Trascrizione del video
Bentornati. A me si è direttamente un saluto a Filippo Facci, che è con noi oggi per una conversazione che sarà molto interessante. Benvenuto, Filippo.
Buongiorno. Buongiorno a tutti.
Allora. Allora, allora. Sono convinto di sì, perché "l'ultima fatica" — si dice così, in una definizione un po' retorica — di Filippo Facci è un libro che ho letto, e diremmo anche inquadrato. Secondo me è molto interessante. E cominciamo da un punto, Filippo, poiché si scende tanto nel libro: è un libro intelligente e al tempo stesso spiritoso e anche con un suo tono di una certa leggerezza, nel senso giusto del termine, che non manca mai.
Ma c'è un'affermazione molto divertente. Sì, come questo libro ha un suo modo colto — e adesso vedremo perché. Però c'è un passaggio molto interessante dell'introduzione che tu fai, che sintetizzo così: ma in realtà è una citazione, per certi versi, che "la cultura mi ha rotto i coglioni."
Sì. Sì, diciamo, è molto colto. Non so se questa è la prima domanda: non è da poco.
Naturalmente, per cultura non intendo, non intendo snobbare tutto, insomma tutto ciò che viene visto come cultura, insomma roba vecchia, i discorsi ogni ma... il concetto di ciò che è stato prodotto dall'Homo sapiens dalla parte sinistra del cervello, insomma ciò che non era necessario alle scimmie dalle quali discendiamo — da cui veniamo, da cui viviamo — per vivere tranquillamente con un terzo dello spazio cranico, perché noi ne abbiamo. E che ci ha fatto evolvere dal punto di vista del cosiddetto progresso tecnologicamente, ma non eticamente, come molti ancora — erroneamente, sbagliando — credono. Per cui il nostro cervello alla fine è una macchina, perché è un attrezzo vecchio di 50.000 anni, quando condividevamo ancora, come altri tipi di sapiens, cioè il pardon, l'Homo. E cosa succede?
C'è che noi siamo rimasti, sì, non so, il nostro cervello è rimasto quello. Per cui c'è chi crede che stiamo migliorando sempre, anche dal punto di vista etico. Ma come diceva qualcuno, il problema è che il nostro cervello non era peggiore di noi, oppure un greco di oggi è peggiore di quello dei tempi di Aristotele. O dal punto di vista della gestione economica: potremmo anche dire — dazi. Però insomma siamo rimasti così, e quindi come posso dire: ogni volta si nasce si ricomincia d'accapo. E se prendessimo un ragazzo del Paleolitico e lo trapiantassimo — alla nascita, quando si deve formare il carattere e la cultura appunto — e lo trapiantassimo all'epoca di oggi, mettiamolo a fare una laurea magistrale in un'università importante: prenderebbe se probabilità pari a quelle di inventare un bravo politicamente corretto rispetto a un ragazzo di oggi. È questo che vuole dire.
In realtà è un vero e proprio dizionario, quindi in realtà fa una vasta e lunga e articolata disamina di moltissime parole che fanno parte della nostra vita. Un altro punto di alto livello intellettuale, e specificamente: le parole sono importanti — adesso con una citazione cinematografica, nel caso specifico di Nanni Moretti. Ma nel dirci che le parole sono importanti, e quindi dando una dignità alla dimensione anche culturale del nostro modo di comunicare, tu però ci ricordi — come hai accennato adesso, ma nel libro questo è ben spiegato — che alla fine tutta la costruzione che abbiamo fatto attorno a molti comportamenti umani del nostro tempo, spiegandoli come frutto appunto di un'evoluzione culturale, è in realtà molto discutibile, appunto perché siamo quelli di decine di migliaia di anni fa.
Certo. Ma in contesto diverso. Qualcuno — da Hobbes banalmente, "homo homini lupus" — ha sottolineato appunto che se noi non avessimo una sovrastruttura di tipo — nel senso letteralmente del termine — culturale, alla fine rischieremmo, a un momento dato, di ricadere sempre nelle stesse trappole e negli stessi errori. Culturali e di civilizzazione. Per secoli, ogni poco, anche i romani con i circhi con i gladiatori, o gli Aztechi che buttavano giù le vittime da sacrificare agli dèi, dagli scaloni — con le teste, come abbiamo visto in forse un paio di film o in qualche libro. Sì, non sono tutti — si credevano al culmine della civiltà, esattamente come noi.
Noi ora lo facciamo anche attraverso le parole e attraverso un appiattimento lessicale che dovrebbe, diciamo, mettere sullo stesso piano tutto ciò che va incluso — termine male detto — all'estrema correttezza, inclusa insomma una società dove viga l'inclusione che viene confusa con l'uguaglianza. Sì, ma alla fine, basta ogni tanto, facciamo guerre e stragi esattamente come facevamo 50.000 anni fa. E come per rifarsi alla citazione iniziale antropologica, come le fanno i primati più vicini a noi, come gli scimpanzé, dei quali sappiamo — quando si dividono, lo sa, la settantanni... ricordate quel patrimonio genetico.
Per cui l'illusione, certo, è doverosa: il progresso cercare di migliorare. Ma magari — ecco — senza questo eccessivo entusiasmo. Senza un eccesso di strappi, perché se c'è una cosa che abbiamo imparato nel tempo è che il progresso è un piantigrado riformista: va piano piano, e non accetta strappi improvvisi e rivoluzioni che alla fine portano, non sempre, a controrivoluzioni e a restaurazioni. Sono un effetto rimbalzo, per cui c'è un rifiuto della rivoluzione stessa.
Quindi come ora, forse, in una parte della posizione occidentale, c'è un rifiuto del politicamente corretto che ha riportato — si voglia — da una parte all'altra. Sì, vuoi arrivare a questo tema del politicamente corretto, e ci arriviamo. Però ci voglio arrivare passando da un altro elemento che è trattato in modo anche spiritoso, ma che non vuole essere banale ovviamente. E che nella tua introduzione — perché tu dici, in modo molto diretto, che la vasta corte degli idioti è la tua categoria, quella degli idioti. E questa categoria degli idioti che ti ha molto divertito, ma secondo me ha un senso. Perché uno dei pregi di Filippo Facci, per fare il giro di questo libro, è che — mentre molti si trincerano dietro un uso anche delle critiche delle parole, con tutto attento, pudendo — lui ha invece, e non è un merito da poco dire le cose dritte per dritte, che fa secondo me una buona pratica.
Ci siamo prima, nel senso: allora sì, il libro inizia con questa introduzione che sembra quasi un'altra parte separata dall'aspetto del live. Ma insomma io definisco come questo libro si rivolge a degli idioti: diciamo culturalmente preparati — da una parte un'educazione di matrice classica, più o meno — abbiamo imparato tutti. Gli idioti che fanno danni a sé stessi e anche agli altri contemporaneamente. L'idiot che dico di non volere è con la categoria, la vastissima categoria di presenti sui social — secondo la quale, perché oggi ci si sente tutti in dovere di esprimere opinioni. Quando prima c'era, se vogliamo, nei confronti della mediazione, nei confronti degli intellettuali, una deferenza reverenziale che ci frenava, che ci ha fatto... un discorso di dove... che però c'era. E meno male che c'era. Nel senso: far sì che ci si chiudesse nella propria cameretta a pensare una cosa e a ripensarla prima di esprimerla. Mentre oggi si spara fuori qualsiasi cazzata che venga in mente, senza timore, perché si lancia l'opinione e si nasconde la mano. E si dicono cose che magari nella vita a tu per tu non si direbbero mai, o non si avrebbe soprattutto il coraggio, quando c'è l'espressione. Come il professore che se l'è presa con la figlia di Meloni: quello è un caso penoso, lo trovo penoso da vari punti di vista. Perché è un personaggio che non ha avuto nemmeno il coraggio del proprio "proud idiot", perché alla fine dice — per il grande che è stato colto in flagrante da non so quante anime — mentale: ha chiesto scusa. E già il concetto di scuse è superlativo della nostra vita, molto ampio, perché scuse è qualcosa che pronunciamo se ci beccano, non è una pulsione da ravvedimento. Però altrimenti sarei rimasto fiero della stessa opinione di cui poi ci si scusa. E poi anche i live andando, e con quel costo d'essere scorretti. E non è il "tentato suicidio" che a mio avviso è una delle voci di vocabolario che vorremmo metterci: il tentato suicidio non esiste, non esiste il tentato suicidio.
O il suicidio esiste. Sì, è qualcosa di cui sappiamo mediaticamente poco, perché c'è già una specie di ordine non scritto per cui si porta con cautela le notizie di suicidi sui giornali, a meno che sia di personaggi celebri, per non creare giustamente un fenomeno di emulazione. Però se uno vuole ammazzarsi e tenta il suicidio — il "tentato suicidio" — è un modo di richiamare attenzione sul disagio. No, penso anch'io.
Senti, prendo una delle pagine che secondo me sono più interessanti — del resto tutto questo dizionario è interessante — però vado in una zona nella quale si tratta uno dei temi che sono più, diciamo così, dibattuti: il tema uomo-donna, la cultura maschilista e così via. Vado a una definizione che tu non volevi attrarmi, quella che è del "Mai cap" — che recita, cito dal libro: "Non trocare — tra virgolette — la put...a."
Test: nel novembre 2022 un cartello in un pubblicitario del numero antiviolenza — il 1522 — recitava: "Perché ti stai truccando? A me piaci così." Se te lo dice, è violenza. Scritto sotto: "Ci sono frasi come schiaffi: mortificano, isolano, disorientano e minano l'autostima delle donne. Non sono solo parole: è violenza psicologica. Fermiamola prima che sia tardi." E tu concludi: un possibile complimento — "mi piaci struccata" — viene quindi derubricato ad assicurata violenza.
Allora, cioè il tuo libro è appunto su questo registro.
Sì, perché cosa c'è da aggiungere? Ogni parola, ogni espressione frai intelligibile — cioè voglio dire, ciascuno di noi, noi binari ben inteso, binari né come aggettivo — avremo detto una volta nella vita, anche magari a una donna: "Perché ti trucchi? Sei così bella struccata." La rimozione è che qui viene derubricato a probabile — perché possibile, tendenziale — violenza, perché il nostro tono è qui: "cari amici, a voler dire tutti i trucchi per piacere agli altri, all'esterno del recosistema dove ci sono i maschi patriarchi, all'interno del quale devi restare esclusivamente." Io so il contrario: dobbiamo dire i trucchi. Mi ricordi i trucchi? Se non fai trucchi, è schifo. Cioè dobbiamo dire così: forza. Una donna — secondo questa pubblicità — è stupefacente. Sono punte di eccesso, ovviamente. Però in una stagione che crediamo, ci illudiamo, stia tramontando — ma che è una stagione di eccesso, praticamente corretto — che tende da piani a rimuovere tutto, quando il linguaggio è fatto proprio per evidenziare, fare intenzione.
Ed è esatto. Lo penso anch'io. Vado avanti perché tra l'altro resto nel giro della pagina che ho scelto prima, perché ci sono altri due o tre punti molto interessanti che ci permettono di capire anche il lavoro che tu hai fatto sulle parole: perché questo è un libro di parole che ragiona sulle parole. La voce di cui parliamo adesso è "malato" — una voce molto interessante. Ti riassumo il libro con grande sintesi, ma il concetto merita uno sviluppo. Questa parola è stata abolita, vero? Perché si può più dire "malato", perché è da insensibili. Bisogna sempre dire "persona affetta da" o "persona colpita da." Però poi, alla fine, cosa c'è dietro? Questo tentativo appunto di schiacciare tutto, di fare tutto grigio.
C'è dietro, c'è dietro, un disconoscimento, la massificazione della verità. Se tu sei lebbroso, sei lebbroso. Non è che sei una "persona affetta da" — non è come si dice nei termini medici, "da qualcosa" — che poi alla fine la lebbra c'è. È un appiattimento del termine per cui tu sei affetto da, così come potrebbe essere affetto da... come io sono affetto da astigmatismo, perché porto gli occhiali. E quindi c'è un'equiparazione, un livellamento, una banalizzazione, e una non comprensione — se vogliamo anche del grado, della differenza. Per cui se tu hai la lebbra, io ti devo dire che hai la lebbra. E se la parola "lebbra" è brutale, perché la vita e la realtà lo sono. Poi certo non è che dobbiamo abolire la cordialità, la gentilezza e soprattutto la sensibilità che è in ciascuno di noi, e non è nei vocabolari. I vocabolari sono mezzi, non fini.
Però, naturalmente, non è che complicato esprimersi. Io ho passato una vita ad imparare le parole per usarle, per capire la differenza. Se poi me le cambiano di continuo calandole dall'alto — perché c'è anche questo: le parole le calano dall'alto, quando il cambiamento del linguaggio è sempre venuto dal basso, dal volgo, dalla gente — si è come dire, si è adottato prima di essere acquisito da qualche Accademia della Crusca nel tempo. Vi sto dicendo: oggi ti piazzo un'espressione, è già cambiata, è diventata un'altra, e tutti con quella vecchia ti rimproverano, e ti ritrovi abituato a confrontarti con gli eccessi degli esempi incredibili.
Poi la madre di tutte le parole paradossali da questo punto di vista era la famosa parola "negro". Voglio dire: io, in seconda media — e non sono un marziano — fa scrissi un tema obbligato dalla professoressa di lettere a leggere "Ragazzo Negro" di riciclo, il libro si chiama "Ragazzo negro", scolastica, copertina. Ragazzo delle medie ero io, che ero obbligato. Poi è cominciato un incubo, un incubo di cambiamenti continui: per cui anno dopo anno è diventato "di nero" — d'accordo, va benissimo, anche se poi con l'ora è un'espressione propria. Però insomma "di colore", "di colore" è un'espressione — penso più sappia — che se vai negli Stati Uniti e dici "di colore", ti ridono in faccia. Perché loro intendono dire "le persone nere" o "negro" o "colored" — non noi caucasici, di bianchi di pelle. Ridono, ridono. Cioè, ma "tu sei di colore" — perché se ti emozioni diventi rosso, se fa freddo diventi blu, se sei morto diventi grigio: non siamo più o meno sempre dello stesso colore, poi mi pare. Comunque, adesso credo siamo a "afrodiscendente" come espressione, mi pare. Se ti va a dire "afrodiscendente" — giusto? Buono. So, so — diciamo — ma non mi so prendere, non mi so prendere. Stai dicendo un termine assediato. Io per dire: io so un sito di riferimento che leggo sempre perché usano sempre tutti i linguaggi perfetti — l'unico sito che c'è in Italia, non lo nomino perché mi stanno sulle palle e sullo stomaco — c'era "afrodiscendente": quindi penso che termine corretto sia quello, se per quel sito.
Senti, siccome molto di quello di cui stiamo discutendo finisce anche nelle vicende politiche — perché poi alla fine la politica contiene quasi tutto quello che riguarda il nostro tentativo. Questo gigantesco processo — di cui abbiamo fatto cum passaggi — nella nazione che più lo ha portato avanti, come gli Stati Uniti d'America: il risultato al tempo presente è che poi gli americani hanno eletto per due volte uno come Trump, che in fondo è la negazione di tutto ciò di cui stiamo parlando.
Sì, pare proprio, pare proprio. Stiamo dicendo — la cosa che mi ha più stupito — è la statistica dei sondaggi: c'è una grande parte di elettorato che in teoria non doveva votarlo, e lui invece ha votato. Perché essendo lui Trump, diciamo un nemico dichiarato del politicamente corretto, si sono sentiti identificati con — spiegavo prima — quel processo per cui, essendo completamente e continuamente calata dall'alto la metrica del nuovo linguaggio, loro si trovavano invece schiacciati giù in basso, come a dire: "Tu non parli il corretto, il corretto linguaggio, l'inglese corretto. Quello che non lo sai: sei ignorante, non appartieni alla cosiddetta élite che appunto si contraddistingue, se non altro, da un continuo cambiamento terminologico per definire e includere i diversi." E poi ti trovi che questi sono incazzati di sentirsi sempre giudicati come volgo inudibile o inascoltabile, e abbiano votato Trump per questo. Così pare, e così risulta. Potrebbe essere così anche in Italia: se pensiamo che nel nordest usano ancora "negro" oggi. Ci sono zone d'Italia — perché noi giornalisti spesso ignoriamo come la gente parli davvero — dove "negro" si dice ancora. E perché non dovrebbero farlo, in teoria? Visto che nel vocabolario la parola c'è e significa appunto "negro". Se una parola fosse abolita nel vocabolario, o fosse scritto che accanto alla parola — come spesso si fa — che una parola è volgare, dialettale, tale, gergale, regionale — allora sarebbe diverso. Però "negro" non si dice perché c'è un tizio che passa e mi dice sempre per conto terzi che è una parola offensiva. Perché abbiamo dimenticato di dire questo punto: che oggi la grande indignazione per praticamente ogni scorrettezza, per ogni "walk", è sempre per conto terzi. Cioè quelli che si offendono non sono mai l'indirizzo dell'offesa. Per dire: non sono i negri che si incazzano, non sono quelli abitanti della Moglie — l'affette o le persone affette da sindrome di Down, uno dice "moglie" — queste cose qui sono sempre degli altri che, come dire, degli aspetti guardiani del web soprattutto, che dicono: "Tu sei scorretto, tu offendi, tu non devi dire, tu vai a fare." Ecco.
Ti dicevo. Se ti vuole, uno dei personaggi che in qualche modo ha acquisito una voce del tuo dizionario, in qualche modo rappresenta questa fase storica e che tu critichi nel libro è Greta Thunberg — a cui è dedicata una voce del libro. Ma secondo me è interessante che tu ce ne parlassi.
Ma guardi, io mi sono fatto, ma sempre ho voluto dire, questo personaggio improbabile: mi parlate di Auschwitz che insomma abbiamo impiegato anni a capire che sembrava ciò che si è rivelata, ed è sentimentalmente una fanatica estremista in piccole dimensioni. Quello che però è interessante — anche se accade sempre, e ogni volta ingenuamente ce ne stupiamo — è la parabola, anche dal punto di vista degli utenti italiani dei politici italiani ovviamente, nei confronti di questo personaggetto caricaturale del catastrofismo ambientale. Secondo la quale — se andiamo a rivedere quello che diceva — dovevamo essere più o meno già tutti morti adesso. E che appunto è stata osannata, è stata ricevuta in parlamento, è stata trattata come una regina, è stata enfatizzata — quella che defecava nel secchio e non usava la falda fognaria — per andare fino negli Stati Uniti, ed era andata in barca con una barca di miliardario perché non produceva emissioni da una parte, producendone solo dall'altra.
Io me ne frego, ma Greta Thunberg è il personaggio che mi ha fatto incazzare di più da subito. Perché? Perché io sono — come abbiamo detto, me l'attribuisco — mi reputo un ambientalista. Un ambientalista di quelli che va in giro sulle montagne, vede coi propri occhi i problemi veri che ci sono, vede che cose che ci succedono. Ho un passato e anche un presente da radicale, etc. Quindi vedere insomma l'ambientalismo praticamente personificato da Greta Thunberg mi scuoteva sempre la confusione.
La biasimarla, la Thunberg? Ho fatto sempre così: Thunberg. Perché chiunque diventa ambientalista perché Greta Thunberg è diventata ambientalista — probabilmente è quello di cui parlavamo all'inizio di quest'intervista — è un probabilissimo idiota. Non è un ambientalista: è uno che dopo lo smantellamento sarà dell'altra cosa. Essere un ambientalista per quel motivo — è quello che qui parlavamo all'inizio dell'intervista — è un probabilissimo idiota.
Abbiamo un minuto per chiudere la nostra chiacchierata. È un punto, una tua grande passione — c'è la montagna. Perché uno dei concetti che poi ricorre anche nelle definizioni del libro è che alla fine, siccome in montagna c'è da stare molto attenti a non lasciarci le penne, questo tenersi occupati fa sì che ci si evita di stare appresso a un sacco di fesserie che dominano altrimenti la nostra quotidianità.
È così. E qui si apre un fronte smisurato: quello, diciamo, di come funzionano gli esseri umani, di come concepiamo — o meglio non sappiamo vivere — il presente. Perché siamo sempre proiettati nel passato e nel futuro, con un raffronto tra obiettivi e raggiungimenti che solo noi abbiamo: siamo l'animale, l'unico animale esistente, che sa che dovrà morire. Perché gli altri animali non sanno che esiste la morte, la vedono negli altri, non pensano, non concepiscono il proprio morire. E in montagna c'è un ridimensionamento, una vera relativizzazione dei problemi reali, che sono ridotti all'osso: perché l'ice è fatica, fame, sete e sopravvivenza. E diciamo c'è un ridimensionamento allo stato animale se vogliamo, senza essere un integralista, che ti fa guardare tutte queste cazzate — che ho cercato anche di censire, tutte queste parole del nuovo mondo — con un distacco tale che ti restituisce un senso della distanza.
Peccato che sono andato a vedere se mi ritrovassero: arco, montagna. E c'è quell'limite che è lo stesso per cui, a 25 anni, non ho dei più capelli. E c'è la vecchiaia che avanza, spesso puntuale e spesso addirittura bussa con anticipo. Però anche la pasta è già stata — si può fare anche così. Sì, sono un quattro animali a gambegambe che è assolutamente politicamente scorrettissimo. Però lo accerchierò.
Un lungo capello: poco questo tuo dizionario politicamente scorretto. Devo dirti è interessante e al tempo stesso quindi hai fatto bene a dedicarci il tempo che ci è voluto, perché se non sbaglio è stato un lavoro non banale nel mettere giù tutte queste pagine. E complimenti, grazie per questa chiacchierata. Ma ritornerai qui, tutto a rivedere.