Il miracolo Milano: da Tangentopoli ad oggi. Intervista a Luigi Crespi

Trascrizione del video
Ben ritrovati amici di Radar. Un saluto al nostro ospite di oggi, Luigi Crespi. Che bello averlo con noi. Ben arrivato, grazie per essere oggi qui con noi, Luigi. >> Buongiorno a tutti. >> Sono molto felice di avere con noi oggi Luigi Crespi perché, tra le sue tante attività — giornalistica, editoriale, politica, professionale e così via — ha dato vita a un'iniziativa che ci permette di fare questa bella chiacchierata oggi. Luigi Crespi ci aiuta a conoscere questa iniziativa su Milano: diciamo un film, con dentro tante voci, tanti protagonisti della vita milanese degli ultimi anni. In un momento nel quale — chiedo subito l'opinione del nostro ospite — diciamo di Milano si è cominciato a parlar male: le inchieste, le critiche alle costruzioni, le polemiche sull'Expo, le polemiche sul sindaco. Insomma, Milano che da modello dell'Italia sembra diventata un problema. Invece nel lavoro che Crespi ha voluto curare con un gruppo di persone, c'è un'altra idea di Milano — o sbaglio? >> In tempi Milano ha avuto il difetto di non trovare mai il tempo di fermarsi a capire e a raccontarsi, perché è una città che non riesce a guardarsi allo specchio e a raccontarsi, perché non sa come presentarsi nel modo in cui merita. Noi abbiamo avuto il merito di fermare il tempo, di raccontare com'è questa città e come in modo imprevedibile e inaspettato sia riuscita a superare — da Tangentopoli, dall'asse del terrorismo, dalla crisi — con una progettazione incredibile che non solo è partita dai privati, ma che è nata da qualcosa di insospettabile: la progettazione politica. Cioè, la politica qui a Milano ha raggiunto l'eccellenza, è riuscita a progettare qualcosa di colossale. In parte ci sono degli esempi concreti: il numero di metri cubi che sono stati ricostruiti e riconsegnati alla città come parte viva sono quattro-cinque volte superiori ai metri cubi che erano rimasti in piedi dopo la Seconda Guerra Mondiale — e tutto questo senza disordine urbanistico. Parlo degli anni dal 1994 al 2010: in quegli anni si è fatta una serie di interventi straordinari, siti Expo, tutte le lavorazioni interne, con alcuni risultati straordinari. Il passante ferroviario, tutte le cose che stiamo contando di più. E che sono raccontate nel video, nel film, anche con la voce dei protagonisti. Penso in primis a Gabriele Albertini, che di quella stagione di programmazione urbanistica è stato il sindaco protagonista. E poi chi è arrivato a Palazzo Marino dopo di lui — da Letizia Moratti a Giuliano Pisapia — in realtà hanno beneficiato di una programmazione urbanistica nata in quegli anni. >> Ma la cosa che voglio chiederti — poi ne abbiamo anche altre — la prima da cui vorrei partire: la tua sensibilità è sempre stata quella di cercare il senso profondo e anche il senso narrativo delle cose di cui parliamo. C'è un elemento che mi ha molto colpito delle polemiche degli ultimi mesi: uno degli elementi criticati è questa Milano che sale verso l'alto con i suoi grattacieli. Ora, nel mondo io vedo solo città celebrate per la loro capacità di andare dalla terra verso il cielo. Noi in Italia siamo riusciti a fare polemiche su quella che è l'unica città italiana che c'è in qualche modo riuscita. >> La legge urbanistica è la legge che ha lavorato su questa cosa, ed è stata formulata con Albertini. La legge urbanistica lombarda del 2005 è sicuramente una legge fortemente innovativa che ha consentito tutto questo passaggio. La legge, il salire verso l'alto, nel momento in cui Milano si confronta con Londra, con Parigi — scusati — ma non con Palermo o con un'altra città di dimensioni simili, che è di una dimensione di confronto diversa. Milano è diventata il 30%, il 16% del PIL che nel 1990 veniva dall'estero — adesso è molto di più — per la sua collocazione geografica. Ha inventato un posto che attrae capitali e investimenti. Non mi diverto a fare dell'accusare. Sapete bene che negli anni in cui noi eravamo contenuti, c'era anche un progetto di social housing molto importante, che purtroppo chi è succeduto poi — arrivato tutto dopo — non ha potuto portare avanti. Ma il tema del costo della città: Milano si confronta con il mondo, con le grandi città del mondo. E qui tiene quel passo. Il valore delle case non è una colpa — chi ha comprato casa negli anni '70 ha visto il suo valore moltiplicato. Bisogna però assumere la responsabilità politica, e questo non è avvenuto: nei decenni passati, di offrire spazio anche a chi non ha quelle possibilità economiche — social housing, case popolari, case in periferia, casa nei quartieri che possono accogliere — è una politica che in questa città non c'è stata. Ed è quello che nel futuro diventa una questione molto centrale, proprio intorno a questo tema. >> Senti, tu hai fatto un riferimento — oltre che ad Albertini, sindaco per due mandati — anche alla lunga permanenza alla presidenza della Regione di Roberto Formigoni. La riflessione che voglio chiederti è questa: qual è il giudizio politico che si può dare non solo su quella stagione, ma anche sulle persone citate, in particolare Formigoni? >> Una cosa è indiscutibile. La stagione Formigoni-Albertini è una stagione nella quale la leadership politica era autorevole, frutto di un consenso popolare. Dopo di allora, secondo me, tanto i sindaci quanto i presidenti della Regione non hanno avuto questa dimensione di leadership significativa. Non ce l'ha avuta Pisapia, non ce l'ha avuta la Lombardia — aggiungo — Maroni, Moratti. Beppe Sala ha preso la città su un cavallo fantastico, che è stato quello dello Expo, che è stato il culmine di quella programmazione. Pisapia è un signore che ha rimesso in moto la via Expo — che era stata fermata proprio dalla Moratti. Il sindaco attuale, Sala, ha riaperto e ragionato come mai questa città. Ovviamente tra loro c'è una continuità amministrativa, tutti hanno fatto del loro meglio, tutti sono autori anche di qualche problema, tutti avrebbero potuto fare meglio. Ma riconoscere che comunque la città vive e si sviluppa con delle visioni è un merito — perché Milano e il suo rapporto con la politica non è una funzione direttiva invasiva, è una funzione di guida. E questa guida c'è perché Milano ha una sua identità, una sua classe dirigente che la guida e che ha una visione imprenditoriale e culturale di centro. Secondo me, tutti coloro che hanno avuto un ruolo più o meno positivo in questa municipalità erano attenti ai problemi più che in qualsiasi altro posto. È unico giudicarli. Però Milano è una gran bella città — c'è molto più verde di prima, c'è una trasformazione che è stata, secondo me, criminogena per l'abitudine della cultura giudiziaria che ho — perché è così che si gestiscono le cose — senza che capissimo come mai stesse accadendo quello che stava accadendo. E non sapevamo che cosa stesse succedendo. Con l'avvio del processo, siamo andati a tavola a capire, nell'apprendimento e nel confronto. La persona centrale che ha vissuto in prima persona questa attività, che ha condotto più di 70 interviste ai protagonisti — il prodotto è un film di grande valore, con il contributo degli autori che è stato quello degli amatori — è la direttrice di ricerca che ha preceduto il film, la guida del film. Quindi il prodotto è frutto di un grande lavoro di squadra. >> Non voglio criticare il lavoro di chi è venuto dopo Formigoni e dopo Albertini. Voglio però dire che in qualche modo quella stagione aveva, nella sua leadership politica, un segno molto chiaro. Anche se Albertini in fondo era un sindaco che veniva fuori dalla politica — ricordiamoci che era stato scelto dalla Lega, apparte questo. Quello che voglio dire è che condivido il tuo ragionamento, in base al quale l'Expo del 2015 è il coronamento di quella stagione. In un certo senso, anche se lei non era più sindaco, è il trionfo della grande avventura in cui Letizia Moratti si applica — all'inizio ci crede solo lei, ma poi il risultato arriva a riparare per tutta l'Italia. Però Milano ha poi perso, secondo me, un po' il filo politico. E questo può sembrare poco rilevante, ma invece lo è. Roberto Maroni è stato Presidente della Regione dopo Formigoni, ed è anche il leader della Lega nel momento in cui la Lega sta passando alla stagione di Salvini. E in qualche modo con lui, e poi anche con Fontana, le cose politicamente hanno superato in modo diverso il momento. Fino a un certo punto — fino a qualche anno fa — Milano era l'orgoglio complessivo nazionale. Adesso sembra che le magagne italiane, diffuse in giro per l'Italia, l'abbiano riscoperta. >> Questo è un po' la stagione che ti trasmette anche da Roma? >> No, no, no. Perché Milano è molto amata all'estero. E c'è un meccanismo noto ai milanesi — quello che tu ben conosci perché sei di queste parti — che i milanesi non sono così simpatici. Sono "tipatici", sono milanesi — quindi posso permettermi di dirlo — sono "antipatici" perché sono i "primi della classe", perché sono sempre avanti, perché hanno le cose migliori. Questo atteggiamento, alla fine, a Roma soprattutto — e la pastiglia è stata l'aver presentato il film non a Venezia ma al Festival di Roma, proprio per Roma, perché ne siamo consapevoli. I milanesi, dal punto di vista della simpatia, non sono particolarmente... Voi mettete un "piacione romano" con Formigoni, con Migoni — che era sempre stato un leader, certo, un leader un po' "brutale", siamo abituati a costruirli così simpatici. Ma anche Albertini, anche se ha fatto delle cose straordinarie — l'estroversità e la simpatia sono un'altra cosa — e ti dico, la simpatia è fondamentale per ottenere consenso, ma non è fondamentale per governare bene. Tutti quelli che tu hai citato — a parte quello su cui non ho il discorso aperto, ma che non voglio fare — gente che ha amministrato più che degnamente. Però i leader politici a cui alludi — il periodo d'oro, dicono — sono soltanto due: quello da un lato e Formigoni dall'altro. I due non hanno avuto una vita facile — non si sono risparmiati, dietro le quinte, in maniera durissima. Però questi due leader, prendendo Albertini, sono stati molto "lombardi". Alti, non appariscenti. Da un punto di vista culturale della leadership politica che ci sono stati, Albertini per me è il più grande amministratore del loro secolo. Però è diverso il concetto di leadership aggressiva. >> Senti, c'è un altro tema che vi sta molto a cuore. Sono sicuro che appassioni molti la storia di Milano: diversamente da Roma, è una grande storia borghese. La borghesia milanese — lombarda, ma milanese in particolare — è il motore nascosto, nascosto dietro i portoni dei palazzi che sono abbastanza anonimi se visti da fuori, ma quando conosci la vera Milano ed entri nei cortili, nei quartieri, nei palazzi di tante strade di Milano vedi cosa questa borghesia ha fatto nel corso degli ultimi due secoli. Questa borghesia milanese, con il suo radicamento nella Bocconi, nella Cattolica, nelle sue università, nei suoi teatri, nelle sue tradizioni, nel Teatro alla Scala, ha una sua forza. Però è anche vero — mancano pochi giorni dalla morte di un grande protagonista della vita milanese — questa borghesia milanese è ancora il motore della città? >> Vabbè, in questo bel libro di Felice Spiotti — che ha ispirato l'uso del libro, e questo è un progetto che parte da un libro e che è diventato un film — raccontato con la sua maestria, che cosa vogliamo restituire ai milanesi? I milanesi non sono quelli che nascono lì. I milanesi sono quelli che accettano le regole di Milano. E le regole di Milano non sono dettate dalla borghesia. La borghesia milanese è attiva — imprenditoriale, è vero che è una cultura centrale — ma anche centrale è l'arte a Milano, la letteratura, l'arte, la pittura, gli intellettuali hanno ancora un ruolo importante in questa città. Pensa soltanto alla Scala, che è una delle altre grandi imprese. Ma aggiungo che Milano non è stata anche la città delle grandi battaglie operaie — la città dove è nata l'autonomia operaia, dove sono nati i movimenti antagonisti, dove è nato il '77. È una città che ha assunto, non bene ma consapevolmente, le stesse tensioni di contenere molte cose. Ed è la città dove sono nati sport importanti, dove è la capitale di alcune attività sportive, politiche e artistiche. Quindi la forza di Milano è — si diceva negli anni '80 — "A Milano se vuoi farcela, riesci": le condizioni che ho realizzato, come le persone e gli investimenti, sono entrambi. Anche Milano ha le sue colpe e le sue resistenze. No, certo. >> Quindi anche Milano è più cose. Milano è la città che — per fare un esempio che secondo me pochi conoscono, tu senza dubbio sì ma chi ci ascolta magari no — Milano è la città che crea il primo teatro comunale di una città italiana dopo la Seconda Guerra Mondiale: il Piccolo Teatro di Paolo Grassi e Giorgio Strehler. E lo mette in quel palazzo di via Rovello, dove nel drammatico periodo tra il 1943 e il 1945 le milizie assassine della Repubblica di Salò imprigionavano molti combattenti per la libertà e la resistenza. E scelgono via Rovello proprio perché devono trasformare un simbolo di morte e violenza in un simbolo della nuova Milano. Sai cosa mi ha colpito negli ultimi giorni? Che avviene due anni dopo la fine della guerra. Cioè, diciamo, Milano era caduta in tragedie incredibili — Tangentopoli dopo l'inascesa, il terrorismo rosso, ovviamente momenti di grande smarrimento — per il Palazzo, per l'Olivetti, per gli austriaci, ha avuto dei momenti nella sua storia di abisso. Ma incredibilmente è sempre riuscita, sorprendendo, come dice uno dei protagonisti del team — de Bortoli — sia i suoi cittadini che i nuovi arrivati, smentendo ogni tipo di pronostico, a rinascere. >> Senti, ho ancora almeno due cose da chiederti. La prima è questa. La Milano a cui avete dedicato questo lavoro — ho visto che c'è un modo per vedere il film, seguirlo, commentarci e ragionarci su — è una Milano di grandi ambizioni, e tu ce lo hai raccontato in questa nostra conversazione. Mi ha fatto pensare tutto il can-can, comunque la si pensi, intorno allo sgombero de "il Caovallo" — uno spazio occupato milanese. Non sono in difficoltà a dire che anche lì si è fatta cultura e dibattito — benissimo — in uno spazio che ha una proprietà privata. Siccome l'idea di occupare cose altrui, a me non piace, mi domando se in tutta questa Milano dei suoi potenti grattacieli non si riesca, senza fare tanto casino, a trovare una collocazione adeguata a un gruppo che vuole portare una cultura antagonista, critica, finché si vuole. Perché adesso tutto questo cinema intorno al Caovallo, la sede occupata, il tuo contante di manifestazioni di piazza — mi sembra che ci occupiamo un po' di questioni modeste, mentre invece dovremmo occuparci di altro. >> Il Caovallo è stato usato come simbolo di un'occupazione politica e amministrativa, perché secondo me è stato commesso un errore nel modo in cui è stata gestita la situazione. Il Caovallo — che chiunque abbia assaggiato la birra ne sa una — è uno dei più importanti produttori di birra artigianale in Italia. Quindi volete davvero che un centro che produce birra — e una birra distribuita in tutta Italia — non la si distribuisca per i propri soci? Quindi ritrovarsi a fare un bel faro di trasparenza per capire i concerti, la birra, come viene amministrato il Caovallo — non si capisce qual è il problema del Caovallo. I conflitti del Caovallo sono tanti. Il Caovallo di oggi non ha molto che fare con quello di un tempo, se non l'equivoco della memoria, ed è soggetto sempre più a strumentalizzazioni di qualche cantante o attore che prende principalmente a cui manca un palcoscenico scenico. Io queste cose le detesto, trovo spiacevole passare il concetto che ci sia un appello alla fratellanza dove qualcuno può fare impunemente quello che io pago tutti i mesi per la mia casa, i miei vicini — è un tipo di comunicazione sbagliato. È stato il governo che ha fatto un intervento volutamente di forza per compiacere il proprio elettorato. Ho assecondato il governo che ha realizzato l'obiettivo, ho assecondato il sindaco che ha subito quasi un errore di dire non quella che è sentita, e ho assecondato il governo che ha visualizzato di dare "in pasto" qualcosa alla destra al suo popolo, e lo ha fatto. Benissimo, in fatti — l'approvazione è già al 30% — ma lo sbaglio c'è. >> Senti, la mia ultima domanda emerge anche dal bellissimo gruppo di donne e uomini che sono dentro il lavoro di "Miracolo Milano." La forza di un gruppo anche di generazioni — emerge straordinariamente da questo lavoro che avete fatto. Però questo gruppo generazionale è praticamente tutto fatto di persone nate tra il 1945 e il 1955, più o meno. Cioè, la grande generazione dei figli del boom economico italiano. Noi, a tuo avviso, abbiamo gente che ha ereditato la stessa forza di quella generazione? >> Non ho la risposta. Posso dirti che il regista, che si chiama Michele Sisto e Pulver, è l'altra generazione. Quindi, questa è una piccola risposta che posso darvi. No, in uno l'abbiamo trovato. Però, veramente, una risposta quasi di tipo antropologico — che non voglio dare perché qui rischierei di sembrare quello che dice "un tempo i giovani" — è il secondo che il giorno in cui direi — e il mio orientamento è proprio operativo — ma non trovo gli strumenti per valutarla. Il tempo darà quella risposta alla domanda che poni, perché i giovani di oggi non mi ci ritrovo del tutto — però questo è più un problema mio. È un vero tema di generazione. Ma vedremo. >> Vedremo, sì. Lo vedremo anche magari nel prossimo futuro intorno a questo tema. Grazie a Luigi Crespi, complimenti per questo lavoro su Milano, come sempre. Questo mi fa piacere — conosco Luigi perché Luigi Crespi non ha mai paura di andare controtendenza. Nel momento, diciamo, di minima popolarità delle vicende milanesi, lui si è fatto portavoce dell'orgoglio milanese. E questo va riconosciuto a Luigi Crespi, perché navigare controcorrente è la sua specialità. Ma non è mai banale. >> Ciao, grazie. A un'altra. E in bocca al lupo a tutti.
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