Trascrizione del video
Abbiamo con noi con grande piacere il nostro collega giornalista, tanti anni a Repubblica, che è qui con noi oggi perché in questi giorni — di inizio aprile del 2025 — ricorre il ventennale della morte di Giovanni Paolo II. Non occorre spendere parole per dire la gigantesca figura che Giovanni Paolo II è stata, non solo per la questione religiosa ma anche per le vicende politiche, perché sono un po' collegate. Tutto questo è in un interessantissimo libro che ha raccontato. Il quale riguarda — lo vedete — essenzialmente gli ultimi giorni. Ma ci sono molti riferimenti ad altri periodi. E' la cronaca, giorno per giorno, degli ultimi giorni. Da Febbraio a aprile.
Giovanni Paolo II — ricordo bene tra l'altro io, ho fatto le serate, le nottate al Gemelli quando il papa va per quello che evidentemente sarebbe stato il suo ultimo ricovero — il papa, Giovanni Paolo II, nell'ultima fase della sua vita, non era certamente quello di prima. La malattia lo aveva duramente colpito. E la cosa che mi ha sempre impressionato è come — quasi incapace di parlare, con una gestualità molto condizionata dalla malattia — mantenesse un rapporto anche con la gente in Piazza San Pietro impressionante. E questo è un po' una dei tanti pregi della figura di Giovanni Paolo II.
Sì, fino alla fine. Fino alla fine, prima con la parola, prima con la vita, ma non solo da papa. Perché conoscere il papa — o Wojtyla, o come lo si voglia chiamare — fin dalle sue radici, significa conoscere... Non voglio usare troppi aggettivi, perché non ha bisogno dei miei aggettivi. È un gigante del ventesimo secolo, del ventunesimo. Si è confrontato — fin da giovane — ha lottato, ma non si voglia usare la parola militare. Ha combattuto contro il nazismo, non dimentichiamo questa cosa. E fin da giovanissimo. La parola è un grande dono: ha combattuto, ma non imbracciando le armi, con la Vangelo in mano. È una cosa pazzesca. E poi ha combattuto nel pieno degli anni '80 contro il comunismo — da sacerdote, da vescovo e da cardinale. Ma sempre con la parola, con la Vangelo.
E tra l'altro, nei documenti riemersi dall'archivio di Mosca, c'è un rapporto ufficiale dei servizi segreti di Mosca sovietica. Quando lui diventa papa — anche nel momento in cui, non un documento, alla caduta del Muro — è un papa che arriva dopo uno dei più brevi pontificati nella storia della Chiesa, in particolare della Chiesa moderna. Cioè i 33 giorni di Albino Luciani, Giovanni Paolo I. Ma noi sappiamo con documenti ufficiali — e io da qui partirei, che è chiara — che i servizi segreti scrivono — mettono nero su bianco, anche in un rapporto con informazioni venute dai loro rispondenti in Polonia — sostanzialmente dicendo: "È stato eletto questo cardinale, speriamo non siano guai." È nero su bianco anche nei documenti del KGB. Era una persona molto intelligente, che vedevano lontano. E hanno provato in tutti i modi a mettere una sorta di bavagli o a silenziare i primi passi del pontificato di Wojtyla. Non è difficile immaginare che quando lui, da papa, si recasse in Polonia ci sarebbe stata molta attenzione. E ci fu uno sforzo enorme dei governanti del partito comunista, diciamo, per condizionare anche le riprese televisive. Cioè, facendo solo primi piani su chi parlava. Non potendo non trasmettere — facendo non vedere, dimenticando che — a trasmettere le dirette non era solo la televisione polacca, era tutto il mondo. Per cui fu un autogoal.
E vero, tantissimo vero. E poi ci fu l'attentato. Resta da dire immediatamente che in Piazza San Pietro, c'era il cerebratore dell'attacco. Quando l'inchiesta italiana incontrò possibili contatti con un gruppetto di funzionari dell'ambasciata bulgara, questi funzionari dell'ambasciata bulgara partono, se ne tornano in Bulgaria e non li abbiamo mai più rischiati. Sarà un caso. Sarà un caso, però un altro caso che la politica, praticamente, teneva presente: che aveva aperto dei canali, la caduta del Muro. Per cui aveva questo punto. Io penso — non so chi ha dato l'ordine, e quindi mi assumo su questa responsabilità — che la saggezza, diciamo, della pastorale della Santa Sede era: non diciamo e mettiamo una pietra su. Andiamo avanti. Vediamoci. Guardiamo al futuro, perché la Russia andava liberata anche da tante cose — anche dalla libertà di religione — quindi guardare non più agli interessi del popolo di Israele... ma tu dici molto bene. Io credo questo. Dici molto bene. E anche questo è un tema che ci porterebbe a una discussione però interessante.
Io la penso nello stesso modo. Per la verità la pensavano nello stesso modo anche alcuni dei magistrati che ho citato prima. Tanto vero che c'è una caratteristica — credo unica nella storia penale, non solo italiana, ma in Italia — che c'è una persona che è sparata in una piazza, confermato. Sul fatto che c'è stato qualcuno che ha sparato a Giovanni Paolo II con un proiettile, non c'è dubbio: c'è tanto di fotografie. E sul fatto che la persona che ha ricevuto il proiettile è Giovanni Paolo II, non c'è dubbio. Ora, questo è un tentato omicidio. Bene. Quale inchiesta nella storia penale del mondo si è mai svolta occupandosi di un tentato omicidio senza parlare con la persona che ha ricevuto il proiettile? Questa qua. Sì, il papa non ha mai partecipato alle vicende giudiziarie.
Il tuo punto è fatto di due aspetti. Sì, la nostra parte è lunga, non riusciremo che la storia è forse... Il giorno dopo, appena fu in grado di parlare dal Gemelli, disse: "L'amo come un fratello, l'ho perdonato, l'ho perdonato, e prego per lui." Uno, due. E poi l'andò a trovare in carcere. C'è stata una scena. Rimase per venti minuti, non ho risorse di parlare di più. E disse sempre di sì. Ma questo il papa ha applicato — ha fatto qualcosa di eccezionale — non ha applicato il Vangelo. Appena l'avvenimento, non l'ha fatto. Non l'ha fatto.
Poi, c'è anche il suo staff e il suo segretario personale, perché penso a Monsignor Dziwisz — che è stato accanto a lui tutta la vita, per poi diventare cardinale — ma era Cardinalino, diciamo così. Quando poi fece, a pochi anni dal suo ricovero in un libro-intervista, a domande e risposte, un dialogo con Monsignor Dziwisz, e Dziwisz nell'introduzione torna sul tema della tentata uccisione in Piazza San Pietro. La risposta di Wojtyla è semplicemente sublime. Perché in quel libro, Wojtyla dice — colui che ha tutta la vicenda dell'attentato in una dimensione spirituale — compreso il proiettile che va, e il proiettile che va poi nella corona della Madonna di Fatima. La Madonna di Fatima che si lega ai segreti — anche questo sarebbe un capitolo molto lungo. Ma Wojtyla risponde a Dziwisz, e gli dice: "Ma che spiegazione si è dato lei, Santo Padre, di quello che è caduto?" E Wojtyla risponde. Diciamo: "Chi aveva interesse a colpire il papa? Non me, ma il papa." Erano le dittature del '900, i fascismi, i nazismi e i comunismi. E siccome al tempo dell'attentato due di queste tre dittature avevano lasciato la scena mondiale, ma una no. Il riferimento è molto chiaro.
Senti, andiamo agli ultimi giorni del papa, che sono stati giorni di grande partecipazione popolare, davvero incredibile. Io ho visto — con i miei occhi — che le ultime due notti, compresa quella che precede i funerali: notti nelle quali le persone non solo riempivano Piazza San Pietro. Non solo riempivano l'intera Via della Conciliazione. Ma fuori da Via della Conciliazione, su tutto il Lungotevere, c'erano migliaia e migliaia di persone. In circa 3-4 giorni — calcoli alla mano, la fonte diciamo di produzione ufficiale, è il nostro servizio — a Roma arrivarono in quei giorni oltre 4 milioni di pellegrini da tutto il mondo. E fecero delle file per poter vedere il Santo Padre che dormiva — io non uso la parola "morto," mi non piace — dormiva. Ma sia che così sia, il corpo era lì. Solo per fermarsi pochi secondi. Calcoli alla mano, fecero una fila di 4-10 ore. Io nel libro lo dico a pagina 275. Mi sono preso la curiosità di sentire da una famiglia che ha fatto quella esperienza. E mi racconta proprio con emozione come hanno deciso all'improvviso — alla morte del Papa — "andiamo a Roma." E hanno fatto con i loro figli — grandi, 14 ore di attesa. Io ero lì — come ero anche tu. Ed ero in mezzo a quelle persone. Però ero lì sereno. Anzi, con costanti lacrime. E ragazzi, ragazzi che normalmente non avrebbero mostrato questa partecipazione.
Allora, quando ho concepito questo libro — se può interessare — poco tempo fa: si è passato da ottobre, sentendo una storia. Entra poi che ci sarà il ventennale. Scatta dentro una scintilla di scoperta: il ventennale bisogna raccontarlo. Però, però, mi sono posto un problema. Raccontare questo ventennale come se fosse una cosa museale — no, non mi bastava. Voglio fare qualcosa di più. Perché sono convinto — e magari, se tu mi puoi dire il tuo avviso — che il pontificato di Wojtyla ancora non è compreso abbastanza. Ancora è studiato, ancora deve essere applicato molto.
Allora, ho totalizzato — servito da tre angeli custodi, li ho preferiti. Ho fatto una scelta: li ho tenuti una cosa aperta, non ho chiuso niente. Sì, come lui con una cosa. Poi quella che può parire strana: lui — se pensiamo anche alla figura di chi è arrivato dopo di lui, cioè Ratzinger, o di chi lo ha preceduto, Paolo VI — ma lui, questo, direi: lui passava a me questa cosa. Era forse il meno "prete di tutti" nei modi di fare. Non aveva modi di fare del sacerdote tradizionale, diciamo. Era uno — il suo mentore, come si diceva in una espressione che usava — lo chiamava "uomo d'azione." Lo definiva come un uomo d'azione. Era un uomo d'azione con la tonaca da prete. E io aggiungo a quello che ricordo: la prima volta che si affacciò al balcone. Prima di lui, la prassi rigida della Santa Sede era: il papa dove solo farsi vedere, ed è bene così, e basta. E lui, a un certo punto, pretende il microfono. E si vedono le foto che ci rimangono: è rimasto interdiretto. "Ma questo?" Poi fa un discorso con un italiano zoppicante, però si faceva capire benissimo. Era adatto a tutti, sembrava, aveva raggiunto le varie sfumature, la nostra lingua. Ciò diventò il rompere degli schemi straordinario, che faceva capire che sarebbe stato un pontificato non uguale agli altri. L'ultimo giorno è una grande sofferenza, però, quest'ultimo giorno: si sono scritte tante stupidaggini, tante bugie. La più grande: l'accanimento terapeutico. Quello che è certo è che non c'è stato — che ho qui tutto, la verità, tutto è chiaro — la verità è che sulla morte di Wojtyla non ci sono segreti. È stata una cosa purtroppo naturale, e quindi non è affetto fino alla fine. Fino a quanto? L'ultima — io non voglio raccontare tutto, però mi piace ricordare — la sua ultima apparizione pubblica e la sua forza: che fu, secondo me, la più grande omelia dei suoi 27 anni di pontificato. Quando si affacciò alla famosa finestra. Lui già — il Parkinson era avanzato — aveva avuto l'intervento alla gola, la tracheotomia, e voleva salutare. A un certo punto, andava il papa, andava il sacerdote, rimase l'uomo. Lui fece così: dette un pugno sul leggio, che dentro scusa al mondo che lui avrebbe voluto parlare. E fu un'omelia senza parole, ma con un pugno di rabbia — tipo "scusatemi per ora qualcuno sulla groppa" — è un'altra cosa, con un altro passo. Per ora un po' bello, però è una reazione umana. È una grande reazione umana. E lui — devo dire, ero lì sotto — lo sentivo come il momento, mentre guardavo la scena che si allontanava, e poi non lo vidi più. Però mi piace ricordare, in altra occasione, prima di chiudere gli occhi definitivamente, il suo saluto, il momento di saluto — lasciare un messaggio importante: le ultime due benedizioni. E questa ne i trovate vicina, c'è una suora, e sarà importante, e un cameriere, uno degli addetti della Pontificia Palazzo. Allora, l'incidente non è chiarifici... L'inizio — la mano sopra la testa — e dice con le sue ultime forze. E questi due piangevano, il cameriere addirittura non riusciva a tenere la testa per mesi, perché lui aveva questa presenza, questo tocco del pastore che sta per morire. Quello fu l'ultimo gesto pastorale del papa prima della morte.
Devo dire che un'altra cosa importante che sicuramente trova spazio anche nel racconto del tuo libro — e della quale vuol fare il riferimento da tempo — ma Monsignor Dziwisz. Vale la pena secondo me commentarlo, anche se sappiamo il legame fortissimo che Dziwisz ha avuto, e si è dimostrato stando accanto a lui tutta la vita. Però Dziwisz dice una cosa che merita, perché lui dice: "Noi, quando il papa era vivo, anche quando era lontano, negli ultimi giorni del 2005, sentivamo che avevamo a che fare con un santo." Ora questa frase è di Dziwisz sicuramente. Però ti posso garantire che tanti amici miei, che hanno avuto a che fare col papa, ancora oggi mi dicono: "Non posso dire, non mi stanno a fare, non mi sbilancio. Ma dico: io ho avuto a che fare con un santo, mentre era in vita." E questa è una frase che Dziwisz ha avuto, la sente, e la dice ancora. E io te la confermo, in piena coscienza.
E questo è anche perché questo aspetto è ripetuto da Monsignor Dziwisz. Che vero che era il suo segretario personale, stiamo parlando di persone anche Dziwisz polacco — che un po' per l'esperienza personale, un po' per la carriera che poi hanno fatto, perché anche dentro alla Curia Dziwisz ha fatto una grande carriera. Ha fatto una grande carriera, paghiamo e rimangono. Ma c'è chi diventa cardinale, alla fine, e parla. Quindi anche dentro a chi fa una delle grandi carriere, questi comunque sono uomini — e come Dziwisz — che si trovano alle sfide complicate del potere, dei numeri che contano, della diplomazia. Cioè non stiamo parlando di persone che ci trasferiscono emozioni in qualche modo semplici. Sono figure — Dziwisz per primo — molto strutturate. Però a un certo punto anche la loro corazza viene in qualche modo sfondata da una travolgente emozione che è: è santo, è santo. Queste emozioni le ho ritrovate. Nella mia scelta ho parlato con tre angeli custodi, così li ho chiamati nel libro. Figure non ecclesiastiche — come del resto anche l'editore — quindi non è ecclesiastico.
Sì, c'è come diceva: è stato il primo papa ad entrare in una sinagoga. E quindi ho l'onore di avere un'introduzione e un contributo del Grande Rabbino di Roma, che mi ha parlato del rapporto del libro con gli ebrei. Bellissimo. E vale la pena fare riferimento alla geopolitica di Giovanni Paolo II, che bisogna ricordare. Lui guardava all'Europa — guardatelo un po' come attuale — un'Europa a due polmoni, Est e Ovest, insieme, non divisi. E questo che fermentò le energie. Due anni prima Giovanni Paolo II va alla Sinagoga di Roma, tra l'altro con la complicità di quello che fu stato il più grande rabbino del '900 della Comunità ebraica di Roma: Elio Toaff.
Ma anche qui ti racconto un fatto che ho messo nel mio libro. L'ambasciatore di Israele in Italia — prima della apertura di Giovanni Paolo II — qualcosa che potrebbe non sapersi: fino a Giovanni Paolo II non esistevano rapporti di carattere politico-diplomatico, né di altra natura, tra la Chiesa cattolica, lo Stato del Vaticano e lo Stato di Israele. Non erano stati stabiliti. Cioè le vicende erano cristallizzate nelle complessità del '900: non in una posizione di particolare ostilità, ma neanche di dialogo aperto. Allora, l'ambasciatore di Israele mi racconta un episodio che è una delle cose più straordinarie. Dice che lui va — attraverso due colloqui invitato dalla Segreteria di Stato prima, con il Segretario di Stato, e poi anche col Papa — e racconta che nei due primi colloqui col Papa, il Papa lo bombarda di osservazioni, di critiche, presentemente, su vari aspetti. Comprese le scelte di Israele. E lui — sa come lo chiese — al secondo colloquio col Papa. Dice — con rispetto, ma in qualche modo al Papa — "Santo Padre, non c'è un punto di disaccordo. Io mi rendo conto dalla grande quantità di osservazioni che lei mi sta facendo che la partita è molto difficile. Per noi è un tema molto importante, però noto che lei in fondo in ogni caso ha già una lista molto consistente di osservazioni." Già che fa, il papa lo interrompe lì. "No, guardi, lei non ha capito. Io ho già deciso." Sì: già deciso, da anni, che avrei riconosciuto lo Stato di Israele. "Ho già deciso. Ma il fatto che io abbia già deciso, non significa che tutte le cose che ho detto, tutte le contestazioni — gliele farò comunque, ma ho già deciso."
Questo episodio è emblematico del fatto che lui aveva già scelto i segni che intendeva lasciare nella storia. Io però, se permetti, mi piace ricordare nel rapporto ebraico il primo — veramente il primissimo — tra i papi che ha cominciato a creare le brecce verso gli ebrei. Io ricordo Pio XII, che ha salvato — è complicato — è un'altra storia. Non è amato. Non è amato. Ma Pio XII è il papa che ha salvato migliaia e migliaia di ebrei. E ricordo Giovanni XXIII: appena eletto, un giorno, passando in macchina davanti alla Sinagoga di Roma, vede un gruppo di ebrei. E lui fece fermare la macchina. Uscì. E si avvicinò. Sono i fratelli di Abramo, disse, e li abbracciò. Fu il primo gesto di un papa che si avvicina, in modo del tutto spontaneo, agli ebrei. Insomma, un po' di questa straordinaria storia del dialogo con gli ebrei va ricordata.
Portate nella storia la cosa responsabile: l'organizzazione delle code dei 4 milioni. Abbiamo due-tre minuti. E potrebbe valere la pena recuperare anche il rapporto con Gorbachev, perché alla fine, diciamo così, la caduta del Muro è anche un po' merito di questo papa qui. È sicuramente — sempre con la sola parola — nel momento storico, il credente direbbe lo Spirito Santo che interviene. Ma c'è un papa dell'Europa dell'Est. E fu una cosa rivoluzionaria che non si aspettava nessuno. E quindi per la Chiesa fu una ventata. È una storia che — il pontificato di Wojtyla — per questi 27 anni, il terzo nella storia dopo Pietro e San Paolo, ratificato anche oggi da tutti, perché — grazie all'evento dei funerali — durante i funerali si fusero, si fusero due giorni di pace nel mondo. Cioè tacquero le armi, la guerra si fermò per due giorni. Come oggi ci sarebbe bisogno di questo. Di fronte a quello che sta succedendo. E di fronte alla salma del papa, si fermarono i nemici: gli israeliani e gli iraniani si parlavano. C'è tutto nel libro. Anzi, per i due precedenti, arrivarono a scoprire le radici comuni, addirittura. Tanto vero che fu un'udienza — parlo del funerale di Giovanni Paolo II — di fatto arrivato da tutto il mondo. E quindi questo è un omaggio che ho voluto fare a una figura, a un gigante. Nel libro, io sono cresciuto professionalmente grazie anche a Repubblica e a Scalfari che ha avuto molto affetto verso di me. Tutto quello che non siamo riusciti a raccontare in questa nostra chiacchierata è nel libro. E siccome ci sono ancora un sacco di cose di cui vale la pena diventare partecipi, tanto vale leggere questo libro. Grazie davvero a Orazio La Rocca, che ha voluto condividere questa bella chiacchierata.