Siti sessisti: violenza digitale e vuoti normativi

Trascrizione del video
Bentornati a Radar. Se bene sia un reato penale punibile con il carcere e con multe fino a 15.000 euro, tutto questo non ha impedito che venissero create delle pagine social e siti a scopo pornografico. Stiamo parlando di revenge porn e di violenza in rete. Come ospiti oggi in collegamento c'è Sara Funaro, Sindaca di Firenze. Benvenuta. >> Sempre in collegamento, Luisanna Porco, Consigliera Nazionale di D.i.Re — Donne in Rete contro la Violenza. Benvenuta anche lei. >> Buongiorno a tutti. >> E come vicepresidente di Noi Moderati, Maria Chiara Fazio. Benvenuta. Buongiorno a voi. E Anina Benedetta Landau, psicologa. Un saluto. >> Come sempre, a tracciare il perimetro delle vicende che si sono svolte nelle ultime settimane, ci pensa il servizio della nostra giornalista Angela Lambiase. La scorsa estate, la scrittrice e sceneggiatrice Carolina Capria ha condiviso sui social l'esistenza di un gruppo, "Mi Moglie", in cui gli iscritti si scambiavano foto intime delle proprie mogli per commentarle in modo esplicito, volgare e violento sull'aspetto fisico, senza che le donne ritratte fossero al corrente di nulla. Il gruppo è stato chiuso, le indagini si sono allargate e qualche giorno dopo è stato il turno del sito Fica.eu — un sito attivo dal 2005 che generava 6.000 accessi al giorno e 20 milioni di visite al mese. Anche qui, migliaia di foto rubate, di parti oscene, volgarità e incitamento allo stupro: un catalogo di immagini e post finito sui tavoli delle procure. Tra le donne erano presenti celebrità del mondo dello spettacolo, influencer, imprenditrici, cantanti, giornaliste, donne impegnate in politica. Per la legislazione italiana, la condivisione non consensuale di materiali intimi è un reato che può essere punito anche con 6 anni di carcere, ma gli strumenti e gli spazi di intervento non sono sempre così chiari e immediati. Silvia Semenzin, una delle massime esperte di condivisione non consensuale di materiali intimi in Italia, aveva già denunciato questa situazione online nel 2009, ma tutto inutile. Semenzin ha sottolineato che è altamente improbabile che la chiusura di questi spazi porti a una riduzione di comportamenti di questo tipo. Dietro questi gruppi non c'è assolutamente alcuna consapevolezza dell'importanza del consenso: il consenso è considerato un concetto secondario e addirittura negoziabile. Ma trova necessità di fare avanzare l'applicazione degli strumenti legislativi e una corretta cultura sessuo-affettiva da promuovere: persiste l'evidente urgenza di avere risposte certe ed elementi saldi, affinché la tutela dei diritti delle persone online non sia più qualcosa di negoziabile. Grazie come sempre alla nostra Lambiase. Bentornati. Sara Funaro, parto subito da lei: la sua denuncia è stata decisiva per fare emergere uno dei responsabili di queste pagine. Grazie alla sua denuncia, la Procura di Firenze ha aperto un'indagine parallela a quella di Roma. Ci racconta com'è andata e quali reazioni ha ricevuto da Sindaca e da donna? >> Allora, in realtà è andato in maniera molto semplice. Quando sono iniziati a emergere tutti i post pubblici dove per fortuna cominciavano, in tanti, non solo a denunciare ma anche a rendere pubblico questo — perché sappiamo benissimo che se non si attiva una tensione mediatica, tante cose poi non prendono la strada che devono prendere — in quel momento lì, proprio in quei giorni, mi arriva una segnalazione da persone che mi conoscono: "Guarda, sarà tensione perché all'interno di quel sito ci sei anche tu — abbiamo trovato delle tue immagini." A quel punto, mi invitano a vedere alcune immagini che c'erano anche da tanto tempo: alcune dal periodo della campagna elettorale, un anno fa circa, alcune anche risalenti a periodi precedenti. Evidentemente, essendo un sito chiuso dove bisognava registrarsi per entrare, una persona di nostra conoscenza non lo aveva visto. A quel punto, appena mi è arrivata la segnalazione, sono andata immediatamente alla Polizia Postale a fare denuncia. Come pensate, ho alzato la tensione perché questo è un tema soffocante: non tanto per me come Sara Funaro, ma per dare voce a quelle donne che non hanno ruoli pubblici, che non hanno ruoli istituzionali, ma che ci sono finite dentro — che magari hanno la necessità, e hanno sicuramente la necessità, di essere rappresentate. Per cui la vicenda l'ho gestita per me, ma per tutte le altre donne. >> Lei, se non sbaglio, ha detto che vorrebbe confrontarsi con uno degli amministratori di questo sito. Se è così, cosa gli direbbe? >> Io non ho mentre mi è stato chiesto: quando sarà finito tutto il percorso delle indagini — penso che noi dobbiamo ritrovarci di fronte a queste persone, dobbiamo confrontarci con loro, e soprattutto fargli presente, se lo capissero, quelle che sono le conseguenze delle cose che fanno. Perché io sono abituata come Sindaca di questa città a tutta una serie di nomi e attacchi che ho sulle spalle. Ma se in questi siti finiscono le immagini di una ragazza, di una donna che ha delle fragilità emotive, quali possono essere le conseguenze? Noi dobbiamo lavorare per tutte le donne. Io voglio che queste persone si ritrovino di fronte a qualcuno che non ha mollato, e si rendano conto — guardandosi negli occhi — in maniera molto franca, molto dura, molto diretta, di quelle che sono le conseguenze delle azioni che fanno. Perché questo è una forma di violenza, e queste violenze sono violenze da condannare come qualsiasi altra. Non solo da parte delle istituzioni, ma da parte della società. >> Maria Chiara Fazio, vicepresidente di Noi Moderati. Come ha vissuto questa vicenda? >> La prima reazione è sicuramente una reazione umana di fronte a queste vicende. Prima di tutto c'è la mia solidarietà — in primis a Sara Funaro — ma a tutte le donne, a tutte le persone che vengono colpite da queste forme di violenza. Ma accanto alla reazione umana — che è fondamentale, perché dobbiamo ricordarci che dietro a un personaggio pubblico, un personaggio politico, c'è sempre una persona — dobbiamo tornare a riumanizzare quelli che sono gli strumenti tecnologici, e fare in modo che le persone siano consapevoli che ogni azione può ricadere sulla vita di una persona. Le leggi ci sono. Perché, allora, non hanno funzionato? Leggi che non sono state applicate correttamente, o leggi che forse devono essere riviste alla luce dell'evoluzione tecnologica. Dal punto di vista normativo la questione è molto complessa. Noi come Noi Moderati abbiamo presentato pochi giorni fa in Parlamento una proposta di legge per introdurre il reato di diffusione fraudolenta online — proprio per andare a regolamentare il fenomeno dei deep fake, l'utilizzo di immagini e video che possono essere realistici, creati attraverso gli strumenti tecnologici dell'intelligenza artificiale. Ma è doveroso dire che il fenomeno delle nuove tecnologie — quella che viene chiamata la quarta rivoluzione industriale — è un fenomeno molto ampio e relativamente nuovo, nei confronti del quale il legislatore, sia a livello nazionale che europeo, si è sicuramente approcciato. Abbiamo una normativa importante già esistente e una normativa che deve andare a regolamentare delle fattispecie nuove. Quindi non sempre il diritto — almeno, non ancora il diritto — è arrivato a regolamentare tutte quelle azioni che siamo invece in grado di giudicare da un punto di vista sociale ed etico. E anche perché il diritto percorre un cammino molto più lento rispetto alle tecnologie che sono immediate e imminenti. Però è necessario utilizzare gli strumenti che già esistono, intervenire in modo preventivo, e intervenire là dove non è ancora stata regolamentata la fattispecie. Ma attenzione: se il diritto non prevede una base culturale, un intervento che miri anche a educare al fenomeno tecnologico, a creare una cultura tecnologica che sappia utilizzare la tecnologia — che è uno strumento potentissimo e validissimo, che può fare tantissimo dal punto di vista sociale ed economico — se non interveniamo sul piano culturale ed etico, è chiaro che l'intervento giuridico, che può intervenire e deve intervenire, a volte interverrà anche tardi. >> Vediamo invece cosa ci può raccontare la Consigliera Porco, perché D.i.Re gestisce una rete di sostegno enorme — con oltre 100 centri antiviolenza, più di 60 case rifugio, e ogni anno ascoltate circa 24.000 donne. Avete raccolto segnalazioni scatenate da questi gruppi social — "Mi Moglie", poi "Mi Moglie 2", e da Fica.eu? >> Sì. In tutto il territorio stiamo iniziando ad accogliere tutte le segnalazioni che stanno arrivando da tutto il paese. Ricordo che abbiamo una chat nazionale anonima, attiva tutti i giorni dalle 11 alle 18 nei giorni feriali, dove comunque iniziamo a ricevere richieste di sostegno. Operatrici esperte rispondono con una prima risposta alle donne che la chiedono. Non abbiamo ancora i numeri esatti di quante sono le donne che a livello nazionale si stanno rivolgendo ai centri per questo tipo di sostegno, perché comunque questo tipo di violenza crea un senso di solitudine estremo nelle donne. La famosa fragilità di cui parlava la Sindaca Funaro: non è che le donne sono fragili. Quando noi veniamo colpite — perché la violenza è una forma di punizione: "Non ti comporti come io ho deciso per te, quindi ti punisco" — questa è la violenza, che si esprime in tanti tipi: la violenza nel revenge porn è una violenza digitale, fa comunque parte di un continuum di violenza, di un continuum di violenza sessuale in questo caso, che inizia con le molestie e finisce nel stupro — anche lo stupro virtuale. Quante volte abbiamo pensato al mercato delle bambole gonfiabili? Esiste proprio perché "io faccio del tuo corpo quello che voglio." Il mercato delle bambole gonfiabili è una forma di questo: esistono bambole di donne bianche, donne nere, donne asiatiche, ed è esattamente l'esercizio del dominio. "Mi Moglie" — il sito, il gruppo — è proprio il processo del dominio: "Io faccio di te quello che voglio, ti espongo." Noi come centri siamo qui, sosteniamo le donne in tutto il territorio nazionale, siamo con loro. Perché il superamento di questo tipo di violenza avviene in una relazione: la violenza è assenza di relazione, noi in una relazione asimmetrica restituiamo potere alla donna. >> Grazie. Chi c'è dietro questi smartphone, Anina? >> C'è il vicino di casa, il marito, il compagno, ci sono i figli — abbiamo visto che ormai ci può essere chiunque. E questo secondo me è la cosa più grave: non c'è il mostro, il sadico o il violentatore seriale. C'è una persona che tu reputi un buon padre, un tuo amico, qualcuno che ti vuole bene. E in molti di questi casi sono stati proprio dei genitori che hanno messo delle foto di minori, di figli, di nipoti. Quindi, ormai ci può essere chiunque. E questo secondo me è il tema più grave che va battuto, perché un tempo immaginavamo qualcosa come il mostro che veniva da lontano. Ormai è qualcuno che può essere accanto a te, che non avresti indicato — e questa è una doppia violenza, perché è una violenza sia fisica — perché comunque vedere quel tipo di foto, anche se non c'è un contatto fisico, è una violenza fisica — ma è anche una forma di violenza morale e di tradimento della fiducia. >> Mi hai fatto sentire a disagio, lo ammetto. Dovevo essere quasi sicura che non mi fosse mai capitato, e non sono neanche andata a fare ricerche. Perché la questione è proprio questa: poi non è neanche facile accedere a questi siti — ti prende una pressione solo pensarci — e poi magari ci puoi pure essere senza rendertene conto. L'altra questione che è molto importante è che non è che ci sono le foto della Sindaca in bikini o scattate sotto la doccia da qualcuno. Sono questioni, foto, frame rubati, modificati in molti casi, oppure vengono ingrandite parti delle immagini. Quindi è qualcosa di ancora più elaborato e molto più grave. E poi l'intelligenza artificiale ha aperto una voragine che noi fino a un paio di anni fa non potevamo nemmeno immaginare. Come ho sempre detto anche a colleghe con profili molto seguiti, che mettono le foto dei figli piccoli sui social: non si mettono. Poi vengono modificate, vengono messe in mano a chi fa dell'immagine innocua qualcosa di iniquo. E in questi siti non giravano soltanto foto di donne adulte, ma c'è anche una percentuale di minori. >> Mi fermo un momento su un aspetto. La premier Meloni ha parlato più volte della necessità di una svolta culturale per contrastare la violenza di genere. Ora, Maria Chiara Fazio, secondo lei è possibile immaginare un fronte comune, maggioranza e opposizione, per cercare di trovare questa svolta culturale? Anche perché leggevo che nel 2023, secondo la Commissione Europea, solo il 46% degli italiani aveva almeno le competenze digitali di base — quindi siamo molto indietro sull'alfabetizzazione digitale. >> Io penso che, se è necessario, ci voglia un fronte comune. Il nostro partito lo ha detto più di una volta. Però per avere un fronte comune bisogna fare delle politiche per le donne, bisogna fare delle politiche che prendano in considerazione le pari opportunità, il riconoscimento del ruolo delle donne — la produzione del Consiglio, il riconoscimento del ruolo passa anche dall'uguaglianza. E questo è un tema non facile da trovare facilmente. La domanda che mi faccio è: quali sono le politiche per le pari opportunità che sono state messe in campo? Si sono fatti dei passi importanti sulle riforme della violenza contro le donne, sul piano legislativo, e da questo punto di vista ho qualcosa da dire. Però soprattutto il tema del cambiamento culturale — che è necessario e che deve essere accompagnato — richiede politiche di sensibilizzazione, di rispetto, di riconoscimento dei ruoli e delle pari opportunità. E dall'altra parte politiche di prevenzione. Bisogna che il nostro paese si sieda anche ai tavoli internazionali, perché quando si prendono iniziative in un mondo dove l'Italia da sola può mettere in campo delle norme — e ne siamo consapevoli — non è sufficiente se non si costruisce una rete a livello europeo e internazionale, dove si decidono insieme le norme che prevengono e bloccano certe situazioni che oggi sono completamente fuori controllo. Perché questa volta — lo voglio dire con grande chiarezza — abbiamo avuto la fortuna che uno dei gestori del sito era rintracciabile, era una persona che viveva nella provincia di Firenze ed è stato trovato. Ma tante volte, quando ci ritroviamo con contenuti pesantissimi su un paese che abita sui social, vai a cercare e magari ci sono profili falsi o domini registrati in paesi nei quali non puoi fare niente. Allora, per poterlo fare, l'alleanza — quando si parla di questi temi — dovrebbe essere a livello trasversale. Un'attenzione vera, che io non vedo — e lo dico sinceramente — sui temi della sensibilizzazione, sui temi delle pari opportunità e su tutti i temi di cambiamento culturale che sono necessari affinché anche la normativa e tutto il resto possano funzionare. >> Grazie Sindaca, e noi andiamo in pausa. So che lei purtroppo ci deve lasciare — grazie davvero per essere stata con noi. Bentornati in studio. Anina, arriviamo da te: questi siti — come nel servizio introduttivo di Angela Lambiase — come Fica.eu erano aperti dal 2005. Com'è possibile che ci siano voluti quasi 20 anni prima di chiuderlo? Ci sono stati segnalazioni in passato? >> Sì, erano stati segnalati, ma chiuderli poi alla fine non è stato possibile. Il problema è proprio questo. Se tu vuoi togliere una foto che hanno messo di te su Facebook o su Instagram, è praticamente impossibile. Prima di tutto perché devi fare i conti con una normativa in questo caso americana — molto lunga. Faccio un esempio concreto che mi riguarda. Facendo molti convegni e molte conferenze, intanto alcune società prendono una tua foto per metterla sulle brochure e altro. A un certo periodo mi mettono una foto mentre ero incinta — mancava pochissimo al parto. Vuole dire, io non mi ripeto come una persona di grandi pretese, come vedete, però come vedi che non sono la stessa persona ho cercato di togliere quella foto: non c'è stato verso. Non che per carità ci siano stati danni enormi, ma è una foto che non mi rappresenta e che non voglio che venga usata. Con tutto che era una foto professionale, non sono riuscita a toglierla. Quindi possiamo immaginare quanto sia complesso togliere una foto che non ci piace — perché magari ci si vede in costume, perché magari è stata scattata di nascosto. Il problema, come stava giustamente dicendo la collega: dal punto di vista giuridico è un mare ancora completamente da esplorare. E soprattutto i tempi sono lunghi: non è una foto che non ti piace che impiega tanto a togliersela. Nel momento in cui è una violenza — perché di questo si tratta — dovrebbe essere qualcosa di immediato. Anche un'ora oggi è troppo per una persona. Non dovrebbe essere messa. Ma i tempi dovrebbero essere immediati, e la polizia postale purtroppo non può fare quasi nulla in questi tempi. E sappiamo che a livello europeo le autorità di regolamentazione — le autorità nazionali — devono applicare il famoso Digital Services Act, che stabilisce sostanzialmente le regole per proteggere i diritti dei consumatori online, ponendo degli obblighi a carico delle piattaforme social. Cosa non ha funzionato sotto questo punto di vista? >> Dobbiamo partire di nuovo dal presupposto di cui abbiamo parlato prima. Ci troviamo di fronte a un nuovo mondo. In questo mondo ci sono delle regole, delle fattispecie, delle situazioni che in parte conosciamo e che in parte scopriamo giorno dopo giorno. L'intervento normativo è stato avviato sotto diversi profili. Il Digital Services Act è un passo molto importante perché ha introdotto delle nuove regole di trasparenza che prima non c'erano. Sono sufficienti, sono del tutto efficienti? Forse non del tutto — è una normativa molto nuova che in questo momento è monitorata. Sarà fondamentale sicuramente rafforzare i sistemi di monitoraggio per vedere dove ha funzionato e dove no. Introduzione — altro tema fondamentale di cui abbiamo parlato — la cooperazione internazionale in materia di servizi digitali e tecnologici. Anche qui tutto un mondo da esplorare. Non possiamo demonizzare e dire che il Digital Services Act non funziona. Dobbiamo dire che è un'ottima base, porta delle tutele, anche nei confronti dei minori — perché noi oggi del caso delle donne parliamo, ma non dimentichiamo tutti i casi in cui i minori, gli adolescenti, le persone con diverse problematiche — che magari hanno meno voce — sono stati purtroppo colpiti da questi fenomeni. Gli interventi normativi sono in atto. Come Noi Moderati abbiamo appena presentato una proposta di legge che speriamo possa avere una condivisione trasversale nel mondo politico, che affronta appunto la fattispecie del deep fake. La fine è nominata. Però — parlando di anonimato — dobbiamo tenere presente che quando si parla di diritto noi abbiamo il fondamento che difende diversi principi. Dobbiamo separare quella che è una visione sociale, quella che è una valutazione etica, da quelli che sono i valori costituzionalmente protetti. Quindi questa norma che noi proponiamo sicuramente difende il soggetto, ma non va contro quella che è la libertà di espressione. C'è una tensione, perché vanno bilanciati tutti questi principi all'interno dell'ordinamento giuridico. È vero: vi sono ancora molti passi da fare. Ma non possiamo dire che passi non ne sono stati fatti, sia a livello europeo che a livello di ordinamento nazionale. Bisogna fare molto sul piano giuridico, come sul piano sociale. Ed è importante ringraziare tutti coloro che, attraverso organizzazioni e associazioni, svolgono un ruolo preziosissimo sul territorio. Ricordiamoci che la vita non può essere regolata soltanto dalle norme presenti nel codice penale o nella nostra Costituzione, ma deve partire innanzitutto da quello che è il nostro vissuto sociale, dal nostro essere persone. >> Luisanna Porco, parlando invece del versante psicologico: cosa puoi raccontare, con la tua esperienza di organizzazione, del versante di sostegno? Cosa manca a queste donne per sentirsi veramente al sicuro, e quali sono le ripercussioni a livello psicologico di questa violenza in rete? >> Innanzitutto io penso che noi per prima cosa dobbiamo nominarci: noi donne siamo tutte, non è "queste donne" — può capitare a una di noi. Pensiamoci: tutte noi non è detto che abbiamo subito violenza, ma tutte noi abbiamo una paura — quella di vivere la violenza. Tutte noi, alla nostra amica, alla nostra figlia, diciamo "Mandami un messaggino quando arrivi" — perché noi sappiamo, ce l'ha insegnato la nostra esperienza e ce l'ha insegnato la cultura. Questa nostra esperienza non deve farci sentire colpevoli o inferiori. Al contrario. Una donna che vive un'esperienza di violenza digitale, che cosa si trova di fronte? Innanzitutto la colpevolizzazione: "Ho fatto quella foto? Se non l'avessi fatta..." E poi tramite l'intelligenza artificiale possono essere modificate le immagini, alcune cose possono essere ingrandite. Ma la funzione della violenza è quella: riportarci a casa, fare in modo che le donne abbiano un ruolo che è quello domestico. La normalizzazione di questa violenza — l'abbiamo sentita in questa stessa tavola: "È stata una coglionata." No! Non è stato niente. Normalizzare la violenza è comunque un atto patriarcale gravissimo, perché ci fa pensare che forse stiamo esagerando noi. Ed è qui l'importanza di rivolgersi ai centri, i centri dove comunque possiamo confrontarci con altre donne, con una visione chiara di quella che è la violenza. Non con una visione di disparità — è vero che esiste sicuramente una disparità nella relazione tra la donna che accoglie e la donna che porta il vissuto di violenza — ma è una disparità positiva, perché noi donne dei centri sappiamo che cos'è la violenza, la conosciamo, e siamo state formate per sostenere le donne, perché insieme possiamo cambiare questa cultura. >> Anina, abbiamo parlato di violenza in rete. Torniamo invece alla violenza cosiddetta più classica: è recentemente uscito il report mensile di "Non Una Di Meno" nazionale sui femminicidi, dove si registra che nel 2015 ad oggi i femminicidi sono stati 64, con ulteriori 57 tentati. La tensione mediatica su questo è al massimo — ogni giorno ci sono manifestazioni di sensibilizzazione, corsi di formazione. Eppure nonostante tutto sembra che ci sia tanta disinformazione e anche spesso azioni inadeguate da parte delle autorità competenti — penso ad esempio al caso della Spezia, dove purtroppo una donna non era stata indirizzata correttamente ai servizi antiviolenza. Non solo quello: ricordiamo che anche dopo le denunce, quando vengono indicati i braccialetti elettronici, non ci sono abbastanza, spesso non funzionano, spesso si scaricano — la batteria dei braccialetti elettronici fatti per essere indossati tutto il giorno per tanti giorni non ha le batterie adeguate. Spesso si spengono. Il fatto di non avere la tuttura è tanto vero quanto il fatto che molte persone che denunciano — spessissimo ricordiamolo, l'aggressore è sempre nella cerchia familiare o di amicizia — hanno il divieto di avvicinamento, e questo divieto è sempre ignorato in maniera totale. Tanto è vero che quelli che sono gli atti estremi — il femminicidio dopo il "sei per sempre" — sono nella maggior parte dei casi di persone che hanno denunciato. C'è sicuramente un cortocircuito. >> L'altro tema è che si dovrebbe, secondo me, formare le forze dell'ordine per essere in grado di supportare in tutto il percorso quella che è la vittima: sia nella prima fase, che nella fase di accertamento, poi nella fase della tutela. Non può essere lasciata assistere sola. Non è sufficiente dire "C'è il braccialetto elettronico" — non basta. Deve esserci un percorso, e questo torna a dire: formazione. Quindi questo è assolutamente centrale per prevenire questo tipo di violenza. E poi purtroppo io lo devo dire: se ne parla ogni giorno — le associazioni ne parlano ogni giorno, ma ne parla anche la società — e questo torna sempre a tiro il 25 novembre, giorno della violenza sulle donne, e l'8 marzo, giorno delle donne: lì tutti si ricordano della circostanza, tutti si ricordano dei casi più eclatanti. Poi c'è un silenzio, dato anche da noi degli organi di informazione. È un'onda: ogni tanto, quando ci sono come a Natale o a Pasqua le ricorrenze, devo postare la foto delle scarpe rosse e così mi metto a posto la coscienza, e tutto il tempo parlo d'altro. Dovrebbe essere qualcosa di costante, e purtroppo non lo è. >> Luisanna Porco, sei d'accordo? >> Se ne parla, ma se ne parla male molto spesso. È vero che noi associazioni, i movimenti, i centri — ne parliamo, e ne parliamo bene. Però è anche vero che c'è pochissima formazione reale, anche perché molte volte la formazione viene fatta da enti che non hanno mai ascoltato una donna sopravvissuta alla violenza, che l'hanno studiata sui libri ma non l'hanno ascoltata. La formazione va affidata alle persone competenti, alle donne che fanno questo lavoro. Parliamo di prevenzione: pensiamo che oggi per fare la prevenzione nelle scuole e nell'educazione sessuo-affettiva, il protocollo prevede che esista un consenso da parte delle famiglie. Non è possibile che si ostacoli ancora attivamente la vera prevenzione in questo paese. >> Ultima domanda, e poi devo chiudere. In discussione e in fase di approvazione il DDL che introduce come fattispecie autonoma un reato. Alcuni giuriste ritengono che in realtà sia tutto inutile — un provvedimento che rischia di essere solo di facciata, perché il reato esiste già. Vorrei la sua opinione. >> Io penso che quando non guardiamo al DDL sul femminicidio, lo dovremmo chiamare anche DDL sulla prevenzione del femminicidio, perché è proprio quanto è stato detto poco fa: sì, il reato viene introdotto ma noi dobbiamo cominciare a essere non l'Italia che è arrivata dopo, ma l'Italia che arriva prima. E questo DDL introduce misure di prevenzione anche nel campo della formazione: delle forze dell'ordine, delle forze della parte giudiziaria, per poter intervenire. Quindi molti strumenti preventivi che vanno a qualificare quello che c'è, e che non è risultato essere sufficiente per avere una situazione in cui questo reato non dovrebbe esistere in nessuna forma. È un passo in avanti importantissimo e spero che anche nella comunicazione di questo DDL si mettano in luce gli aspetti profondamente positivi e di prevenzione che ne rappresentano l'anima. >> Grazie mille alle mie ospiti. Grazie a Maria Chiara Fazio per essere stata con noi, Anina Landau, Luisanna Porco. Grazie a voi per averci seguito. Tra l'altro vi ricordo che Urania News è visibile non solo sul digitale terrestre, canale 260, ma anche attraverso tutte le principali piattaforme internazionali come Samsung TV Plus. Abbiamo anche la nostra app, quindi non avete scuse: restate con noi, guardateci. Vi ringrazio. Radar torna martedì.
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