Come comunicano i leader in guerra. Intervista a Luigi Di Gregorio

Trascrizione del video
Bentornati a Radar. Allora, la puntata di oggi la passeremo ad analizzare un po' i linguaggi dei leader politici. Capiremo com'è cambiato il loro modo di comunicare, soprattutto nei conflitti. Se questi messaggi che inviano e che diffondono tramite i canali ufficiali e ufficiosi sono effettivamente efficaci. Tutto questo grazie a un esperto: con noi Luigi Di Gregorio, professore aggregato di Scienza Politica presso l'Università della Tuscia di Viterbo. Bentornato. Grazie. Buongiorno. Allora, rompiamo subito il ghiaccio, professore, parlando di — come dire — il vero protagonista: è il tycoon, che ha un modo tutto suo di comunicare, un po' troppo sbarazzino. Vediamo un attimo come ha annunciato l'attacco in Iran. Insomma, bombe e caccia su Tehran e in sottofondo le note della Macarena. Diciamo non convenzionale. No, no, ma tutta la comunicazione di Trump è non convenzionale — sia quella politica sia ancor di più quella istituzionale — perché qui stiamo parlando del profilo della Casa Bianca. Sì, della White House. Questo per noi europei in generale incomprensibile. Pensiamo: vi faccio un esempio. In Italia se oggi un comune o una regione volesse fare una campagna istituzionale dicendo "c'è un referendum, andate a votare," non lo può fare perché non compete al Comune o alla Regione: sarebbe una comunicazione propagandistica. Trump è un'altra cosa, gli Stati Uniti in qualche modo sono un'altra cosa. Il confine tra politico e istituzionale è sempre stato molto più labile, però certo con Trump c'è un salto di paradigma netto, indubbiamente. Eh, e usa il suo X. Sì, sì, come anche il suo Truth Social, che è quasi un suo social proprietario. Però appunto è un salto di paradigma perché usa i meme, usa la cultura pop. Questo messaggio per cui la guerra è più mirata a evocare quasi un'estetica della forza che alla complessità della guerra e alla tragedia della guerra. Quindi ovviamente è molto uso interno: parla al suo popolo, al popolo dei MAGA, che però sondaggio alla mano si sta riducendo un po'. Infatti lui anche durante le visite ufficiali non si contiene: tende comunque a mettere anche quella cosa che ha distrutto, cioè il cerimoniale, il protocollo. Esatto. Il cerimoniale è andato a farsi benedire. È sempre lui al centro dell'attenzione. È un suo modo di fare: confonde perché non riesce a convincere. Vuole avvicinarsi attraverso questo utilizzo un po' trash della comunicazione, avvicinarsi all'elettorato. C'è una strategia, sia un tratto suo — è evidente, comunque Trump dalla Trump Tower alla Trump Plaza — l'ego referimento mi pare evidente. E un modo sì per avvicinarsi a un certo target che è un target che aveva bisogno di sentire — chiamiamolo sovranista, in qualche modo. Il sovranismo negli Stati Uniti vuol dire molto di più del sovranismo che intendiamo noi: la volontà di potenza, il riscrivere. E si inserisce ovviamente in uno scenario geopolitico totalmente squilibrato e da riscrivere. E quindi questa postura ti dà l'idea di "sono io quello che sta riscrivendo l'equilibrio del mondo." Magari appunto a un certo elettorato piace. Poi certo ha delle ricadute reali e percepite importanti sul resto del mondo, ma di questo magari ne parleremo. Allora, di tutt'altro stile invece è Bibi Netanyahu. Lui è più elegante, più istituzionale, sicuramente però non è tenero nelle sue posizioni. L'ultima: quando è iniziato il conflitto ha detto "Israele continuerà a colpire l'Iran con tutta la forza che avrà a disposizione." Beh, lì dietro c'è un altro scenario. Oggettivamente, dietro le mosse di Netanyahu, anche comunicative, c'è una missione salvifica. C'è proprio il bene contro il male. Ogni guerra viene raccontata con dei frame diversi: intanto c'è l'aggressore, c'è l'aggredito, ci sono gli alleati, ci sono i neutrali. Ognuno ovviamente ha la sua comunicazione. Nel caso di Netanyahu e della storia in qualche modo di Israele, anche nei confronti dell'Iran ma non solo, c'è sempre questo frame del "soli contro tutti," del "dobbiamo difenderci," "l'unica democrazia in quell'area." E la storia ovviamente va, diciamo, dalla loro parte. E quindi Netanyahu sta secondo me approfittando di questa congiuntura per provare a chiudere i conti definitivamente con un pezzo. Sì, lui lo ha detto anche questa cosa, no? All'inizio l'attacco sull'Iran era stato coordinato molto bene, poi a un certo punto Israele ha deciso di bombardare gli stoccaggi petroliferi e qui si è creata un po' una frattura. Come va interpretato? Iniziano in un modo e finiscono in un altro? Questo è difficile saperlo perché non siamo in quelle stanze e quindi interpretiamo da segnali esterni, da comunicazione, anche da atti e fatti. Ma la geopolitica ha tanto di riservato che non ci arriva, e la diplomazia per definizione è fatta di trattative riservate senza copertura mediatica. Quindi noi vediamo solo la punta di un iceberg. Lì dietro non sappiamo se c'è mancanza di coordinazione o se invece c'è una volontà precisa: difficile da capire. Certo, queste mosse hanno le conseguenze reali di cui tutto il mondo in qualche modo sta pagando lo scotto, a partire ovviamente dal costo dell'energia, ma anche dal fatto che l'Iran ha reagito bombardando altri paesi limitrofi. È uno scenario molto complesso. Però Bibi, a differenza di Trump, quello che dice fa, o quantomeno prova a fare. Trump è più ondivago. Trump è più ondivago. Questo traspare anche nel modo di comunicare. Trump è molto contemporaneo: è — scusate se uso due etichette forti — narcisista e presentista. Che sono due tratti della società contemporanea. In realtà siamo un po' tutti in una società individualizzata, egoriferita, tutti in vetrina sui social, tutti molto schiacciati sul presente, anche perché il futuro ci piomba addosso con una tale velocità che non riesci neanche più a prevederlo. In questo Trump la interpreta perfettamente. Netanyahu è anche figlio di un'altra storia, è leader di un altro paese e quindi ha ancora delle traiettorie forti da seguire, ha dei nemici dichiarati — quei nemici si sono dichiarati verso Israele da Hamas all'Iran — e quindi ha dei binari più chiari su cui comunicare, fondare la sua comunicazione. Poi abbiamo un altro leader: Zelenski, che ha fatto dei social la sua finestra sul mondo sin dall'inizio del conflitto. Li ha utilizzati per raccontare giorno dopo giorno — anche con dirette social — l'invasione russa nel suo territorio. Un marchio di fabbrica di Zelenski era all'inizio la sua divisa militare. Esatto. L'outfit. Qua abbiamo due cambi di outfit che secondo me sono anche significativi. Commentiamo un po'. Beh, questo è un po', se vuoi, figlio della dicotomia con — vi ricordate la famosa foto di Putin con Macron o anche con i suoi generali in quel tavolo enorme in cui lui stava da una parte e gli ospiti e gli interlocutori dall'altra — che ti danno l'idea di una leadership molto autoritaria ma anche poco empatica. Nel senso: se il mio ospite o comunque il mio interlocutore sta a 20 metri da me, lì c'è il contrario con Zelenski. Io sono con la mia gente, col mio popolo, col mio esercito. C'è una foto famosa in cui lui pranza con le truppe in mimetica: leadership risonante, empatica. È anche un modo per comunicare — in quel caso comunichi due leadership diverse — e dire "sono come voi, sono parte del mio popolo" è anche figlio della comunicazione dell'aggredito, che è diversa da quella dell'aggressore. In quel caso l'aggredito deve dire: "Noi siamo i resistenti, noi lottiamo per la libertà e io sono il primo a farlo, do l'esempio, sono un modello." Il problema di questa comunicazione, secondo me, è che nel lungo periodo è un po' saturante: stanca. Siamo di nuovo nella società dell'usa e getta, del tutto e subito, in cui tutto si consuma in un niente. Una volta si diceva: "le notizie, i news, sono la merce più deperibile." E lo dicevano quando non c'erano i social. Oggi sono ancora più deperibili: durano niente. E quindi questo tipo di leadership e di comunicazione va saputa dosare, altrimenti rischi di essere ripetitivo e di cadere nell'infrastruttura. Però almeno da un punto di vista di outfit a un certo punto ha cambiato. Eh, non è piaciuto questo abbigliamento. Non l'ha apprezzato tantissimo Trump quando l'ha ricevuto alla Casa Bianca, anche se gli ha detto "sei elegante." Qua abbiamo quindi un cambiamento. Sì, è una via di mezzo: non passo alla giacca del leader distaccato, però è una versione un po' più formale rispetto alla mimetica. A parte la battuta di Trump, sinceramente il problema è probabilmente legato a quanto ha saturato la sua presenza in quella fase, quanto in generale una guerra che dura anni — per popoli disabituati ai conflitti da decenni — genera nel medio-lungo periodo una sorta di calo di attenzione. Esatto. Lui ha avuto una sovraesposizione mediatica enorme. Probabilmente non si è mai accontentato fino in fondo di quello che gli è stato dato e degli aiuti che gli sono stati forniti. Però la mia domanda è: quando è iniziato questo conflitto in Ucraina, per Zelenski è stata una scelta strategica utilizzare i social o l'unico strumento possibile in quel preciso momento? Forse un po' entrambe le cose in realtà. I social ti permettono di essere virale e globale: non hanno confini, non hai la rete televisiva nazionale che non esce dai confini. Quello l'abbiamo visto già prima, con le Primavere Arabe — sappiamo il potere dei social. E dall'altro lato i social ti permettono anche di far passare i tratti più personali. In generale noi sui social esponiamo il nostro privato: quindi un leader che deve far passare un po' dei tratti della sua persona, se utilizza i social fa bene perché è lo strumento più indicato per farlo. Quindi secondo me ha fatto bene: è una mossa strategica ed era anche indispensabile perché non aveva molte alternative in quella fase. Chiaro. Allora, abbiamo detto di questa sovraesposizione mediatica di Zelenski, questa onnipresenza sui social, questo suo total look molto scuro, molto dimesso, più empatico sotto il profilo comunicativo: a lunga andare rischia di annoiare. Di tutt'altro stile invece la comunicazione di Trump — meme, balletti, insomma — ben lontana dal politically correct. Però anche qui c'è questo modo di fare: dal lato Zelenski può annoiare, quello di Trump invece non rischia di perdere di credibilità? Secondo me non solo la comunicazione, ma anche le continue retromarce e contraddizioni. Quello si vede dalle borse: quando ha lanciato per la prima volta i dazi "urbi et orbi" ci fu un crollo micidiale. Poi le varie retromarce o cambi di posizione non hanno creato lo stesso tipo di reazioni, perché a un certo punto si è pensato che fosse una linea destinata a durare poco. È diverso oggi, perché le borse crollano per ragioni reali e non percepite. Trump è uno che ha sempre giocato sul percepito di massa, anche quando era un attore puramente economico. Si narra che abbia sfiorato varie volte la bancarotta e una volta si è salvato mettendo in borsa il suo marchio e giocando sul suo personaggio — lavorando molto sulle aspettative e sul percepito. Lui sotto questo profilo è molto abile, sa usare la psicologia delle masse. Però, hai ragione tu: a un certo punto queste continue giravolte ti fanno perdere credibilità. E credo che il calo dei sondaggi pesi soprattutto questo — non tanto la scelta in sé, che ha delle ricadute reali (il petrolio che sale, l'energia che sale, l'inflazione), ma: "Che archetipo sei? Che uomo sei? Non riesco più a inquadrarti." Quando un leader comincia a disorientare i propri elettori, comincia a perdere credibilità perché non sai più chi è. Perdi anche l'orientamento, le bussole. Ovvio. Veniamo invece ai leader europei e iniziamo da Emmanuel Macron, alla base sottomarina de l'Île-Longue. Vediamo un attimo questo suo video. [Intervento in francese di Macron sull'arsenale nucleare francese e la politica di difesa europea] Uno stile diverso anche lui rispetto al tycoon. Però mostra il suo arsenale perché a l'Île-Longue c'è la base sottomarina, pur non essendo coinvolto direttamente nel conflitto, ci ha voluto comunque mettere la faccia. Anche se il fatto che non sia stato informato preventivamente di questo attacco in Iran — lui e il collega tedesco — non gli è tanto piaciuto. Intanto notiamo una cosa: la location. Questo è proprio un media event, come lo chiamano negli Stati Uniti — un evento creato per i media. Lui poteva dire queste cose in una conferenza stampa all'Eliseo, ma avrebbe avuto molto meno impatto. Quindi si sceglie la location, molto simbolica, ed è un momento interessante per Macron perché la Francia è potenza nucleare. E di fatto in Europa solo Francia e Regno Unito lo sono, e proprio per questo hanno il seggio permanente del Consiglio di Sicurezza dell'ONU. Quindi quando si parla di guerre a questi livelli, per Francia e Regno Unito si apre una finestra di opportunità che per gli altri paesi non c'è. Macron sta usando il pretesto dello scudo nucleare, pronto a difendere l'Europa, per aprire una finestra di opportunità di comunicazione interessante: un po' perché anche lui era in calo di consensi, con i problemi col governo interno, con le maggioranze. E quindi questo è un grande distrattore che lo riporta in auge, gli ridà centralità — e lo può fare perché storicamente ha questa potenza che altri paesi europei non hanno. Se parliamo di Sanchez magari tra un po': lì c'è tutt'altra storia. Eh sì, andiamo proprio su Sanchez. Un altro stile comunicativo ancora. Vediamo come utilizza il corpo e la parola. [Intervento in spagnolo di Sanchez: "No a la guerra"] Eccoci qua. Allora, il "no alla guerra" è stato anche applaudito all'inizio per queste sue parole — che riportano un po' a quello che ci fu nel 2003 quando George W. Bush dichiarò guerra all'Iraq e Francia e Germania si dissociarono. Però la fregata della Marina spagnola già viaggiava verso Cipro. Sì, c'è un problema. Faccio il professore Max Weber: il sociologo notissimo, circa cento anni fa, in una storica lezione sulla politica come professione disse: "I politici devono avere l'etica delle convinzioni e l'etica della responsabilità. Devono avere dei principi che li guidano, altrimenti diventano cinici, ma devono essere anche in grado di calcolare le conseguenze delle loro azioni, altrimenti diventano utopisti, moralisti." L'opposizione di Sanchez funziona molto bene se fosse un filosofo o se fosse un moralista. Essendo a capo di un governo, mi devi anche dire come: cioè dopo il "no alla guerra," mi dici come hai le leve — anche in maniera simbolica, ma in questo caso no, concrete e reali — per dirmi che sei in grado di fermare questa guerra? Non ce le ha la Spagna, non ce le ha l'Europa. Il paradosso che stiamo vivendo è che Trump nel momento in cui ci dice "armatevi perché noi non vi difendiamo più," in realtà nel lungo periodo ci sta facendo un favore, perché un domani potremo dire "no alla guerra" perché avremo una contro-deterrenza da mostrare. Quindi l'opposizione di Sanchez piace molto: in Italia è stato subito beatificato, cosa abbastanza usuale. Però: qualunque leader europeo sarebbe d'accordo con quelle parole. Ma poi c'è il "come" e sul "come" nessuno ha le carte in mano. Ed infatti le navi partono. Ed è un boomerang comunicativo: ha capitalizzato molto bene nel breve, però nel lungo termine non puoi reggere perché è la posizione in cui si trovano oggettivamente tutti i governi europei oggi. Come definiresti la comunicazione dei leader europei? Ti faccio questa domanda perché secondo il senatore del South Carolina Lindsey Graham sono "patetiche" — patetiche perché tanto si sono sperticati i leader europei per l'Ucraina, addirittura vagliando il piano Rearm EU, quanto sono praticamente spariti o si sono esposti veramente poco per questo conflitto in Iran. Capisco relativamente il punto di vista statunitense. Capisco molto invece il problema che hanno i leader europei: stanno tra incudine e martello. Devono tenere in piedi un'alleanza sempre più fragile — questo Occidente che comincia a scricchiolare ma che c'è perché c'è la NATO, perché devi dare le basi a disposizione dei tuoi alleati, eccetera. D'altro canto devi fare i conti con un'opinione pubblica che è contraria a qualunque tipo di conflitto, a qualunque tipo anche di compartecipazione al conflitto. Quindi stanno tutti in questo equilibrio senza avere le leve per cambiarlo. Torniamo a quello che dicevo prima: sono tutti nella stessa difficoltà e ognuno si ritaglia il suo ruolo. Sanchez fa il moralista. Macron usa le sue testate nucleari come per dire "ci sono anch'io, attenzione, siamo importanti." Ognuno, appunto, fa quel che può. La verità è che siamo schiacciati. Cosa stanno lavorando in realtà i leader europei? Evitare un'escalation, evitare di entrare in guerra direttamente — ovvio — e cercare di contenere i danni. Quindi tu dici sono posizioni timide per paura di esporsi eccessivamente in quella che potrebbe diventare... No, sono timide perché non hanno alternative. Stanno lavorando diplomaticamente — quelle non le vediamo ovviamente — e da un punto di vista pubblico devono cercare di far capire quanto è importante questo equilibrio. Cosa non facile perché l'opinione pubblica la sposti con le emozioni forti, e quindi la posizione equilibrata... questo è il problema che hanno tutti. Peraltro, sull'opinione pubblica potremmo aprire altri fronti. Ad esempio: un'immagine di un certo tipo — e Trump lo sa bene — una frase sbagliata, un retroscena che emerge, poi ti segna molto più di tutto il lavoro diplomatico che stai facendo. Se pensiamo a Crosetto a Dubai, o a Tajani: "Non vi affacciate quando ci sono i droni." Queste due cose — una è una frase, uno è un fatto — probabilmente li segneranno per anni, al di là del lavoro che hanno fatto per tre anni. In Italia siamo bravissimi a non dimenticarli. Sì, sì, ma non credo solo gli italiani. Però anche quello ci deve far pensare: lì dietro c'è un lavoro di centinaia, forse migliaia di persone che quotidianamente lavorano per tenere un certo equilibrio molto complesso. E poi basta: parte una guerra e tu sei nel posto sbagliato al momento sbagliato. Tra l'altro Crosetto ha avuto per tre anni un gradimento molto alto: magari adesso resta segnata la sua immagine per questo. Adesso vediamo se abbiamo il tempo per concentrarci un attimo su Crosetto e sull'Italia. Abbiamo parlato della comunicazione dirompente fuori dagli schemi di Trump; ci siamo assestati sullo stile istituzionale, toni pacati — anche se poi nei fatti si contraddicono — dei leader europei: timidi o patetici come li definirebbe Graham. Poi c'è una comunicazione pari a zero perché dopo Ahmadinejad — che era il leader iraniano più presente sulla scena mediatica — questa generazione di leader iraniani non comunica, o comunica in altri modi: segnali criptati, comunicazioni via radio, spesso per depistare il nemico. E intanto nel silenzio è stata nominata la nuova guida suprema, il figlio di Khamenei, Mojtaba. Diciamo: come un po' tutti i regimi autoritari è una comunicazione più interna che esterna. Il loro mondo di riferimento è il proprio popolo, la propria comunità, ed è più orientata a mantenere il potere piuttosto che a far sapere al resto del mondo come la pensano. Basti pensare alla Corea del Nord di cui non sappiamo niente e loro nulla sanno del resto del mondo. Tipico dei regimi autoritari, ancor di più dei regimi totalitari — molto ideologici o teocratici, come è il caso dell'Iran degli ultimi decenni. Non ci deve sorprendere questa scarsa comunicazione che ci arriva. Anche perché loro, al di là della guerra, avevano già un problema interno di legittimazione del regime — completamente diverso rispetto allo stile di Ahmadinejad. In quella fase c'era una legittimazione più forte. Adesso dopo anche i morti dell'attacco, come dire la prima preoccupazione è blindare il campo e poi eventualmente ricominciare. È segno di un problema che hanno indubbiamente. Tra l'altro è una comunicazione super controllata e filtrata. Lo abbiamo visto perché ci sono stati tantissimi italiani che vivono a Dubai, residenti tra Dubai e Abu Dhabi, che hanno postato dei reel con toni rassicuranti dicendo "qui va tutto bene, Dubai è sicura, Abu Dhabi idem, non vi preoccupate, stiamo bene." Però poi sappiamo in realtà che questi governi non si possono criticare perché criticare è un reato. E quindi molti di questi influencer sono stati ritargettati e son tornati a fare i loro reel — che sembrano un po' la fotocopia uno dell'altro, come se stessero leggendo un copione: non sono neanche credibili. Se li vedi tutti sì, se ne vedi uno magari sì, diciamo. Questo dipende un po'. Però sai qual è il problema? Perché una volta che ne vedi uno, poi con l'algoritmo devi farne vedere tutti e quindi comincia a venir fuori l'inghippo. Beh sì, è un altro tratto appunto dei regimi non democratici, non liberali per come li intendiamo noi. La comunicazione in quei regimi è totalmente gestita dall'alto. Il muro di Berlino, se ci pensiamo, nasce da Berlino Est verso Berlino Ovest e non il contrario, perché deve essere un muro non solo fisico ma anche di percezione: "Tu non devi sapere nulla di quello che accade fuori da qui." Non mi sorprende questo tentativo di gestione dall'alto, tipica di quei regimi che però campano anche di turismo — di un certo tipo di turismo business — e quindi hanno bisogno di rassicurare. In questo caso hanno di fatto loro malgrado soldato questi influencer improvvisati. E pecuniariamente. Beh, assolutamente sempre quello. Grazie davvero tantissimo a Luigi Di Gregorio per essere stato con noi. Grazie a voi per averci seguito. Grazie come sempre alla nostra regia. Radar torna la prossima settimana con nuovi ospiti e nuovi temi. Restate sintonizzati con la programmazione di Urania News.
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