Trascrizione del video
Energia. Chi paga il prezzo della crisi? Lo chiediamo a Giuseppe Moles, Amministratore Delegato di Acquirente Unico. Benvenuto.
>> Bentrovata. Grazie per l'invito.
>> Allora, partiamo dagli ultimi aggiornamenti, sperando che nel frattempo non ce ne siano ulteriori. Andiamo sul conflitto in Medio Oriente e più precisamente sull'Iran. E questa è una domanda che la faccio alla luce del suo altro incarico, come professore di Studi Strategici e di Geopolitica all'Università di Salerno. Quindi approfitto di questo suo titolo per fare un po' un punto su quello che sta accadendo nel mondo. Ieri sembrava che Teheran avesse accettato l'accordo e i punti imposti dagli Stati Uniti, tra cui lo stop al nucleare. Stanotte invece Teheran ha smentito. Nel frattempo sembra che il duo Witkoff e colleghi stia cercando di creare una squadra per trovare un punto di incontro. La domanda è: questa trattativa ci sarà mai? Sì o no? E soprattutto possiamo sperare nella riapertura del canale di Hormuz?
>> Quante ore abbiamo?
>> Poco, deve essere sintetico.
>> Allora, non ci dobbiamo far condizionare dalle notizie ora per ora, giorno per giorno — a parte il fatto che non possiamo sapere che tipo di strategie ci siano dietro, sia di tipo diplomatico che strategico. Va però sottolineato un fatto: quello che accade in questo momento non nasce oggi, non nasce ieri. Tutti i problemi, le criticità o le tensioni del sistema internazionale vengono da lontano. Io mi auguro e spero che dietro la decisione degli Stati Uniti e di Israele ci sia una strategia di medio periodo, perché tutto quello che sta accadendo ci dimostra che non è semplice risolvere i problemi di tipo internazionale. In più, è un ragionamento che va fatto: qual è il piano B? O meglio, qual era il piano A? Quello di abbattere un regime, di distruggere le capacità nucleari militari di Teheran, il cambiamento di regime. Ma allora, se guardiamo lontano, dobbiamo considerare che il sistema internazionale in tutti questi anni — anzi, decenni — non ha assolutamente posto in essere nessuna azione per, ad esempio, creare una classe politica di opposizione anche all'estero, in modo tale da consentire un cambiamento di regime nel momento in cui tutti siano d'accordo.
>> Si sono fatti tanti nomi, ma nessuno di questi è riuscito davvero a riconciliare tutti.
>> Assolutamente, lei ha perfettamente ragione. Le dico anche un'altra cosa: questo è un regime che nasce da lontano e che anche il sistema internazionale dell'epoca ha consentito. In 40 anni ha costruito un sistema di regime all'interno di un paese enorme...
>> 90 milioni di abitanti.
>> Esatto. 90 milioni di iraniani, dove almeno 10 milioni fanno parte della struttura di regime — una struttura tripartita: c'è il vertice politico, c'è il vertice religioso e c'è il vertice militare dei Pasdaran. Quindi eliminare, come dire, la testa del serpente in questo momento — è stato dimostrato — non è servito, perché il regime è talmente articolato come una piovra che si è ricostituito immediatamente. Rispondo dunque alla sua domanda: ritengo che questa crisi — è una previsione magari pessimista — sarà di medio periodo. Certamente tutto ciò che accade nelle segrete stanze, attraverso trattative parallele e l'intervento di altri paesi oltre ai cosiddetti mediatori, può in qualche modo far fare passi avanti. Non ho escluso, per esempio, che l'affermazione di Trump fosse una disponibilità alla trattativa. Ovviamente, come dico sempre ai miei studenti, una trattativa si fa quando le due parti sono d'accordo a farla.
>> E soprattutto sono d'accordo nel fare disclosure sulla trattativa.
>> Esatto.
>> Allora, supponiamo che l'Iran chiuda definitivamente lo stretto di Hormuz. Cosa dobbiamo prepararci ad affrontare? Nel frattempo, già oggi dal blocco gli attraversamenti delle navi sono crollati del 95%, e ricordiamo che circa il 20% del petrolio nazionale proviene da quella zona. Chi ad oggi riesce a passare? Con quali escamotage — si parlava dello spegnimento dei transponder per non essere intercettati dai Pasdaran — e soprattutto: è verosimile questo obolo di cui si parlava in questi giorni, un dazio da 2 milioni di dollari per ogni nave che volesse attraversare quelle acque?
>> Siamo sempre nel campo delle ipotesi. Tenga però presente una cosa: il rischio dell'attraversamento è dovuto alla distruzione della petroliera di turno, o il rischio è dovuto allo schizzare delle assicurazioni sulla stessa petroliera? Perché il dato reale è questo: un armatore proprietario di una petroliera, che ha il prodotto in attesa, si può assumere il rischio di attraversare lo stretto o meno. Il problema è che fin dall'inizio i trader assicurativi hanno fatto delle quotazioni enormi per assicurare questo rischio. Ancora non sappiamo se la minaccia dei Pasdaran di aver minato lo stretto sia reale o meno — quindi è una situazione molto complicata. C'è chi si assume il rischio di attraversarla, chi ha evidentemente trattato direttamente con l'Iran. L'Iran ha consentito ad alcuni paesi di attraversare perché sono paesi cosiddetti amici.
La tassa — in realtà lei sa perfettamente che questo obolo richiesto dai Pasdaran fa parte dei sei punti che sono stati formulati dall'Iran per porre fine a tutto questo — punti che sono sinceramente inaccettabili da chiunque abbia buon senso. Un esempio banale: uno dei punti è la cancellazione e la chiusura di tutte le basi degli Stati Uniti nei paesi del Golfo. Oppure la sospensione dei controlli sul nucleare per uso militare — evidentemente non è accettabile.
>> È un gioco di scacchi molto pericoloso. Vediamo un altro attore che sta lì, guarda, osserva, ma si pronuncia sempre in maniera molto ponderata. Stiamo parlando della Cina, a cui va oltre il 90% dell'esportazione di petrolio iraniano. Ora, secondo alcuni analisti cinesi la situazione è sì preoccupante, ma loro non sarebbero particolarmente allarmati. Mi spiega per quale motivo?
>> Posso fare delle supposizioni. Intanto è vero che gran parte della loro esigenza energetica veniva e viene dall'Iran. Nello stesso tempo ha aiutato anche la sospensione delle sanzioni che ha fatto Trump per un mese. Quindi in qualche modo, quel poco che non riesce ad avere dall'Iran, magari oggi lo prende dalla Russia. Ma credo che la sostenibilità a cui fanno riferimento gli analisti dipenda dal fatto che la Cina ha un sistema di gestione del paese dove, anche in un momento prolungato di rallentamento dell'economia, non ci sono soggetti che possano lamentarsi pubblicamente. Quindi è gestibile da parte della Cina.
>> Sarà anche perché hanno fatto molti investimenti sulle rinnovabili.
>> Questo sì, indubbiamente — a differenza nostra, da tempo hanno cominciato a modificare il loro mix energetico. Se l'analista faceva riferimento all'autosufficienza energetica vera e propria, certamente sì. Ma noi dobbiamo sempre ragionare nel medio-lungo periodo. Questo medio-lungo periodo di difficoltà quanto dura? Qualche mese, qualche anno? Se durasse qualche anno, allora magari la sostenibilità a cui si fa riferimento sarebbe un po' messa in discussione.
>> Sicuramente. Allora, cosa ha sorpreso un po' tutti sono stati questi missili iraniani, perché hanno colpito la base di Diego Garcia — e quindi hanno dimostrato di avere una gittata molto lunga — tanto che a un certo punto si è temuto che potessero arrivare a colpire anche i paesi dell'Unione Europea. Se questa ipotesi, speriamo remotissima, dovesse verificarsi, cosa succederebbe?
>> Questa domanda è molto importante e la ringrazio per avermela fatta perché dimostra una serie di cose. La prima: chi dubitava in passato della capacità militare iraniana ha avuto la conferma che forse era un errore. L'Iran ha dimostrato di avere una capacità di medio-lungo raggio, il che è abbastanza preoccupante. Voglio però sottolineare una cosa: Teheran ha reagito in modo diverso questa volta rispetto agli attacchi precedenti sui siti nucleari. Detto brutalmente, ha sparato ovunque — e non è casuale. Ritengo che sia strategico: hanno certamente contrattaccato rispetto a Stati Uniti e Israele e continueranno a farlo, magari diminuendo nel tempo, perché effettivamente non hanno un arsenale di droni e missili tale da poter reggere per un anno o due, a meno che non vengano riforniti. Però nel breve e medio termine lo continueranno a fare, e hanno utilizzato una strategia parallela: quella di colpire anche paesi dell'area del Golfo — alcuni quasi insospettabilmente, come il Qatar.
>> Esatto.
>> Perché lo hanno fatto? Per creare confusione. Credo che sia voluto: sperano di avere una reazione militare da parte di qualcuno di loro. Ricordiamoci che gli iraniani non si sentono arabi, anzi. Dall'altro lato, stanno di fatto facendo un danno non tanto militare o politico, ma economico e finanziario ad alcuni di questi paesi. Quindi magari sperano che questi paesi possano fare pressione sugli Stati Uniti perché si arrivi a una rinuncia alle attività militari o strategiche. Un ruolo molto importante lo giocherà, secondo me, l'Arabia Saudita, perché formalmente alcuni di questi paesi non intervengono e non hanno reagito, ma nello stesso tempo a chi giova che l'Iran resti un paese così estremizzato, radicalizzato e incattivito nell'area?
>> Se invece dovesse verificarsi questa ipotesi, si attiverebbe l'Articolo 5 della NATO?
>> Il funzionamento dell'Articolo 5 è molto particolare. Quando si fa riferimento all'Articolo 5 non è automatico. Ci deve essere la richiesta del paese che è stato colpito — l'ultima volta che è stato chiamato in causa l'Articolo 5 è stato dopo l'11 settembre, dagli Stati Uniti d'America. A quel punto si riunisce il Consiglio dell'Atlantico del Nord che, all'unanimità, dovrebbe prendere una decisione. Non è una difesa collettiva automatica: è una difesa che può essere di vario tipo — non necessariamente militare: può essere sostegno economico, sanzioni, o anche militare. Quindi non è un meccanismo che si attiva immediatamente. Certamente è uno di quegli strumenti giuridici che consente ai paesi della NATO di partecipare volontariamente a una risposta o a una difesa rispetto a un possibile attacco, che nessuno si augura possa accadere.
>> È un articolo molto labile, quanto il diritto internazionale. Bisogna ricordare che ce n'è anche un altro che riguarda l'Unione Europea, che sarebbe stato invocato qualora l'attacco a Cipro da parte dell'Iran non fosse stato esclusivamente nei confronti di una base britannica, ma nei confronti di un paese come Cipro che fa parte dell'Unione Europea.
>> Poi in realtà ognuno si muove in base ai propri interessi nazionali.
>> Ovviamente. Le ripercussioni di questo conflitto sono sotto gli occhi di tutti. La BCE in queste settimane ha parlato apertamente di un'inflazione più alta e una crescita più debole. Siamo a rischio concreto di stagflazione in Europa, secondo lei?
>> Io non lo credo. Sono tutti effetti immediati nel momento in cui c'è qualsiasi crisi, in questo caso una crisi di tipo militare abbastanza importante. Tra l'altro la BCE ha tutti gli strumenti per poter intervenire qualora si renda conto che c'è un aumento sconsiderato dell'inflazione — e a quel punto, come in passato, si agisce sui tassi. Anche le preoccupazioni sui mutui sono elementi temporanei. La BCE ha gli strumenti e quindi non credo si possa andare verso una stagflazione. Come sta capitando in questi giorni: un aumento dello spread, un aumento parziale dell'inflazione, ma non a livelli elevatissimi. Qualora ciò accada, evidentemente le istituzioni sono in grado e devono operare per ridurre i rischi.
>> E adesso veniamo a quello che stiamo facendo in Italia. Però prima una battuta di carattere generale sulla speculazione sui carburanti. Dal suo osservatorio da Acquirente Unico, secondo lei c'è un problema di trasparenza nella formazione dei prezzi?
>> Noi come Acquirente Unico non abbiamo tra i compiti istituzionali l'osservazione dei prezzi, però ovviamente come tutte le aziende del comparto energia seguiamo con molta attenzione. Ho notato sicuramente un elemento di iniziale speculazione che poi in qualche modo è stato calmierato, perché correttamente e giustamente è partita tutta una serie di attività di controllo molto utili. Ci sono strutture apposite, oltre all'Osservatorio Prezzi, come l'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato e la Guardia di Finanza. Gli esiti di tutto questo certamente possono portare a un controllo maggiore. Nello stesso tempo però, parlando in maniera molto brutale: se il distributore A mi fa un prezzo di 2,19 e uno a 1 km di distanza me lo fa 1,80 — evidentemente ci sono un soggetto A e un soggetto B che si comportano diversamente. A quel punto, in base alla legge del mercato, vado dove risparmio.
>> Chiaro. Dobbiamo un po' imparare a fare anche questo, secondo me.
>> Lo faccio anch'io.
>> Io onestamente no — ho il benzinaio sotto casa, è comodo. Però non faccio testo. È giusto quello che dice lei. Comunque sia, il prezzo del greggio continua a salire, anche quello del diesel e della benzina. Nel frattempo il nostro governo ha posto una misura tampone, il DL carburanti, però già sembra che le risorse previste per contenere questi prezzi siano arrivate agli sgoccioli e questa misura si potrebbe azzerare addirittura prima della scadenza prevista di una ventina di giorni. Secondo lei è una misura utile? Conviene prorogarla, come si sta ipotizzando, o si potrebbe fare qualcosa di più?
>> Io ritengo che il governo abbia fatto bene, perché in realtà non è intervenuto sul prezzo del bene — il cui prezzo viene fatto dai trader internazionali — ma su quello che invece rientrava nella sua competenza: le accise. Una sospensione temporanea è un provvedimento di emergenza che in qualche modo ha funzionato. Noi non possiamo ragionare come singoli perché dipendiamo da tutto ciò che accade nel contesto globale. Il prezzo non lo facciamo noi. Diverso è che le variazioni di prezzo siano momentanee. Oggi il prezzo del gas è sceso, domani magari risalirà. Un governo serio deve ragionare nel medio periodo. Il problema è: quali sono le risorse che il sistema paese ha a disposizione? Le scorte del paese ci sono — quello che troviamo oggi al distributore è stato acquistato dalle catene petrolifere private tre o quattro mesi fa. Il bene non è scarso di per sé.
>> Certamente. Non è come l'acqua di un rubinetto che si apre e viene erogata istantaneamente.
>> Certamente. Però dobbiamo ragionare nel medio periodo: quanto durerà questa situazione di instabilità? E questo si collega al fatto che come sistema paese dobbiamo ampliare sempre più il mix delle risorse a nostra disposizione.
>> L'Arabia Saudita, che il petrolio ce l'ha, e che ha investito ideologicamente nel medio-lungo periodo con la sua Vision 2030...
>> È vero che loro continueranno ad avere petrolio, ma hanno cominciato a investire su tante altre cose, per esempio sulle rinnovabili. E certamente lo fanno per interesse statale e nazionale, ma anche per avere un altro prodotto, un altro bene da vendere agli altri.
>> Abbiamo pochissimi minuti. Visto che stavamo parlando di mix energetico e di indipendenza energetica: questa crisi può accelerare l'indipendenza energetica europea?
>> La storia insegna che al momento — l'attacco della Russia all'Ucraina ha fatto sì che tutti i paesi europei che si erano per decenni cullati sulla disponibilità di un bene, ad esempio il gas russo, senza diversificare le fonti di approvvigionamento, si siano resi conto del rischio. Quindi finalmente l'Europa si è resa conto che non bisogna ragionare da un punto di vista ideologico ma pragmatico. La dipendenza da uno o pochi beni o prodotti determina una dipendenza di qualsiasi paese dagli altri. Di conseguenza ogni paese ha necessità — e finalmente se ne sta rendendo conto — di non essere esclusivamente dipendente da un bene fornito da un solo paese, soprattutto in una situazione geopolitica così cambiata. Abbiamo bisogno di un mix adeguato.
La Spagna, ad esempio: perché noi paghiamo l'energia più della Spagna o della Francia? Perché la Spagna ha investito sulle rinnovabili 20-30 anni fa. La Francia ha investito nel nucleare. Noi paghiamo invece un prezzo energetico molto più alto perché dipendiamo dal gas. Le scelte di medio periodo sono quelle che premiano di più perché rendono il sistema paese più solido. La Spagna però, che ha investito soprattutto sulle rinnovabili, ha creato qualche problema nel momento in cui c'è stato un blackout — per una serie di motivi. La Francia è più avvantaggiata perché il suo mix grazie al nucleare è più stabile. E quindi può essere davvero uno stimolo ulteriore per l'Europa a non ragionare più da un punto di vista ideologico, per esempio anche sulla questione dell'ETS.
>> Assolutamente d'accordo. Grazie davvero tantissimo. Purtroppo il tempo è scaduto, la rinvito sicuramente perché se ne continuerà a parlare ancora per molto. Grazie Giuseppe Moles per essere stato con noi. Grazie a voi per averci seguito, grazie alla nostra regia. Radar torna la prossima settimana. Restate sintonizzati con la nostra programmazione.