Soft Power, Piano Mattei, Made in Italy e attrattività dell’Italia

Trascrizione del video
Bentornati a Radar. Oggi in studio abbiamo l'Ambasciatore Folco della [name], VFS Global. Benvenuto. >> Grazie. >> E con noi anche il Senatore Giulio Terzi di Sant'Agata, Presidente della Commissione UE al Senato. Buongiorno. >> Buongiorno. >> E ancora l'Ambasciatore Gabriele Checchia, Presidente del Comitato Atlantico Italiano. Benvenuto. >> Grazie. >> E sempre con noi da The Arlington Post, Giulio Ucciero. Oggi faccio una cosa diversa dal solito: il tema lo faccio introdurre direttamente dal servizio del nostro collega Angela Lambiase. Lo scorso febbraio, al Cairo, il ministro Valditara ha inaugurato il "Villaggio Italia" — un progetto promosso dalla Farnesina in collaborazione con Confindustria. Un vero proprio atto strategico dedicato alla formazione degli insegnanti locali, con un obiettivo chiaro: costruire ponti culturali, trasferire competenze, rafforzare i legami tra Italia e Africa. È soltanto l'ultima delle iniziative che il governo sta mettendo in campo all'interno della cornice del Piano Mattei — un piano che mira a supportare i paesi del Mediterraneo e dell'Africa, utilizzando le eccellenze italiane con l'obiettivo di generare valore condiviso. Non solo educazione, quindi, ma anche tecniche, innovazioni tecnologiche e cultura — tutti strumenti di soft power. A cui appartiene anche la promozione del Made in Italy — un Made in Italy che, secondo i centri studi di settore, nel 2024 ha conservato la sua forza, superando i 600 miliardi di export, con una crescita tra il 3 e il 5% rispetto all'anno precedente. Dati estremamente rilevanti, che i conflitti internazionali e soprattutto le politiche americane sui dazi rischiano di mettere seriamente in discussione. Perché il Made in Italy non è soltanto estetico e simbolico, ma rappresenta sempre di più una leva concreta di politica estera, di influenza, di sviluppo condiviso — e un'arma, anche se di soft power, per l'Italia nel mondo. Così arriviamo ai temi di oggi. Iniziamo proprio dal concetto di soft power — molto utilizzato nella politica estera contemporanea — in un mondo dove la forza militare ed economica non è la sola, ma conta anche questa capacità di attrarre e influenzare. Iniziamo dall'Ambasciatore Checchia. >> L'Italia ha un'antichissima tradizione di relazioni multilaterali. Oggi viviamo in un contesto in cui passa sempre di più il concetto della sicurezza, della difesa, della capacità di prevenire le crisi. Pensiamo al riarmo europeo. Il soft power, in questo contesto, è qualcosa di forte — è un termine di contrattazione forte. E l'Italia è effettivamente percepita come attore credibile. Io credo che il soft power, la diplomazia di influenza, sia effettivamente una delle carte principali che il nostro paese può giocare, in aggiunta alla sua credibilità sul piano della difesa in quanto tale. Quindi non può essere sostitutiva di altre dimensioni dell'autorità statuale, ma sicuramente, a complemento di una credibilità che ci siamo guadagnando su tanti versanti, il soft power ci dà una marcia in più rispetto a paesi che hanno una storia diversa dalla nostra. Quali sono le basi di questo soft power? La nostra storia — ricca di cultura, di bellezza, di amore per il bello — che tutti i paesi apprezzano: dall'Asia, dove c'è una passione per i prodotti di alta gamma italiana, agli Stati Uniti. E poi tutto quello che ci viene dalla nostra cultura: il Grand Tour del '700 — la visita dei paesi che proiettavano cultura e classicismo da parte delle classi dirigenti europee — e in cui l'Italia era meta privilegiata. Aggiungiamo due dati più recenti: l'Italia è la settima lingua più studiata al mondo, subito dopo il giapponese. Non è poco, considerando che non abbiamo un passato coloniale. Vale solo come lingua di cultura o frutto della nostra emigrazione e della nostra diaspora. E ancora: siamo — se non erro — l'undicesimo paese per numero di siti UNESCO, tra i paesi con il maggior numero di siti. Sotto tanti profili, noi proiettiamo cultura, bellezza e artigianato — e questo ci viene riconosciuto. >> In che modo questo soft power, questi asset culturali che abbiamo, possono essere utilizzati e sfruttati al meglio nella diplomazia internazionale? >> Il soft power è la capacità di un paese di rendersi attraente, di essere aperto ad alleanze, di creare visioni comuni — di valori, di mondo, di società — che crescono sugli elementi straordinari della propria cultura. Da parecchi anni però i grandi paesi che vogliono esercitare un ruolo revisionista dell'Ordine Internazionale esistente — un ordine basato sui trattati, sulle normative internazionali, sui diritti fondamentali — questi paesi revisionisti sono essenzialmente tre: la Russia, condannata dalle Nazioni Unite ripetutamente per l'aggressione criminale contro l'Ucraina; la Cina, altrettanto revisionista e aggressiva; e l'Iran, che dovrebbe essere una culla di civiltà. Questi paesi — Russia, Cina e Iran — che in passato avevano puntato su un soft power, sulla capacità di influire positivamente nelle relazioni internazionali, sono caduti inesorabilmente nelle statistiche internazionali del soft power. Invece gli europei il soft power lo esercitano. L'Italia sicuramente è un fiore all'occhiello. Il padiglione italiano all'Expo in Giappone — è soft power. Quando si organizzano eventi di cultura italiana negli Stati Uniti — è soft power. E il Piano Mattei, che ha lanciato questa grande iniziativa? È la capacità di attrazione che noi abbiamo, lanciando un'idea. Il piano Mattei è soprattutto un punto di principio di grande strategia — una nuova grande strategia della politica estera italiana, nello sviluppo sostenibile, in una partnership paritaria con l'Africa. La strategia è quella della piena parità di dignità dei popoli e degli stati — e il grande rilancio e crescita sta venendo dall'attenzione che l'Italia rivolge all'Africa. >> Ambasciatore della [name], dopo la sua esperienza diplomatica è attualmente in VFS Global, che è un'agenzia attiva nei servizi di emissione dei visti turistici. Nel soft power, l'emissione di visti è la prima interazione con il nostro paese. Quanto è importante che il processo di emissione sia efficiente e trasparente? >> Rispondo, ma se mi consente, vorrei dire due parole prima su quello che è il servizio che offriamo, perché nella mia esperienza mi accorgo che molte poche persone sanno cosa siamo e come funzioniamo. Molto brevemente: questo settore è nato nel 2001, su iniziativa del consolato americano in India. Da allora, in 25 anni, l'industria è cresciuta enormemente. In cosa consiste? Il consolato e l'ambasciata affidano a una società esterna la fase di raccolta della richiesta di visto — il passaporto, la documentazione, i dati biometrici — e poi li passano al consolato. I nostri centri di raccolta visti sono spesso il biglietto da visita del paese, perché la stragrande maggioranza degli stranieri che vengono in Italia ha bisogno del visto e deve passare da noi. Quindi la prima impressione è molto spesso quella che lascia le tracce più durature e profonde. È importante che la prima impressione sia positiva. Curiamo molto la caratterizzazione italiana del centro — i colori, l'arredamento. C'è sempre la Vespa — che è un po' un'icona del Made in Italy — del brand italiano. Ed è importante che le procedure siano il più facili ed efficienti possibile. I nostri centri sono vetrine del Made in Italy, e ogni centro di richiesta visti deve avere una parte dedicata alla promozione a 360 gradi — turistica, commerciale e culturale. >> Giulio Ucciero, il 16 aprile la presidente Giorgia Meloni incontrerà Trump per circa 24 ore — una visita-lampo. Parleranno di dazi, ma in questo momento il soft power, tra le leve a disposizione del nostro governo, è sicuramente un elemento in più per trattare i vari temi sul tavolo. E usare l'hard power con un alleato come gli Stati Uniti è assolutamente fuori discussione. >> Assolutamente. Giorgia Meloni utilizzerà le leve del soft power — il link culturale tra Italia e Stati Uniti, che si riflette anche sul successo del Made in Italy nelle esportazioni. Pensiamo all'agroalimentare — tutta una tradizione culturale italo-americana dovuta ovviamente alle migrazioni italiane in questi secoli. Per capire quali leve potrà muovere Meloni, si può guardare anche a quello che è accaduto ieri alla Camera — il discorso di Re Carlo, che è stato forse un capolavoro di soft power: attrarre, attraverso la bellezza culturale e il legame storico tra Italia e Regno Unito, per mettere in chiaro quali sono i profondi legami e la comunione di intenti tra i due paesi. Il Rengo Unito è uscito dall'Unione Europea nel 2016 con la Brexit, ma si sta in qualche modo riavvicinando. Quello che ha detto Carlo non è un impegno militare diretto — c'è la storia dietro — però ha fatto capire che il legame è forte, un legame europeo. "Siamo europei" — quella è una leva di soft power. >> Il Made in Italy, uno dei nostri pilastri. Qual è il suo peso? >> È un peso importante. Il valore dell'export italiano è superiore ai 600 miliardi. C'è poi un valore di "marchio" del Made in Italy — alcune associazioni lo hanno stimato attorno ai 200 miliardi. Quando pensiamo al Made in Italy, però, non possiamo pensare solo ai prodotti alimentari — le esportazioni italiane sono contraddistinte anche da macchinari, veicoli e farmaceutica. L'export agroalimentare verso gli Stati Uniti vale circa il 10% delle nostre esportazioni totali verso quel paese — ma il primo mercato di sbocco per le merci italiane è la Germania e il mercato europeo. >> Senatore Terzi, la Giornata del Made in Italy — da dove nasce l'idea e quali sono le politiche per proteggere questo asset prezioso? >> Il Made in Italy è stato assolutamente necessario celebrarlo in una giornata dedicata. È una politica molto precisa: sostenere in ogni modo possibile il Made in Italy, a livello di interventi di politica industriale ed economica, ma soprattutto riconoscere alle imprese, agli imprenditori, agli artigiani, agli operatori di tutti i settori — dalla moda alla cultura, alle tecnologie più sofisticate — il valore del loro lavoro. Il Made in Italy e l'Italia sono la stessa cosa. La necessità nasce in primo luogo dalla protezione della proprietà intellettuale del nostro paese. Dobbiamo proteggere anche il Made in France, il Made in Germany — ma per quanto riguarda l'Italia, il Made in Italy è una componente fondamentale. Sul tema dei dazi: tutto il dibattito è aperto. Abbiamo i prossimi 6-8 giorni prima dell'attuazione della famosa prima tranche di risposte che l'Europa ha immaginato. Mi auguro — come tutti — che non ci sia risposta, cioè che la risposta non sia necessaria, perché abbiamo visto che l'amministrazione Trump, come si diceva da mesi, usa i dazi come elemento di partenza di un negoziato, non come punto di arrivo. I dazi sono un posizionamento per avviare un negoziato. Avrei molto preferito un rapporto con gli Stati Uniti basato, ad esempio, sul problema del Italian Sounding — il problema della contraffazione del Made in Italy. Ma i dazi potrebbero anche spingere il consumatore americano verso prodotti italiani autentici di qualità, che valgono di più. Quindi non è detto che l'impatto sia necessariamente negativo. Però c'è anche l'altro rischio: l'alternativa di una domanda spostata verso l'Italian Sounding, verso le contraffazioni. La protezione della proprietà intellettuale è assolutamente una strategia fondamentale. >> Ambasciatore della [name], quale il ruolo delle ambasciate e di aziende come VFS nel tutelare questa immagine del Made in Italy? >> Il ruolo delle ambasciate è assolutamente fondamentale. Mi ricordo quando il presidente Berlusconi, negli inizi degli anni 2000, parlava della diplomazia economica e incoraggiava a prestare molta più attenzione a questo settore. Per quanto riguarda VFS Global, noi svolgiamo un importante ruolo di supporto non solo a livello di immagine — come la prima impressione dei centri visti — ma promuoviamo soprattutto i grandi eventi che si svolgono in Italia: dal Vinitaly, al Salone del Mobile, alla Settimana della Moda. Supportiamo a livello di promozione del messaggio e di mobilità degli operatori economici. E mi piace ricordare un'iniziativa particolare: la mostra su Marco Polo inaugurata dalla nostra presidente della Repubblica durante la sua ultima visita ufficiale in Cina, che adesso si sta spostando nel nostro centro di Canton. Anche questo è, nel nostro piccolo, una rete ben organizzata di promozione del Made in Italy. >> Senatore Terzi, il Piano Mattei: dopo un anno o poco più, è una promessa o una realtà? >> Si può capire da subito cosa è. In un anno sono state avviate ventuno iniziative — alcune quasi concluse — nel continente africano. Sono aumentati i paesi coinvolti: si è passati da 9 a 14 paesi. I paesi inizialmente erano quelli dell'Africa sub-sahariana — Etiopia, Costa d'Avorio, Kenya — inizialmente Algeria e Marocco, con Tunisia. Poi si sono aggiunti altri, con una risposta così positiva. Faccio un esempio senza fare pubblicità: in Algeria un'azienda italiana ha fatto un investimento di circa 400 milioni di euro, che ha generato un matching europeo e nazionale altrettanto importante, e sta espandendo ulteriormente questo investimento. I 5 miliardi di partenza non sono stati messi su fondi di recupero — sono fondi generati automaticamente, come sta avvenendo in altri paesi. Il Corridoio di Lobito — grazie al Global Gateway — non è fra 10 anni: è partito due anni fa con la firma dell'Italia, e sta già producendo effetti. Il Piano Mattei è uno dei 15 progetti strategici dell'Unione Europea nel campo dello sviluppo sostenibile. Chi dice che è una scatola vuota non si informa adeguatamente. C'è poi la grande novità: una dinamica nuova tra i donatori e le grandi imprese italiane del territorio — di Bergamo, ma anche di altri territori italiani. Imprese che si impegnano con finanziamenti crescenti ai programmi di cooperazione da quando è partito il Piano Mattei. Filiali europee di multinazionali che si impegnano in questi progetti. È un treno che è partito e continuerà ad accelerare. >> Piano Mattei e rapporti NATO? >> Il Piano Mattei riflette una dimensione multilaterale della nostra politica. Il punto di forza è proprio questa volontà di coinvolgere donatori multilaterali, agenzie multilaterali, su piano europeo. Ogni passo del Piano Mattei si ha preparato con le istituzioni europee — c'è una volontà di lavorare mano nella mano con i grandi donatori internazionali, come l'Unione Europea. Ciò che il piano aiuta a fare — contenimento delle dinamiche di migrazione illegale verso l'Europa, contrasto all'influenza di Russia e Cina nel continente africano — è fondamentale per noi. La Russia usa la migrazione per seminare instabilità in Europa. Il terrorismo nasce dall'indigenza — movimenti come Boko Haram prosperano dove non ci sono alternative. Quanto più si crea lavoro in Africa, con visioni di vita accettabili, tanto più si taglia l'erba sotto i piedi di questi movimenti. È un piano a 360 gradi che si inquadra in una nuova era della politica estera italiana. Ultima cosa: le terre rare. L'Africa ne possiede in quantità quasi illimitata. Chi riuscirà ad assicurarsi la disponibilità di questi materiali preziosi — fondamentali per costruire tecnologie avanzate — godrà su piano imprenditoriale di un vantaggio competitivo rilevante. Il Piano Mattei può aiutare l'Italia, e poi l'Europa, a non restare indietro anche nell'accesso a queste terre rare. >> Abbiamo pochissimi minuti. I dazi: cosa sta accadendo? >> Non è facilissimo leggere il momento. Secondo quanto abbiamo appreso nelle ultime ore: ci sarà una sospensione di 90 giorni in cui le tariffe rimangono solo al 10% per tutti, mentre rimangono quelle più elevate sull'alluminio e sull'acciaio. Trump, con questo shock iniziale — che ha causato tremori su tutti i mercati mondiali — ha fatto capire chi è il vero obiettivo: la Cina. La sospensione per gli altri è una risposta anche alle cadute in borsa di questi giorni. >> Senatore Terzi, l'Italia nel quadro europeo su questo negoziato? >> L'Italia è parte del cuore dell'Unione Europea, nella sua azione negoziale e nel fatto di non volere assolutamente nessuna guerra commerciale. Il governo porta gli interlocutori — l'amministrazione americana — su un sentiero di adattamento e combinazione dei rispettivi interessi nazionali. I dazi erano un punto di partenza, non di arrivo — questo è stato detto sin dall'inizio dagli osservatori, e si sta verificando. L'Italia è ferma all'interno dell'Unione Europea, nel pieno rispetto delle competenze esclusive dell'Unione Europea in termini commerciali. Ben diverso dall'approccio dei governi precedenti — come il governo Conte 1 — con il tristemente noto memorandum d'intesa con la Cina, che violava le prerogative della Commissione e aveva ricevuto un formale richiamo dal Parlamento Europeo. Noi siamo parte del cuore dell'Unione Europea nell'attenzione negoziale, e portiamo l'interlocutore americano su un sentiero di dialogo — non di contrapposizione. >> Grazie. Avremmo voluto affrontare i dazi con maggiore tempo, ma li avremo come occasione futura. Ringrazio i nostri ospiti: l'Ambasciatore della [name], il Senatore Giulio Terzi di Sant'Agata, l'Ambasciatore Gabriele Checchia e Giulio Ucciero. Grazie a voi per averci seguito. Radar torna martedì. Restate sintonizzati sul canale 260.