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In Italia abbiamo un patrimonio culturale vastissimo, ma come lo si tutela? Come lo si preserva? Come lo si gestisce? E soprattutto a quale costo e con quali strumenti? Oggi ne parliamo con il Fondo Ambiente Italiano. Con noi c'è Davide Usai, direttore generale del FAI. Benvenuto.
>> Buongiorno, benvenuti.
>> Allora, partiamo subito dal vostro marchio di fabbrica che sono le Giornate FAI. Oltre 780 siti aperti in più di 400 città — siti che si possono visitare con un contributo libero, siti che addirittura aprono esclusivamente in queste specifiche giornate. Non è soltanto un'iniziativa culturale, ma diventa proprio un dispositivo enorme di partecipazione civile. Come nascono queste giornate?
>> Allora, nascono sostanzialmente come un'idea di festa di piazza. Nascono oltre 30 anni fa, quando il FAI era molto piccolo, con l'obiettivo di avvicinare i cittadini ai beni culturali e soprattutto a quei beni che sono un po' minori, un po' in aree non troppo conosciute. Era uno strumento per avvicinare la popolazione alla fruizione del bene culturale. In questi lunghi anni la storia si è evoluta particolarmente perché il FAI, per fortuna, è cresciuto molto, e le Giornate FAI sono comunque ancora uno strumento di promozione e di educazione alla fruizione del bene culturale.
>> Quindi uno strumento anche di sensibilizzazione per diffondere la cultura. Ci sono dei siti che in questi anni avete faticato ad aprire alla cittadinanza e di cui siete particolarmente fieri?
>> Siamo sicuramente molto fieri di queste partnership che abbiamo creato negli anni con le varie istituzioni. Abbiamo aperto tantissimi luoghi istituzionali — da Palazzo Chigi, il Quirinale, il Ministero della Cultura, non ultimo il Ministero dell'Istruzione, il Ministero dell'Interno. Questi sono luoghi particolarmente interessanti anche da un punto di vista culturale, che ovviamente i cittadini hanno pochissime occasioni di vedere dall'interno.
>> Certo. E il suo preferito, se ce n'è uno?
>> Il mio preferito forse è l'Arsenale di Venezia. È un luogo molto interessante, anche lì di difficile accessibilità, che in maniera ricorrente riusciamo ad aprire grazie anche alla collaborazione col Ministero della Difesa.
>> Nell'immaginario collettivo, quando uno parla di FAI la gente pensa che sia sinonimo di ville e giardini. Invece abbiamo visto che anche quest'anno, oltre ai luoghi di lavoro — lei ha citato i ministeri, ma ce ne sono sicuramente altri — avete aperto bunker, centri di ricerca, e addirittura quest'anno lo Stadio Maradona di Napoli. Qual è il messaggio sottostante?
>> Che questi luoghi sono importanti tanto quanto i musei. Assolutamente sì. E sono luoghi che appartengono al patrimonio degli italiani, che vengono magari visti da lontano tutti i giorni — la gente ci passa davanti — ma non pensa che dietro ci sia una storia. Noi proviamo a raccontare questa storia e proviamo a sensibilizzare i cittadini ad avvicinarsi, ad osservare con curiosità e con maggiore attenzione questi beni che fanno parte della vita di tutti i giorni. Ce ne sono tantissimi: la Lanterna di Genova, degli stadi, degli impianti di produzione di energia — centrali idroelettriche che sono anche storiche, posti fantastici e molto affascinanti.
>> L'architettura industriale è bellissima.
>> È bellissima. Tra l'altro mentre parliamo stanno scorrendo delle immagini — una carrellata di tutti questi siti che è possibile visitare, dal Medioevo alle torri della City. Il vostro motto è "per sempre, per tutti", e quindi curare anche le periferie.
>> Ci tengo molto a fare questa differenziazione: ci sono le feste di primavera e di autunno, però il compito che ci impegna tutti i giorni riguarda le 75 proprietà che il FAI gestisce, di cui è proprietario, e che nella gran parte — circa 60 — sono aperti come musei tutti i giorni dell'anno, con nostro personale che si occupa non solo dell'accoglienza, ma ovviamente anche della manutenzione e della cura. Abbiamo tantissime aree verdi, quindi tantissimi giardinieri che sono nostri colleghi, perché crediamo fermamente che per curare i nostri beni bisogna davvero introiettare la filosofia che c'è all'interno della fondazione: una grandissima qualità, una grandissima attenzione al dettaglio, uno studio dietro. Senza questa comprensione — tra l'altro il visitatore magari non lo sa, ma lo percepisce — è molto difficile prendersi cura di questi luoghi. Come dicevamo, ci sono dei luoghi molto noti, per carità, ma ci sono anche dei luoghi di cui ci occupiamo che sono assolutamente poco noti, in aree remote, e che devo dire sono anche gestiti quasi in perdita economica da parte del FAI — ma non certo in perdita per quanto riguarda il valore culturale, perché sono dei luoghi che se non li curasse il FAI...
>> Adesso ci veniamo a questi luoghi che si trovano nei borghi e nelle aree interne. Però prima facciamo un salto su quelle che sono le questioni economiche e le ricadute occupazionali. Partiamo da una dichiarazione del ministro Giuli — che è un po' il suo pallino — perché lui ha più volte parlato di principio di sussidiarietà degli enti privati nell'assolvere alla valorizzazione dei beni culturali. Questa è una cosa che voi già fate: qui leggo che avete portato 13 milioni e mezzo di italiani a riscoprire luoghi e bellezze del nostro paese. Quindi questo invito voi lo avete già ampiamente raccolto e adempiuto. La domanda è: è sostenibile questo modello di finanziamento esclusivamente privato?
>> Allora, sì — noi lo diciamo sempre: l'anno scorso abbiamo celebrato i 50 anni e siamo stati ricevuti dal Presidente della Repubblica. Per noi il principio di sussidiarietà è un mantra. Noi non ci vogliamo sostituire alle istituzioni, ma vogliamo lavorare insieme alle istituzioni. Il ministro Giuli questo lo sa, perché ovviamente ci sentiamo spesso su questi temi e ragioniamo spesso su collaborazioni pubblico-private. Noi abbiamo un modello piuttosto efficiente: nell'ambito di tutti i beni gestiti dalla fondazione, quella che è un po' la nostra missione è riuscire a trovare un equilibrio economico che ci consenta di gestire beni che sono sicuramente redditizi e che producono margine positivo, mentre molti altri faticano. Questo mix è un po' il nostro segreto industriale, tra virgolette. Ci consente, grazie ovviamente anche al continuo supporto da parte dei privati — ricordo che la grandissima parte del nostro finanziamento avviene dai privati — di reggere e far reggere questo meccanismo.
>> Veniamo un attimo alla gestione di questi patrimoni, perché il periodo che stiamo attraversando non è proprio un periodo facile. Abbiamo la crisi energetica, con un innalzamento dei costi di luce e gas. Qui parliamo di dimore che necessitano di un riscaldamento molto importante perché sono spazi molto grandi. Poi abbiamo la crisi climatica che minaccia non solo le facciate e la conservazione del patrimonio architettonico, ma anche i giardini, e poi i tagli alla cultura. Come si fa a gestire una dimora, un patrimonio, un giardino? Quante persone lavorano al FAI?
>> C'è un duplice aspetto. Intanto all'interno della fondazione lavorano quasi 360-370 persone in termini di full time equivalent — persone con contratto a tempo indeterminato. Con noi lavorano anche tantissimi professionisti, piccole imprese, piccoli artigiani, ma anche grandi imprese, quelle che si occupano dei restauri. Per tornare ai costi, questo è un tema molto presente soprattutto negli ultimi anni. Pensate che solo nel 2024 dagli eventi climatici abbiamo dovuto sostenere spese extra budget per 700.000 euro. Banalmente: siccome piove di più in periodi concentrati, le canaline di scolo che sono state pensate in questi edifici per eventi meteorologici differenti non riescono a sopportare queste piogge intense. Quindi devi cambiare le canaline, farle più larghe in modo che raccolgano più acqua, altrimenti...
>> Tutto questo sempre ovviamente rispettando i crismi dei beni culturali, perché sono beni vincolati.
>> Certo, certo. Scherzando dico ai miei colleghi: "Noi siamo prima di tutto un real estate", e quindi abbiamo tutti i problemi di una società che gestisce degli immobili. Sono immobili un po' particolari, diciamo.
>> Sì, sappiamo che la Soprintendenza è molto — giustamente, giustamente — attenta.
>> Anche noi dobbiamo essere molto rigorosi. E devo dire che su questo con le Soprintendenze ci sono dei rapporti di grande collaborazione, perché sanno che noi agiamo in un determinato modo. C'è poi un altro elemento: noi offriamo un momento di svago che non è un bisogno primario, indubbiamente — anche se in alcune ricerche si legge molto spesso che usufruire o godere di un'opera d'arte influisce molto anche su aspetti psicologici e sull'anima delle persone. Però non è un bene primario e quindi percepiamo immediatamente quando c'è una crisi economica, quando le persone tagliano determinati tipi di consumi. Avendo un milione e mezzo circa di visitatori all'anno sulle nostre proprietà, abbiamo una chiara percezione. Quindi è sempre un gioco di previsione, attenzione, programmazione molto rigoroso.
>> Immagino un lavoro molto complesso per far restare la bilancia in equilibrio. Però il bene culturale assolve anche a un ruolo sociale molto importante perché fa da collante. Lei prima parlava giustamente delle piccole aree interne, dei borghi, e spesso sui vostri canali parlate di economia dei territori. Allora, quali sono le ricadute economiche, qual è l'impatto economico su questi territori — quelli grandi lo possiamo immaginare e forse ne hanno meno necessità, ma quelli più piccoli?
>> Stiamo lavorando, tra l'altro, a un sistema e un meccanismo di misurazione di questo impatto. Il prossimo anno, credo tra i primi tra le organizzazioni del terzo settore, avremo il nostro bilancio di sostenibilità. Non abbiamo nessuna previsione normativa che ci obblighi a farlo — è uno sforzo per l'organizzazione — ma lo faremo proprio in questa direzione, perché ci rendiamo conto che quando il FAI entra in un territorio, innanzitutto diventiamo immediatamente cittadini di quel territorio. Agiamo come se fossimo dei cittadini, ci vogliamo sentire parte di quella comunità locale. Ovviamente quando prendiamo un bene, tutto intorno c'è un indotto. Utilizziamo solo imprese locali, soprattutto quelle che hanno un patrimonio di conoscenza storica del territorio. Una riqualificazione a km0, tendenzialmente. E ovviamente assumiamo delle persone locali — ogni proprietà ha da un minimo di 3 a 20 dipendenti, quindi anche una responsabilizzazione e una ricaduta occupazionale. Siamo anche in grado di spostare dei flussi turistici, perché se il FAI dice "Andate a vedere questo posto perché merita", le persone si fidano di quello che diciamo e quindi si muovono sul territorio e creano indotto indiretto — alberghi, ristoranti, piccoli esercizi commerciali. Noi abbiamo aperto in un piccolo paesino nel Varesotto un bene che si chiama Casamacchi, in un piccolo paesino che si stava totalmente spopolando.
>> Sì, perché c'è anche questa funzione: cercare di essere una barriera contro lo spopolamento di queste aree interne.
>> Esatto. E abbiamo avuto delle idee un po' innovative. Abbiamo aperto un emporio — il vecchio emporio in cui si trovava tutto — facendo anche la grafica come il vecchio emporio. Questo bene attrae, con una certa sorpresa da parte nostra, un numero di persone particolarmente significativo per il luogo. E da quando abbiamo aperto, sono stati aperti due ristoranti e hanno ripreso quattro o cinque attività commerciali. Quindi siamo un motore di sviluppo locale. Questo è davvero una cosa che ci inorgoglisce molto.
>> Senta, mi consente una domanda un pochino scomoda. La cultura, al netto dello sviluppo economico, può produrre anche disuguaglianze tra territori che diventano più o meno attrattivi?
>> Dipende anche da quanto l'ecosistema locale sia pronto a recepire. Ci sono più reticenze verso entità che sono estranee a quel territorio, che magari come noi non vengono in alcune situazioni comprese, e quindi c'è un po' di pregiudizio. Ma poi quando si comprende il valore che diamo — soprattutto noi entriamo sempre in punta di piedi — si porta solo valore aggiunto. Certo, dipende molto anche da quanto la comunità locale riesce a sposare il progetto e dalla volontà di crescere e di migliorare.
>> Allora, voi rappresentate un po' un'eccezione perché siete da sempre molto attenti ai ragazzi, tanto che avete delle sezioni sparse sul territorio proprio dedicate ai giovani tesserati. Come si riesce ad attrarre un giovane di 20 anni a sposare determinate cause — una fonderia di campane, un convento in Umbria?
>> Secondo me questo paese è pieno di persone di talento, e non è vero che i giovani sono tutti apatici e disinteressati. Noi con la nostra attività di educazione e promozione culturale trasmettiamo un messaggio. Questo messaggio viene colto da giovani e giovanissimi. Sin dalle scuole abbiamo questo programma che si chiama Apprendisti Ciceroni, per cui i ragazzi durante il periodo scolastico possono fare da guide — occasionalmente, ovviamente, per alcune aperture — e attrae tanto, perché è un momento in cui il ragazzo intanto studia un bene, quindi si appassiona...
>> Porta avanti magari anche il programma di storia.
>> Esatto, è uno strumento anche per quello. E poi si confronta con un pubblico, parla in pubblico, parla a un gruppo di 20 persone — spesso questi gruppi sono formati anche da loro coetanei. È uno strumento facile per avvicinare chi evidentemente non si avvicinerebbe. Magari c'è anche l'aperitivo dopo — ecco, uno strumento un po' più contemporaneo. Però devo dire che abbiamo dei giovani straordinari.
>> Tra l'altro voi avete proprio questo modello di partecipazione attiva dei vostri iscritti, che non sono soltanto dei soci che fanno delle donazioni, ma che si mettono proprio a disposizione del FAI — dal fundraising alla gestione degli eventi. Sono generosi gli italiani?
>> Il nostro esercito di volontari sono quasi 14.000 persone in tutta Italia — piuttosto consistente. E ogni volta che facciamo le grandi manifestazioni pubbliche non ho notizie di eventi spiacevoli. Vengono tutti accolti molto bene; chi partecipa è sempre parecchio soddisfatto. Effettivamente la cultura è uno strumento, un mezzo per parlare alle persone e per entrare in confidenza con le persone.
>> Quello del FAI è, lo possiamo dire, una best practice. Ma è una best practice tutta italiana oppure ci sono dei modelli all'estero molto analoghi al vostro? Penso al National Trust inglese.
>> Sì, noi siamo nati sull'idea del National Trust. Ma il National Trust ha ricevuto in eredità dallo Stato circa tra il 70 e l'80% di tutti i beni culturali del paese — vige una sorta di monopolio. Ha credo 6 milioni di iscritti in tutto il Regno Unito e migliaia di beni. Noi abbiamo 320.000 iscritti e 75 proprietà, quindi la dimensione è sicuramente diversa. A mio giudizio, per alcune cose abbiamo superato il National Trust, soprattutto su alcuni modelli di efficienza. Ci sono organizzazioni simili in Germania, in Francia, in Portogallo, ma non hanno la dimensione del FAI e tantomeno ovviamente quella del National Trust.
>> Sicuramente noi abbiamo anche un bacino dal quale attingere molto fortunato. Veniamo a un altro ministro: il ministro Santanchè, il ministro del turismo. Ha due pallini. Uno è l'undertourism — perché si parla sempre di overtourism, invece lei sottolinea che si deve cercare di evitare l'undertourism — e l'altro è la lotta alla destagionalizzazione. Come si riesce, anche da un punto di vista comunicativo, a raccogliere adesioni e a far sì che certi siti vengano visitati tutto l'anno?
>> Intanto devo dire che anche noi abbiamo sperimentato l'overtourism in una nostra proprietà — Villa del Balbianello sul Lago di Como, che è una delle ville più iconiche del FAI e forse del lago. Abbiamo contingentato gli ingressi rinunciando a una cifra davvero significativa. Abbiamo provato a parlare con i visitatori che a tutti i costi volevano entrare a Villa Balbianello — molti sono americani, perché è stata set di Star Wars, quindi c'è un pubblico molto straniero — e abbiamo provato a spostarli su altre proprietà vicine, cercando di convincerli del fatto che ci fossero anche altre cose che meritavano, non solo Villa del Balbianello. Questo è molto difficile, ma piano piano funziona. La stessa logica vale per destagionalizzare. Anche qui dipende molto da questioni logistiche, perché molto spesso alcune località d'inverno non sono raggiungibili né in aereo né in treno. L'obiettivo è comunque creare un sistema per cui se una persona viene a vedere una proprietà nota, si riesca a spostarla su altre meno note, perché altrimenti non si riesce a interfacciarsi con queste persone.
>> Mi mangio un minuto dalla regia — mi odieranno, ma non importa. Le voglio fare l'ultima domanda. È possibile trattare la cultura come un'industria?
>> Ne sono convinto, ne sono convinto — anche perché ancora troppo spesso sento quella frase infelice che pronunciò un ministro diversi anni fa, che non voglio ripetere. Noi siamo invece la testimonianza che la cultura è uno strumento di sviluppo e come tale ha necessità di investimenti pubblici e privati. Ha sempre più necessità di un piano magari decennale o ventennale, con grande visione, con grande respiro. È una delle principali industrie del paese — produce più del 3% del PIL — quindi sono fermamente convinto che la cultura possa e debba essere considerata un'industria.
>> Grazie mille, Davide Usai, per essere stato con noi.
>> Grazie.
>> Grazie a voi per averci seguito. Grazie alla nostra regia. State sintonizzati con la nostra programmazione.