Sanità pubblica, il punto con Gemmato

Trascrizione del video
Quello che affronteremo oggi è senza ombra di dubbio un tema che interessa a tutti, forse il tema dei temi. Stiamo parlando di sanità, e facciamo oggi il punto con il Sottosegretario di Stato alla Salute, l'onorevole Marcello Gemmato. Benvenuto. >> Buongiorno e grazie per l'ospitalità. >> Allora, sottosegretario, è attualmente in discussione in Senato la riforma del testo unico della legislazione farmaceutica, che peraltro porterà il suo nome. Che cosa cambierà e quando si inizieranno a vedere gli effetti? >> Innanzitutto un'analisi di contesto. Per quanto riguarda la legislazione farmaceutica, i testi di riferimento erano due regi decreti — uno del 1934, l'altro del 1938 — ai quali erano succedute 100 leggi e 700 norme che evidentemente avevano creato un groviglio legislativo che mal faceva leggere il mondo della farmaceutica. L'obiettivo qual è? Rendere più accessibile il farmaco al cittadino. L'altro obiettivo è far performare quella straordinaria funzione che oggi abbiamo, cioè l'utilizzo della tecnologia: penso al fascicolo sanitario elettronico, alla tessera sanitaria, all'intelligenza artificiale — quindi compendiare tutto questo. E infine, non irrilevante, il fatto di mettere in sicurezza e perimetrare la legislazione rispetto al tema della farmaceutica, soprattutto per quanto riguarda l'industria farmaceutica. Noi siamo il primo paese in Europa per produzione farmaceutica — più di 70 miliardi di euro. Dobbiamo rendere ulteriormente attrattiva l'Italia per gli investimenti delle companies estere, con questo strumento che mette al centro il cittadino e il suo diritto d'accesso al farmaco, ma che dà anche un'immagine coerente — non parcellizzata in quelle 100 leggi e 700 norme — in modo che l'investitore estero possa venire e continuare a investire in Italia, con vantaggi per il PIL, per l'occupazione e anche per la ricerca italiana. >> Sicuramente occorreva un'innovazione anche su questo testo, alla luce di tutte le nuove tecnologie che stiamo avendo. E proprio restando in tema di competitività — visto che lo accennava poco fa — in Italia c'è il meccanismo del payback, cioè un meccanismo di compensazione per ripianare lo sforamento della spesa sanitaria. In legge di bilancio sono state introdotte delle modifiche di cui vedremo gli effetti tra almeno un anno. Alcune di queste modifiche — come la soppressione del payback ex ante dell'1,83% — erano attese da tempo, soprattutto dalle farmaceutiche. Secondo lei è sufficiente, o bisogna attuare altre misure per rendere questo paese sempre più attrattivo? >> Sì, anche di questo ci occuperemo nel testo unico sulla legislazione farmaceutica. Innanzitutto rivendico con orgoglio che, come lei ricordava, noi in questa legge di bilancio abbiamo abolito il payback dell'1,83%. Cos'era? Una misura straordinaria e temporanea introdotta con il terremoto dell'Abruzzo — non ricordo neanche quando è stato, evidentemente e per fortuna tanti anni fa — rispetto al quale si era chiesto un sacrificio, una contribuzione da parte dell'industria farmaceutica, dell'1,83%. Tutti i governi che si sono susseguiti avevano detto che era giusto cancellare questa che doveva essere una norma di contribuzione temporanea. Soltanto il nostro governo l'ha fatto, abolendo l'1,83% e dando un segnale alla filiera farmaceutica. In più abbiamo innalzato il tetto dall'8,3% all'8,5% per la farmaceutica cosiddetta diretta. Abbiamo innalzato il fondo della farmaceutica dal 15,30% al 15,65%, partendo dal presupposto che gli italiani hanno bisogno di più soldi per curarsi. La popolazione invecchia, evidentemente le malattie croniche impattano in maniera importante sul nostro bilancio, e quindi abbiamo implementato ulteriormente la dotazione della farmaceutica all'industria. Questo segnale, l'abolizione del payback, e all'interno del testo unico sulla legislazione farmaceutica il compendio di quella che è una legge non di finanziamento per le regioni o comunque per il Fondo Sanitario Nazionale, ma è una legge di contenimento di spesa — quindi dobbiamo razionalizzare la spesa farmaceutica cercando appunto di non essere punitivi, ma di inserire il tutto in una logica condivisa e ampia con l'industria, con gli stakeholder, con i pazienti — in modo da dare un sistema performante. Lo voglio ricordare: l'Italia ancora oggi è uno dei primi sistemi sanitari nazionali pubblici al mondo, fonte Bloomberg. È un valore che dobbiamo difendere, e con queste misure di razionalizzazione e ottimizzazione della spesa diamo un grande contributo di sostenibilità. >> Un'altra cosa che sta entrando nella fase operativa è il fascicolo sanitario elettronico. Ce ne accennava all'inizio. Che cosa cambierà e quanto ci vorrà affinché tutta l'Italia sia allineata? E come stanno reagendo i medici di medicina generale, che si trovano comunque un nuovo strumento di fronte? >> Innanzitutto i medici di medicina generale sono uno straordinario volano per fare in modo che il fascicolo sanitario elettronico possa avere quella funzionalità che noi oggi chiediamo. Dovranno, entro cinque giorni, implementarlo con la storia clinica del paziente — se ha fatto vaccini, operazioni chirurgiche, tutto ciò che riguarda la storia sanitaria del paziente verrà inserita in questo fascicolo sanitario elettronico. Che diventerà non più uno strumento di controllo di spesa, come magari poteva essere inteso in passato, ma davvero uno strumento attivo per il miglioramento delle performance sanitarie. Immaginate che tutti questi dati confluiti in un unicum — a volte anonimizzati, quando vogliamo utilizzarli per valutare alcune performance — ma anche, lo voglio sottolineare in maniera chiara, non anonimizzati, sotto l'autorizzazione del paziente e leggibili dai professionisti sanitari, in modo da evitare, per esempio, pluriprescrizioni. Banalmente, drammaticamente: una persona ha un incidente, magari ha fatto un esame diagnostico e non se lo ricorda, o non è in condizione di ricordarlo. Il fascicolo sanitario elettronico offre la possibilità di identificare immediatamente qual è la situazione clinica di quel paziente — se ha malattie croniche — e quindi dare strumenti operativi allo specialista. Ma soprattutto, sempre in tema di sostenibilità, far sì che determinate indagini diagnostiche non vengano ripetute in maniera inappropriata. Quindi è uno straordinario volano sia di salute che di performance economiche, di sostenibilità e di razionalizzazione. Sono due elementi che devono correre parallelamente. Il primo, quello sanitario, è completamente in carico al sistema sanitario e quindi al nostro ministero. Ma il controllo di spesa penso che debba essere un esercizio non soltanto del MEF — la banalizzo così — ma di tutti quanti noi, perché tutti dobbiamo concorrere alla difesa del nostro straordinario sistema sanitario nazionale pubblico. >> E questo nuovo fascicolo sanitario elettronico aiuterà anche a deburocratizzare le pratiche dei medici di medicina generale. >> Sì, evidentemente sì — per determinate patologie croniche, sicuramente il fascicolo sanitario elettronico deburocratizza il ruolo del medico. Lo dico perché abbiamo approvato a novembre scorso una parte innovativa: dalle annotazioni nel fascicolo sanitario elettronico da parte dei medici di medicina generale verranno per esempio caricate le ricette per i pazienti cronici. Prima cosa avveniva? Il paziente con una malattia cronica doveva andare routinariamente dal medico di medicina generale — un iperteso, un diabetico... >> ...andava lì, faceva la coda, dal proprio medico, il medico gli prescriveva la ricetta... >> ...massimo due confezioni per ricetta... >> ...massimo due confezioni. E questo si ripeteva magari dodici volte l'anno — dodici volte il paziente andava nello studio del medico, il medico doveva caricare la ricetta, burocrazia — e soprattutto si sottraeva tempo al medico che, voglio ricordarlo, piuttosto che fare il burocrate dovrebbe — e lo dico mettendomi in rappresentanza dei medici di medicina generale — fare ciò per cui ha studiato, ovvero il medico. Che cosa abbiamo previsto? Una ricetta aperta per dodici mesi. Sul fascicolo del paziente viene caricata questa ricetta a validità di dodici mesi ed è, fra virgolette, spendibile in farmacia mese per mese. La signora Maria va in farmacia a gennaio, prende le sue scatole di farmaco per una malattia cronica, e poi ritorna a febbraio. In capo al farmacista — e questa forse è l'innovazione — c'è non soltanto un tema di controllo di compliance terapeutica. La signora Maria va in farmacia, magari misura la pressione, si fa anche un check rispetto alla sua situazione. Ma soprattutto si fa in modo che assuma mese dopo mese quel farmaco. A febbraio non va? La signora Maria viene chiamata: "Guardi, perché non è venuta?" >> Anche un tema di aderenza terapeutica. >> Aderenza terapeutica, che noi sicuramente andiamo a compendiare insieme a un altro dato: quello del controllo di spesa. Perché cosa può succedere? Che in passato c'era un tema di accaparramento di farmaci. Ciò non avverrà più, perché la dispensazione sarà sotto il controllo del farmacista, che mese dopo mese erogherà quel farmaco, evitando accaparramenti. E anche — uso un termine brutto, razionalizzando, è meglio — ottimizzando l'assunzione di quel farmaco, perché la signora Maria potrebbe — non glielo auguriamo — morire, e quindi avere in carico quattro, sei scatolette di farmaci. Voglio ricordare che i pazienti cronici in Italia sono 24 milioni. Immaginiamo di moltiplicare tre-quattro scatolette per 24 milioni, e per il costo del farmaco — che impatto ha sul sistema? E così la signora Maria — le auguriamo di no — potrebbe anche cambiare terapia: con un controllo puntuale da parte di medico specialista, medico di medicina generale e farmacista, si può ottimizzare l'erogazione ma anche conseguire la compliance terapeutica, realizzando un grande vantaggio. >> Anche in ottica di sostenibilità. >> Case di comunità e potenziamento del ruolo delle farmacie sono i due pilastri che hanno consentito la riorganizzazione della sanità territoriale prevista dal PNRR. A che punto siamo? Sono stati raggiunti gli obiettivi e se ad oggi si riscontrano ancora alcune criticità, quali sono e come si sta reagendo? >> Innanzitutto c'è un controllo puntuale in capo alla Presidenza del Consiglio per la validazione di tutti gli obiettivi del PNRR, evidentemente anche per quanto riguarda le Case di Comunità. Attualmente in fase di realizzazione ci sono 1.363 Case di Comunità. L'obiettivo PNRR sono 1.038. Di queste 1.038, il 50% sono sostanzialmente concluse e il 24% sono già operative. Deadline: giugno 2026, quindi qualche altro mese per chiudere al 100% questo obiettivo. Ovviamente anche qui purtroppo c'è una resa a macchia di leopardo da parte delle regioni — segnatamente alcune regioni del sud che vanno a diversa velocità rispetto a quelle del nord. È un tema che stiamo affrontando in maniera puntuale. L'obiettivo è quello di rendere concreta la sanità territoriale sul territorio — la grande assente del nostro sistema sanitario nazionale, come abbiamo visto durante il Covid. Quindi Case di Comunità insieme ai medici di medicina generale, ai pediatri di libera scelta, alle farmacie pubbliche e private convenzionate possono costituire un unicum di presidio territoriale del sistema sanitario nazionale pubblico, e far sì che le persone che abitano nei paesi interni, nelle aree montane, nelle piccole comunità, abbiano comunque un presidio del sistema sanitario che diventa la porta d'accesso allo stesso. >> A proposito di farmacie, c'è il tema della farmacia dei servizi e della telemedicina, che ha ottenuto un grandissimo successo per garantire presidi territoriali più capillari nelle aree montane e interne, nei piccoli borghi con i presidi ospedalieri a chilometri di distanza. Però si è vista la famosa distribuzione a macchia di leopardo. A che punto siamo con la telemedicina? Come si riesce a omogeneizzare tutto il territorio? >> La telemedicina diventa uno strumento straordinario di erogazione di servizi sanitari. Mi piace utilizzare un'iperbole — evidentemente non applicabile alla farmacia — che però rappresenta quanto la telemedicina possa diventare uno straordinario volano. Con il sottosegretario Butti eravamo al Policlinico di Bari per un convegno sui temi della telemedicina: ci dicevano che avevano effettuato, un paio di settimane prima, un'operazione all'occhio — organo del nostro corpo notoriamente delicato — con il paziente giacente al Policlinico di Bari e il chirurgo distante centinaia di chilometri. Che cosa voglio dire? Che si faranno queste operazioni in farmacia? Assolutamente no. Ma se a distanza si può fare questo, un elettrocardiogramma, un Doppler, un accesso di telemedicina — con la refertazione e la visita sempre in capo al medico specialista — gli elettrocardiogrammi che vengono fatti in farmacia, utilizzando la farmacia e il farmacista come strumento per l'erogazione, vengono refertati poi dallo specialista. Ed è evidente che così diamo una sanità di prossimità, una sanità più umana, più degna e più consona ai nostri tempi. La signora Maria che abita in un comune interno di un paesino della Basilicata, invece di andare a Potenza — due ore di corriera con un cambio — oppure dire al figlio "Prendi il permesso per accompagnarmi per un semplice elettrocardiogramma", lo può fare nella farmacia sotto casa. E quindi programmare poi, nel caso in cui servisse, un accesso ai servizi pubblici, magari utilizzando sempre il CUP che noi abbiamo voluto fosse all'interno della farmacia, di modo che la signora Maria, sempre nella farmacia sotto casa, possa avere tutti questi servizi e recarsi in ospedale soltanto quando ve ne è bisogno. Una visione umana, moderna, ma soprattutto che sfrutta le nuove opportunità che la telemedicina offre per rendere la nostra sanità più performante. >> E sempre la signora Maria o il signor Giuseppe lamentano un altro grande nodo: le liste d'attesa. Qui le farmacie — che ad oggi erogano moltissimi servizi: l'holter pressorio, l'ECG, fanno anche i primi screening di colesterolo e glicemia — hanno oggettivamente contribuito allo smaltimento di queste liste d'attesa. Però non basta. Che cosa si sta facendo per velocizzare queste attese? >> Innanzitutto voglio ricordare come la farmacia dei servizi l'abbiamo stabilizzato con l'ultima legge di bilancio, finanziandola con 50 milioni di euro. I passati governi avevano immaginato di avviare una sperimentazione — poi diventata lunga — finanziandola con circa 25 milioni di euro l'anno. Noi abbiamo raddoppiato questo finanziamento e stabilizzato la farmacia dei servizi, proprio perché in alcune aree della nostra nazione, laddove era già in fase di sperimentazione la farmacia dei servizi, si era registrato un abbattimento delle liste d'attesa del 20-30% rispetto ad alcune prestazioni: holter cardiaco, holter pressorio, ECG, spirometria. Oggi vogliamo implementare questo, far sì che queste strutture possano diventare enti di erogazione di bassa complessità diagnostica. In questo abbiamo raggiunto anche un accordo con l'Ordine dei Biologi — quindi Ordine dei Farmacisti e Ordine dei Biologi, insieme ai maggiori sindacati rappresentativi delle due categorie — che hanno trovato una formula nella quale sostanzialmente la bassa complessità diagnostica viene affidata alle farmacie e ai laboratori d'analisi, mentre la media e l'alta complessità viene implementata all'interno dei laboratori d'analisi. Un unicum che può contribuire all'abbattimento delle liste d'attesa — che voglio ricordare essere nelle priorità di questo governo. Il Covid aveva portato a un affastellamento delle diagnostiche sospese durante il Covid, più quelle ordinarie. Noi con il decreto liste d'attesa e con una serie di misure finanziate stiamo cercando di abbatterle. Ci stiamo riuscendo, i dati sono positivi. È un percorso che ha bisogno dei suoi tempi, ma stiamo registrando un abbattimento che è sintomatico del fatto che siamo sulla giusta strada. >> Adesso veniamo a un tema un pochino più complesso. Parliamo della riclassificazione dei farmaci dalla distribuzione per conto a quella convenzionata. C'è chi ha lamentato che fosse aumentata la spesa pubblica, ma in realtà non è così. Tra l'altro c'è questo passaggio sulle gliflozine — farmaci antidiabetici che riducono la glicemia — che ha recato parecchio allarmismo peraltro inutilmente. Allora, questa spesa sanitaria non è aumentata o è aumentata? >> La spesa sanitaria, con particolare riferimento alla farmaceutica, segue un trend di crescita, come ricordavo, determinato dal fatto che la popolazione invecchia e che abbiamo farmaci innovativi che costano, ma evidentemente risolvono il quadro fisiopatologico di pazienti con patologie importanti — tra l'altro evitando l'ospedalizzazione del paziente, che è un costo notevole. Il tema però qual è? Oggi parliamo del trasferimento dei farmaci dalla cosiddetta distribuzione diretta a quella convenzionata — distribuzione dagli ospedali versus distribuzione dalle farmacie territoriali. Noi che cosa vogliamo fare? Vorremmo spostare il 90% dei farmaci che oggi vengono distribuiti all'interno delle farmacie ospedaliere — quindi per definizione difficilmente accessibili, presenti a macchia di leopardo e soprattutto nei comuni capoluogo dove vi è un ospedale attrezzato di primo livello — verso le 20.000 farmacie pubbliche e private convenzionate. Perché? Perché la signora Maria e il signor Giuseppe hanno maggior facilità di accesso alle stesse e quindi una migliore aderenza terapeutica. Il paziente che si cura meglio non conclama sintomi, non si ospedalizza, e quindi fa risparmiare il sistema sanitario nazionale pubblico — oltre che curarsi meglio. Siamo partiti da una categoria di farmaci — quelli distribuiti in distribuzione per conto, vale a dire ordinati dalle regioni nel canale della diretta e distribuiti dalle farmacie — che aveva due tipi di criticità. La prima legata al fatto che il passaggio in farmacia era farraginoso: si doveva andare dal medico, prendere la ricetta, poi andare in farmacia, poi ordinarla in farmacia, soprattutto a cavallo delle festività, del sabato e della domenica. Diversamente da prima, così i farmaci sono immediatamente esigibili. Questo miglioramento dell'erogazione del servizio poteva costare — noi potevamo immaginare che avvicinare il cittadino al farmaco avesse un costo — invece grazie a un meccanismo virtuoso che abbiamo messo in campo, addirittura ha fatto risparmiare le casse pubbliche. Immagini che soltanto in un trimestre, l'erogazione delle gliflozine — farmaci antidiabetici — ha fatto risparmiare in un trimestre 9,3 milioni di euro. Proiettando su un anno, probabilmente risparmieremo più di 35 milioni di euro. Significa che miglioriamo l'erogazione del farmaco, la distribuzione, l'aderenza, facendo risparmiare. Un altro elemento che voglio ricordare: l'abolizione anche dei piani terapeutici per questa particolare categoria di farmaci. Immaginate che il paziente diabetico — uso un'immagine figurata scherzosa — si addormentava il 31 dicembre diabetico e per l'anno successivo, il primo gennaio, doveva testimoniare che in quella notte non era avvenuto il miracolo e quindi continuava ad essere diabetico. Per affermare questo doveva andare in un ospedale pubblico da uno specialista, generare una nuova lista d'attesa, sottraendo quello specialista alla cura e all'abbattimento di altre liste di attesa. Abbiamo detto banalmente che il paziente che si addormenta il 31 dicembre diabetico si sveglierà purtroppo il primo gennaio ancora diabetico, e quindi può avere accesso a questi farmaci senza dover rinnovare il piano terapeutico. Carte, burocrazia — il medico di medicina generale trasformato in un burocrate. Evidentemente esiste un tema di controllo di spesa che le regioni devono mettere in campo — e che sanno fare benissimo — perché in questo trimestre invece di aumentare la spesa è diminuita. >> In chiusura, parliamo del Fondo Sanitario Nazionale. Nel 2025 il tetto è stato fissato a 136 miliardi, e nel 2026 si prevede una sua crescita a 143 miliardi. C'è chi lamenta un'assenza di strategia, nonostante i fondi siano aumentati. Lei come risponde? >> Rispondo che drammaticamente non c'è solo chi dice che non c'è strategia — polemica spicciola — ma c'è anche chi dice che stiamo definanziando il Fondo Sanitario, quando i numeri nella loro assolutezza ci raccontano il contrario. Darò un altro dato di ancoraggio: il 2019, cioè l'ultimo anno prima del Covid, il Fondo Sanitario Nazionale era di 114,5 miliardi di euro. Ora è passato a 143 miliardi di euro. Noi non soltanto abbiamo confermato il livello di spesa tenuto durante il Covid, ma lo abbiamo implementato di ulteriori 17-18 miliardi in un triennio — una cifra mai vista. È evidente che insieme a questo esiste un tema di nuovi modelli organizzativi, di attualizzazione del nostro sistema sanitario nazionale pubblico, che nasceva da una straordinaria intuizione di Tina Anselmi il 23 dicembre del 1978 con la legge 833, ma che rispondeva a una fotografia di società che aveva esigenze sanitarie completamente diverse da quelle attuali. All'epoca facevamo figli — oggi non li facciamo più. Non avevamo la gestione della grande cronicità, che oggi occupa l'80% del Fondo Sanitario Nazionale. All'epoca era una popolazione giovane. Non c'era l'innovazione farmaceutica e tecnologica che ricordavo — costosa, ma che risolve anche con un'unica somministrazione il quadro di malattia della persona. È evidente che dobbiamo attualizzare il sistema alla luce del fatto che siamo la popolazione più longeva in Europa — 85,6 anni di vita media, tra le più longeve al mondo. Per sfortuna però non facciamo più figli: coefficiente di fertilità 1,18 bambini per donna. Dobbiamo attualizzare il sistema e lo stiamo facendo, immaginando un sistema sanitario sempre performante, sempre universalista — con accesso gratuito alle cure — ma che possa essere appunto sostenibile. >> Grazie davvero tantissimo al Sottosegretario di Stato alla Salute, Marcello Gemmato, per essere stato con noi. >> Grazie mille a voi per l'ospitalità. >> Grazie a voi per averci seguito, grazie come sempre alla nostra regia. Radar torna la prossima settimana con nuovi ospiti e nuovi temi. Voi ovviamente restate sintonizzati con la programmazione di Urania News.