Il viaggio negli USA della Premier Meloni e il ruolo dell'Italia nelle trattative sui dazi

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Benvenuti. È stata una settimana abbastanza frizzante — come per la verità un po' tutte quelle che viviamo da qualche tempo a questa parte. Frizzante in particolare perché questa è la settimana nella quale il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni sarà a Washington per l'incontro tanto atteso e di cui tanto si sta discutendo — con il Presidente americano Donald Trump. Con noi qui in studio a Roma, il vice-direttore de Il Tempo. Fabrizio Sala, deputato di Forza Italia. E collegato con noi da Milano, Stefano Maulù, deputato di Fratelli d'Italia. >> Grazie per essere qui con noi. >> Inquadriamo questa discussione grazie al servizio di Angela Lambiase. Una partita tutt'altro che semplice. Andata e ritorno nel giro di appena quarantotto ore, con l'obiettivo di portare a casa uno zero sui dazi. Dopo una settimana di annunci, rilanci, panico sui mercati e confronto con il presidente Donald Trump, la premier Giorgia Meloni si prepara a volare giovedì a Washington per incontrare il presidente americano. Un viaggio carico di pressioni, soprattutto da parte dell'Unione Europea: da Madrid, fonti del governo spagnolo hanno fatto trapelare preoccupazione, il timore che Roma si muova da sola, indebolendo il fronte europeo proprio mentre si alza la tensione con la Cina. Sarà un negoziato complesso — lo ha confermato il ministro Giorgetti, ribadendo che serve un compromesso ma che in Europa ora ci guardano. Non è una partita italiana, ma una partita transatlantica, ha aggiunto il ministro italiano Tajani, sottolineando come l'obiettivo rimanga quello di riportare i dazi a zero e costruire un grande mercato euro-americano. Sono diversi i temi che la premier Meloni metterà sul tavolo: rispetto del 2% del PIL per le spese per la difesa, la questione dei sistemi di armamento americani, il gas naturale, il dossier Green Deal europeo, l'impatto competitivo della Cina in settori chiave come le tecnologie verdi. Il viaggio successivo sarebbe la premier a Palazzo Chigi come "padrona di casa" con il vice-presidente JD Vance in visita a Roma dal 18 al 20 aprile. Un doppio vertice che, tra guerra commerciale, mercati volatili e nuovi equilibri mondiali, rappresenta un banco di prova importante per l'Italia come interlocutore forte al centro delle trattative globali. >> È una settimana interessante. Comincio da Maulù. La posizione di Giorgetti e Meloni è vantaggiosa politicamente: Meloni è il primo ministro europeo di una nazione importante con più feeling con l'amministrazione americana. Dall'altra parte però il momento è tutt'altro che semplice. Questa posizione è un po' come camminare sulle uova. >> Primo aspetto: per la prima volta un premier italiano viene ricevuta alla Casa Bianca come leader europeo. Mi pare una cosa rilevante, perché fino a questo momento l'Italia aveva toccato poco la palla. Adesso il messaggio è: Meloni vale e quanto meno tratta con un mandato abbastanza preciso. Abbiamo sentito in queste ultime ore che la Commissione europea è d'accordo con la linea, quindi le preoccupazioni del governo spagnolo mi sembrano un po' fuori luogo. Secondo aspetto: Donald Trump va interpretato. Nonostante la vulgata di un "folle" che fa cose imprevedibili, Giorgia Meloni pare essere quella che tra i leader europei meglio interpreta il Trump attuale. Credo che questi due aspetti siano prodromici a un impatto positivo, anche se sono d'accordo che il negoziato è molto complesso. >> Fabrizio Sala, più opportunità o più rischi? >> Io credo che Giorgia Meloni non solo era qualche settimana fa anche presidente dell'ECR, il partito dei conservatori europei, che ha un rapporto strettissimo con i conservatori americani. Quindi al netto dell'aspetto istituzionale c'è proprio un legame politico che consente di affrontare le dinamiche dei dazi e dei rapporti commerciali in maniera molto più diretta. E poi le grandi relazioni hanno sempre bisogno di essere coltivate. Ben fa il governo, bene fa il vice-premier Tajani a percorrere questa strada. Sul ruolo di Tajani: è evidente che sta dimostrando la sua esperienza internazionale. Dall'altra parte dobbiamo esplorare altri mercati — non come fa Sanchez andando in Cina, ma come ha fatto molto bene Antonio Tajani in India e in Giappone. Quelli sono gli alleati, quelli sono i mercati dove dobbiamo andare a ricercare. >> Maulù, sul piano della politica americana: Trump, Vance, i protagonisti dell'attuale vita politica americana — li sentite come "persone di famiglia" o sono altra cosa? >> Credo che ci siano punti di incontro su tutta una serie di argomenti e di valori. È evidente a tutti che l'America, essendo un'isola in mezzo agli oceani, ha delle specificità tutte proprie — dimostrate da Trump in questa procedura forse troppo ardita, che non è stata apprezzata dai mercati e, più in generale, in Italia e in Europa. Noi abbiamo il vantaggio di avere una funzione di mediazione connaturata alla nostra identità nazionale. Bene ha fatto anche il governo di scegliere una figura come Tajani — stato commissario europeo, presidente del Parlamento europeo, frequentatore di tutte le dinamiche di Bruxelles — che è in grado di intercettare le sensibilità di tutti. I dati di fatto economici conteranno al netto delle affinità politiche: la nostra economia ha bisogno di continuare a mantenere la cifra dell'export, che premia il nostro tessuto produttivo. In un contesto europeo dove sta ripartendo la Germania — con l'investimento di mille miliardi del Parlamento tedesco — e dove il rapporto con la Francia richiede attenzione, va benissimo il rapporto politico con gli americani, ma ci sono elementi economici che nel medio periodo devono tutelare la nostra economia. >> Sala, una domanda sulla maggioranza di governo: tutte rose e fiori? >> No — c'è discussione, e anche molto fervida. A partire dal Veneto, questo stop al terzo mandato di Zaia creerà dei problemi all'interno della maggioranza. Zaia è un uomo molto forte — è il contraltare a De Luca in Campania — e lo stiamo raccontando praticamente ogni giorno. Una discussione che vede Salvini spingere un po' più in là su determinati argomenti, Forza Italia che frena secondo le proprie sensibilità, e Giorgia Meloni che deve fare l'operazione di sintesi a Palazzo Chigi — riuscendo molto spesso, perché loro hanno questa caratteristica: discutono prima e poi si mettono d'accordo. Al contrario del centro-sinistra, che discute sempre e non si mette mai d'accordo. Poi c'è il tema delle regionali: in Lombardia, tra Fratelli d'Italia, Lega e Forza Italia, il candidato sarà ampiamente condiviso. Se si guarda la sequenza dei sindaci di Milano, da Albertini in avanti, sono sempre figure con un profilo indipendente o comunque di protagonista della vita economica o delle professioni — Albertini, Moratti, Pisapia, Sala — nel momento in cui si candidano non hanno una precisa colorazione politica di partito, ma un'area di simpatia e di appartenenza. >> Maulù, quello sarà il vero tema? >> Sì, sarà il vero tema. Stiamo parlando della regione più importante d'Italia, che ha le dimensioni di un medio stato europeo, e stiamo parlando di quella che è stata definita la capitale finanziaria d'Italia — Lombardia e Milano. Fratelli d'Italia in questo momento ha il consenso maggiore nella regione più importante d'Italia, e di questo bisogna tener conto. Va trovato un punto di sintesi. >> Prima di chiudere, voglio portare il tema dell'immigrazione e dell'Albania. Il governo tiene il punto su questa iniziativa? >> Il modello Albania — quello che noi definiamo come tale — è una cosa che ha funzionato ed è destinata a funzionare. Quando Giorgia Meloni si è insediata al governo, la prima volta che è andata a parlare di migranti in sede europea è stata respinta. Oggi, a distanza di due anni e mezzo, l'Europa deve prendere atto di questa problematica — anche grazie all'Italia — e deve applicare il modello Albania, che verrà probabilmente adottato anche da altri paesi. E la Commissione europea, con una bozza circolata ieri sui "paesi sicuri", sta inserendo anche Egitto e Bangladesh in quella lista. Faccio solo una considerazione: facciamo un dibattito in Europa su Egitto paese sicuro o non sicuro, quando centinaia di migliaia, forse milioni di europei ci vanno a fare le vacanze al mare a Sharm el-Sheikh o a girare per i musei. Il solo fatto che facciamo questo dibattito mi sembra surreale. L'Egitto sta diventando uno dei primi 20 paesi al mondo economicamente, sta scalando le classifiche delle classi medie — un paese sempre più sicuro. L'idea fondamentale è che non puoi venire nel nostro paese in modo illegale — ci puoi venire solo in modo legale. La via illegale non deve essere più percorribile: quando chi paga 8-10.000 euro ai mercanti di morte saprà che finisce in Albania e non rimane in Italia, si creerà una vera politica di migrazione. >> Maulù, è d'accordo? >> Credo che l'idea del centro in Albania sia l'unica soluzione praticabile. Ricordiamo che l'Europa ha pagato l'Ungheria miliardi per bloccare la rotta balcanica. E l'idea di portare i migranti in Rwanda — per tutti coloro che arrivavano illegalmente in Inghilterra — era dell'idea laburista inglese qualche anno fa. È una soluzione che consente di mandare un messaggio chiarissimo a chiunque pensi di arrivare pagando migliaia di euro ai mercanti di morte: finisce in Albania e non rimane in Italia. >> Bene, il tempo è finito. Abbiamo anche fallito nella nostra missione, perché volevo trovare almeno un punto di discussione accesa — non ci siamo riusciti. Grazie a Fabrizio Sala e a Stefano Maulù per essere stati con noi.
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