Trascrizione del video
Amici, al Radar bentrovati. Con grande piacere saluto Mario Giordano. Mario è così qua. È quello con Giordano tutti? Allora, Mario Giordano è con noi oggi perché il suo ultimo libro è oggettivamente gustoso. Lo è già dal titolo e dalla copertina. Lo è perché indaga con crudezza il crollo delle grandi dinastie dei potenti d'Italia. Lo è perché Mario anche questa volta ha trovato — secondo me — una frase oggettivamente molto accattivante, ma anche molto calzante, rispetto ai temi che adesso affronteremo. Di cui voglio rendere il merito subito, Mario. Perché quando tu dici "finiscono le storie dei condottieri e iniziano quelle degli eredi", beh, c'è giustamente di che sorridere un po' con amarezza. Se vogliamo, però, in questa sintesi c'è un po' tutto, no?
Sì, perché guardi, questo libro — negli anni '80, con gli anni '80, fa questo lavoro — c'era appunto le figure del grande capitalismo familiare, la vocazione dei generi, che assorbiva la finanza e la vocazione imprenditoriale, le deleghe ai modelli, e poi che ricevevano il capitalismo familiare con grandi valori morali, dell'insegnamento. E venivano preparati tutti come condottieri. Oggi, per dire quaranta, cinquant'anni dopo, guardiamo dove siamo arrivati con tutti questi condottieri. E loro continuano a spartirsi ricchezze, vivendo spesso in corridi familiari terribili, con vite impressionanti, mentre il paese — le fabbriche del XX secolo, non entrano più dentro — il paese è sul viale del tramonto, e loro sono sul caviale del tramonto. Si voltano, se li guardano, e nel fango nel loro. E secondo me una cosa che andava raccontata è quella che ho cercato di raccontare, proprio questi difficili passaggi di generazione.
E hai fatto molto bene. Perché adesso non dobbiamo dimenticare — e tu nel libro questo lo approfondisci, numeri alla mano — che poi queste grandi famiglie, a cui comunque va anche riconosciuto un ruolo nella crescita industriale italiana del '900 — per carità, una volta si diceva "quel che va bene per la Fiat va bene per l'Italia", eccetera — quindi non siamo qui a fare — e nemmeno tu, né io, né molti di quelli che guardano questa chiacchierata — diciamo così, l'anticapitalismo da osteria. Ci mancherebbe altro. Però è anche vero che molti di questi industriali sono stati coperti di soldi pubblici. E questo ci tengo, perché non c'è niente di anticapitalistico in un vero anticapitalismo. Il vero anticapitalismo, le vere imprese — quelle che hanno fatto grande l'Italia — sono quelle che hanno fatto crescere, insieme alla loro ricchezza — cosa giustissima, legittima, non c'è da fare le prediche — ma anche la ricchezza del paese. La ricchezza che cresce col sistema, cresce con la collettività, con la comunità. E c'è un passaggio in cui invece siamo passati: dagli imprenditori che si arricchivano arricchendo il paese, all'imprenditore che si arricchisce, ma eventualmente anche a danno del paese. Cioè, quando la famiglia che si spartisce le vite dentro di loro, litigando sui tesori portati al letto, e dopo aver ricevuto 220 miliardi di denaro dei contribuenti, cerca — secondo la Procura di Torino — forse di vivere del frutto. C'è un passaggio — con un po' di ironia che fa bene al paese — tra l'inventore che fa le cose per il paese, e l'inventore che invece ha chiesto e anche preso a danno del paese. Il Penerone, il genio del capo fatto gran, dei maglioni colorati, simbolo dell'Italia nel mondo, però oggi — come sappiamo tutti — i maglioni Benetton rappresentano meno dell'1% del fatturato del gruppo della famiglia Benetton. E da 10 anni c'è nei bilanci una perdita. Anch'io, un po' di giorni fa, quando è uscito l'ammasso, ho saltato per taluno, e da taberna vi ho avuto peso a capirlo. Siamo 10 anni che i maglioni — per dire — quando sono stati inventati per tintoria, maglieria, se non si chiamasse Benetton non sarebbe già chiusa da un pezzo. E che in peccato fai i soldi? Ho le privatizzazioni, sepolto dentro, in un continuo fare i soldi e guadagnare gestendo l'interlocutore come abbiamo visto. Perché l'industria delle autostrade che viene dal pubblico, viene gestita nell'interesse pubblico. Se poi tutti i costi non si portano, è un forte controllo. Ma zero responsabilità penale, nessuna. Non la responsabilità morale — grandissima — perché non hai fatto crescere, non hai rispettato il paese, ma hai fatto distruzione. E questo è il tema.
E questo è il tema. Fai bene a dirlo. Io vorrei dedicare qualche minuto, con te innanzitutto, agli Agnelli. Perché il tema ritorna in tante pagine del tuo libro. Comunque, con tutta la sua vita di GZ — le sue imprese sciare, piuttosto che quelle mondane — beato lui, ancora non c'è la bocca di Tortorelli. Comunque la sua vita è stata aiutata da Valletta prima e da Romiti poi. Comunque la svolta in Italia, a un certo punto, ha fatto proprio il presidente di Confindustria. Diciamo che aveva una sorella che era senatrice, eletta al Parlamento in Italia. Diciamo che è rimasto agganciato a questo paese anche come quotidiano — certo, trattorino di New York, semi morire non te Carlo — però essenzialmente a Torino. A un certo punto la famiglia — e questo su cui vorrei un ragionamento con te — nel tempo, dopo Marchionne, e io mi permetto di dire: quante ingiuste e ingenerose critiche a Sergio Marchionne. A un certo punto la famiglia se ne è anche andata dall'Italia.
Sì, questo è un punto. Quando ho detto prima che la famiglia se ne è andata dall'Italia, è andata all'estero, e di fatto dell'industria italiana non gli frega assolutamente niente. Diciamo come si è visto anche negli atteggiamenti che ha avuto l'ultimo amministratore, dove è apparso nell'ottobre scorso con un'atteggiamento sprezzante nei confronti del nostro paese. E questo è lo stato delle cose. Perché oggi in Italia si produce circa come nel 1956, cioè come prima della rivoluzione. Prima della grande crescita bravo: noi stiamo producendo è un'altra cosa. Quando si parlerà il maglione di questo, noi abbiamo gli operai in cassa integrazione per tutto, Mirafiori — che è il simbolo di Torino — e non sappiamo, non si sa cosa succede dalla mattina alla sera, sapendo bene cosa succederà. È stato il centenario della FIAT — 125 anni — è stato fatto in quello che era un'ex fabbrica diventata centro commerciale, annunciando una vettura che si sarebbe prodotta all'estero. Quindi non c'è nemmeno il buon gusto di mantenere l'attenzione. E tutto questo non è un'intenzione, però è il punto: mentre i lavoratori sono in cassa integrazione con l'angoscia e prostrati, i rivenienti continuano a crescere per un'economia che diventa sempre meno legata alla crescita, sempre più legata alla crescita della finanza. E il tuo libro è tutto su questo.
Sintetizza poi, per lo spettacolo deprimente della lotta delle eredità, che mette madre contro figli, figli contro madre — la madre che accusa i figli per evasione fiscale, i figli che non citano la madre e la maltrattano — e litigano sull'isola di tutti i costi, non è scusa: il patrimonio è nelle carte, la produzione è finita. Perché questo non viene tutto fuori, secondo quanto è emerso nella vicenda? Perché la Procura di Torino vuole capire quale era il castello, il quale è messo giù, è quel rito che se salta fuori era lo spirito — è il patrimonio, è uno spettacolo — con l'evasione fiscale. Che attenzione: non riguarda solo gli eredi; il quale, non anche il passato. Per cui due diligence giustamente: la Procura, il quale, nel 2003, viene messa in più nel giovane — con la specie di Charlotte Lark — con un nuovo gioiello che era poter mangiare a tutti. Per il nuovo ovenzio, marito, per esempio adesso si getta ombra anche su di lui, anche sul passato. E questa è un'altra conseguenza di tutto questo.
Ma fa bene devo dire, ma adesso arriviamo anche agli ultimi atti. Se uno pensa alle difficoltà complessive industriali del gruppo, perché per carità sono comuni a molte altre aziende del settore automotive europeo, ma poi uno guarda agli anni 2020-2023, ai dividendi staccati agli azionisti, e allora non ci siamo, eh?
Non ci siamo. Non ci siamo, però... Non ci siamo. E poi quando dicevo — e io ci tengo — questo è il ricco, l'imprenditore è l'imprenditore, la ricchezza ha un valore, ci siamo: è quello che fa crescere la propria azienda, tiene i propri dipendenti, è legato al territorio, e guadagna anche, come dicevi tu — magari anche in maniera importante, con molti zero — però è ancora legato alla crescita del territorio. Invece abbiamo una disconnessione totale. E in più, lo ripeto: con la colta, c'è questo, è stato calcolato che dagli anni '70 al 2000, sono stati 2.020 miliardi di euro incassati dalla FIAT, sotto forma di rottamazioni, incentivi, aiuti, cassa integrazione. 2.020 miliardi. È una disconnessione perché sono soldi pubblici, e poi appena possibile, te ne vai all'estero, vai a fare le fabbriche all'estero. Si scopre che sta sotto la Procura di Torino — cosa sono, cosa fanno loro — ci sarebbe dietro le evasioni fiscali. Perché quando è la mamma Margherita — che non si sa con i figli — sua madre Marella — le evasioni fiscali. Quindi poi, queste 20.000 tensioni: è una disconnessione. Perché in più c'è un'inchiesta per tornare sull'evasione fiscale con la direttora, la Procura, che ipotizza l'esistenza di un documento della frode perché i figli — i tre figli, gli Elkann — si sarebbero pompati dice sempre l'inchiesta della Procura di Torino, questo documento perché quando hanno avuto l'eredità di gioielli di Donna Marella, è stato un'appropriazione. Sono andati a finire in Ginevra. Non è che stiamo parlando di due catenine e magari un brillantino di fidanzamento. Non è la medaglietta della prima comunione. Penso siano un paio d'orecchini che sono andati a Ginevra. Un paio d'orecchini di valore 78 milioni di euro. Già io mi imagino che potrei avere un paio d'orecchini di quel valore. Valore poi stimato. E poi si pensava di pagare le tasse su questo. E se quello si prova in questo documento, in cui simbolicamente ci sarebbe una ventata, perché questi gioielli — si pareggiano a regali fatti da Donna Marella quando erano il padre di qui — e quindi si sarebbero inventati anche che lei aveva delle lettere: "Caro Ginevra, a te regalo questi paio d'orecchini per il tuo compleanno." E il genero che risponde: "Caro, non ti dico il tuo apprezzamento." Perché è già scritto, stando alle carte dalla Procura di Torino, sarebbe quello di non pagare le tasse su quel che c'è. E se quello si prova in questo documento — in cui simbolicamente ci sarebbe — queste cose si pareggiano a regali fatti da Donna Marella, perché questi gioielli — si pareggiò perché se quando capisci che tu per lui solo, scappi all'estero, in più sei accusato di evasione... Un operaio che in fabbrica ha lavorato per tutta la vita, e pensate cosa pensa.
Lo dico perché già si capisce: il tema è che i regali non sono sottoposti all'imposta fiscale. Perché invece c'è quando un bene passa da una generazione all'altra, per effetto del diritto delle successioni — guarda un po' — sono tutti regali.
Senti Mario, la vicenda imprenditoriale del gruppo Del Vecchio — l'eredità del vecchio affondata nella politica — è oggi evidentemente una vicenda straordinaria. L'eredità del vecchio inizia alla sua storia al Martinitt di Milano, quindi una storia di un ragazzo senza mezzi e senza famiglia, dal Martinitt di Milano. Ne viene una delle più straordinarie avventure industriali, che genera ricchezze importanti, non solo grande benessere nel suo territorio. Una vicenda che tra l'altro noi oggi siamo abituati a considerarla una terra ricca, ma quando Del Vecchio cominciò, lo era meno di adesso. Quindi una bella storia di impresa italiana, di territorio, di provincia. E le liti sulle eredità anche qui sono un po' in anticipo, però, no?
Rispetto alle altre tre storie che racconto, con quella Del Vecchio è unica perché è una dienda che in realtà continua a produrre ricchezza, anche per il territorio, perché si fanno i conti con Salmoiraghi & Viganò — che è in bel lunese, sotto la guida di Milleri — girano molto. Bravi, Francesco Milleri in particolare. E però il problema è che sopra la management, la dienda che è di proprietà — la proprietà da 3 anni, Leonardo Del Vecchio il fondatore morì nel giugno del 2022 — sono passati 3 anni, e gli eredi si sono ancora non messi d'accordo. Non si sono messi d'accordo, perché la vicenda è un romanzo. Leggetela perché non credo che nemmeno in 16 puntate di televisione si riesca a raccontare, perché avvenuto sono otto, perché sono 6 figli, 1 diverso dall'altro, 3 madri diverse, 40 anni di differenza. Quindi hanno lo stesso padre, ma era lo stesso padre, di fatto non era la stessa persona. Perché ha giocato al polo per anni per le une, non ha nemmeno pagato il mantenimento delle altre. Oi c'è dentro l'unica delle madri di questi figli — che è la seconda e la quarta moglie — che ha sposato a volte. È anche lì c'è tutto il nuovo romanzo: sono 2 più 2 motivi. E il figlio di questa unica donna — che non è figlio che devono — un figlio di una situazione non lineare, che non va d'accordo — da 3 anni non riescono a mettersi — si è dato cosa sull'agricoltura, però la pochette da qui c'è il meglio. Guarda avanti, e la madre non va sopra, sulla protesta che questa pochette convole. E lì succede un po' di tutto: succede anche che uno dei 4 figli, nell'adunata del testamento, viene indagato nella vicenda degli spioni di Milano. Ricordate quella centrale, che aveva un ufficio di 15-20 ex agenti segreti, ex poliziotti che creano segreti. Stando alle indagini della Procura, ci sono i figli — i due con la volontà di Leonardo Maria Del Vecchio — i metodi che vanno lì a cercare di avere delle informazioni sui fratelli. E sarebbe proprio una trama. La vicenda da riscrivere: poi c'è lui che fa anche una fidanzata, sempre stando alle carte della Procura, poi in effetti si rivela una fidanzata invenzione, per poi arrivare a una vita dell'attivista giovane: è un personaggio, è un po' il quarto figlio di Del Vecchio. E viene a fare alla fine — come in nessuna vicenda di dispositivo — anche un dossier falso. C'è alla fine e gli spioni realizzano, anche per accontentare questo cliente che li paga molto bene, al Padre Reale un punto: si fa loro impianti, si tre montature di filmati sessuali. Quindi una storia incredibile. E ripeto: rispetto alla storia meravigliosa del Martinitt, cioè della ragazza è una parte che c'è da sfogliare tutto, crea questo impero imprenditoriale, con mi sembra uno spettacolo indegno innanzitutto, ma anche che mette a rischio chi sta nella dienda che lavora.
Avete parlato nella vicenda che è ricordata — con l'inchiesta che non si è conclusa — c'è anche il fatto che comunque è morto, in un infarto a casa, uno dei personaggi chiave di tutta l'inchiesta. L'Italia, diciamo, da Garlasco in su e in giù continua a rivelarsi un paese abbastanza complicato.
Senti, vogliamo riconoscere all'ingegner De Benedetti e ai suoi figli quanto meno il merito — al netto anche qui delle ricchezze, consideriamole meritate — cioè non è un grande merito. Quello che riconosciamo all'ingegnere De Benedetti è di aver fatto il tentativo di fare un passaggio ereditario con una certa struttura. Ne viene anche molto, lo riporto nel libro al centro. Io faccio — e per cosa può — qualche anno: pensate per un po' — non è un'eredità così strettamente necessaria che non dà. Però secondo me è tutto chiaro qui: dell'ingegner De Benedetti, invece, cosa resta al paese? L'ingegnere che doveva saltare i cieli della finanza, il grande condottiero che negli anni '80 era il simbolo del capitale italiano, era citato da tutti i settori — dall'informatica all'energia, dall'alimentare all'editoria, da ultimo senza lasciare di fatto nulla. E io dico: se dico Lavazza penso al caffè, se dico Barilla penso alla pasta, se dico Ferrero penso al cioccolato, se dico De Benedetti cosa penso? Il padre dell'ingegnere aveva ad Asti una piccola fabbrica di tubi. Quindi io dico: l'impero De Benedetti poi finisce producendo tubi, ma finisce con noi a non produrre un tubo.
Senti, lo hai rapidamente accennato, ma io voglio recuperarlo prima: la saga autostradale dei Benetton — una delle privatizzazioni diciamo così meno felici della storia industriale italiana. Tanto che, indipendentemente dalle tante vicende di carattere penale che avranno i loro esiti, le autostrade sono state ricomprate dallo Stato. Quindi diciamo che il fatto che l'intuizione non era così brillantissima lo si è dimostrato con i fatti. Ma c'è un punto che tu hai rapidamente accennato prima, ma che nel libro è giustamente ricordato e sottolineato: ed è che a un certo punto queste grandi famiglie perdono anche un po' di contatto con la realtà. E lo dimostra la festa di famiglia dei Benetton a poche ore dalla tragedia del Ponte Morandi. Un episodio che molti hanno dimenticato. Ma qui — senza buttare in questa nostra chiacchierata le cose facili da fare — rimane il fatto che almeno un intelligente consigliere avrebbe detto: "Signori, dopo quello che è successo non c'è niente da festeggiare, sospendiamo." Che pure aveva un senso nella vita familiare. Invece non è andata così.
Perché questo è lo stesso — parlando di questi capoluogo delle persone che hanno dato lezioni di comunicazione, no, e hanno dato lezioni di fratellanza, di solidarietà, di buoni sentimenti — e poi cadere così nel fatto. Ripeto, come dicevo prima: si passa da produzione di maglioni, produzione di ricchezze, a un certo punto — e non si capisce bene perché come il fatto — vengono concesse con molta generosità, mettiamola così, le autostrade — che sono una gallina dalle uova d'oro — alla famiglia Benetton. Che in quel momento lì in effetti smette di essere produttrice di ricchezze e di genio per il paese. E sta nel business — perché è un cash flow enorme sotto — tu non fai le spese di manutenzione. Invece le spese di manutenzione non si fanno: il Ponte Morandi da lì all'amano, ciò è ingiusto, nel periodo in cui c'era lo Stato si investiva tremila euro al giorno. Da quando lo prendono i Benetton, si investono settanta euro al giorno. Cinquanta volte di meno. E ci sono i manager che nell'interpretazione dei colori — non investiamo perché dobbiamo fare aumentare gli utili, perché il Benetton vuole migliorare per 6,5 volte — crolla il ponte. Ci sono 43 morti. E tu sei la famiglia che ha dato valori per anni, bambino al piano che non vive in Toscana, le foto, le campagne — tutto il turdive — un però: non hai una parola da dire. Non c'è una parola di fratellanza, di solidarietà. Semplicemente la festa continua. Come niente fosse. Come 43 persone — non lo dice Mario di persona — lo dicono le carte della Procura di Genova — al di là delle responsabilità penali che avranno o non avranno il loro esito — c'è una responsabilità morale enorme. Perché sono gli stessi Benetton che dicono valori, che dicono famiglia. E la famiglia Benetton è morta con la festa. Ma i soldi non fanno la felicità?
No, i soldi non fanno la felicità. I valori sono latitanti. Per cui sono pericolosi avanti. Ho dedicato il libro a una mia collega che non c'è più, che è morta a 30 anni. E come si potrebbe leggere nel libro — che racconta le economie di soldi pubblici di cui abbiamo parlato fino adesso, ma racconta anche di vita — il vero pericolo sono i valori della mente, perché avevo una persona da 300 milioni come Margherita? Niente. Ma non parlate più, e poi non puoi abbracciare la nipotina. Non ha fatto il battesimo della nipotina che vi state. E allora io dedico il libro a una ragazza che non c'è più, ma che nella sua breve vita ha saputo insegnarci i veri valori, come essere l'autentico essere se stessi, i propri genitori, la propria identità. Perché la vera eredità — io però che sia di questi valori e non di questi — non di questi costi nascosti all'estero, con il racconto nel libro.
Mario, questo è proprio un bel libro. E quindi chi ci guarda è invitato a procurarsi il più rapidamente possibile una copia. Grazie e buona giornata. Arrivederci.