girare — come dicevamo prima — per lavorare, per la vita quotidiana, per il benessere, per la salute, per il tempo libero. Un interessante sviluppo di questo percorso — e nota che per l'Italia non è fatto un dettaglio — è anche un tema di turismo. Uno dei grandi capitoli da affrontare è fare in modo non solo che le persone con disabilità italiane, che vivono in Italia, possano fruire delle opportunità di turismo. Ma può diventare — forse il giallo è un elemento anche — di attrattività internazionale, se il sistema del turismo nazionale si organizza tenendo conto delle esigenze dei vari tipi di disabilità. Noi intanto abbiamo un patrimonio culturale, museale, architettonico straordinario. E quindi sicuramente qualcosa si sta muovendo in questi anni in questa direzione: in tanti stanno iniziando ad attrezzarsi in modo da poter far fruire il più possibile a tutti questo patrimonio. Quindi dal punto di vista sia turistico che culturale, e anche di tempo libero e vacanza, perché anche le nostre spiagge sono un'altra opportunità di turismo e di accessibilità. In termini di accessibilità universale possiamo sicuramente fare ancora di più. Noi abbiamo un fondo che ogni anno ripartiamo alle regioni per creare opportunità sui territori, investire nel comparto del turismo accessibile. Io credo che l'ingrediente fondamentale di tutto quello di cui abbiamo parlato sia comunque questo cambio di prospettiva. Perché se tu inizi a pensare che sugli altri puoi investire — perché ci sono delle potenzialità e non vedi solo il limite — allora capisci che non ti conviene lasciare indietro qualcuno. Non ti conviene fare qualcosa solo per qualcuno sì e per qualcuno no, perché abbiamo bisogno di crescere anche economicamente come paese con l'aiuto di tutti. Nel turismo, nel servizio, nel lavoro: c'è bisogno di tutti. E da questo punto di vista noi stiamo organizzando per fine ottobre, i primi di novembre, un grande evento sul turismo accessibile e l'accessibilità universale, anche in collaborazione con il Ministero del Turismo — che è molto sensibile a questa tematica e ci lavora spesso — per presentare tutti questi progetti che le regioni hanno già iniziato a portare avanti e hanno realizzato con le nostre risorse. E anche per presentare altre iniziative che si rivolgono a tutti per migliorare la fruizione: quindi non solo l'accessibilità, ma anche la fruizione della parte di accoglienza, della parte di divertimento, della parte culturale del nostro paese. Anche perché tra l'altro, non ci vuole di venti che la nostra cara barca è destinata nei prossimi decenni — senza andare troppo lontano nel tempo — ad avere dei nodi, non solo nelle condizioni in cui tutti i figli del boom economico tra gli anni '50 e gli anni '60, nella fase terza della loro vita. E molti di questi anni si confrontano con difficoltà di movimento e di altra natura. Ma sono persone che saranno milioni, che hanno comunque voglia di partire, viaggiare, studiare, andare a teatro. Quindi abbiamo un patrimonio ricchissimo — sempre più un patrimonio ricchissimo — di persone un po' avanti con gli anni, in qualche caso anche con disabilità, ma che sono da molti punti di vista ancora dei giocatori attivi della nostra società. E questa è la sfida. Sì, assolutamente. Quando dico "per tutti" dico proprio per tutti, perché alcuni accorgimenti non sono utili solo alla persona che è in carrozzina o solo alla persona che utilizza il bastone o per le persone non vedenti, ma sono utili a tutti per facilitare la vita di tutti. Questa è un'ultima domanda, ed è su un aspetto che un po' mi preoccupa di come le vicende poi italiane si declinano nella vita amministrativa e burocratica. L'Italia è una — e questo non si discute — però non è proprio tutta uguale. Allora noi sappiamo che molte questioni di rapporto del cittadino con la pubblica amministrazione, vissute a Trento o a Brescia, prendono una piega; vissute a Crotone, la partita diventa un po' diversa. Questo tema impatta sul nostro discorso? Beh, diciamo che impatta sulla vita di tutti i cittadini. Perché purtroppo abbiamo delle grandi differenze nella capacità, a volte, di far arrivare anche le stesse risorse ai cittadini da parte dei territori. Io credo che attraverso anche i LEP — i Livelli Essenziali delle Prestazioni, anche sociali — si possa riuscire a dare la garanzia di dover raggiungere tutti lo stesso livello delle prestazioni nell'erogazione dei servizi. E questo è uno strumento prezioso che noi dobbiamo poter consolidare anche attraverso l'autonomia differenziata. E credo che dobbiamo fare di tutto anche per incoraggiare i territori che fanno meno risultati a utilizzare al meglio gli strumenti che ci sono a disposizione. Anche la stessa tecnica applicata anche alle stesse regioni e ministeri per poter declinare queste risorse. Ma in qualche modo, comunque, le risorse devono essere garantite e devono arrivare ai cittadini in termini di capacità anche del comparto amministrativo di dare le risposte più corrette. È un'altra sfida, però penso che la strada giusta sia questa, e che si possa incoraggiare tutti a fare di più e meglio. Non si deve rallentare, ma si può migliorare e si deve fare sicuramente. Data la dimensione della sfida — la sfida è la fine del nostro tempo — non mi resta che augurare in bocca al lupo, perché c'è molto da fare. Grazie, ce ne bisogna. Ci vuole l'aiuto di tutti. Bene. A prestissimo, un saluto a tutti.
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