Emergenze e calamità: come cambia il volontariato?

Trascrizione del video
Il terzo settore, quello del volontariato, rappresenta all'incirca il 5% del nostro PIL. Sul territorio italiano operano oltre 360.000 realtà del nonprofit, per non parlare dei milioni tra addetti e volontari. Di questo comparto fondamentale discuteremo oggi, perché è un comparto che si rivela cruciale soprattutto quando si verificano calamità come quelle che purtroppo hanno colpito Niscemi. Tutto questo con tre graditissimi ospiti che vado subito a introdurvi, partendo da Alessandro Benini, responsabile nazionale della sezione Protezione Civile di ANPAS, Associazione Nazionale Pubbliche Assistenze. Benvenuto. >> Grazie. >> E insieme a noi anche l'onorevole Valentina Grippo e l'onorevole Giorgia Latini, entrambe vicepresidenti della Commissione Cultura, Scienze e Istruzione della Camera. Benvenute. >> Grazie. Grazie. E come da tradizione, la fotografia iniziale ce la scatta il nostro Gianluca Lambiase. In Italia diminuisce il numero complessivo dei volontari, ma aumentano quelli che offrono aiuti diretti e che operano su più fronti. È la fotografia scattata dall’Istat nella prima rilevazione sul settore in un decennio segnato da cambiamenti profondi, a partire dalla pandemia. Oggi il settore culturale e ricreativo è quello che coinvolge più volontari, con il 23,9%. Seguono assistenza sociale e protezione civile al 22%, poi attività religiose, sanità e sport. Crescono soprattutto gli ambiti legati alla relazione diretta e alla cura del territorio, con un +7,7% nell’assistenza sociale e nella protezione civile in 10 anni. Meno volontari, dunque, ma più preparati, presenti e strutturati. Un volontariato che cambia pelle mentre cambiano le emergenze: alluvioni, terremoti e venti estremi sempre più frequenti, aree interne isolate, comuni lontani dai più grandi presidi sanitari, territori dove spesso sono proprio le reti associative a garantire un supporto costante. In questo scenario, il ruolo delle grandi organizzazioni diventa centrale non solo nel soccorso tecnico e sanitario, ma nella prevenzione, nella formazione dei cittadini, nella gestione dell’attivazione spontanea durante le emergenze. Ed è qui che si gioca una delle sfide decisive per il futuro del Paese: trasformare la solidarietà in sistema, l’energia in organizzazione, la disponibilità in capacità di dare risposte immediate. >> E bentornati in studio. Allora, dottor Benini, inizio subito da lei. Nel corso di eventi sismici e alluvionali, spesso e volentieri i primi ad arrivare siete proprio voi, i volontari di ANPAS. Allora, le chiedo: come viene attivata innanzitutto questa rete, che è una rete molto capillare? In quanto tempo e che tipi di assistenza fornite? >> Sì, allora, ANPAS è l’Associazione Nazionale Pubbliche Assistenze e conta circa 910 associazioni su tutto il territorio, articolate in comitati regionali. Quando c’è un’emergenza di carattere nazionale, come può essere stata l’alluvione in Emilia-Romagna, l’alluvione a Campi Bisenzio, il terremoto di Amatrice in passato, il Dipartimento della Protezione Civile, spesso con il nostro supporto, fa una prima ricognizione per capire quelle che sono le esigenze e le necessità per rispondere all’emergenza. Dopodiché attiva il volontariato. In particolare, per ANPAS, manda una comunicazione alla nostra sala operativa nazionale di Protezione Civile, chiedendo risorse, competenze e moduli necessari per rispondere all’emergenza. La nostra sala nazionale inoltra la richiesta alle sale operative regionali, che a loro volta la inoltrano alle associazioni. Dopo una valutazione, queste rispondono con le disponibilità che arrivano alla sala operativa nazionale, la quale confronta le disponibilità con le richieste e le smista. >> Tutto questo in quanto tempo? >> Tutto questo avviene in pochissime ore. Dopodiché, una volta stabilite le disponibilità e richiesta la partenza, di solito l’intervento è immediato. Chiaramente ci sono i tempi di spostamento legati al territorio. >> Chiaro. E che tipi di assistenza fornite? Perché non vi occupate soltanto di soccorso e primo soccorso, ma anche di altri tipi di interventi. >> Sì, assolutamente. Siamo specializzati nella stragrande maggioranza degli interventi che sono necessari oggi: dall’idrogeologico, quindi motopompe, idrovore, mezzi di lavaggio strade, mezzi di movimento terra, fino ai moduli campo per l’accoglienza degli sfollati. Facciamo ricerca sotto le macerie, ricerca di dispersi. Abbiamo una serie di specializzazioni per cui i volontari si formano e possono intervenire: la cucina da campo, la segreteria della sala operativa, l’assistenza alle categorie fragili, gli psicologi dell’emergenza e via dicendo. Insomma, una grande quantità di competenze. >> Onorevole Latini, il suo partito, la Lega, è storicamente legato alle comunità locali, soprattutto quelle delle aree interne. Qui parliamo di zone che, in certi casi, sono spesso e volentieri sprovviste di una rete ferroviaria di prossimità, che subiscono ancora il digital divide, che hanno presidi ospedalieri a chilometri di distanza. Da questo punto di vista, i volontari di ANPAS, così come il volontariato in generale, diventano una leva fondamentale perché riescono a sopperire a queste carenze infrastrutturali. A livello legislativo, come si tutelano queste realtà? >> Allora, intanto ha toccato un tema centrale, perché ANPAS, come il terzo settore in generale, rappresenta una vera e propria infrastruttura sociale essenziale, soprattutto per questi territori più isolati, per i piccoli borghi e centri che hanno veramente bisogno di essere assistiti da enti come quelli del terzo settore. Quindi fanno un grandissimo lavoro e per questo ne siamo tutti quanti grati. È ovvio che bisogna supportarli. Nella mia regione, per esempio, le Marche, che è una regione con tanti piccoli borghi anche nell’entroterra, abbiamo una rete di volontariato davvero strutturata da tantissimi anni. Penso che sia una delle regioni dove il volontariato ha una rete capillare molto importante, con circa 3.800 associazioni del terzo settore, 150.000 volontari e 14.000 impiegati. Anche la Regione Marche, in questo caso, ha messo a disposizione molte risorse, consapevole della centralità di queste realtà. >> Sì, ero anche assessore al terzo settore, quindi ne sa qualcosa. >> Sì. Quindi è necessario che ci sia un coordinamento tra la legge regionale e quella nazionale, mettendo a disposizione fondi importanti per il sostegno. Devo dire che, quando abbiamo subito l’emergenza del Covid, sono state stanziate risorse molto importanti che hanno permesso al terzo settore di operare in maniera efficiente. È ovvio che ci sono i volontari, ma devono essere anche sostenuti dallo Stato, dalla Regione e dagli enti pubblici. Quindi, consapevolezza e, a tal proposito, erogazione di sostegni e aiuti. >> Onorevole Grippo, l’abbiamo visto anche dal servizio, ce l’ha raccontato Gianluca Lambiase, ma è sotto gli occhi di tutti: il clima sta cambiando e gli eventi calamitosi imperversano. Nel 2025 addirittura se ne contano più di uno al giorno, quindi siamo in una situazione abbastanza emergenziale. Secondo lei, non servirebbe un cambio di paradigma, un cambio di modello del ruolo del volontariato? E se sì, come se lo immagina? >> Sì, assolutamente. Infatti dice bene: il quadro dell’emergenza climatica, come si vedeva nel servizio, è molto diverso oggi, anche solo rispetto a 10 anni fa. Dieci anni fa contavamo, grosso modo, 60 eventi l’anno. Oggi, nel 2024, siamo arrivati a 260, come dice giustamente lei: viaggiamo a uno al giorno. Sembra che ci sia un aumento del 15% del territorio a rischio frana. In questo quadro, noi abbiamo un patrimonio unico, una ricchezza straordinaria: più di 8.000 associazioni in rete. Gente che lascia famiglia, lavoro, si mette in strada. Nel 2023, in Emilia-Romagna, è arrivata gente da tutte le regioni, da tutta Europa addirittura. Quindi, un valore straordinario, ma che è nato storicamente per gestire l’emergenza, non per prevenire i problemi. Oggi i problemi hanno un tale ritmo che non ci si può accontentare di gestire l’emergenza. Non è colpa di nessuno, ma la situazione si è aggravata. Bisogna avere oggi una macchina che previene prima ancora di reagire all’emergenza. Come si fa? Due cose. Intanto, dal basso: i comuni vanno aiutati. Bisogna aggiornare i piani comunali di emergenza e farlo bene. Spesso non hanno il personale, perché, come dicevamo prima, l’Italia è un Paese di piccolissimi comuni, moltissimi sotto i 5.000 abitanti. Quindi, aiutarli a fare i piani di emergenza. Dall’altra parte, ripristinare quel coordinamento centrale che faccia da regia. >> Chiaro. Allora, sempre dal servizio di Lambiase emerge un dato: i volontari organizzati stanno diminuendo, ma stanno aumentando tantissimo quelli occasionali. E qui c’è un progetto che si chiama Impact, finanziato dal Ministero del Lavoro, dove voi avete intervistato 2.400 persone per analizzare questa figura del volontario cosiddetto occasionale. Si tratta di cittadini impegnati in attività solidaristiche, che però non appartengono a realtà associative, non sono organizzati e non sono, tra virgolette, gestiti da un comando centrale. Oltre a questo, che cosa è emerso da questo sondaggio? >> Sì. Lo studio che abbiamo fatto insieme al Politecnico di Torino e all’Università di Torino aveva l’obiettivo di studiare questo fenomeno del volontariato spontaneo, come lo abbiamo chiamato, e dare un volto e conoscere le caratteristiche di queste persone che intervengono. Sono emerse tantissime cose. Ne è nata una ricerca di 110 pagine, ma fra tutte le cose che sono emerse, secondo me, ciò che è fondamentale è la motivazione che spinge queste persone. Ci sono motivazioni positive e altre che io definirei negative, nel senso che sono motivazioni sulle quali dovremmo lavorare. Quelle positive sono chiaramente lo spirito di solidarietà, la voglia di essere d’aiuto alle comunità colpite, il desiderio di partecipare alla costruzione di una comunità migliore. Questo ci ha sempre caratterizzato come Paese. Ci sono anche motivazioni sociali: far parte di qualcosa di più grande, lavorare per la costruzione di comunità e l’accrescimento di competenze. Fra quelle che considero negative, c’è una crescente sfiducia nelle istituzioni che dovrebbero rispondere all’emergenza. Queste vengono ritenute, secondo i risultati della ricerca, non all’altezza di rispondere in modo efficiente alle necessità. Quindi il cittadino si sente chiamato in prima persona. Di per sé è una cosa bella, è ciò che ha fatto nascere le nostre associazioni. >> Però certo scatta una fotografia di malcontento. >> Esatto. Una fotografia di malcontento che purtroppo, in alcuni casi, coinvolge anche le organizzazioni di volontariato, viste alla stregua delle istituzioni. >> Ecco, ma per quanto riguarda le criticità di questo volontariato occasionale o spontaneo, può essere, tra virgolette, un impedimento allo svolgimento del volontariato organizzato? >> Sì, questo fenomeno ha sicuramente enormi potenzialità in termini di capacità operative e di risoluzione dei problemi, ma porta con sé delle criticità. Le persone che intervengono non sono formate sugli aspetti della sicurezza. >> Ecco, scusi, la interrompo. Per esempio, un volontario che formazione ha? >> Allora, un volontario ANPAS, per iniziare a lavorare all’interno della colonna nazionale di ANPAS di Protezione Civile, segue un percorso di formazione iniziale di 20 ore. Questo percorso lo contestualizza all’interno del sistema, gli spiega cos’è il sistema, come ci si lavora e alcune nozioni approfondite sulla sicurezza per poter operare in sicurezza. Questo percorso, ovviamente, non è stato fatto dai volontari spontanei che intervengono sull’emergenza. Quindi non conoscono il sistema, spesso non conoscono le procedure, non sono integrati nella risposta del sistema e questo può creare intralcio. Pensiamo a Campi Bisenzio, dove una grande massa di persone, con tutta la buona volontà di dare una mano, si è trovata in mezzo ai lavori, intralciandoli. Per non parlare della quantità di automobili parcheggiate che hanno bloccato le strade. Quindi c’è chiaramente questo rischio. Non è un elemento per dire che questo fenomeno non sia positivo, ma è sicuramente una criticità da affrontare e risolvere. >> Onorevole Latini, qui mi viene da pensare: nel 2022 la sua regione, le Marche, è stata colpita da una forte alluvione che ha devastato il territorio, case, aziende e via dicendo. Gli italiani, l’abbiamo visto, sono estremamente solidali. Un altro territorio vicino alle Marche è l’Abruzzo, colpito dal terremoto dell’Aquila. Ricordo carovane di aiuti partiti da tutte le regioni, che hanno intasato autostrade e parcheggi. Spesso venivano portati beni di prima necessità che non servivano e che rischiavano di scadere. Uno degli obiettivi di ANPAS è proprio quello di migliorare la gestione dei volontari occasionali e individuare modelli di interoperabilità virtuosi, per non disperdere le energie e destinarle altrove. Vengo al nocciolo della domanda: da un lato occorre tanta formazione verso i cittadini, magari già dai banchi di scuola. Dall’altro, come si combattono quelle inevitabili reticenze e quello scetticismo dei cittadini che vivono in zone a rischio calamità, pensando spesso “Tanto a me non succederà mai”? >> Allora, intanto, purtroppo, come si diceva, queste calamità non avvengono più a distanza di molti anni, ma sono sempre più ravvicinate. Quindi anche la consapevolezza sta cambiando. Per esempio, pensiamo alla preoccupazione, che prima non c’era, di avere una casa antisismica o in sicurezza. In passato era una consapevolezza meno diffusa, mentre oggi il cittadino, a seguito di queste calamità naturali, ha una maggiore attenzione al rischio idrogeologico. Sicuramente la formazione deve partire dai banchi di scuola, come diceva lei, quindi anche all’interno dell’ora di educazione civica. Noi, come Lega, avevamo proprio proposto di inserire questa ora. Nelle scuole, comunque, si fa già formazione su come comportarsi in caso di terremoto o incendio, quindi c’è un’attenzione maggiore rispetto al passato. Per quanto riguarda la gestione dei volontari che aiutano spontaneamente, ma che non appartengono alle associazioni del terzo settore e non hanno una formazione specifica, questa è sicuramente una questione da affrontare. Bisogna sensibilizzare chi si mette in gioco, perché, pur essendo un gesto bellissimo, è fondamentale sapere cosa si fa. Altrimenti si rischia di essere più di intralcio o di mettere in pericolo se stessi. Quindi, il progetto di cui parlava prima il Ministero del Lavoro va proprio in questa direzione. È fondamentale sensibilizzare i volontari e informare i cittadini sui rischi che corrono stando in determinati territori. >> Onorevole Grippo, sempre parlando di formazione, in Commissione Cultura si parla spesso di competenze. Ci lasciamo alle spalle la settimana delle STEM, che ha fatto della competenza il suo baluardo. Secondo lei, è fantascientifico pensare di inserire nell’istruzione scolastica, già che era stata introdotta dalla Lega questa proposta, corsi curriculari all’interno del percorso formativo, non solo nelle scuole ma anche nelle università, magari corsi tenuti dagli stessi volontari? >> Sì, assolutamente. Anche noi abbiamo fatto una proposta in questo senso, da inserire durante l’ora di educazione civica. Noi abbiamo un paradosso: da una parte, la grandissima generosità e organizzazione del nonprofit; dall’altra, persone che vivono in zone a rischio e ne sono totalmente inconsapevoli. Quindi, c’è un tema di consapevolezza che sta migliorando, ma non abbastanza. La conoscenza del proprio territorio, dei rischi e delle procedure di sicurezza è ancora carente. Utilizzare le giovani generazioni per restituire queste informazioni alle famiglie è fondamentale. In Giappone, per esempio, i bambini imparano fin dalle materne a conoscere le zone a rischio e le procedure di sicurezza. Spiegare ai bambini queste cose è un modo per restituire consapevolezza alle famiglie e valorizzare i volontari. La psicologia del rischio ci dice che le reazioni migliori si hanno da persone educate e formate. Se conosci il rischio e sai cosa fare, non vai nel panico. Questo è uno strumento fondamentale per costruire una società più consapevole dei propri rischi e dei cambiamenti che stiamo vivendo. >> Assolutamente. Allora, dottor Benini, abbiamo parlato prima dei rischi connessi al volontario occasionale. Nel progetto Impact, però, c’è anche un modulo per imparare a gestire questo volontariato spontaneo. Gli aiuti sono sempre preziosi, non vanno sprecati, ma vanno saputi gestire. Che cosa prevede questo modulo? >> Sì, non solo sono preziosi gli aiuti, ma