Trascrizione del video
Abbiamo con noi con grande piacere, saluto Fabrizio Rondolino che ci ha raggiunto per questa conversazione. Grazie a Fabrizio.
Buona sera. Grazie a te per l'invito.
Senti, la ragione per cui sei qui con noi oggi è perché vogliamo che tu ci racconti del tuo ultimo libro, che è un libro di un tipo che non hai mai fatto. Ripercorre una storia familiare, una storia di famiglia della prima metà del '900 — degli anni terribili della seconda guerra mondiale, degli anni della Shoah, degli anni di una famiglia squarciata da quella dramatica vicenda che ha attraversato la vita dell'Italia, dell'Europa, delle comunità ebraiche e così via — con alcune caratteristiche particolari di questa storia che adesso affronteremo, che ruotano attorno alla figura di una bambina, Elena, che dà anche il titolo al tuo libro. E che tu hai recuperato dentro della storia familiare.
Ma da dove voglio partire — il cuore, diciamo, dai cui viene — è una lettera della nonna che adesso tu ci racconterai. Ma voglio partire da una considerazione, perché secondo me nel 2025 nessuno se ne rende conto di questo: tu ammetti nel libro di esserti messo a occupare di questa storia probabilmente con decenni di ritardo rispetto a quando avresti potuto. E che una delle ragioni è che in realtà in famiglia di queste cose nessuno parlava.
È così, o meglio: io ho sempre saputo che questo zio — il fratello della nonna — con la moglie, con la loro figliоletta, era una punta della sete deportati e non erano mai tornati. Però come dire era su uno scaffale e non era oggetto di conversazione. E tra l'altro, come poi sai, non sono l'unico: diciamo così, nelle famiglie colpite dalla Shoah, in un modo o nell'altro tendenzialmente permettevano anche una forma — se vogliamo — di auto-protezione. Insomma si guardava avanti, non si guardava indietro. Basti pensare ad Anna Segre — forse il personaggio oggi più rappresentativo — che ha cominciato quando è diventata nonna a raccontare la storia. Come se ci fosse bisogno di uno spazio, quasi di una generazione, tra gli avvenimenti e il loro racconto. Penso che la principale delle quali — come sappiamo — è Primo Levi che però ebbe difficoltà a pubblicare "Se questo è un uomo," perché nel '47 tutti volevano guardare il futuro. E non ieri.
Sì, e se ne capisce tutto questo. Tra l'altro recuperi una riflessione proprio di Primo Levi del suo lavoro, che si condensa in "Se questo è un uomo" — perché ce lo ricordi in questo libro dedicato a Elena e alle altre vittime all'interno della famiglia, della Shoah, degli anni terribili, gli anni '43, il '44. Però tu ti occupi, prima ancora, di quello che Primo Levi ha vissuto. Ha detto che ha presentato la terrasse della realizzazione e la realizzazione, perché si è pensato... Questo dà, questa è una maggiore riflessione così — che vicina o lontana per recuperare questi come questa?
C'è un tema fondamentale. Perché vedete: tutte le rappresentazioni della Shoah rischiano di essere in qualche modo — anche quando sono spinte da buoni sentimenti, da buone intenzioni — delle forme di normalizzazione. Perché si è detto "l'inimmaginabile," ma se noi questo inimmaginabile lo troviamo appunto nei romanzi, nei film, eccetera, magari insegniamo delle cose che non si sapevano, ma rischiamo anche di farlo sembrare troppo assimilabile ad altre cose, quindi troppo "immaginabile" per così dire. Io ho fatto uno sforzo di — non voglio fare concessioni a quello stile — però: Primo Levi era uno scienziato, non un letterato. E quindi il suo approccio è proprio quello del protocollo scientifico. C'è un esperimento in corso, questo esperimento si chiama la distruzione degli ebrei d'Europa, e io cerco — io chimico — cerco di raccontarlo come se seguissi un esperimento sulle particelle, piuttosto che... E in qualche modo mi sono ispirato a questo: io cerco di non mettere aggettivi, non mettere avverbi, o molto pochi. Ho cercato di mettere in fila i fatti, di raccontare quello che è successo. Praticamente ogni affermazione è avvalorata da una documentazione, quindi non ci sono invenzioni. Ci sono dei testimoni che ho rintracciato — di cui sono molto contento di aver potuto, nonostante la distanza di tempo, ritrovare. Però il giudizio rimane al lettore, come anche la capacità di immaginarsi in modo interiore questa bambina: rimane al lettore. Perché io non mi sarei mai — forse un grande scrittore ci uscirebbe — ma dire, anche forse un grande scrittore: se non hai fatto un'istanza di empatia, e una volta che abbiamo — come dire — tutti i dati della situazione storica oggettiva, poi allora gradualmente, se si è in grado di forse, di comprendere, di immedesimarsi, in quello che è caduto.
Senti, c'è una sequenza di fotografie nel libro che ci permettono anche di rivedere Elena nel passare degli anni della sua giovane vita — quella da bambina piccola, a una bambina un po' cresciuta. E questa seconda fotografia ci dice un'altra cosa molto importante per capire quei tempi, perché alla fine è quasi passato un secolo, e quindi abbiamo bisogno anche di ridare un po' il contesto. Stiamo parlando di un'ottima famiglia della borghesia italiana, in questo caso torinese, che dispone di tutto quello che serve per una vita serena — fatta di lavoro, fatta di famiglia, fatta di una bellissima foto di Elena con un cane, che mostra una vita, una quotidianità. Ci sono le immagini di loro al mare, in vacanza: e qui ritorniamo indietro all'Italia di un secolo fa, non è che tutti andassero in vacanza, diciamo, anzi ci andavano in pochi. Quindi diciamo la tragedia della Shoah e delle leggi razziali del 1938 arriva come una bomba in un contesto borghese di tranquillità economica, di avvio agli studi, di famiglie che in fondo si sentivano in Italia a casa loro.
Beh, certo. Erano la mia famiglia, la famiglia Colombo — la famiglia di mia nonna — ho ritracciato le origini: arrivate in Piemonte nel 1500, e arrivate non su un barcone, ma chiamate dal Duca di Savoia che aveva bisogno di banchieri e di imprenditori. Arrivate dalla Francia. Quindi io, per il mio latte, sono piemontese da almeno 500 anni. E è così per tanti. Poi il Piemonte è una storia anche gloriosa, perché è stato il primo stato pre-unitario a concedere con Carlo Alberto i diritti civili agli ebrei nel 1848. Bene. E questo ha significato che la comunità ebraica — letteralmente uscita dal Ghetto — si è perfettamente integrata nella città. Diciamo: mia nonna aveva sposato un cattolico, e anche — c'è nel libro — anche un fratello aveva sposato una cattolica, e l'integrazione, anzi la stessa assimilazione, era andata molto avanti. C'era un certo benessere. Non solo alcuni dei fratelli di mia nonna era decisamente benestanti.
Sandro — il papà di Elena, la bambina di cui tu parlavi — abbiamo la sua foto che risale a quando era davvero molto piccola, e la bambina ha questo: come questo primo shock di cui forse non è neanche consapevole. Non poteva andare a scuola, perché quando è andata in prima elementare nel 1938, le leggi razziali — razziali — volute non tanto da un soggetto, volute da Mussolini, perché quelle leggi immagino abbiano sofferto particolarmente. Perché la vera... e i veneti toscani erano incredibilmente monarchici, proprio perché, non liberati, dove all'inizio liberati — Sandro, il padre di Elena — aveva combattuto nella Prima Guerra Mondiale, e un suo fratello era morto in guerra. Quindi il legame con il Risorgimento, con la patria, con la corona — si chiamava Elena per via della Regina Elena — di talché: Elena, che è uno dei matrimoni che per i Savoia rappresenta, diciamo così, la conferma del fatto di essere entrati nel giro delle case regnanti d'Europa, con tutto ciò che è giusto.
E c'è un altro elemento, perché io credo che questi libri abbiano tante funzioni utili, una delle quali è anche darci la concretezza di queste storie, perché le storie entrano nella carne viva delle persone fino ad ucciderele — come nel caso di Elena e dei suoi genitori. E qui c'è un elemento, un elemento unico, perché Fabrizio aiutaci a descrivere: cosa vuol dire che questa bambina viene arrestata, rilasciata, e poi sequestrata nuovamente per poi finire nei campi di concentramento?
È la prima volta nella mia attività di giornalista — e per quello che posso da studioso di questi temi — che incontro una storia di questo genere. Se in effetti non ne abbiamo ancora parlato, ma c'è anche questa circostanza, questa peculiarità. Per quanto ho potuto stabilire con l'aiuto preziosissimo del CDEC — il Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea di Milano, che ha un archivio portentoso sulla Shoah italiana — questo è il caso unico. Perché nelle deportazioni avveniva, nella tragedia della deportazione, la consolazione di condividere la propria sorte con le famiglie. Venivano arrestate in blocco, c'è un'eccezione: figlia ma spesso anche zio, nipote, cugini, quindi erano gruppi familiari.
Elena è rimasta con i genitori. A Fossoli: già i tedeschi avevano, tra l'altro per caso, nel senso che i tedeschi stavano cercando dei partigiani, non li trovarono, ma trovarono e fucilarono otto persone quel giorno. E mentre combattevano i partigiani, trovarono questa famiglia di ebrei in una cascina, in una baita in Piemonte, e gli arrestarono, li portarono a Torino, e poi — ma mi ha preparato — e Sandro e la moglie seguono il "filo classico," cioè le Nuove, un breve passaggio, le Nuove è il carcere di Torino. Ah, certo, scusa: le Nuove è il carcere, poi il treno, da cui non torneranno. Invece Elena — e questo è veramente un caso unico e anche misterioso, nel senso che le ragioni rimangono sconosciute — viene affidata per tre mesi a una famiglia, una famiglia di amici della famiglia Colombo, con i quali immagino avessero festeggiato l'8 settembre, quella che sembrava potesse essere la fine della guerra. Stiamo parlando dell'8 settembre del 1943.
L'arresto dei genitori è del dicembre del 1943. Alla fine affidata a questa famiglia, rimane tre mesi fino a marzo. E poi non sappiamo perché le SS tornarono a prenderla. E c'è questa terribile sequenza di questi ultimi 17 giorni — quelli più terribili — in cui la bambina viene portata a Fossoli, dove c'è un campo di raccolta in cui confluivano tutti gli ebrei del centro-nord Italia prima di Auschwitz. E poi cinque giorni di viaggio, più un'attesa senza mangiare, senza bere, e arrivata ad Auschwitz, dove aveva compiuto da poco 11 anni. Viene mandata direttamente alla camera a gas, da sola. Naturalmente io posso immaginare che si fosse in qualche modo "adottata" ad altre compagne di sventura. So per certo da un documento che ho rintracciato che le SS facevano credere alle più giovani che in Germania avrebbero ritrovato i loro genitori. In genere i tedeschi avevano un'abitudine — un'abitudine tristissima — nel rapporto coi prigionieri: raccontare il falso. In questo caso è particolarmente impressionante, perché pensare... potrebbe anche far scattare, certo, ma accade per fare in modo che anche il tragitto sia più "sereno." Perché meglio così, però occorre anche fare il conto di quello che sto raccontando, dà un certo effetto. Pensare a una bambina di 11 anni sola che deve avere...
Abbiamo di questa bambina, di questa Elena, qualcuna incontrata in tutto questo percorso? Cioè, diciamo, da quando ha lasciato i suoi genitori fino al campo in cui è morta, sei riuscito a trovare qualcuno che ha avuto modo di parlarle?
Purtroppo no. Ho letto una matta di diari, di memorie: ho letto tutto il possibile, ho trovato alcune, è scritto da ex-deportate appunto che hanno frequentato, che hanno attraversato con lei il campo a Fossoli. Ma non c'è un'altra, nessuna traccia. Ho trovato però una cartolina mandata, spedita da Elena dal campo di concentramento di Fossoli, a una sua amica del cuore, Bianca — che viveva nell'Astigiano dove la famiglia si era spostata prima ancora di nascondersi — e in questa cartolina Elena dice: "Non preoccupati, non mandarmi tutto il cibo" — quindi si immagina che in precedenza forse aveva chiesto qualche cosa da mangiare — "perché sai domattina parto per la Germania, spero di ritrovare i miei genitori." E da questo datola cartolina di Elena del 15 marzo del 1944 è a 5 giorni da quando arriverà ad Auschwitz-Birkenau dove sarà nella camera a gas. Noi di Elena abbiamo, diciamo così, traccia nei registri di Auschwitz-Birkenau, e poi in quello che lo Stato di Israele ha ricostruito a Yad Vashem, della famiglia e dei due genitori. C'era una scheda a Yad Vashem — a Yad Vashem, no — perché la bambina non era stata benino registrata. I soldati registravano solo i prigionieri che venivano matricolati nel campo, quindi numerati, matricolati; gli altri no. C'è però il suo nome: compare nella transport list, come si chiama, c'è un elenco dei prigionieri — anzi degli stucchi, delle persone — trasportati da Fossoli ad Auschwitz il 54. Compare il suo nome.
Lasciala un momento perché tu pubblichi, e fa molto bene, la lettera di nonna Marcella, con cui questa vicenda rimerge dal silenzio e dalla fatica del ricordo. E c'è fuori, quando a un certo punto la nonna spedisce una lettera...
Guarda, la lettera del immediato dopoguerra — la mia scoperta è più che casuale, questo. Sì, sì, si è la lettera si è trovata nell'archivio della Comunità Ebraica. Ma c'è una storia parallela — la storia di come mi hanno aiutato a ricostruire la vicenda di Elena. Grazie a una signora — che si chiama Antonietta Bilotti, voglio ricordarla — una signora di Torino, una splendida ragazza di tante decine che si va a fare la dedica in memoria della madre, che le parlava di questa famiglia di ebrei di cui non aveva saputo più niente. Scopre che esistono e decide di chiedere la posa delle Pietre di Inciampo. Io vengo coinvolto a quel punto lì, perché c'è una procedura per cui i discendenti eventuali devono dare il consenso, devono, e è così che scopro questa lettera di mia nonna. È una lettera particolarmente straziante — mi viene da dire — che comincia con un linguaggio intorno burocratico: sta scrivendo a un'altra, a una persona che si occupava di rintracciare, dopo la guerra, di unificare le famiglie. E poi via via questo linguaggio burocratico — che mi ha così colpito — si scioglie. Lei, sempre molto trattenuta — una signora molto piemontese di senso, non fa mai, non si scioglie in modo drammatico — si scioglie piano piano, e poi quando dice — cosa autentica — quando dice, a proposito della bambina: "Nessuna notizia, nessuna. Di Elena almeno." Poi la favorisce, questa lettera della nonna che io ho riletto due o tre volte: è impressionante come anche, perché sono certo che Marcella sapeva perfettamente cosa era successo. E quindi aveva perfettamente contezza dell'orrore in cui era precipitata una parte della sua famiglia, e una bambina di 10 anni.
La sua lettera è indirizzata con lo scopo di provare a capire se si riesce — no, ah, ma Marcella sa. Quindi nonostante questo scrive, o comunque è difficile immaginare che fosse convinta di riabbracciare...
Però quello che mi colpisce — e questo oggi deve essere compreso, perché il dovere della memoria è anche costruire sentimenti ed emozioni. La lettera è di una — come posso dire — di un'eleganza e di un rispetto, anche parlando di una tragedia enorme, che ci dà la misura di ciò che stai, inizi ad scrivere, di quel atteggiamento che è molto torinese, molto borghese, che è quello di non andare mai fuori dai binari. Nemmeno quelle parole in una lettera. Quindi non è una lettera rabbiosa, anche se c'erano tutti i motivi per scrivere in quel modo. O sbaglio?
No, per niente. Io non so se fosse già sicura del risultato. Se sì, ci sono reduci che sono tornati anche dopo anni, quindi, però hai ragione nel dire che diciamo il contesto nel 1946, è ragionevolmente molto ben definito. Insomma, se sapevano che in Germania non andavano a lavorare ma venivano mandati per essere sterminati. Però certo, in questa misura, questo. Ma io non so quanto poi giochi sul carattere squisitamente... e c'è quando ci si siede con il dolore, e quanto anche proprio di quella tradizione ebraica: non nell'accettare la sofferenza che non si sente, no. Secondo me sbagliato, molto sbagliato. Ma nel mettere in ordine, nel relativizzare tutto ciò che accade. Quindi anche le sventure più grandi: si trova la loro misura, la loro collocazione. Che non è mai una giustificazione, intendiamoci. Però è un modo di vedere le tragedie che forse aiuta anche a sopportarle.
Sì, non c'è altro, senza dubbio, che non c'è altro da fare. No, è un'altra cosa: ma hai tenuto con appello il preferito di mia nonna, li ritrova con distanza. E ci sono un sacco di foto — alcune pubblicate, altre no — di loro due insieme. Lui ed Elena, le due sorelle, e la più piccola e la famiglia e... il legame è molto forte.
Un elemento — quello con cui vorrei andare verso la fine della nostra conversazione — che secondo me è molto interessante: che si legge anche tra le righe di questo libro, è che tutti gli ebrei tedeschi, italiani, belgi e così via si sentivano assolutamente a casa loro nei paesi come l'Italia. Ma quest'Europa — nella quale tutto ciò di cui abbiamo parlato è accaduto in quegli anni — per moltissimi nelle comunità ebraiche continua a essere casa, anche dopo la seconda guerra mondiale. Impressionante.
È un fatto abbastanza impressionante, tanto più che come sappiamo bene: la Shoah — come giustamente la chiamiamo — non si sarebbe mai potuta sviluppare nelle proporzioni così devastanti senza l'appoggio — più o meno entusiasta — dei governi e dei partiti e della popolazione europea. In Italia abbiamo avuto molti giusti che hanno salvato ebrei, molti preti che li hanno nascosti, ma abbiamo anche avuto molti che li hanno traditi e abbiamo molti che ci hanno lavorato nella pubblica di Salò che li scortavano con voglia. Quindi c'è una responsabilità collettiva degli europei della Shoah, che considerarla generosamente auto-assunto e anche un po' meschino pensare che sia colpa soltanto dei tedeschi.
E ciò nonostante, beh insomma, stiamo parlando in un momento in cui siamo di nuovo un po' su strade rischiose. Però se vediamo, se vediamo insomma gli ultimi cinquant'anni e santane: in questa arte effettivamente in Europa sembrava che avessimo capito dall'errore, e cosa sembrava che fosse in grado di ospitare le comunità ebraiche, di far casa di nuovo, ricadere — ma io non uso l'eufemismo — voluto appresso in antichi vizi. E invece, invece, l'Europa — la vecchia Europa — la Europa che ha inventato, perché poi l'antisemitismo sei tu migliore di me sulla storia: l'antisemitismo è una tragica invenzione cristiana, è un fenomeno veramente europeo. E quindi anche con un po' di preoccupazione io assisto al riemergere di certi tratti, di certi azioni, di certi fenomeni adesso, perché so che sotto c'è un vulcano millenario, che era rimasto aspettato, che ha smesso di ricettare di nuovo.
E come se, anche nei tanti ebrei, dopo la seconda guerra mondiale, dopo il drammatico biennio — quello più violento per la Shoah, i due anni che vanno dal '43 al '45 — come se molti ebrei avessero deciso di andarsene, affidando la loro vita al nuovo stato di Israele. Ma moltissimi invece decisero di rimanere — forse relativamente pochi in Germania, ma nemmeno pochissimi, almeno di quelli che erano rimasti vivi perché è tante. Ma invece in Italia, Francia e così via: molti, moltissimi. Quasi come a considerare quello che era caduto — come posso dire — parte di una lunghissima storia di emarginazione, perché poi alla fine di questo si tratta. Però su questo secondo me ci sarebbe ancora da lavorare, sul tema di perché molti decisero di restare. È un tema credo poco indagato?
No. Se posso dare una risposta banale: perché era casa loro. Cioè, diciamo prima, la mia famiglia: erano ebrei piemontesi da 500 anni. Ma perché io dovrei andarmene — non dico dall'Italia, ma dal Piemonte — perché sono lì da 500 anni? Cioè, l'ebraismo — che anche con il suo mistero ha aspetti di grande fascino — ha sempre avuto una doppia dimensione: lo stato di Israele, o la terra d'Israele, o il regno d'Israele quando c'era con David e Salomone. Però c'è anche la diaspora, che c'è sempre stata: babilonese, alessandrina, poi va bene, naturalmente la deportazione del tempo, la diaspora è diventata anche un modo di essere ebraico. Ma questa caduta di 2.500 anni fa... la varietà di interazioni, di dispersioni, di contaminazioni. Paradossalmente il popolo più cosmopolita che esista, ed è allo stesso tempo il più diasporico e — sì — anche Israele. È un aspetto del grande fascino, ma è oggettivamente così, non è contraddizione.
È verissimo. Abbiamo finito il tempo, la conversazione è stata molto interessante. Però non possiamo finire senza... ma sì, mia di quel compagno con la sua situazione.
Guarda, appena atterrato — non ci crederà — e si chiama Jefferson, il suo nome. La dichiarazione d'indipendenza. Perfetta, perfetto.
Allora, un saluto intanto a Jefferson, ma poi soprattutto a Fabrizio Rondolino. Questo è un libro che — ad avere voglia e tempo — merita di essere affrontato. Richiamiamo quello che c'è alle nostre spalle: è una storia familiare, tragica, ma forse proprio per questo da leggere. Grazie, Fabrizio.
Grazie. Grazie da me.