Trascrizione del video
Amici di Radar, benvenuti. Saluto il nostro ospite di oggi, che con grande piacere abbiamo qui: Paolo Borzachiello. Paolo ha molto poco bisogno di presentazioni perché è una delle figure più interessanti del panorama italiano — intanto perché è difficile definire cosa fa.
>> È vero, ci sto lavorando. Ma bene, così posso fare un sacco di cose.
>> Sicuramente però hai finito da poco il tuo ultimo libro — un romanzo autobiografico intorno a una questione molto seria che hai affrontato: una malattia importante. Nel viaggio che in questo romanzo autobiografico Paolo fa, incontra anche un personaggio che nel libro si chiama Lisa. Io vorrei iniziare leggendo come Lisa si presenta.
"Sarò breve. Sono a capo del comportamento della specie umana. L'ho creata a mia immagine e somiglianza, dotandola di un cervello straordinario, e le ho offerto un posto meraviglioso in cui vivere. L'uso che vedo fare di questi due doni è assai sconfortante: avete iniziato il vostro tempo a guardare programmi come Lisa dei Famosi o il Grande Fratello, oppure a usare TikTok. Il fatto che una piccola parte di voi mangi come re, mentre la maggior parte muore di fame... voi umani siete una delusione. In passato, su consiglio dei miei collaboratori, avevo pensato di annientare la vostra specie. Poi però, dopo una matura presa di coscienza, ho cambiato idea e mi sono messa in discussione. Magari ho sbagliato io qualcosa."
>> Ho un incipit un po' particolare. Il presupposto è che mi serviva un'idea per raccontare quello che faccio di mestiere: capire come funziona il cervello delle persone, capire come con le parole e la conoscenza di come funzioniamo possiamo funzionare meglio. Quindi volevo fare qualcosa di divulgativo — non uno dei miei soliti saggi, scritti abbastanza tecnicamente. Mi è venuta l'idea di Dio come personaggio che assume le sembianze di Leonardo — questo profiler super esperto — per capire se siamo noi sbagliati e fatti male, o se invece abbiamo la possibilità di cambiare, modificare qualcosa, semplicemente conoscendoci meglio.
Quindi l'idea era fare questo viaggio — un po' come nell'Inferno dantesco — un inferno moderno situato sotto un hotel, dove incontra i "peccatori moderni": dagli influencer, ai politici corrotti, ai fanatici religiosi, ai fanatici del politicamente corretto. E da ognuno scopre, con le neuroscienze, gli schemi mentali che poi trasferisce al lettore — non per giudicare bene o male le persone che incontra, ma per imparare che dietro ogni comportamento, anche il peggiore, c'è uno schema mentale su cui si può lavorare per funzionare meglio.
>> Il libro ha un doppio registro: questo viaggio all'inferno letterario — con un illustre predecessore che non nominiamo — e la storia di una persona di successo, di soddisfazione professionale, con un'intensa vita, che in un pomeriggio scopre di dover fare i conti con una malattia. E c'è una cosa molto interessante nel libro: tua sorella è chirurga?
>> Chirurga intestinale. Si occupa di intestino in tutte le sue sfaccettature. Ed è curioso che lei si occupi di salvare gli intestini delle persone. Io ho avuto un problema all'intestino — che poi si chiama carcinoma al colon, al quarto stadio. Ho voluto mettere questa cosa dentro il libro, perché di fatto non c'è un motivo unico necessario quando ti viene un tipo di malattia. Però, certamente, il tipo di vita che avevo condotto fino a quel giorno, il tipo di schema mentale che io stesso avevo e che ho poi abbandonato strada facendo, ha contribuito. Il 22 aprile — che mi ricorderò — è stata la data della diagnosi. E subito mi hanno detto — in modo molto simpatico tra l'altro, perché in quel piano che era già il quarto stadio — "Probabilmente non arriva a Natale." Questo è stato uno stimolo importante per dimostrar loro che avevano torto.
>> Una delle lezioni che emerge da questo libro, come da tuo lavoro di sempre, è che le parole sono importanti.
>> Sì. Ho voluto chiamarlo proprio con il suo nome, anche nel libro, perché mi serviva un po' di paura — un modo utile per mobilitare il sistema nervoso e attivarmi a fare quello che dovevo fare. Oggi esiste questo approccio abbastanza diffuso sui social, da parte di tanti esperti di crescita personale — io li chiamo i "coach saltellanti" — che ti dicono sempre di motivarti. Ma non hanno conoscenza di come funziona il linguaggio rispetto al cervello.
Ho evitato completamente tutta la retorica del guerriero: ci sono ricerche mediche straordinarie che dimostrano come definire il cancro come "guerriero", "combattere", "sconfiggere", provochi alterazioni importanti sul sistema endocrino. Quindi tutta la parte medica mostra come il linguaggio possa contribuire a salvarti. La prima cosa che ho fatto quando mi hanno diagnosticato questa malattia è scrivere un vocabolario — le parole da usare e che volevo che le persone intorno a me usassero, perché ho dovuto educare chi mi stava vicino.
>> Il libro racconta in forma di romanzo la tua esperienza di quest'ultimo periodo. Il messaggio che mi lascia è questo: in qualche modo tu questo ospite non voluto — il cancro al colon al quarto stadio, con la previsione per fortuna non verificata di non arrivare alla fine dell'anno — in qualche modo non lo ringrazieresti, ma non sei neanche molto lontano da questo?
>> Io non sono di quelli che ringrazia la malattia perché mi ha insegnato qualcosa. Non grazie, ma ho capito. Avrei preferito imparare queste cose in un corso di formazione, perché si sta malissimo, le chemioterapie sono orrende, le operazioni che ho fatto e devo fare sono brutte. Se si poteva evitare, meglio. Detto questo, ho cercato di capire come avrei potuto usare questa cosa. Raccomando nel libro — e a volte sento anche sui social — la narrativa di chi cerca sempre il motivo per cui ti capitano le cose negative. Si rischia di andare anche a volte ad autocolpevolizzarsi. Ho deciso che quel tipo di strada non sarebbe stato utile per la guarigione, perché continuare a interrogarsi — "Ma cosa ho fatto, perché ho mangiato così, perché mi sono stressato" — non porta da nessuna parte. Ho preferito togliere la ricerca del motivo e inserire la ricerca di uno scopo. Mi sono chiesto: stando in questa situazione, cosa posso fare?
Dato che la mia missione da sempre è imparare per insegnare, mi sono detto: metto alla prova le cose che ho sempre insegnato, che scrivo nei libri, che insegno nella mia scuola — le metto alla prova. Così posso raccontarle con un tipo di credibilità ulteriore, quella dell'esperienza diretta.
>> Un passaggio del libro racconta l'esperienza della chemioterapia:
"Stomale o nausea, mi viene da vomitare, la testa scoppia, un gusto metallico in bocca, poi capogiri, attacchi di panico che salgono dallo stomaco, forse febbre, dolori addominali, altre sensazioni indefinibili mescolate in un unico marasma di spasmi, dolore e paura. Mi sono messo a letto nella speranza di riposare un po', ma ovviamente gli occhi sono sbarrati. I pensieri volano come schegge impazzite nella mia mente, che di solito è un reticolato di binari perfettamente organizzati su cui le idee viaggiano in ordine, ciascuna per la propria strada. Non ho mai sperimentato la confusione mentale — nemmeno da piccolo. Anche il dolore l'ho sempre provato in forme precise e definite, perché nel mio lavoro un ordine non è mai mancato — anche se a volte ha portato a esprimersi anche in altri modi, attraverso tempeste di esplosioni di creatività, intuizioni folgoranti."
>> Quel passaggio racconta un pezzo della chemioterapia abbastanza significativo. Perché ha portato questa cosa per me del tutto inusuale: la confusione mentale. Il male fisico, per esempio, in questo momento preciso — mentre parlo, perché sono ancora in convalescenza dall'intervento — il dolore fisico riesco a gestirlo: lo localizzo, ci respiro sopra, riesco a circoscriverlo. Ma avere la testa che non si riesce ad usare in modo lucido — quella confusione mentale — mi ha scompigliato più di qualsiasi altra cosa. È stato però anche istruttivo, perché ho imparato una cosa che non avevo mai saputo fare: accettare di non poter gestire tutto con la testa. È stata la mia oncologa a illuminarmi: si deve saper accettare quello che non è in nostro controllo. Si renda conto che è una cosa che non le riuscirà — e per quello fisso un motivo oggettivo che era la quantità di farmaci che le mettevano dentro. Allora, devo stare così, mi rilasso.
>> In questo romanzo autobiografico incontri anche Dio — un personaggio che porta una spiegazione "altra" dalla razionalità pura. Però questo libro è anche un grande inno alla razionalità e alla scienza.
>> Io ho sempre sostenuto che la scienza, in particolare le neuroscienze, sia quanto di più spirituale noi possiamo raggiungere come esseri umani. È la traduzione fisica di quello che spesso viene definito in modo mistico. Per me studiare le neuroscienze è il modo più veloce per avvicinarsi alla spiritualità.
Ho voluto inserire questo perché nel corso degli ultimi 25 anni di questo lavoro ho scoperto che tantissima gente sta male gratis. Noi siamo fatti per funzionare bene — il cervello, quando è progettato bene, funziona. Il problema è che noi non abbiamo le istruzioni. È come se quando nasci ti dessero in mano un Ferrari e poi non ti spiegassero come guidarla. Ovviamente la usi e la distruggi.
A scuola ci insegnano un sacco di cose tranne quelle che sono davvero importanti. Non ti spiegano come gestire le emozioni, per esempio. Ti insegnano la grammatica, che amo e adoro. Ma come fai a vivere senza sapere come funziona il tuo sistema nervoso? Come si fa a non spiegarti che hai un controllo completo fondamentalmente sulla chimica che hai in corpo, e sulla definizione che poi darà questa chimica su come stare?
>> E tu che sei partito da una posizione di grande difficoltà — non riuscivi a parlare fino a 22 anni?
>> Esatto. Io ho battuto la sindrome di quello che veniva definito dagli psicologi della scuola come "introversione totale". Ero completamente incapace di relazionarmi con gli altri. Un ragazzo introverso, sovrappeso, asmatico, incapace di parlare con le persone. Mi sono detto: ma è possibile che gli altri ce la facciano e io no? E ho cominciato a studiare come funziona. Ho imparato a respirare — sono asmatico. Ho imparato a parlare. E ho superato tutte le etichette negative che mi avevano appiccicato addosso. Non perché sono più intelligente degli altri. Ho studiato come funziona. Imparare a parlare è una cosa che si può fare. Imparare a essere carismatici è una cosa che si può fare. Mi vergognavo a leggere in classe, adesso vado in televisione, parlo con migliaia di persone, faccio teatro. Se ho imparato io, si può imparare.
>> Tu stai dicendo che molti di noi credono che certe caratteristiche siano date e immutabili, mentre tu ci stai dicendo che non è così.
>> Sì, c'è chi può nascere più o meno predisposto — c'è tutto il discorso genetico ed epigenetico. Però quando nasci, salvo particolari condizioni, il potenziale c'è. Poi dipende dai genitori, dall'ambiente, dall'educazione — si tracciano delle strade. Ma lo standard di base a cui noi possiamo aspirare è serenamente molto più alto di quello che attualmente crediamo di poter raggiungere. Siamo pigri, certo — ma la pigrizia è spesso la conseguenza di "non capisco come funziono, non so come fare, quindi rinuncio". Noi cerchiamo la risposta nei posti sbagliati. Quando un pigro non vuol fare le cose, cercherà la motivazione, la forza di volontà, il "will power". Non sapendo che togliere energia a quella roba vuol dire non averla quando mi serve davvero, nei momenti importanti.
>> E quello che hai fatto con il tuo tumore è in qualche modo un patto, una trattativa che hai fatto con te stesso?
>> Di sicuro. Non so quali elementi della mia vita precedente abbiano contribuito a creare quella situazione, ma nel dubbio, ho deciso di cambiarli tutti. Quindi ho detto: cambio uno, due, tre — e poi vedo. Per esempio, la bulimia lavorativa — prima dell'aprile della diagnosi ero estremamente "dopaminergico" come persona: scrivo tre libri all'anno, non perché mi serva professionalmente, ma perché fisicamente ho voglia di fare sempre. Non stavo mai fermo. E accettavo praticamente tutto: interviste, incontri, anche cose che non mi portavano alcun vantaggio professionale, solo per non dispiacere alle persone. Ho imparato a dire no, a dire no senza sentire colpa, a fare solo cose che mi piacciono moltissimo. E questo ha portato a un equilibrio che prima non avevo, e che speravo di trovare ma ero ancora in ballo con i miei schemi mentali precedenti. Di sicuro questa esperienza è stata molto utile — ma non credo nella retorica de "la malattia è utile in quanto tale". La malattia è utile se la rendi utile, se ci trovi un motivo, uno scopo. Se aspetti che la cosa sia utile in quanto tale, sbagli.
>> Un concetto che torna nel tuo lavoro da sempre: non basta parlare, bisogna agire. Perché le parole da sole...
>> Le parole sono fondamentali perché sono lo strumento con il quale noi creiamo la realtà — come nelle tradizioni più antiche, dal "sia luce" alla magia, alla "abracadabra". Io creo le cose con le parole. Però bisogna stare attenti a non ridursi a definizioni sterili. La mia frase tipica è: "Si cambia cambiando, non parlando del cambiamento." Ci sono volte in cui adesso, mentre sono ancora in piena convalescenza, non avevo voglia neanche di vestirmi per uscire di casa. Ma sapendo che se mi metto in un certo modo, faccio certe cose, si produce un fenomeno per cui poi il corpo risponde. Quindi a volte bisogna essere il comportamento che si vuole avere — non aspettare di sentirsi in quel modo. Questo è dentro al libro, è il messaggio fondamentale.
>> Grazie a Paolo Borzachiello per questa bella conversazione.