Trascrizione del video
Made in Italy, export e dazi: questi sono i temi che affronteremo oggi qui a Radar con i nostri ospiti.
In collegamento da Madrid, Stefano Mariotti, Amministratore Delegato di Manifatture Sigaro Toscano. Buongiorno.
>> Buongiorno, buongiorno a tutti.
>> E sempre in collegamento, ma da Roma, Giorgio dell'Orefice de Il Sole 24 Ore. Buongiorno, Giorgio.
>> Buongiorno.
>> Qui in studio abbiamo Bartolomeo Amidei, membro della Commissione Industria del Senato e Presidente dell'Intergruppo parlamentare Made in Italy e Innovazione. Buongiorno.
>> Buongiorno.
>> E sempre con noi in studio il senatore Daniele Manca, capogruppo in Commissione Bilancio. Buongiorno.
>> Buongiorno.
>> Allora, dicevamo: Made in Italy, export e dazi. Come sempre a scattare una fotografia su quello che sta accadendo nel mondo ci pensa la nostra giornalista Angela Lambiase.
In un contesto geopolitico ancora molto incerto e complesso — tra conflitti internazionali, governi instabili, economie stagnanti ed emergenze ambientali — il settore manifatturiero italiano ha raggiunto negli ultimi anni livelli record di competitività. Non si tratta solo di moda e design, ma di un sistema economico che abbraccia settori come la meccanica di precisione, la farmaceutica e la tecnologia avanzata. Secondo i dati, nel 2022 le esportazioni italiane hanno toccato il record storico di 626 miliardi di euro, un dato che segna un aumento del 60% rispetto al 2012, rimasto stabile nel 2023 e che dovrebbe confermarsi anche nel 2024. Non solo: l'Italia è anche l'unico paese in Europa ad aver guadagnato quote di mercato, superando nella prima metà del 2024 Corea e Giappone — dati che confermano come le aziende italiane siano state reattive, registrando immediatamente i movimenti dei mercati, anticipando la concorrenza degli altri paesi, adeguando agilmente le filiere produttive e trovando nuovi mercati. Ma le incertezze globali restano un tema con cui le filiere italiane dovranno fare i conti, a partire dai dazi al commercio promessi da Donald Trump: una misura che, con un aumento dei dazi del 10%, potrebbe costare circa 9 miliardi di euro, un'ulteriore sfida per le imprese italiane.
>> Allora, senatore Amidei, partiamo proprio da questi dati confermati anche stamani sul Sole 24 Ore, che restituiscono una fotografia estremamente positiva delle aziende italiane. La domanda è: quanto sarà importante continuare a seguire delle politiche adatte per evitare di tornare indietro e dilapidare questo patrimonio?
>> Indubbiamente le politiche a sostegno del Made in Italy sono assolutamente fondamentali. Sono fondamentali in primis per quanto riguarda quelle eccellenze che ci caratterizzano — il famoso sistema delle "4A": abbigliamento, arredamento, agroalimentare, automotive. Quindi la presenza di politiche di governo atte a sostenere l'export è fondamentale.
Alcuni dati sull'agroalimentare, perché è spesso il riferimento: abbiamo 583 prodotti DOP in Italia, di cui 266 IGP, 528 vini certificati, 524 formaggi, 55 certificati come prodotti di eccellenza. Questo ci pone non solo primi in Europa ma primi nel mondo, in una storia che nonostante tutto ha visto gli agricoltori — e non solo loro — impegnati a far fronte anche al concorrente in agguato, perché solo pensando all'agroalimentare i tentativi di frode sono all'ordine del giorno. L'ultimo che abbiamo scongiurato: i tentativi di mettere la grappa in Svezia, tranquillamente bloccati. Oltre al tentativo di rendere i vini tossici come vorrebbe l'algoritmo alcol, e i problemi noti, sapendo che l'alcolismo è una piaga nazionale per molti; e il Nutri-Score, il tentativo con questo semaforo di eliminare i nostri prodotti che sono eccellenze.
Uno studio di Confindustria ha messo in evidenza che per oltre il 70% delle PMI le aziende che esportano nel mondo trovano barriere commerciali che costituiscono un'ostacolo reale. Le chiedo: in questo contesto storico e politico si sta facendo abbastanza per venire incontro alle esigenze delle aziende nostre?
>> Guardi, io penso che dobbiamo guardare i numeri nella loro concretezza. All'orizzonte abbiamo rischi e insidie molto rilevanti: questi dei dazi sono solo uno. Se guardiamo i dati sulla produzione industriale, se guardiamo i dati sul PIL, sulla crescita in prospettiva, se vediamo quanto le previsioni del governo non siano allineate con quelle delle organizzazioni internazionali — e in modo particolare con l'ISTAT, ma anche con tutti gli osservatori internazionali più importanti, ormai si dichiara che nel 2024 e nel 2025 ci sarà una crescita non molto superiore allo 0,5-1% — capisce che abbiamo di fronte un quadro di grande incertezza. Occorre rimettere i piedi per terra, prendere in mano il terreno delle politiche industriali che in questi due anni, a mio parere, sono un po' uscite di scena.
Io continuo a pensare che le politiche industriali siano importanti. L'Italia è un grande paese manifatturiero, forte di una regione — il Nord-Est-Centro — che inevitabilmente ha sempre fatto della manifattura saldata con l'università, la ricerca e l'innovazione uno dei punti qualificanti del proprio processo economico e sociale. Trovo che sul piano nazionale, ad esempio, le misure che sono state ristrutturate — capitalizzare le piccole-medie imprese, perché non dimentichiamoci che quella è la dorsale — servono politiche di filiera, servono politiche industriali, serve riprendere in mano il terreno della formazione, serve orientare un po' gli investimenti di capitale per favorire l'accesso al credito. L'unica misura che aveva funzionato in questi anni era l'ACE — che è stata ristrutturata. Io continuo a pensare che serva una riflessione: abbiamo bisogno di capitalizzare non solo le grandi, ma anche le PMI, di favorire politiche di filiera industriale, affinché entrino nelle opportunità che le transizioni offrono — perché altrimenti rischiamo di non portare il lavoro nel futuro, e se non portiamo il lavoro nel futuro i problemi sociali si aggravano. Quindi, riconoscendo al fatto che oggi l'export è inevitabilmente la leva fondamentale che traina la crescita, io suggerirei al governo di riprendere in mano il terreno delle politiche industriali con maggiore concretezza e coraggio, perché il Made in Italy si sostiene se abbiamo un'idea del futuro dell'industria.
>> Sentiamo anche cosa ne pensa Stefano Mariotti. Giorgio, il Made in Italy rischia di perdere attrattività nel lungo periodo a causa della concorrenza di prodotti nettamente più economici — penso immediatamente al mercato cinese. Quanto è reale questa ipotesi?
>> Faccio una premessa: io come sai mi occupo di una realtà molto specifica, il settore agroalimentare, quindi posso parlare soprattutto di quello. Ma è un settore che sta dando indicazioni importanti che si possono estendere a una valenza significativa anche per le economie italiane nel loro complesso. Perché l'Italia negli anni si è focalizzata soprattutto su una fascia medio-alta di prodotti — parlando di agroalimentare, un po' come è accaduto anche nella moda — e in questo ambito specifico ci siamo sganciati da una concorrenza solo di prezzo, puntando sull'alta qualità, cosa che adesso ci vede protagonisti a livello globale. Il nostro principale competitor è la Francia — alle spalle di Italia e Francia poi c'è un vuoto — e questa è una caratteristica importante che è la radice della competitività del food&wine del Made in Italy.
Non a caso, dai dati di cui si parlava, sul trend generale: la produzione manifatturiera in Italia in generale ha segnato dati negativi, il settore agroalimentare invece — nei primi 10 mesi dell'anno, con dati non ancora definitivi — ha fatto segnare un più 1,7%, a fronte di un meno 3,3% dell'industria italiana nel suo complesso. Allo stesso tempo, sul fronte export, la performance dell'agroalimentare italiano — sempre dato parziale — nei primi 10 mesi dell'anno è stata di più 8,8%, a fronte di un dato generale di meno 0,7%. In sostanza il settore agroalimentare, che rappresenta un fatturato complessivo di circa 350 miliardi di euro e una quota vicino al 13% del PIL italiano, è sempre più un settore trainante — non soltanto un biglietto da visita del Made in Italy sui mercati esteri, ma anche un settore capace di macinare numeri. Come dicevo all'inizio, ciò è molto dovuto al posizionamento basato sulla qualità, con cui ci siamo un po' sganciati dalla concorrenza di prezzo, che ha margini molto più ristretti e una competizione molto più accesa.
>> Grazie, Giorgio Mariotti. Ora ci dia il suo punto di vista: effettivamente le politiche e le normative — soprattutto quelle sulla sostenibilità — nel loro complesso quanto influenzano i costi di produzione e le dinamiche di filiera? C'è qualcosa che andrebbe migliorato?
>> Per quanto riguarda tutto il mondo della sostenibilità, spero che l'Europa e l'Italia cambino un po' passo. Si deve avere un approccio alla sostenibilità più pragmatico — ed è quello che sta cercando di fare qualcuno, in un certo senso. Noi, come Manifatture Sigaro Toscano, abbiamo sposato tutto ciò che è sostenibilità, ma in maniera parlante: tutto quello che facciamo sulla sostenibilità deve avere una ricaduta anche dal punto di vista economico. La sostenibilità del business non esiste se non esiste la sostenibilità economica. Questo significa che stiamo investendo nella razionalizzazione dell'utilizzo delle risorse naturali — come l'acqua che i nostri coltivatori usano per coltivare il tabacco — nell'implementazione del fotovoltaico, per diminuire la dipendenza dal costo dell'elettricità e del gas. Spero — e penso che sarà inevitabile perché ne va della competitività di molte aziende — che l'Europa cambi questo approccio troppo rigido. Ma negli ultimi mesi, dall'ultima legge elettorale, c'è un approccio molto più pragmatico nel mondo della sostenibilità.
>> Giorgio, concentriamoci sul Made in Italy. Veniamo un po' più nello specifico. Ti faccio due domande. La prima: quali sono i settori in cui l'Italia sta emergendo rispetto a competitor come Corea e Giappone?
>> Ho già dato dei numeri portanti sul settore agroalimentare, che sta macinando numeri molto positivi in controtendenza con il resto dell'industria italiana. Vorrei ricordare un episodio: nel 2016, l'obiettivo ambizioso era raggiungere i 50 miliardi di euro di fatturato per il settore agroalimentare entro il 2020. Secondo le stime più recenti, nel 2024 siamo arrivati a 70 miliardi. Non so tanto che abbiamo raggiunto un risultato che si prevedeva anni fa e siamo andati anche molto oltre, quanto è il fatto che in questi ultimi anni abbiamo vissuto crisi violentissime — come quella del COVID nel 2020 — e poi con tutte le recenti tensioni internazionali e le due guerre. Eppure il settore agroalimentare ha messo a segno questi risultati significativi in un contesto molto complicato. Sicuramente mi sentirei di indicarlo come uno dei settori emergenti, che ancora può dare un forte contributo al Made in Italy negli anni futuri.
La seconda domanda: ma questo Made in Italy lo comunichiamo bene?
>> Invece su questo non abbiamo sempre comunicato bene. Per esempio, c'è stato un protagonismo molto importante da parte del Ministero degli Affari Esteri — che è sempre stato un canale che le ambasciate all'estero dovrebbero essere anche la piattaforma per promuovere l'export Made in Italy. In passato non è sempre stato così. Adesso invece c'è un cambio di passo importante. C'è da ricordare anche l'iniziativa — in questi mesi — con la nave Amerigo Vespucci che sta girando i porti del mondo, non solo in Asia, in Oceania, nei paesi arabi — un'iniziativa di promozione del Made in Italy che ancora non è percepita nel suo reale valore. Stiamo facendo degli sforzi che certamente ci stanno dando e iniziamo a raccogliere i frutti. Dobbiamo essere fieri di quello che facciamo.
>> Su questo vado un attimo da Stefano Mariotti. Le Manifatture Sigaro Toscano, provenienti da eccellenze italiane — un'azienda nata nelle mani degli artigiani italiani — quest'anno compie 200 anni. Come avete reagito alle pressioni economiche di questi anni, e soprattutto quale strategia avete adottato per rispettare la tradizione — perché è un prodotto storico — e al contempo cercando di innovare e restare competitivi?
>> Sì, 200 anni che si sono ben portati, perché ormai da qualche anno non ci stupiamo dei risultati che riusciamo a raggiungere in Italia, ma soprattutto nel mondo. Considerate che nel mondo ormai il sigaro toscano — l'export — è raddoppiato in 4-5 anni; anche nel 2024 semplicemente continua a crescere, oltre il 20% sui mercati esteri. Nel settore e nella nicchia che rappresentiamo — il sigaro toscano è l'icona del Made in Italy, un lusso accessibile — mi ritrovo in molti dei commenti dei colleghi stamattina. Mi ritrovo tantissimo anche in quello che ci diceva su come comunichiamo il Made in Italy: abbiamo sofferto in questi anni di una frammentazione della comunicazione, e vediamo negli ultimi anni che stiamo nella direzione giusta su come rappresentare il Made in Italy.
200 anni per noi di Manifatture Sigaro Toscano — dalla parte nostra una tradizione unica, un processo unico, un prodotto fatto con tabacco italiano e tabacco come quello eterocanico, come 200 anni fa. E quindi è ovviamente un Made in Italy importante: la raccolta del tabacco, la nostra stagione italiana, anche nel confezionamento del sigaro — al look, abbiamo le "cigaraie" ragazze che ancora oggi fanno i sigari fatti a mano come 200 anni fa. Questo è qualcosa di unico che può essere fatto soltanto in Italia.
Allo stesso tempo, ovviamente per rimanere competitivi e per mantenere la competitività sui mercati internazionali, abbiamo dovuto innovare, abbiamo dovuto investire, integrare e digitalizzare i processi. Venire a visitare i nostri stabilimenti è veramente vedere il confronto tra l'utilizzo di una tradizione bicentenaria e dall'altra parte processi nuovi, un approccio nuovo a tutti i processi produttivi — in un'unione che è andata a raccogliere ovviamente sia sui processi che sui macchinari di produzione, senza perdere quell'eredità di 200 anni.
>> Bene, senatore Amidei — lei, lo ricordavamo all'inizio, è Presidente dell'Intergruppo parlamentare Made in Italy e Innovazione. Visto che le nostre filiere questa volta si sono imposte sul mercato con dati estremamente positivi, ci si aspetta che in Europa, nella definizione delle politiche volte a rafforzare il "Made in Europe", l'Italia venga ascoltata, perché stavolta abbiamo qualcosa da insegnare. E dobbiamo fronteggiare alcuni mercati — io ricordo sempre quelli asiatici — che mi preoccupano particolarmente.
>> Sì. Il nemico, inteso come concorrente, è sempre in agguato e partendo dal presupposto che si può fare di più, dobbiamo anche andare nelle giuste direzioni. I paesi asiatici possono essere e sono concorrenti rischiosi. Ma noi possiamo controbattere semplicemente come sempre: con la qualità, dove noi primeggiamo. C'è eccellenza in tutti i sensi. In primis, perché per cultura noi italiani rispettiamo i protocolli disciplinari di coltivazione dei prodotti — parlando dell'agroalimentare — e quindi abbiamo prodotti più sani. I nostri prodotti contengono 10 volte meno residui di principi attivi da agrofarmaci rispetto a prodotti prodotti in altre parti d'Europa. Se pensiamo a un grano, le farine che provengono dal Canada — faccio un esempio — che viene essiccato con il glifosato, questo ci fa pensare alla differenza in termini qualitativi che possiamo avere noi come prodotti italiani. Quindi l'eccellenza è la strada per dare valore aggiunto, per contrastare quel mercato dove il prezzo non deve essere la condizione limitante, bensì la qualità.
Lo stesso Governo, attraverso una scelta condivisa fin dall'inizio delle imprese del Made in Italy ma anche del Ministero dell'Agricoltura, ha iniziato ad alimentare il percorso per far diventare la cucina italiana patrimonio dell'umanità dell'UNESCO. Io stesso sono primo firmatario di una legge per la qualifica professionale del pizzaiolo — il pizzaiolo è una figura professionale che produce il prodotto più conosciuto al mondo, la pizza, che ha ingredienti del Made in Italy. E questo va in tutto il mondo: non esiste credo un posto al mondo dove non esista una pizzeria italiana. Questo è il Made in Italy.
>> Allora, andiamo un attimo in pausa e poi torniamo in studio perché voglio sentire cosa dice ancora il senatore Manca.
Allora, senatore Manca, prima di andare in pausa il senatore Amidei ha sintetizzato: per continuare a primeggiare sui mercati stranieri ed europei, l'Italia deve concentrarsi sulle eccellenze, sulla qualità del prodotto. Quanto è in accordo e quanto in disaccordo rispetto poi alle politiche che gestiscono questo settore?
>> Totalmente d'accordo, anche perché è l'insondabile verità: la punta di diamante che l'agroalimentare rappresenta per il nostro paese l'abbiamo conquistata proprio grazie alla qualità dei processi che hanno portato a eccellere nel mondo su un prodotto quasi inimitabile — nonostante ci sia chi ogni tanto cerchi di approfittare del ruolo che l'agroalimentare italiano ha nel mondo, ovviamente per concorrenza sleale.
Quindi credo che la strada sia quella di valorizzare ulteriormente, di affiancare sempre di più ai processi l'università, l'innovazione, la ricerca, affinché si riesca a tenere alta la qualità dei prodotti e quindi la competitività non sul prezzo, ma sulle eccellenze, sulla qualità delle nostre produzioni. La strada giusta, su cui occorre non smettere di lavorare.
Io penso, e lo dico con amicizia e sintonia in questa direzione, che l'Italia abbia bisogno di uno sforzo ulteriore per ridurre la frammentazione. Provare nelle riforme istituzionali la strada della cooperazione istituzionale, rafforzare la coesione — e per me la strada non è l'autonomia differenziata. Guardiamo quanto, per esempio, il ruolo del Ministero degli Esteri e delle nostre diplomazie può aiutare la collocazione nel mondo del Made in Italy. Passa attraverso un'idea forte dell'Italia, non un'idea frantumata, non un'idea di frammentazione del nostro paese. Per questo, se mettessimo da parte l'autonomia differenziata e lavorassimo sulla cooperazione istituzionale, daremmo un grande contributo alla crescita anche economica del nostro paese. Eviteremmo che in futuro si riproponga una strada già vista come non utile: le regioni hanno un ruolo importante in questo paese, però è altresì vero che ci accorgiamo sempre di più che per essere competitivi nel mondo, se non basta l'Italia perché serve l'Europa, non possono essere sufficienti le venti regioni in contrapposizione sulle politiche del commercio estero che invece portano in campo lo Stato nella sua forte cooperazione istituzionale. Per me, la attualità è: fermiamo l'autonomia differenziata, modifichiamo il Titolo Quinto, diamo al nostro paese un orientamento capace di aggredire il futuro soprattutto sulle politiche industriali.
>> Però dobbiamo andare su un tema che diventerà centrale: i dazi. Siamo a pochi giorni dall'insediamento di Trump alla Casa Bianca. Senatore Amidei, come si muoverà il governo in tal senso? Intravede una forte linea di dialogo che potrebbe trovare un compromesso?
>> Io non sono d'accordo sulla strategia "occhio per occhio, dazio per dazio." Credo ci sia una grande possibilità di bypassare o quanto meno di ridurre il problema dei dazi, perché la diplomazia deve fare la sua parte. Ed è anche vero che noi possiamo agire su un grosso problema ancora da affrontare: la contraffazione alimentare, l'imitazione dei prodotti italiani, il cosiddetto Italian Sounding, che vale circa 60 miliardi di euro. Evitare che in altri paesi si vendano prodotti come "italiani" quando non c'entrano nulla — questa è una politica che vale la pena portare avanti con la collaborazione dei paesi che sono stati critici, ma con l'avvento di Trump e con le politiche dei presidenti americani che si insediano, noi possiamo, sia attraverso la diplomazia che migliorandoci ancora di più nei nostri prodotti, aggiungere valore aggiunto.
Se un paese mette i dazi, deve essere consapevole che pone dei limiti anche al consumo delle eccellenze da parte dei propri cittadini — in questo caso degli statunitensi. E sappiamo che c'è un ottimo rapporto tra il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni e Donald Trump. Sono ottimista su questo, e questo può essere sicuramente un'agevolazione per risolvere l'ostacolo dei dazi — che sono sempre una cosa non piacevole.
>> Senatore Manca, lei è d'accordo che questo dialogo, questo rapporto — lo abbiamo visto nella vicenda Sala, tra Giorgia Meloni e Donald Trump — sarà risolutivo?
>> Lo considero un fatto positivo, e penso che possiamo essere tutti d'accordo su questo. L'Italia ha relazioni internazionali molto importanti e forti: ha un corpo diplomatico di straordinaria qualità. Tutti gli ingredienti per giocare una partita importante. Ovviamente Giorgia Meloni in questo caso — visto che mi si è chiesto il riferimento alla liberazione di Cecilia Sala — ha svolto con grande intelligenza il proprio ruolo di presidente del Consiglio, e questo al di là delle opinioni politiche è riconosciuto.
Per quello che mi riguarda invece, continuo a pensare che non dobbiamo prendere la strada sbagliata. Ci accorgiamo ogni giorno di quanto diventi importante ripensare il ruolo dell'Europa, ripensare il ruolo dei capitali nella dimensione europea, ripensare la necessità di fare investimenti europei per proteggere anche i nostri prodotti, perché sappiamo bene che la dimensione ottimale per un confronto sulla scala globale chiama in campo l'Europa.
Qui, se evitassimo il rimpallarsi delle responsabilità e il rimpallo sulle colpe del passato e del presente — io continuo a pensare che i governi governino perché devono avere un futuro e dare un futuro a questo paese, più che fare opposizione al passato. Dobbiamo mettere nell'Europa un pezzo fondamentale del ruolo che l'Italia può esercitare: o noi costruiamo norme europee adeguate per sostenere gli investimenti del nostro settore produttivo, abbiamo bisogno di questo oggi. Perché proteggeremo il Made in Italy nella misura in cui riusciamo a costruire una nuova Europa. Il pragmatismo è importante, certo. Ma occorre avere in Europa una politica economica tale da difendere quello che l'Italia ha sempre presentato. Il "fare bene", il settore manifatturiero è uno dei primi patrimoni, forse il più importante, perché dentro questo c'è tutto. Dovremmo parlarne un po' di più guardando ai francesi, che sono sempre molto orgogliosi di quello che fanno.
>> Giorgio, tra le ipotesi per far fronte ai dazi degli USA c'è la possibilità di una strategia di dazio su dazio — scatenando una guerra commerciale. Se così fosse, le stime secondo Goldman Sachs sarebbero abbastanza negative: potremmo bruciare addirittura un punto di PIL. Quanto è reale questa ipotesi?
>> È reale, ma secondo me sarebbe assolutamente lo scenario da scongiurare. Dico un paio di cose controcorrente. Per esempio, i dazi americani non sarebbero una novità — Trump li aveva già fatti durante il suo primo mandato, colpendo in maniera selettiva i prodotti agroalimentari europei: formaggi e prodotti alcolici italiani, il vino francese, le olive spagnole. Un dato di quei dazi, durati poco più di un anno perché furono sospesi da Biden, ha provocato arrivi di circa 100 milioni di euro di danni per quanto riguarda il settore dei formaggi e dei prodotti caseari, e circa 60 milioni di euro per alcuni tipi di grappe e grappoli. Se stiamo parlando di 160 milioni di danni su un export agroalimentare che vale 70 miliardi, insomma non si tratta di una catastrofe — sono danni da scongiurare assolutamente e auspichiamo che il potere di relazione della nostra presidente del Consiglio possa evitarli. Ma i dati mostrano anche che non sono stati una rovina: l'Italia ha dimostrato di sapere prontamente recuperare. Sono assolutamente contrario alle ritorsioni perché i danni rischiano di peggiorare in questo modo. Al contrario, noi dovremmo rilanciare sugli accordi internazionali.
>> Mariotti, voi esportate all'estero, siete preoccupati dai dazi che sono sul tavolo?
>> Sì, molto. Nel senso, sembra un film già visto. Mi conforta il fatto che tutti siamo d'accordo che dazi su dazi sarebbe la risposta sbagliata. Vi do l'esperienza di un'azienda che fa un prodotto unico al mondo, usato soprattutto da acquirenti americani — ma che 10 anni fa ha cominciato a usare tabacco americano, iniziando così, perché il "Kentucky" è una varietà che è usata in alcune lavorazioni e che non si coltiva in Italia. Ancora oggi noi portiamo tabacco dagli Stati Uniti. Quando ci furono i dazi europei sul tabacco americano — in risposta ai dazi che l'America aveva messo — producevamo un prodotto di eccellenza italiana trasformando il tabacco americano in maniera unica. Non aveva senso, e quando ci furono i dazi europei come risposta europea, quello danneggiò il nostro business. Quindi mi auguro davvero che ci sia una risposta molto più ragionata.
>> Senatore Manca, parliamo un attimo dell'accordo di libero scambio tra l'Unione Europea e i paesi sudamericani, il Mercosur. Le eliminazioni di quasi tutti i dazi doganali applicati tra i due blocchi — un accordo che sembra andare in controtendenza rispetto alle idee politiche di Trump. Quali potrebbero essere i vantaggi di questo libero scambio?
>> Io continuo a pensare che siamo tutti d'accordo che la contrapposizione dazi su dazio è fondamentale da evitare per la nostra economia — anche per dare un senso alla nostra specificità, che è quella di una forte capacità e propensione a portare nel mondo qualcosa di unico, di difficilmente imitabile. Questa è una strada obbligata. E per me la contrapposizione dazi su dazio è qualcosa che renderebbe la nostra economia meno performante.
Continuo a pensare che in questo ci siano tutte le condizioni per verificare, ad esempio, quella che a mio avviso potrebbe essere oggi una prospettiva fondamentale: il costo dell'energia. Se vogliamo essere competitivi, dobbiamo interessarci anche a questa parte di competitività, perché siamo un paese che trasforma — un paese che trasforma materie prime che non ha — e inevitabilmente ha bisogno di un costo dell'energia adeguato per essere competitivo nei mercati internazionali. Pensiamo alla ceramica, alla manifattura, a tutto ciò che è tessile, che lo stesso agroalimentare spesso ha bisogno di molta energia per trasformare i nostri prodotti in eccellenza. Servirebbero politiche energetiche vantaggiose per questo paese.
Relativamente invece a questo accordo con i paesi sudamericani: continuo a pensare che sia qualcosa di utile — dobbiamo lavorarci, non lo vedo come un'opportunità da perdere.
>> Senatore Amidei, questo accordo è sostenibile da un punto di vista?
>> Indubbiamente questo libero scambio con i paesi sudamericani è un'ulteriore difficoltà che dobbiamo affrontare. Però noi dobbiamo individuare tutte le strategie che possono essere efficaci. Non trovare in questi prodotti dei competitori da battere — noi dobbiamo vincere. Perché abbiamo anche un altro tipo di competizione che è l'Europa stessa. L'ho detto all'inizio: noi siamo i produttori al mondo che fanno i prodotti migliori. Questo dà fastidio a molti paesi — non dimentichiamo che abbiamo superato la Francia nei vini. Non è cosa da poco. Anche sui formaggi, abbiamo eccellenze invidiate da tutti, qualità dei nostri prodotti così via. Dobbiamo far fronte a quel problema che è il Green Deal — che era focalizzato sempre di più su un'economia verde quando non c'erano ancora prodotti alternativi agli attuali. Come diceva il dottor Mariotti, dobbiamo produrre prodotti migliori ma con un occhio di riguardo ai costi di produzione. Dobbiamo essere competitivi — e questa è una politica da mettere in atto: non ci fa paura nessuno, perché il problema non viene dagli alleati, ma dall'Europa per le sue politiche. Per il resto, non abbiamo problemi.
>> Giorgio, voglio sentire la tua opinione su questo accordo.
>> La mia opinione è legata al tema dei dazi, perché se abbiamo una minaccia di dazi negli Stati Uniti, e poi abbiamo una minaccia di dazi su prodotti sensibili dell'agroalimentare italiano come formaggi e vino in Cina — in risposta anche ai dazi che l'Europa sta per rispondere su pannelli solari e auto elettriche cinesi — allora in uno scenario di dazi, la risposta secondo me è quella di cercare accordi di libero scambio. Rimettere il tavolo, insomma, in questa ottica. L'accordo col Mercosur, pur se perfettibile e con alcune incognite, potrebbe essere una leva per ribaltare la situazione. L'idea molto semplice è: noi siamo un paese export-orientato, quindi dobbiamo essere favorevoli alla liberalizzazione dei commerci e contrari a misure protezioniste come i dazi. Non possiamo chiedere che gli Stati Uniti non mettano i dazi e poi opporci a un accordo di libero scambio contemporaneamente. Bisogna scegliere da che parte stare, e secondo me, per un paese fortemente orientato alle esportazioni — in particolare nel settore agroalimentare ma non solo — la strada da seguire è quella della libertà dei commerci.
>> Mariotti, una battuta su questo: dal punto di vista di un'azienda che esporta tantissimo all'estero, qual è la vostra ricetta?
>> Guarda, in battuta non conosco i dettagli dell'accordo con il Mercosur, ma sono veramente fiducioso nella forza dei prodotti del Made in Italy. La cosa che dobbiamo evitare è una guerra di libero scambio, una risposta protezionistica sulla commercializzazione dei nostri prodotti. Noi non abbiamo concorrenti seri: possiamo inserirci ovunque, quindi assolutamente sono d'accordo in questo accordo di libero scambio. Per quello che riguarda poi come aiutare le aziende — c'è sempre la stessa ricetta, l'ingrediente è sempre lo stesso — dobbiamo far funzionare la ricetta con quello che abbiamo. Noi abbiamo le aziende, abbiamo l'istituzione e l'organizzazione di settore: con una maggiore sinergia, il vero sistema Italia è quello che ci deve aiutare. Abbiamo già parlato dell'Italian Sounding, che è anche nel nostro settore un problema mondiale. In molte nazioni vediamo nascere dei prodotti che vogliono imitarci — quindi sicuramente gli ingredienti sono sempre gli stessi.
>> Una domanda: in questo momento quali sono i mercati su cui siete più presenti e che apprezzano maggiormente il vostro prodotto?
>> Assolutamente, diciamo al di là dei paesi vicini dove siamo presenti — siamo tra i primi quattro o cinque in Germania, Francia, Spagna — tutta l'Europa dell'Est, dalla Romania alla Giordania, sta veramente crescendo in maniera altissima. La Turchia: ormai il Sigaro Toscano è un fenomeno importante lì. E siamo entrati nel 2024 — abbiamo fatto la nostra prima spedizione verso il mercato cinese, che è ovviamente un mercato che stiamo vedendo in crescita per i prossimi anni. Oltre agli Stati Uniti, ovviamente — siamo presenti lì da tempo, ma non riusciamo a sfondare con il Toscano, quindi sono ormai 10 anni che stiamo cercando la chiave.
>> Una battuta conclusiva. Torniamo da Giorgio dell'Orefice: lasciamo i dazi da parte — l'intelligenza artificiale nel settore agricolo, com'è? La frontiera dell'innovazione tecnologica in generale è molto promettente — nel settore agricolo, l'intelligenza artificiale è l'ultimo tassello. Cosa può imprimere una accelerazione importante?
>> È fondamentale l'innovazione tecnologica, perché la prospettiva della produzione agricola e agroalimentare futura è quella di aumentare la produzione e la produttività, visto che la popolazione mondiale è in costante aumento — magari c'è natalità zero in Italia, ma in tante altre parti del mondo non è così — per cui la domanda di alimenti è sicuramente in forte crescita. Ma contemporaneamente bisognerà produrre di più con risorse limitate, perché se si considera il tema dell'acqua, ma anche in generale i cambiamenti climatici e i vincoli sempre più stringenti sulla produzione agricola, questa dicotomia, questo contrasto può essere risolto proprio attraverso l'innovazione tecnologica. L'intelligenza artificiale può aiutare a utilizzare meglio e in maniera più efficiente le risorse, in modo da ottenere quell'aumento della produzione che tutti auspicano.
>> Grazie. La puntata finisce qui: grazie mille ai nostri ospiti. Grazie mille Stefano Mariotti, grazie mille Giorgio dell'Orefice, e ringrazio ovviamente il senatore Manca e il senatore Amidei per essere stati qui con noi oggi.
>> Grazie a voi.
>> Grazie a voi per averci seguito. Grazie come sempre alla nostra regia. Radar torna martedì.